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    Il cinema di Clint Eastwood

    The Clint Eastwood Touch

    SCHEGGE DI STILE IN CELLULOIDE

    "Ci sono dei piccoli trucchi che adopero per ottenere quello che voglio. Ad esempio se alla fine di una ripresa dico 'stop' tutto si ferma, mentre se invece dico 'cut' la macchina da presa continua a girare mentre gli attori invece si rilassano credendo che di non essere più ripresi. Spesso vengono fuori momenti molto veri, umani, e talvolta li uso. Impari con il tempo a ottenere ciò che ti serve dagli attori, e ciò avviene soprattutto in ambienti tranquilli, rilassati, non come negli anni in cui ho iniziato dove tutto era frastuono, c'erano le campanelle negli studi di registrazione che ti facevano diventare sordo. Ricordo aiuto-registi che urlavano di stare zitti alla troupe anche se nessuno stava fiatando, e questo perché erano stati resi sordi dalle campane della registrazione! Io lavoro in un altro modo, cerco di ottenere quello che mi serve con la tranquillità. Dai tre ragazzi volevo la verità che con attori professionisti non puoi ottenere. Come dicevo prima nessun attore vuole interpretare sé stesso, essere sé stesso sul set. E' per questo che sceglie di impersonare altre psicologie. E' come lavorare con i bambini, che sono molto interessanti perché sono naturalmente dei grandi attori, ma nel momento in cui inizi a girare nella maggior parte dei casi diventano tremendi. Perché perdono verità, spontaneità. Oppure molti interpreti se sono bravi da bambini poi crescendo perdono le loro capacità. E questo perché iniziano semplicemente a pensare troppo".
    Clint Eastwood (Ore 15,17-Attacco al treno, 2018)
    Poco dopo aver completato FLAGS OF OUR FATHERS CLINT EASTWOOD ha iniziato le riprese di LETTERE DA IWO JIMA. La sua grande sensibilità di uomo prima ancora che di cineasta lo ha spinto a guardare ad una guerra come quella di Iwo Jima attraverso l'occhio di entrambi gli opposti fronti: americano e giapponese. Un'unica realtà, due popoli e due visioni contrapposte, due film per un solo soggetto dunque. Quel che meglio corrisponde al tocco di stile originalissimo, unico, di Clint Eastwood: una macchina da presa capace di frugare in ogni angolo nascosto dell'animo umano così come delle varie ambientazioni, per un cinema straordinariamente poliedrico: là dove nell'insieme di ogni cosa, si riconosce sempre l'intenso distillato di infinite gocce (P. Ferretti, "www.celluloidportraits.com")
    Forte del suo tocco unico, minimalista e viscerale, lenticolarmente aderente al vero, con CHANGELING (61. Festival del Cinema di CANNES), CLINT EASTWOOD (Million Dollar Baby, Gli spietati,Lettere da Iwo Jima) dirige ANGELINA JOLIE e JOHN MALKOVICH in un emozionante e provocatorio film drammatico basato su un fatto di cronaca che trasformò per sempre la città di Los Angeles: la storia di una donna dallo spirito irriducibile e dalla forte volontà di non arrendersi che mise in ginocchio un intero distretto di polizia corrotto introducendo una nuova era di dignità e di uguaglianza nel rispetto della legge. (P. Ferretti, "www.celluloidportraits.com")
    Carisma e talento sono già di per sé perle abbastanza rare. Ed è ancor più infrequente trovare queste due elitarie qualità armoniosamente combinate in coppia. Coppia che, come in tutti i matrimoni che si rispettino, non è detto, soprattutto di questi tempi, che duri per tutta la vita. Ma quando questo succede, è una cosa meravigliosa, come l’amore stesso, quello vero che suggella i legami forti e destinati non solo a durare ma persino a rafforzarsi proprio in virtù del tempo che passa. Beh, tutto questo lo possiamo incontrare nella lunga e affettuosamente apprezzata carriera cinematografica di CLINT EASTWOOD, già amato come attore, a dir poco adorato come regista. Non è un caso che escluso dagli Oscar con il suo GRAN TORINO il vecchio e inossidabile CLINT si sia preso una rivincita immediata sbaragliando il box office. E non è che all’appello mancasse la concorrenza. L’audience internazionale mantiene difatti il ‘love affair’ con quel particolare mix di carisma e talento che ha finito per consacrare CLINT EASTWOOD, attore prima che regista, icona in celluloide che non conosce tramonto: dagli anni Sessanta che lo hanno visto protagonista assoluto negli ‘spaghetti western’ cult di Sergio Leone (i bei tempi in cui l’Italia era in grado di attrarre Hollywood e persino di scoprire i talenti nascosti), silenzioso ed eloquente, sagace ‘duro’ dagli occhi di ghiaccio, dal cuore d’oro, con un inedito senso dell’onore, della morale e della giustizia, agli anni Settanta con il popolarissimo Ispettore Callaghan. E dopo i transitori Ottanta, per CLINT EASTWOOD non è mai stato un problema cavalcare la cresta dell’onda con una sorta di rinascita negli anni Novanta: da Gli spietati (attore e regista), film da nove nomination all’Oscar, a Mezzanotte nel giardino del bene e del male (regista) e via via, fino a Mystic River (regista), al pluripremiato Million Dollar Baby (attore e regista), all’originale ‘tandem di guerra’ Flags of Our Father - Lettere da Iwo Jima (regista) - ma ne abbiamo omessi molti altri - per arrivare ad oggi, dopo Changeling, con GRAN TORINO, un film piccolo e intimista, interiormente profondo alla maniera eastwoodiana, che questa volta non ha bisogno di pallottole per dirla lunga e senza fronzoli “sulle guerre tra le minoranze del nostro tempo”.
    Per questo crediamo che il ventilato auto pensionamento come attore non sia certo sufficiente, e men che meno speculare, a quello di un grande artista. Perciò attendiamo con ansia il proseguo del suo percorso come regista - e non disperiamo per l’attore, hai visto mai che ci ripensa - con cui CLINT EASTWOOD sembra davvero aver raggiunto l’apice dello stato di grazia in e per la celluloide. E’ già in cantiere il prossimo Human Factor.
    Il suo è un tipo di cinema di cui non solo è impossibile non accorgersi ma che, memore della indimenticabile lezione di Sergio Leone, concede a se stesso e allo spettatore tutto il tempo necessario per riflettere, invitando a pensare la vita prima ancora di viverla, per essere certi di viverla bene.
    (P. Ferretti, "www.celluloidportraits.com")
    "Mi piacerebbe lasciare le scene quando sono ancora famoso: spero che questo film sia una fonte di ispirazione per le persone perche' ho cercato di raccontare Nelson Mandela attraverso i suoi conflitti interiori ed oggi abbiamo bisogno di leader come lui, che ci spingano a diventare migliori". A dichiararlo e' CLINT EASTWOOD con INVICTUS-L’INVINCIBILE, al suo nono film da regista.

    Dietro e/o davanti alla macchina da presa, per CLINT EASTWOOD non è mai stato un problema, e non vi è dubbio che, in linea di massima, come lui stesso ha consapevolmente dichiarato di recente - “Penso di poter offrire di piu' come regista adesso di quando avevo 40, 50 o 60 anni" - l’età più che matura abbia giovato alla sua vena attoriale così come a quella di regista. D’altra parte ora il nostro CLINT, ormai alla soglia del vegliardo traguardo ottuagenario (compirà 80 anni il prossimo 31 maggio), sembra esser fermamente deciso a concentrare totalmente la sua ricerca artistica sulla direzione, lasciando ai suoi fotogrammi il privilegio di tradire quella sensibile intensità di sguardo con cui si è appena congedato da attore ad esempio con GRAN TORINO (2008). Una volontà che dobbiamo rispettare (salvo ripensamenti, non è detta l’ultima parola) perché CLINT ha palesato le sue buone ragioni: "Sono pochi i copioni per un attore della mia eta'. E poi, sono troppo impegnato con la regia per trovare tempo per la recitazione: oggi il mio posto e' dietro la telecamera. Inoltre - ribadisce - mi piacerebbe lasciare le scene quando sono ancora famoso: non voglio essere come un pugile che si attarda sul ring, finche' non e' piu' in grado di dare il meglio. E poi, ho imparato da mia madre che quando cominci a non divertirti piu', e' il momento giusto per fermarti".

    Così, mentre era ancora al fianco di MORGAN FREEMAN ne GLI SPIETATI (1992) nel celebre e pluripremiato MILLION DOLLAR BABY (2004), ora gli torna a fianco con INVICTUS-L’INVINCIBILE, questa volta cedendogli il passo come protagonista delle scene – qui FREEMAN veste i panni di Nelson Mandela - preoccupandosi comunque di lasciarlo in buona compagnia: MATT DAMON gli sta appresso come capitano della squadra di rugby del Sud Africa Francois Pienaar.

    Ma la palpitante anima artistica eastwoodiana continua a vegliare e ad alitare su ogni nuova storia in celluloide, dove ancora una volta i veri incontrastati protagonisti sono valori, ideali e sentimenti autentici, orizzonte da dove, qualche volta, occhieggia lo sport (quello ‘pulito’ si intende) come chiave di volta e di svolta nella dimensione umana (binario su cui trovano un ‘trait d’union’, pur nella diversità, ‘Invictus’ e ‘Million Dollar Baby’). Ne riassume il concetto lo stesso Nelson Mandela: “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, ha il potere di unire il popolo, come poche altre cose fanno”.

    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)
    CLINT EASTWOOD dirige MATT DAMON nel ruolo di un medium riluttante in HEREAFTER e su quel ruolo-chiave considera:

    Noi cerchiamo di mostrare la legittimità di quello che fa. rispetto ai tanti imbroglioni che ci sono, e infatti la storia parla dell’esistenza di persone che si approfittano di quelli che vogliono entrare in contatto con l’aldilà”.
    Clint Eastwood
    CLINT EASTWOOD - JERSEY BOYS:

    "Ci sono così tante bellissime canzoni: ‘Sherry’, ‘Rag Doll’, ‘My Eyes Adored You’, ‘Big Girls Don’t Cry’, ‘Walk Like a Man’, ‘Can’t Take My Eyes Off You’… Ed ognuna a suo modo diversa, anche se tutte hanno l’imprinting dei The Four Seasons. Ogni giorno di ripresa, scoprivamo una nuova preferita. Cantavano ‘Dawn’ e non potevamo fare a meno di cantarla sottovoce insieme a loro. Poi giravamo un’altra scena e c’era ‘Rag Doll’ e cantavamo quella. Ci siamo divertiti moltissimo".
    Clint Eastwood
    Clint Eastwood - Ore 15:17 - Attacco al treno:

    "Quando ne ho letto sui giornali ho subito pensato fosse una storia molto interessante, poi un paio di anni fa ho incontrato i tre ragazzi a Culver City e ho chiesto a Spencer Stone di darmi il manoscritto del libro a cui stavano lavorando. L’ho trovato stimolante, sono sempre interessato a cercare di capire cosa spinge un individuo a compiere certe azioni nell'arco della sua vita. Ho capito che sarebbe valsa la pena di metterlo in forma di film, una cosa che ormai faccio da un po' di tempo... volevo vedere come reagivano sia i tre esordienti che attori professionisti a lavorare insieme. Volevo che Spencer, Alek e Anthony non perdessero il loro essere veri, reali, qualcosa che gli attori professionisti non possono riprodurre in un film. Per un attore è la cosa più difficile portare sé stesso davanti la macchina da presa, posso parlare per esperienza personale"
    Clint Eastwood

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