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    Il cinema di Tim Burton

    The Tim Burton Touch

    SCHEGGE DI STILE IN CELLULOIDE

    SCHEGGE DI STILE IN CELLULOIDE

    Tim Burton è la fantasia al potere nella nuova età dell'arte cinematografica. Una variante seducente, stupefacente, eccentrica, strabica nello sguardo che dagli schermi si riflette sul mondo. Costruisce scenari di altissima e pervasiva visionarietà. E non perde mai un grammo e un fotogramma della propria integrità di artista con la macchina da presa. Nei mondi paralleli e negli universi virtuali dei suoi film vivono personaggi fuori della norma e della società. Più insolentemente pop della maggior parte dei nuovi registi e meno desideroso di approvazione della maggior parte dei "maestri" confermati, non conosciamo altri registi americani di successo che posseggano un senso del cinema estremo, spietato e tenero quanto il suo.
    Uno stile così individuale, riconoscibile e originale e un'unità tematica tanto densa e organica sono ormai cosa rara nel cinema hollywoodiano. Regista dalla creatività polimorfa e dalla plasticità sempre inquietante, il suo è un cinema che sa assorbire e filtrare senza tamponare, smussare o normalizzare. Si è abbandonato al piacere di raccontare una storia (The Nightmare Before Christmas) con la naturalezza e l'innocenza dei classici (americani), mescolando e stratificando generi e filoni, scivolando dal gotico alla fantascienza, dalla commedia al melodramma, dalla love-story al film di animazione, con una disinvoltura e una grazia di cui si stava perdendo la memoria storica, simbolica e produttiva, di cui temevamo che nessuno fosse più dotato nemmeno negli interstizi segreti che Hollywood può ancora regalare. E' rimasto un ammiratore dell'estetica del B-movie (del suo montaggio delle attrazioni) anche quando ha diretto film produttivamente milionari e che hanno generato incassi da piani alti del box-office, chiamandosi in tal modo fuori dai paradigmi correnti del mainstream confezionato rispettando le fragili formule di una fantasia al servizio del marketing. Sin dai primissimi lavori, ha dimostrato di saper rielaborare in chiave molto personale, attraverso una sintesi tra audacia estetica e autobiografia, un immaginario di massa, una fantasia condivisa, una sarabanda incantevole di sembianti magici. Anche se ha continuato a lavorare in ambiti produttivi industriali, ha mantenuto le distanze dai prodotti in serie che nascono e muoiono all'interno di una cultura di massa depauperata.
    E' di certo uno dei pochi geni in circolazione nell'officina contemporanea delle immagini, delle emozioni e delle pulsioni visive, un autore che lavora il cinema al di fuori dei generi residuali e dei blockbuster flosci e ottusi. Il suo percorso, dove ogni film è innanzitutto un viaggio personale, manda definitivamente in frantumi la separazione tra cinema di massa e cinema d'arte.
    Ha cominciato come animatore per uno studio (la Disney) e ha sempre lavorato dentro lo studio-system, rimanendo tuttavia estraneo agli imperativi finanziari, alla mentalità corporate. Nella sua filmografia, coerente e in definitiva non così accidentata, ha rapidamente imposto una firma d'autore. Sotto alla persistenza di una poetica e di una vocazione, riconosciamo i semi e le radici da cui sono germogliate le anime solitarie, lacerate, non riconciliate, "straniere" dei suoi personaggi. Personaggi mossi, il più delle volte, da una molla potente (Burton possiede un talento unico nell'impregnare di profondità emotiva le storie che racconta): l'amore come sogno di una vita più "vera" ma impossibile, come unica via d'uscita e di fuga dall'isolamento. Il suo posto delle fragole è la cerniera che unisce (divide) fantasia e realtà. Non ha mai smesso di pattugliare quel confine, quella soglia tra vita reale e vita potenziale, tra vivi e morti, tra corpi e ombre. Tra extraumani solitari (malinconici) ed extraterrestri. Tra la legge di gravità e la sua assenza. Tra un qui grigio, spento, consunto e un altrove dai colori fatati (negromantici). Tra la tristezza dell'oggi e del tempo finito e l'allegria di danze macabre e di un tempo circolare.
    Nel suo cinema, l'immaginazione e la fantasia rappresentano un dovere, un impegno, una festa. Ha ragione quando sostiene che, con i suoi film, ha creato "un club ideale per gli eterni fanciulli che amano i perdenti, la libertà, i marziani e le donne con la valigia in mano pronte a partire".

    Bibliografia: Marco Müller & Enrico Magrelli, Tim Burton Leone d'Oro alla Carriera 2007 in La Biennale di Venezia. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, Milano 2007, pp. 50-51, (Editrice: Mondadori Electa).
    TIM BURTON FANTASTICO IN ‘FREAK’
    Mentre TIM BURTON approda al cinema con l’attesissimo ALICE IN WONDERLAND, tutte le sue ’Meraviglie’ in celluloide fanno bella mostra di sé al MoMA di New York (Fino al 26 Aprile). Ed è per l’appunto sulla 53ma strada che, tra altre, spicca una gigantografia di ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE in tutta la sua magia visionaria, quasi a voler rendere ancor più scintillanti le grandi notti in quello spicchio della Grande Mela. Ma la visione parte dagli inizi di una carriera puntata su un genere di ‘surreale’ particolare, non di rado virato sul ‘freak’. ALICE IN WONDERLAND non fa certo eccezione. Ogni personaggio tradisce una qualche ricercata deformazione magari sotto una metafora che trascende l’estetica: dalla Regina Rossa allo Stregatto, da Pinco Panco e Panco Pinco, fino al Brucaliffo (che sembra peraltro parente stretto dello Yoda di Star Wars - vedi nella rubrica ‘Speciali’ di ‘CelluloidPortraits’). E questo tanto per fare qualche esempio. Un ‘surreale’ in ‘freak’ altalenante tra schegge di comicità - magari con la complicità della deformazione stessa - ed altre intinte in atmosfere fumose e rarefatte tipiche di un fascinoso ‘gothic touch’. Ma il dark non è che un lato, sia pure di una certa imponenza, del prismatico universo burtoniano che, difatti, ci tiene a precisare: “I am not a dark person and I don't consider myself dark”. E in quale direzione TIM BURTON abbia guardato per trarre l’ispirazione, filtrata da un mix di horror fantastico e comico, è reso manifesto proprio dai film proiettati al MoMa per la sua mostra: da George Méliès ad Alfred Hitchcock e D. W. Griffith fino a Pasolini e Rossellini, ma la lista delle sollecitazioni burtoniane va sicuramente integrata con la visionarietà di Federico Fellini nonché con i racconti noir di Edgar Alan Poe spesso migrati sulla celluloide. Il fatto che dopo la ‘premessa’ il varco della mostra vera e propria al MoMA di New York si apra con una mostruosa bocca gigante, larga e dentata, degna parente di quella esibita dallo Stregatto in ALICE IN WONDERLAND, la dice lunga sul genere di ‘meraviglie’ che ci attende una volta entrati là dentro: è l’opportunità per scivolare a nostra volta in una sorta di neo tana del Bianconiglio. Ma se New York non è, per così dire, troppo a portata di mano, al cinema c’è un’altra tana che ci aspetta e il Bianconiglio è già lì ad attenderci per fare gli onori di casa del fantastico ‘sottomondo’ burtoniano.

    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)
    TIM BURTON a proposito di DARK SHADOWS, precisamente degli anni Settanta, epoca in cui riapre gli occhi dopo duecento anni di sepoltura, il vampiro Barnabas (JOHNNY DEPP):

    "Non volevamo ridicolizzare quel periodo, volevamo soltanto vedere le cose da un punto di vista diverso. Se uno pensa agli anelli con le gemme che cambiavano colore secondo l'umore della persona, oppure agli animaletti virtuali, fatti di pietra o di altro materiale … penso che si possano trovare oggetti strani in qualsiasi epoca, ma, guardando quelle cose, mi sembra che quell'epoca fosse più strana delle altre".
    Comunque, "Dovevamo riuscire a riprodurre le dinamiche di questa famiglia, (Collins) che sembra essere un po' al di fuori del normale. Voglio dire che in ogni famiglia ci sono delle dinamiche interne e questa era la cosa che mi interessava".
    Tim Burton

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