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    Home Page > Movies & DVD > La terra dell abbondanza

    WIM WENDERS PORTA SUGLI SCHERMI LA SUA LAND OF PLENTY-LA TERRA DELL’ABBONDANZA, OFFRENDO L’OCCASIONE PER CHIEDERSI OGGI, SULLE CENERI DEL POST 11 SETTEMBRE: “CHE NE E’ STATO DEL SOGNO AMERICANO?”

    “… Volevo che il film abbracciasse tutte le tematiche che riguardano me, che sono un europeo che vive e lavora in America, e di sicuro una persona che non ha mai nascosto l’affetto che prova per questo paese e per le idee che rappresenta. Così il film tratta di tutto ciò che mi ha sconvolto dell’America di quel periodo: povertà, paranoia, patriottismo… Ho deciso di esprimere i miei sentimenti ambivalenti attraverso due personaggi in radicale opposizione tra loro… era importante per me mettere i più semplici valori cristiani in una prospettiva che si opponesse alle idee piuttosto fondamentaliste che sembrano regnare nella presente amministrazione”.
    Wim Wenders

    (USA 2004; drammatico; 114’; Produz.: Reverse Angle International, InDigEnt; Distribuz.: Mikado)

    Locandina italiana La terra dell abbondanza

    Rating by
    Celluloid Portraits:




    Titolo in italiano: La terra dell abbondanza

    Titolo in lingua originale: Land of Plenty

    Anno di produzione: 2004

    Anno di uscita: 2004

    Regia: Wim Wenders

    Sceneggiatura: Wim Wenders, Michael Meredith

    Soggetto: Wim Wenders, Scott Derrickson

    Cast: John Diehl (Paul)
    Michelle Williams (Lana)
    Richard Edson (Jimmy)
    Wendell Pierce (Henry)
    Shaun Toub (Hassan)
    Burt Young (Sherman)
    Jeris Lee Poindexter (Charles)
    Rhonda Stubbins White (Dee Dee)
    Bernard White (Youssef)

    Musica: Thom & Nackt

    Costumi: Alexis Scott

    Scenografia: Nathan Amundson

    Fotografia: Franz Lustig

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    Nell’America contemporanea del 2003, a distanza di due anni dai tragici eventi dell’11 settembre con il crollo delle Twin Towers e tutto quel che ne è conseguito, è guerra aperta e imperitura al terrorismo. Di questa guerra aperta vuole assolutamente far parte Paul (John Diehl), veterano del Vietnam colpito in combattimento all’età di diciotto anni che trent’anni dopo accusa crescenti e devastanti effetti da avvelenamento per diossina, essendo stato esposto all’Agente Rosa. “Berretto verde in congedo” Paul è difatti letteralmente ossessionato dall’idea di dover proteggere il suo Paese, l’America, ovvero, la “Terra della Libertà”. Su un versante diametralmente opposto incontriamo sua nipote Lana (Michelle Williams), vissuta in Africa e in Europa prima di decidere di tornare in America, suo Paese di origine, dopo una lunga assenza. Idealista e ancora alla ricerca di una collocazione precisa nella società, abbandona presto l’intenzione iniziale di frequentare il college per un coinvolgimento a tempo pieno nella “Missione Downtown”, denominata Il pane della vita, a favore della “Hunger Capital”, la comunità dei senzatetto d’America. Tagliato ogni rapporto con famiglia e amici, isolatosi di proposito in una dimensione da recluso sotto l’egida di “funzionario della sicurezza del Paese”, Paul non vede di buon occhio l’arrivo imprevisto di Lana, da cui all’inizio quasi si nasconde. Accettata a malincuore la sua presenza, Paul si trova giocoforza a stringere con la nipote un rapporto più stretto, quando sono entrambi testimoni della morte di un barbone mediorientale e Lana gli offre aiuto, malgrado le sue rimostranze. Sul filo di quest’indagine congiunta, alla ricerca della verità sull’accaduto, per quanto spinti da motivazioni diverse, prende corpo la loro opposta visione del mondo destinata a sfociare in scontri radicali, finché alla fine Paul non si renderà conto, suo malgrado, di aver dato la caccia a fantasmi e di aver guardato nella direzione sbagliata. Non vi sono risposte, ma l’imperativo di una speranza: la ‘verità’ prima o poi…

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    UN FILM DA OSCAR CON CUI WIM WENDERS PORTA SULLO SCHERMO L’EUROPA CHE PARLA ALL’AMERICA, CON DOLOROSO RISPETTO, MOLTO AFFETTO E PER DI PIU’ CON GRANDE STILE. UN TAGLIO CRISTIANO PIU' CHE POLITICO

    Questioni di stile
    L’aspetto interessante della vicenda, cinematograficamente parlando, è come il regista “tedesco con il cuore, europeo con la mente, e americano di adozione (perché vi lavora)” - per sua stessa dichiarazione in conferenza stampa (Vedi ‘L’intervista’) - sia riuscito a rendere tutto in maniera così stilisticamente fluida e incisiva da tenere lo spettatore incollato ben bene alla sedia, coniugando insieme due tra i principali diktat della regia Wenders: il primo che “in un film non ha senso raccontare a ogni costo una storia. Bisogna credere nei personaggi per poter arrivare così a una storia fatta da loro; il secondo che “i paesaggi possono essere veramente personaggi e le persone che vi compaiono semplici comparse”. Non solo questi

    due diktat figurano insieme in La terra dell’abbondanza, ma sono anche sapientemente bilanciati affinché il primo non annulli il secondo e viceversa. E’ difatti evidente la centralità dei due personaggi come perno a far girare la storia e non la storia a prendere il sopravvento e a diluire il loro protagonismo, con il messaggio che portano, così come, al momento opportuno, la m. d. p. sa insinuarsi nelle schegge di quella Los Angeles appartata, emarginata e povera dei senzatetto, da darle la voce altisonante di un co-protagonista a tutti gli effetti.

    I due protagonisti gli effetti dominanti
    Quel che si dice un film con stile, anche al di là della visione e del messaggio proposti, dal tocco più cristiano che politico. A parte qualche virtuosismo registico, come le riprese della città in apertura, con fantastici effetti speciali visivi in un intercalare a ritmo accelerato, i flashback di Paul sulla guerra del

    Vietnam, certe panoramiche paesistiche con tocchi di luce particolari, gli effetti più importanti e di fatto dominanti la pellicola sono affidati: alla recitazione dei due protagonisti, John Diehl (Paul) e Michelle Williams (Lana), due orchidee all’occhiello da cui lo spettatore non riesce a distaccare la vista; e alla sceneggiatura, densa di dialoghi e di contenuti espressi direttamente o indirettamente dalle voci per così dire ‘interiori’ di Paul o di Lana, rese ‘fuori campo’ ma spesso appuntate sui loro primi o primissimi piani. Le due Americhe, quella di Bush, incarnata da Paul, fermamente convinto e persino orgoglioso, per quanto fondamentalmente in buona fede, che il ruolo combattivo in prima linea sia doveroso nei confronti del Paese (“Questo sono io e questo è il mio Paese. Questi colori amico mio, questi colori non scoloriscono”), e poi Lana, con la quale prende voce l’altra America, che vorrebbe tornare ad essere davvero la Terra

    della Libertà e dell’Abbondanza: “Meglio i dolori della pace che le agonie della guerra”.

    Un’ottica cristiana non fondamentalista
    Come dichiarato da Wenders in conferenza stampa (Vedi ‘L’intervista’) l’ottica cristiana non fondamentalista, che corrisponde al suo credo, prende voce attraverso Lana. Ma ci pare che di fatto sia più estesa, si direbbe un po’ la linfa che permea diversi momenti della storia. La presenza della Missione ‘Il pane della vita’ e il fatto che la stessa Lana sia figlia di un missionario, non sembrano bastare a Wenders : vuole soffermarsi sui contenuti, sulle sfumature del messaggio cristiano, ad esempio filmando la preghiera di Lana appena approdata in America, suo Paese di origine, o i sermoni di Padre Henry alla stessa missione, tra cui la parabola di Lazzaro. Denuncia Los Angeles come “la capitale americana della fame” e trova il modo di far riflettere su che fine fanno i senza tetto uccisi: “li cremano

    e finiscono in una fossa comune al cimitero della contea”. Non si contempla la possibilità di restituire il corpo alla famiglia perché “la verità è che a nessuno importa niente di lui” (riferito al ragazzo pakistano rimasto ucciso).

    Un canovaccio pungente sull’America contemporanea procedendo per contrapposti
    Ne esce fuori un canovaccio pungente sull’America contemporanea quasi interamente punteggiato da momenti di cupo umorismo soprattutto attraverso l’atteggiamento, ostinato e tragi-comico di Paul, sottolineato spesso dalle battute della sceneggiatura raggiungendo un climax di amara ironia con la sequenza del televisore bloccato su un solo canale che trasmette un discorso del Presidente Bush (Vedi anche ‘L’intervista’) e che non manca d’altra parte di momenti altamente drammatici, tra cui ad esempio l’uccisione del ragazzo pakistano di cui Wenders filma la breve agonia, le crude immagini che giungono via e-mail dalla Palestina a Lana, lo stesso malessere di Paul al termine della sua indagine fallimentare e visionaria, o

    le parole di Lana alla rievocazione dello zio del crollo delle torri, riferendosi alla gente comune quando ancora si trovava in Palestina, gente comune, non terroristi, che esultava e festeggiava l’accaduto “perché ci odiano, odiano l’America”. E questo tanto per fare solo qualche esempio. Odio dei medio-orientali verso l’America e viceversa e l’amore che rasenta il fanatismo ognuno per il suo popolo. E’ quanto si sposa perfettamente con lo stile scelto da Wenders per questo film, un po’ tutto giocato sui contrapposti rimarcati facendo largo uso dell’alternanza di sequenze che incarnano opposti di pensiero e di azione dei due protagonisti. Fin dall’inizio, ad esempio, contraltare della preghiera che Lana rivolge a Dio come sostegno al proprio senso di smarrimento e solitudine ma anche come ringraziamento per ciò che considera doni per la sua vita, è il sonno agitato e convulso di Paul alle prese con i flashback dei suoi incubi

    vietnamiti. Ma già quando Lana arriva alla missione, dopo aver ringraziato Dio sull’aereo per il suo ritorno in patria, Wenders ha già presentato Paul quale esempio climax di paranoia americana all’indomani (2° anniversario) dell’11 settembre, alle prese con i suoi monitoraggi sul territorio, sulla gente sospetta e … Figurarsi se all’orizzonte spunta uno con un turbante in testa e una scatola con la scritta borace sottobraccio. Da qui parte tutta l’ossessiva ricerca della verità da parte di Paul, proprio mentre Lana, alla missione, è intenta a porgere con il sorriso sulle labbra un pasto caldo a molti senza tetto, compreso l’individuo tenuto d’occhio da Paul. E qui Wenders non si lascia sfuggire la sfumatura, sintesi emblematica dell’essenza del pensiero di matrice orientale: alla semplice domanda rivolta al ragazzo con il turbante “Da dove vieni?” Lana si vede rispondere “La mia patria non è un luogo, è un popolo”. La caccia

    all’arabo, la sua identità e attività, far luce sui suoi movimenti, anche passati, ad esempio dopo la sua uccisione, per arrivare a eventuali fonti pilota, è un po’ il filo conduttore dell’indagine di Paul che si sente quasi la chiave di tutto, indispensabile alla salvaguardia del proprio Paese che ama moltissimo e verso il quale ha una gratitudine sviscerata, rimarcata dalla sceneggiatura: “Non c’è ombra di sicurezza. Nessuna, se escludiamo me… in cinque minuti colpisci qualsiasi obiettivo a Los Angeles…basta un Mohamed…”. E più tardi, quando Paul ribadisce il concetto rivolto all’amico collaboratore, quasi in un delirio di onnipotenza: “L’America ha bisogno di noi… tentano di distruggere il nostro Paese, stanno tentando di infettarci, io non glielo permetterò, non glielo permetterò”.

    Sfumature per impreziosire la storia
    Wenders impreziosisce il tutto incastonando qua e là tante perline di dettagli e sfumature: ad esempio speculare alla caccia all’arabo dell’ossessione di Paul, è anche la

    risposta che nella seconda parte del film la donna cittadina di Trona dà alla richiesta di Lana circa l’abitazione del fratello di Hassan, il senzatetto col turbante ucciso. Risposta fugace e vaga ma sufficiente a tradire un certo disprezzo e noncuranza per tutti coloro, indistintamente, arabi o indiani che siano non importa, con la pelle scura. Per contraltare Wenders non manca di sottolineare l’atteggiamento opposto da parte del fratello di Hassan, peraltro di origine indiana e non araba: un’accoglienza fatta di un abbraccio caloroso e un senso dell’ospitalità davvero spiccato, di cui si stupisce prima Lana, e ancor più Paul dopo. Tra le perle del film sono anche la lettera di Virginia, madre di Lana e sorella di Paul, la cui lettura è ripartita in due momenti cruciali del film.

    Una speranza aperta per un nuovo sogno americano
    La terra dell’abbondanza è dunque un film che scarta dalla trappola della polemica

    e della retorica quanto dal manifesto sfacciatamente politico, per eleggersi piuttosto a una sorta di dichiarazione di doloroso amore per questo Paese frantumato e contro il quale al momento si scaglia volentieri l’opinione di massa ma che è rimasto nella mente e nel cuore di molti come la terra del sogno, in quanto, dell’abbondanza, appunto, dell’accoglienza. Oggi i tempi sono tragicamente cambiati soprattutto nello stato d’animo, nella mente e nel cuore della gente, in perenne stato di allerta, e il film lo illustra con emozione, facendocelo rivivere in prima persona attraverso i due protagonisti, emblematici, come si è detto, di due posizioni diametralmente opposte di porsi di fronte al problema, ma il film non manca di aprire su uno squarcio di speranza, di apertura, a cominciare dalla consapevolezza di Paul di aver dato la caccia a fantasmi, di aver sbagliato bersaglio perché offuscato dalle nebbie dell’ossessione che rende incapaci di

    essere obiettivi ed essere operativi in maniera costruttiva. Non che il film abbia la pretesa di dare risposte, è lo stesso Wenders a dirlo, ma degli orientamenti dettati dalla sua ottica cristiana questo si, e li mette in bocca a Lana quando osserva: “… i 3000 morti delle torri…, penso che non vorrebbero altri morti in nome loro…”. Perla delle perle il finale che vede i due protagonisti di fronte a ‘Ground Zero’, lirico brano per sceneggiatura e per ripresa cinematografica, in cui Lana suggerisce di chiudere gli occhi e di ascoltare… elementi che danno la misura di grandezza di un regista come Wenders.


    IN D V D (Commento a cura di PAOLO LOMBARDI)

    NOTE TECNICHE: - 1 solo disco doppio strato;
    - Formato video: 16/9 1.78:1;
    - Audio: Italiano -

    Dolby Digital 5.1; Inglese - Dolby Digital 2.0;
    - Lingue: Italiano, inglese; sottotitoli: italiano per non udenti;


    CONTENUTI SPECIALI:

    - Interview Clips - Interviste al Cast:

    a. Wim Wenders: - Loss of Connection with the World
    (Perdita della connessione con il mondo - 2’, 22’’)
    - A Political Film about America
    (Un film politico sull’America - 1’, 27)
    - Production Timeline (La produzione - 2’, 27’’)
    - Who is Paul? (Lead Actor - 50’’)
    - Getting to Know Paul (Conoscere Paul - 28’’)

    - Opposite Characters (Personaggi agli antipodi - 1’, 02’’)
    - Standing for What you believe in (Dichiarare le proprie opinioni - 32’’)
    - Shooting Digital (Riprese digitali - 2’, 07’’)
    - Naming the Film (Il titolo del film - 53’’)
    - The American Dream (Il sogno americano - 1’, 40’’)
    b. John Diehl:
    c. Michelle Williams:

    - B-Roll Clips (8’, 42”)

    - Interviste a Venezia 2004

    - Trailer (Trailer Cinema; Trailer 30” e Trailer 15”)

    - Schede Wim Wenders (biografia e filmografia)

    GLI AMERICANI OGGI: STORIA DI UN ‘SOGNO’ SVANITO NELLO ‘SMARRIMENTO’. E’ QUESTO IL PUNTO DI VISTA DI UN REGISTA COME WIM WENDERS CHE SULL’AMERICA ODIERNA HA PUNTATO IL SUO SGUARDO DA CINEASTA RAFFINATO, ASPRAMENTE CRITICO E MALINCONICAMENTE AFFETTUOSO, PER SCOPRIRE IN UN PAESE RICCO E POTENTE UN CUORE

    VUOTO.

    Il DVD di Land of Plenty (La terra dell’abbondanza) di Wim Wenders, all’apparenza un po’ avaro di extra, indicati solo per i titoli principali - che invece nell’indice di testata abbiamo elencato per intero, almeno per i più significativi pertinenti a Wim Wenders - è piuttosto nutrito o, se preferiamo, incisivo, per i contenuti espressi, in particolar modo dalla sezione interviste, a cominciare da quella al regista Wim Wenders, ripartita in diversi paragrafi. Oltremodo scottante e provocatorio, persino sconcertante, il primo punto: la Perdita della connessione con il mondo, riferito al popolo americano attuale, di cui riportiamo testualmente la prima citazione, per darvi un’idea sufficiente ad incuriosirvi sul resto dei contenuti di questo DVD, che varrebbe l’acquisto anche solo per il film, già di per sé carico di fascino e interesse proprio per la problematicità degli argomenti trattati da un regista che, indipendentemente dalla condivisibilità o meno delle idee,

    si impone certamente tra i più intelligentemente rappresentativi nella sfera degli artisti in e per la celluloide su scala internazionale.
    Wim Wenders: “Gli americani sono un ottimo soggetto di studio. Come ho detto in un mio precedente film, hanno colonizzato il nostro subconscio. Conosciamo gli americani dai film ma quando vivi o viaggi in America, ti accorgi che ci sono svariate tipologie di ‘americani’, soprattutto se ti allontani dalle grandi città come L.A. e New York. Se ti immergi nelle campagne più profonde, all’improvviso ti accorgi che gli americani sono persone ‘smarrite’, persone dimenticate, perse nel tempo, disinformate, in un certo qual modo disperate, prive di contatto con il resto del mondo. Il mio è dunque un film sulla perdita di tale contatto. Gli americani sono abituati a considerarsi il centro del mondo, la nazione più potente del pianeta. Gli americani tendono a pensare che il mondo giri intorno a loro, ma viaggiando in America ti rendi conto che è solo un’illusione. Non esiste un centro e di certo l’America non è il fulcro del mondo. Gli americani sono… sono… A volte provo pena per la loro mancata consapevolezza dell’opinione e dei sentimenti che il mondo ha nei loro confronti. Per gli americani che viaggiano, sebbene siano pochi, è uno shock apprendere ciò che il resto del mondo pensa di loro. Il mio è un film sugli americani, permeato di una letterale simpatia nei loro confronti, per la loro condizione nel XX secolo, per la loro condizione di smarrimento”.
    Di questo film “a basso costo”, Wenders non ha inteso fare un ‘documentario’ ma una ‘storia di fantasia’ sulla situazione americana attuale, più povera di quanto si pensi, egli ritiene, soprattutto sul piano culturale. Dieci giorni per scrivere il primo abbozzo del soggetto, e quattro settimane per la sceneggiatura. Solo due mesi dall’ideazione all’inizio delle riprese, e solo tre settimane per le riprese. Un tour de force senza troppo tempo per riflettere, eppure di spunti per riflettere Land of Plenty ne ha dati eccome!. Ancora Wim Wenders interviene su ciascun personaggio e su argomentazioni varie come su indicato nell’indice di testata, tra cui emerge quanto il film - che ha preso il titolo, Land of Plenty, da una canzone di Leonard Cohen - debba alla tecnologia digitale e al direttore della fotografia Franz, in particolare per le questioni di illuminazione e il generoso uso della camera a mano.

    Poi si approda alle ‘Interview Clips’ di John Diehl (Paul) e Michelle Williams (Lana) illuminanti su che genere di esperienza sia stata per gli attori lavorare con un regista come Wenders, con puntualizzazioni riguardo ai rispettivi personaggi o al personaggio della città di Los Angeles, colta nella dimensione meno conosciuta, di fatto dilagante e disperata, dei senza tetto.

    Un po’ noioso e poco significativo invece, ci è sembrato il seguente ‘B-Roll Clips’. Si tratta di clips di riprese sul set del film, peraltro in lingua originale senza sottotitoli, anche perché non vi sono grandi contenuti da carpire. E se vi può essere un appagamento, per la verità relativo, nello ‘sbirciare’ alcuni movimenti della troupe sul set, questo si riduce ulteriormente quando disturbato dal fastidioso respiro, amplificato, del cameraman che accompagna le riprese.

    Segue l’intervista di ‘Rai Sat’ a Venezia a Wenders e ai due attori protagonisti quando Land of Plenty è stato presentato ‘In Concorso’ alla ‘61a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica’ (settembre 2004), in cui prosegue la somministrazione di pillole di saggezza sull’ottica futura di come vedremo, col senno di poi, la guerra in Iraq, così come è stato per la guerra in Vietnam.

    Due note di merito vanno spese anche per la sezione Trailer che, tripartita nel ‘Trailer Cinema’, e un altro trailer bipartito rispettivamente in 30” e 15”, esprime incisivamente, per una azzeccata scelta di fotogrammi e dei tempi cinematografici di montaggio, l’essenza dei messaggi contenuti nel film attraverso i due personaggi pilota. Posti così in scalare, dal più grande al più piccolo, i tre trailers sembrano postulare un assunto accattivante, introduttivo al tema principale, per rimarcarne di seguito i tratti salienti attraverso una prima e una seconda, estremamente essenziale, sintesi finale.

    Nel complesso, questo DVD si impone come scelta d’acquisto obbligata, irrinunciabile, sia per chi ha già visto il film che, a maggior ragione, per chi se l’è perso, dal momento che anche la fruibilità della pellicola, al di là degli extra, è pure di buon livello, con una notevole nitidezza anche sul contrasto dei bianchi e dei neri e sugli effetti luministici chiaroscurali particolarmente evidenti in certi fotogrammi quasi monocromi.

    VOTO al DVD: ****/5

    Perle di sceneggiatura

    Lana (al padre via e-mail): “Meglio i dolori della pace che le agonie della guerra

    Links:

    • Wim Wenders (Regista)

    • Michelle Williams

    • Burt Young

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