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    BABYLON

    Tra i più attesi!!! - RECENSIONE - Brad Pitt e Margot Robbie per Damien Chazelle (La la land, First Man) per uno sguardo che si preannuncia interessante sulla Hollywood del muto al tramonto, alla fine degli anni Venti, all'alba del sonoro - Dal 19 Gennaio 2023

    "Volevo che il film non scivolasse via tranquillo. Volevo fare rumore"
    Il regista e sceneggiatore Damien Chazelle

    (Babylon; USA 2022; Drammatico; 183'; Produz.: Marc Platt Productions, Material Pictures, Paramount Pictures; Distribuz.: Eagle Pictures)

    Locandina italiana Babylon

    Rating by
    Celluloid Portraits:




    Titolo in italiano: Babylon

    Titolo in lingua originale: Babylon

    Anno di produzione: 2022

    Anno di uscita: 2023

    Regia: Damien Chazelle

    Sceneggiatura: Damien Chazelle

    Cast: Margot Robbie (Nellie LaRoy)
    Diego Calva (Manny Torres)
    Brad Pitt (Jack Conrad)
    Jovan Adepo (Sidney Palmer)
    Olivia Wilde (Ina Conrad)
    Li Jun Li (Lady Fay Zhu)
    Jean Smart (Elinor St. John)
    Eric Roberts (Robert Roy)
    Olivia Hamilton (Ruth Adler)
    Tobey Maguire (James McKay)
    Samara Weaving (Colleen Moore)
    Lukas Haas (George Munn)
    Max Minghella (Irving Thalberg)
    Flea (Bob Levine)
    Katherine Waterston (Ruth Azner)
    Cast completo

    Musica: Justin Hurwitz

    Costumi: Mary Zophres

    Scenografia: Florencia Martin

    Fotografia: Linus Sandgren

    Montaggio: Tom Cross

    Effetti Speciali: Elia P. Popov (supervisore)

    Makeup: Heba Thorisdottir (direzione)

    Casting: Francine Maisler

    Scheda film aggiornata al: 18 Febbraio 2023

    Sinossi:

    In breve:

    Los Angeles, Anni Venti del Novecento. È l'Epoca d'Oro di Hollywood, regno della sregolatezza, dell'esuberanza e delle folli ambizioni ma è anche un momento cruciale per l'industria cinematografica, con il passaggio dai film muti a quelli sonori. Una rivoluzione che segnerà l'ascesa di nuove stelle e la rovina di vecchie glorie.
    Seguiamo le vicende personali e professionali dei quattro protagonisti principali: Manny Torres (Diego Calva), un aspirante attore ispano-americano, che all'inizio si deve accontentare di un lavoro di assistente sul set, Jack Conrad (Brad Pitt), un famoso attore, tra i più pagati a Hollywood, noto per la sua vita privata sregolata, tra feste, divorzi e affari pochi chiari, preoccupato dall'arrivo dal sonoro, che rischia di stroncargli la carriera.
    C'è poi la conturbante ma insicura Nellie LaRoy (Margot Robbie), destinata a diventare una stella dall'oggi all'indomani. Per lei la vita dovrebbe essere un party senza fine.
    Il quarto protagonista principale di questa storia è Sidney Palmer (Jovan Adepo), un giovane trombettista jazz che ha l'opportunità di iniziare una carriera nel cinema.
    Intorno a loro ruotano diversi personaggi, da Elinor St. John (Jean Smart), giornalista specializzata in cronaca scandalistica senza peli sulla lingua, a James McKay (Tobey Maguire) un gangster tossicodipendente in cerca di gloria, da Fay Zhu (Li Jun Li), attrice e cantante spesso protagonista delle sfavillanti serate hollywoodiane, a Irving Thalberg (Max Minghella), uno dei più noti produttori cinematografici degli anni 20 e 30, unico personaggio del film realmente esistito.

    In dettaglio:

    Hollywood, 1926: il messicano Manuel Torres lavora come tuttofare al servizio delle major cinematografiche ma sogna di poter occuparsi di attività sul set. In una festa orgiastica alla quale ha dovuto portare l'attrazione principale (un elefante), conosce la vispa e ambiziosa tossicodipendente Nellie LaRoy, decisa a farsi conoscere dai piani alti per diventare una stella del cinema. L'incidente a una giovane comparsa durante un amplesso a base di droga è la grande occasione: alcuni produttori notano Nellie mentre balla con disinvoltura in mezzo agli invitati e decidono di scritturarla. Per la ragazza si aprono così le porte di Hollywood. Qui una delle star principali è Jack Conrad, attore con oltre ottanta film muti all'attivo e dedito ad alcol, droga e donne. Il divo conosce Manuel quando questi viene incaricato di riportarlo a casa dopo la sbornia presa alla festa con l'elefante, e per sdebitarsi Jack chiede al messicano di fargli da assistente durante le riprese.

    1927. Esce Il cantante di jazz, primo film sonoro della storia, e ha un successo incredibile. Le case di produzione corrono ai ripari, il cinema muto viene dichiarato superato. Per molti attori cominciano le difficoltà: tra questi, né Jack né Nellie hanno voci adatte al grande schermo e, se lei riesce comunque a difendersi (malgrado faccia pure saltare le valvole della sala di registrazione durante una prova), per lui si preannunciano tempi durissimi.

    Passano gli anni. Mentre Jack inanella flop di critica e pubblico, Nellie non riesce a stare lontana da ogni sorta di vizio: su di giri per alcune critiche sentite inavvertitamente, si ritrova in pieno deserto a lottare contro un serpente di fronte a mezzo showbiz; invitata a un ricevimento che dovrebbe servirle per riacquisire credibilità, non trova di meglio da fare che vomitare dopo aver bevuto a dismisura. Così, è inevitabile che il giornalismo, anche guidato dal nuovo codice Hays, la distrugga. Manuel intanto, grazie ad alcune felici intuizioni, fa strada come produttore esecutivo. Non può far altro che vedere Nellie, da lui sempre amata, sprofondare nell'abisso; a nulla vale ogni tentativo di riportarla in auge: l'attrice è in una vera e propria spirale autodistruttiva.

    1932. Jack non regge all'epocale cambiamento che ha stravolto il cinema e si uccide. Nellie intanto contrae fortissimi debiti di gioco col gangster James McKay: circa 85000 dollari. Chiede aiuto a Manuel il quale recapita personalmente tale somma al criminale. Quando questi si accorge che il denaro è falso, il messicano deve darsela a gambe. Spinge Nellie a partire con lui ma mentre uno fa i bagagli l'altra, rimbambita dalla cocaina, si allontana per strada e sparisce. Manuel, graziato da un killer inviato da James, fugge senza la sua amata. Mesi dopo, su un quotidiano, si apprende che Nellie LaRoy è morta trentaquattrenne.

    1952. Manuel, dopo molti anni, torna a Los Angeles con la sua famiglia. Passa davanti agli studios dove ha lavorato, poi entra in un cinema che sta proiettando Cantando sotto la pioggia: vede il pubblico divertirsi ed emozionarsi, così realizza che, malgrado sia spesso scossa da scandali (droghe, suicidi, orge...) e rivoluzioni (dal sonoro al technicolor), la settima arte è viva e vegeta. Manuel si scioglie così in un pianto commosso e liberatorio.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    Più che un film uno tsunami, dove ogni filo dell’intricata e corpulenta matassa, riconduce al cinema, al suo cuore e alla sua storia, nel bene e nel male

    Oh mio Dio! Questo non è un film, ma la ‘summa’ di molti, a scorrere nelle vene del cinema, dalla nascita alla morte della sua primissima espressione, cui hanno fatto seguito le più svariate, radicali trasformazioni: dai ruggenti anni Venti ai Cinquanta, non c’è solo il cruciale passaggio dal cinema muto al sonoro, c’è molto di più. E il regista e sceneggiatore Damien Chazelle intende farcene assaporare ogni piega, sui set - con prove su prove ad oltranza fino allo sfinimento - e fuori dai set, con i protagonisti di produzione, i tecnici e, ovviamente, le star. Al punto che, Chazelle sembra quasi aver scherzato con il precedente La, La Land, perché con Babylon, ha osato come mai nessuno prima, a prescindere dal

    prezzo da pagare: perché il cinema non è un solo genere, e quando il cinema diventa vita, difficile porre argini tra finzione e realtà. Difficile contenersi sulle misure, centellinare, e, allora tanto vale abbondare. Babylon è difatti un vero e proprio tsunami, in cui dentro e fuori gli eccessi - di ogni genere e che non si possono certo negare - si annidano rare e delicate perle luminescenti, preziosi gioielli di grande umanità. Ma ecco che arriva il momento in cui, tanta ridondanza, ritrova un senso ed una pienezza suoi propri, così come quell’amore e quella passione per il cinema in sé, che non muore mai, neppure dopo aver dismesso la consuetudine della frequentazione.

    Così, dopo ben 188 minuti, quando il frenetico montaggio riavvolge i tanti momenti salienti dei vari percorsi individuali, tessere di un unico, babelico, mosaico, come per incanto ci si ritrova a condividere la stessa commozione, fino

    alle lacrime, di uno dei grandi protagonisti sul campo, il messicano Manny Torres di Diego Calva: estatico piano sequenza, in cui, come già il Salvatore adulto di Nuovo Cinema Paradiso, tornato dopo tanto tempo in una sala cinematografica, riavvolge il nastro della propria vita insieme a quegli spezzoni di cinema riassemblati in un estremo afflato d’amore. Un fuoco inestinguibile per il cinema stesso, nel bene e nel male, armato di tutto il coraggio necessario per guardarne in faccia ogni rovescio di medaglia. Ed è per l’appunto il fuoco che divampa in questa monumentale ‘Babilonia’, e Chazelle arde dal desiderio di rendere partecipe dello spettacolo la platea più ampia possibile.

    Manny Torres ha un desiderio “Essere sul set di un film. Essere parte di qualcosa di importante così come la bella tossicomane Nellie LaRoy, convinta di essere già una star, ancora prima di averne avuto occasione

    Hollywood, 1926: il messicano Manuel

    (Manny) Torres (Diego Calva) lavora come tuttofare al servizio delle major cinematografiche, anche se sogna di potersi occupare di attività sul set. Per il momento, deve portare un elefante, - faccenda tutt’altro che semplice! - l’attrazione principale di una ‘faraonica’ festa orgiastica. Si direbbe la versione ben più smargiassa e grottesca, persino volutamente Kitsch, in punta di denigrazione critica, della ben più raffinata ed elegante orgia allestita da Stanley Kubrick in Eyes Wide Shut. Nobile contesto in cui d’altra parte si consuma analogo fatale incidente - amplesso in overdose di droga - rievocato ora da Chazelle in Babylon. Contesto orgiastico disgustoso quanto basta da aver mosso non poche critiche: ogni allusione qui non è puramente casuale, semplicemente perché qui non si allude, ma si pratica uno splatter in cui ogni liquido corporeo viene espulso ed esibito come un trofeo: a cominciare dalla barocca, anzi, rococò, evacuazione dell’elefante - sequenza comica

    in generale - per proseguire con le scene di sesso di ogni genere, per quanto sullo sfondo, fino al plastico fallo su cui fa jumping un freak nano. Uno scenario ‘colorito’ che cede il primo piano al processo urinario sexy della donzella spirata di lì a poco sulla pancia dell’immondo grassone.

    Scene a metà tra gli antichi baccanali e certi fasti dell’antica Roma, dove gli eccessi erano una sorta di vanto e di ostentata ricchezza, speculari alla miseria d’animo. Un fracasso infernale in cui persino la musica sembra invasata tanto quanto i numerosi invitati, ‘creme della creme’ della ‘fabbrica cinematografica’, con annessi e connessi. I cosiddetti ‘piani alti’ a cui la vispa, ambiziosa, e disinibita, tossicodipendente Nellie LaRoy, è decisa a farsi conoscere per diventare una stella del cinema. Ed è proprio Manny/Calva a mentire per lei per farla accedere alla festa, colpito dalla sua esuberante bellezza, speculare alla sfrontatezza

    caratteriale. E per l’attrice in erba che sogna la gloria, Nellie LaRoy - personaggio ispirato all’attrice Clara Bow, una delle prime sex symbol della storia, venuta dalla miseria e diventata icona dei ruggenti anni Venti, espressione di una femminilità che per l’appunto rompe con le regole - Chazelle non poteva trovare nessuno al mondo migliore di Margot Robbie, tanti sono i registri che qui padroneggia con tanta e tale fluida naturalezza da rendere assolutamente iconica la star nella star. D’altra parte la sua danza sfrenata e sexy alla festa raccoglie i suoi frutti: notata da alcuni produttori viene scritturata e per la ragazza si aprono le porte di Hollywood. Come c’era da immaginarsi, non solo rose e fiori! Ovviamente.

    Dalle stelle alle stalle: è di scena la star del muto Jack Conrad di Brad Pitt

    Il suo ingresso in scena prima di entrare alla festa è tragicomico: una lite furibonda con la

    moglie che lo minaccia di chiedere il divorzio se dice un’altra parola in italiano è esilarante. Il Jack Conrad, ritratto sardonico, stanco e disilluso di un Brad Pitt a pieno agio nel ruolo, è star con oltre ottanta film muti all'attivo, ma anche bellimbusto dedito ad alcol, droga e donne. Un divo a tutti gli effetti - per certi versi la star Pitt sembra fare dell’autoironia! - che conosce il messicano Manny/Calva quando questi viene incaricato di riportarlo a casa per l’appunto dopo la sbornia presa alla festa con l'elefante. Così è per sdebitarsi e ringraziarlo del servizio che Jack chiede a Manny di fargli da assistente durante le riprese di un suo film. Ma ‘tutto sta per cambiare’ nel cinema, così come possiamo vedere dalle nuove riprese cui nessuno è abituato: dal rispettare il silenzio assoluto, alla modulazione della voce che deve armonizzare con l’azione. E la stampa si

    allinea al cambiamento che, in quegli anni, come celebrato dalle copertine delle riviste, aveva un nome e un cognome che ci è ben familiare: Clark Gable. Così, il Jack di Pitt, ispirato peraltro alla figura di John Gilbert, marito della Garbo, è costretto ad affrontare il grande passaggio, dal muto al sonoro. Ma prevedibilmente, è più facile a dirsi che a farsi.

    Verso la fine degli anni Venti molti artisti, non solo Jack, vedono la loro carriera stroncata mentre altri riescono a sopravvivere al cambiamento e a traghettarsi nella cosiddetta era dei ‘talkies’. Non il Jack di Pitt, però, e il suo disincanto incontra un momento climax che si riflette sul messaggio pilota del film stesso. Ed è quando, arrabbiato e umiliato da un articolo poco benevolo nei suoi confronti, ne va a chiedere conto all’autrice Elinor (Jean Smart):

    “… Il tuo tempo è finito. Senza un motivo. Smettila di

    fare domande… Ti sei chiesto perché quando una casa brucia le persone muoiono e gli scarafaggi sopravvivono?... Pensavi che la casa avesse bisogno di te. Non è così. Non ha bisogno di te più degli scarafaggi. Gli scarafaggi sapendo questo tornano indietro nel buio, sdraiati e la fanno franca. Ma tu, sei stato sotto i riflettori. Sono quelli di noi che si limitano a fissare l’oscurità che sopravvivono… Un terremoto potrebbe cancellare questa città dalla mappa e non farebbe differenza. E’ l’idea che rimane. Ci saranno altri cento Jack Conrad. Cento altri me. Cento conversazioni come questa, instancabilmente, Dio sa fino a quando. Perché è più grande di te. So che fa male. Nessuno vuole essere lasciato indietro. Ma tra cent’anni, quando non esisteremo più, ogni volta che qualcuno metterà la tua immagine in una ruota dentata, sarai resuscitato. Capisci? Un giorno, ogni persona in ogni film girato quest’anno morirà.

    Un giorno tireremo fuori tutti questi film dai caveau, e tutti i loro fantasmi ceneranno insieme, vivranno avventure, andranno nella giungla o in guerra insieme. Un bambino nato in 50 anni cadrà sulla tua immagine tremolante su uno schermo e si sentirà come se ti conoscesse, come un amico, anche se il tuo ultimo respiro avrà preceduto il suo primo. Hai ricevuto un regalo. Sii grato. Oggi il tuo tempo è finito, ma passerai l’eternità con angeli e fantasmi”.

    Poco più tardi della fine, Jack/Pitt condividerà tutta la sua tristezza col sorriso beffardo sulla faccia, con l’asiatica lesbo Lady Fay (Li Jun Li), in procinto di migrare in Europa per trovare miglior fortuna. Una stanchezza proiettata in una vita impostata sullo stesso, vacuo, reiterato ritornello: “un’altra tavola, un’altra recensione, un’altra ragazza, un’altra rottura, sono stanco Fay”. Insomma, nessuno ama ripetere se stesso all’infinito e una star vuole meritarsi di esserlo, altrimenti…

    E non è il solo a capitolare: viene anche per Nellie/Robbie il momento della verità: “E’ la fine della strada per me”.

    Endoscopia delle riprese su diversi set cinematografici all’insegna del dramedy. Non solo caos. Il tocco di Damien Chazelle

    La ripetizione in tempo reale della stessa scena fino allo sfinimento, abbraccia il debutto al cinema di Nellie LaRoy (Margot Robbie) che, paradossalmente, rivela un talento inaspettato, ad esempio nel piangere a comando e in un certo modo. Ma la ripetizione ad oltranza della stessa scena con un clima torrido che fa sudare sette camice fa esplodere pure lei, così come regia e tecnici. Ed è tutto tragicomico. Chazelle porta lo spettatore a provare a pelle lo stesso sfinimento di chi è obbligato sul set ad affrontare tale prova ma, al contrario della star coinvolta sul campo, lo spettatore assimila con piacere l’esperienza, perché stemperata dalla commedia, innescata proprio nel fianco del

    paradosso del dramma in corso.

    Chazelle adora fare il film nel film, e molto spesso entra direttamente nell’occhio della macchina da presa di chi sta riprendendo, ovviamente in bianco e nero, e dunque facendo cinema, esattamente come lui stesso sta facendo in Babylon, coltivando più e più volte l’effetto ‘quadro nel quadro’: un film nel film, che ritrae il modus operandi, in divenire, di fare cinema. Sono queste le fasi di quiete in una storia quasi dominata dal caos, delle scene tanto quanto dell’interiorità di certi personaggi, e tutto questo lo porta a cambiare più volte genere, incastonando tra loro, rivisitati e corretti: il biopic, il mockumentary, lo storico, la love story, il thriller, il razziale e il gangster movie.

    La sregolatezza di Nellie/Robbie, in coda ad una grossa perdita al gioco con persone poco raccomandabili innesca quel che a cose normali sarebbe un altro film di per sé, a

    metà per l’appunto tra il thriller e il gangster movie. Contesto che incontra il suo ‘feticcio’ protagonista nel James McKay di un inquietante, mellifluo, e falsamente ilare Tobey Maguire. Personaggio atto a veicolare il povero Manny/Calva - che per amore ha ceduto alla disperazione di Nellie/Robbie, promettendo di aiutarla a togliersi dai guai - nel sotterraneo mondo di chi ama il terrore e il disgusto per divertirsi. La sequenza del mangiatore di topi - anche meno bastava! - incorporata ad una sorta di circo in corso nei sotterranei di palazzo, suona d’altra parte sinistra oltre che disgustosa, anche come monito a chi non rispetta le regole. D’altra parte Chazelle non rinuncia a lanciare i suoi strali in punta di sarcasmo: “(queste persone) non sono peggiori della gente del cinema”.

    Ma in Babylon troviamo davvero di tutto, anche vere e proprie opere d’arte, autonome e complici al tempo stesso di questa complessa,

    parabola esistenziale, in cui Arte (Cinema) e Vita, danzano, più o meno pericolosamente, per l’intera durata di questo film ‘faraonico’ che ammicca ai Kolossal dell’epoca cinematografica che fu.

    Il frenetico montaggio nella parte finale poi, riassembla straordinariamente frammenti di fotogrammi e sequenze - fuggevoli, persino quasi spaventati - di quanto già visto, per dare e ritrovare, finalmente, un senso unico per il reticolo stradale d’insieme. Ed è per l’appunto a questa altezza, che è possibile isolare un’opera d’arte elettiva, simbolo del ‘cambiamento’ che ha trasformato il cinema, la Storia, così come le persone che ne ha fatto parte: il processo di un ammiccante trascolorare, paragonabile ad una videoinstallazione di arte contemporanea. L’espressionismo di una tavolozza di colori grondanti, insieme al bianco e nero, immortala un fluido cangiante nella contaminazione cromatica: un magma crescente ed avvolgente come la lava eruttata da un vulcano. Il metaforico vessillo dell’epocale trasformazione e, al

    contempo, opera d’arte autonoma. Ma tutto ora ha un senso, nulla è vacuo: diventa solo una questione di tempo per la metabolizzazione piena di un simile tsunami.

    Eppure, alla fine, tutti i conti tornano, mentre nella mente riaffiorano le parole di Elinor/Smart rivolte alla sconsolata e stanca star in declino: il Jack Conrad di un illuminato Brad Pitt, assolutamente perfetto in questa sua parabola decrescente, verso il crepuscolo. Parole che sono anche il cuore del film, così come della vita di ognuno di noi: tanto unici e irripetibili quanto… sostituibili! Ma anche resuscitabili, dalla memoria, dalla pagina scritta, dalle note di una musica o, da una manciata di fotogrammi. Resta l’idea! Chazelle la chiama “idea”, che poi altro non è se non l’essenza di qualcosa che possa lasciare il segno. Da lì a definirla essenza, e dunque anima, il passo è breve!

    Links:

    • Damien Chazelle (Regista)

    • Brad Pitt

    • Tobey Maguire

    • Lukas Haas

    • Margot Robbie

    • Olivia Wilde

    • Katherine Waterston

    • Samara Weaving

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    Babylon - trailer ufficiale

    Babylon - teaser trailer ufficiale

    Babylon - trailer (V.O.)

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