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    Home Page > Movies & DVD > Blood Father

    BLOOD FATHER

    I ‘RECUPERATI’ di ‘CelluloidPortraits’ - RECENSIONE - Dal 69. Festival del Cinema di Cannes (11-22 Maggio 2016) - PREVIEW in ENGLISH by OWEN GLEIBERMAN (www.variety.com)

    (Blood Father; FRANCIA 2016; Thriller; 88'; Produz.: Why Not Productions, Icon Productions, Wild Bunch; Distribuz.: Eagle Pictures, Movies Inspired, BiM Distribuzione)

    Locandina italiana Blood Father

    Rating by
    Celluloid Portraits:



    See SHORT SYNOPSIS
    Trailer

    Titolo in italiano: Blood Father

    Titolo in lingua originale: Blood Father

    Anno di produzione: 2016

    Anno di uscita: 2016

    Regia: Jean-François Richet

    Sceneggiatura: Peter Craig e Andrea Berloff

    Soggetto: Basato su un romanzo di Peter Craig.

    Cast: Mel Gibson (John Link)
    Erin Moriarty (Lydia Jane Carson)
    Diego Luna (Jonah)
    Michael Parks (Il predicatore)
    Dale Dickey (Cherise)
    Thomas Mann (Jason)
    Miguel Sandoval (Arturo Rios)
    William H. Macy (Kirby Curtis)
    Raoul Max Trujillo (The Cleaner)
    Elisabeth Röhm (Ursula)
    Ryan Dorsey (Shamrock)
    Richard Cabral (Joker)
    Daniel Moncada (Choop)
    Tait Fletcher (Barista)
    Katalina Parrish (Cliente di John Link)

    Musica: Sven Faulconer

    Costumi: Terry Anderson e Lisa Norcia

    Scenografia: Robb Wilson King ed Eve McCarney

    Fotografia: Robert Gantz

    Montaggio: Steven Rosenblum

    Makeup: Scott H. Eddo (direttore); Sara Roybal

    Casting: Carmen Cuba

    Scheda film aggiornata al: 27 Aprile 2021

    Sinossi:

    L'ex biker John Link è un ex detenuto in libertà vigilata, dopo aver scontato 9 anni di carcere per traffico d'armi. Ora riga dritto: inserito in un programma di riabilitazione per tossicodipendenti e alcolizzati, frequenta le riunioni degli alcolisti anonimi e vive nel deserto dell'Arizona, in una vecchia roulotte, in una comunità di persone come lui. John trascorre le giornate facendo tatuaggi nella sua roulotte e parlando con il suo migliore amico, Kirby Curtis, un ex alcolista come lui, che vive a pochi metri di distanza e lo aiuta a resistere alla tentazione di ricascare nel vizio. John ha un grande rammarico: non vede più sua figlia Lydia da anni, da quando sparì dalla casa della sua ex moglie.

    Un giorno, con sua grande sorpresa, John riceve una chiamata da Lydia, che oggi ha diciassette anni e gli chiede aiuto perché si trova in grossi guai. John si precipita con la sua vecchia Dodge da sua figlia, che rincontra dopo anni. La ragazza, che ha bevuto molto, si addormenta poco dopo, senza dare troppe spiegazioni a suo padre. Frugando tra i suoi effetti personali, John scopre che Lydia possiede una pistola. Poco dopo, John riceve la visita di tre uomini armati: si tratta degli uomini di Jonah, il ragazzo di Lydia, a cui lei ha sparato per poi darsi alla fuga. Dopo aver fatto a pezzi la roulotte di John, gli uomini vengono messi in fuga da Kirby e dagli altri membri della comunità, ma promettono che torneranno. Così, John decide di andarsene con Lydia.

    I due vanno in un motel, ma il loro identikit è stato diramato dalla polizia e qualcuno li riconosce; grazie alla complicità del giovane portinaio i due si dileguano, appena in tempo per sfuggire a un misterioso sicario, che John, grazie alla sua esperienza sui tatuaggi, riconosce come appartenente al cartello della droga messicano. Per strada, John litiga con sua figlia e si fa dare le generalità del suo ex, chiedendo poi informazioni su di lui ad Arturo Rios, un suo amico che si trova in carcere. John, che ha perso la sua Dodge e viaggia a bordo di una vecchia station wagon rubata, raggiunge assieme a sua figlia uno sperduto capannone in mezzo al deserto: lì vive il Predicatore, il vecchio capo di John, un reduce che ha un negozio online di cimeli per nazisti e contrabbanda armi; quest'uomo gli deve molti soldi e si è tenuto la sua moto dopo che John andò in carcere. John sostiene che il Predicatore è in debito con lui perché in tutti questi anni non ha mai rivelato alle autorità che lavorava per lui in cambio di uno sconto per la pena. Ma il Predicatore temporeggia, dicendo che ne riparleranno il giorno dopo, dato che quella sera ci sarà una festa di bikers. Il giorno dopo, John si sveglia fissando le canne di un fucile: Cherise, la moglie del Predicatore, tiene lui e sua figlia sotto tiro. John chiede spiegazioni, ed il Predicatore gli risponde che intende riscuotere il premio di trentamila dollari per il ritrovamento di sua figlia; John allora si infuria e, disarmata Cherise, inveisce contro il Predicatore, portandosi via sua figlia e la sua moto.

    Poco dopo i due vengono rincorsi da due bikers inviati dal Predicatore per ucciderli, ma John, grazie alla sua esperienza, ha la meglio sui due uomini. I due raggiungono un motel, dove cercano di alterare le proprie fattezze per passare inosservati. John riceve una chiamata da Rios e si reca in carcere; lì il suo amico gli spiega che l'ex ragazzo di sua figlia, Jonah, è il nipote del padrino del cartello messicano e che tra di lui e suo zio non corrono buoni rapporti: il ragazzo infatti lo ha derubato di molti soldi e, per non essere ucciso, ha incolpato Lydia di averli presi, ed ora il padrino vuole la testa della ragazza. Nel frattempo Lydia, messa in guardia da Kirby con una telefonata, va in un centro commerciale dove riceve la telefonata di Jonah, che credeva morto e che invece tenta di rapirla. Lydia fugge, ma il sicario del cartello la tramortisce. Poco dopo Jonah dà appuntamento a John nel Gran Canyon. John prende la moto e torna nel magazzino del Predicatore; nonostante esso sia molto fornito di armi, John si porta via solo delle bombe a mano e una mina antiuomo; quando il Predicatore cerca di fermarlo, lui lo uccide a sangue freddo e se ne va.

    John si presenta al luogo dell'appuntamento disarmato e scende dalla moto con le mani in alto, uno degli uomini di Jonah gli lega i polsi e lo fa salire in auto assieme a Lydia: i due sono tenuti sotto tiro da uno dei tre uomini di Jonah. Gli altri due sono mandati da Jonah a controllare la moto, ma saltano in aria con essa: John aveva sistemato le bombe nel tascone della moto e quest'ultima sulla mina. Approfittando del momento sorpresa, John ha una colluttazione con l'uomo in auto, uccidendolo; poi spara a Jonah, che si dà alla fuga; dopo essersi liberato e sceso dall'auto, John viene ferito al fianco dal sicario, acquattatosi nelle alture lì vicino. Ma Lydia non lo abbandona e ferma l'auto, dando a John una pistola con cui John uccide il sicario, venendo colpito al petto. John si riconcilia con lei, morendo poco dopo.

    SHORT SYNOPSIS:

    An ex-con reunites with his estranged wayward 16-year old daughter to protect her from drug dealers who are trying to kill her

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    In attesa di vederlo all’opera nelle vesti del colonnello Clive Ventor in un nuovo thriller con Boss Level (Quello che non ti uccide, 2021) di Joe Carnahan, in frangenti eccezionali come questi abbiamo recuperato un vecchio film come Blood Father (2016) che ci era sfuggito, in cui Mel Gibson si cala in un ruolo di ‘bad guy’ a tutto campo con John Link, ex biker ed ex detenuto in libertà vigilata, il cui vero cruccio se ne sta lì, appeso alla parete della sua roulotte, al contempo abitazione e negozio, in cui esercita come tatuatore per sbarcare il lunario: un ritaglio di giornale ritrae la figlia Lydia come ‘missing’, scomparsa da anni. Così che, quando all’improvviso se la ritrova sul suo percorso, non sa esattamente come reagire, ma non esita a rispondere alla ‘chiamata’, con impellente richiesta di aiuto. Una figlia è pur sempre una figlia, scomparsa e appena ritrovata,

    peraltro con ottimi motivi per essersela svignata dalla casa della madre, divorziata da padre e al terzo giro di cambio di marito.

    Tratto dal romanzo di Peter Craig, Blood Father deve la sua tradizione in celluloide al regista e sceneggiatore parigino Jean-François Richet, colui che nel 2008 realizza l’ambizioso progetto sulla vita del gangster Jacques Mesrine, con il dittico Nemico pubblico N. 1 - L'istinto di morte e Nemico pubblico N. 1 - L'ora della fuga, con protagonista Vincent Cassel, che gli vale il Premio César per il ‘Miglior Regista’. Ora qui, in una dimensione decisamente meno ambiziosa, per non dire opposta, Richet circoscrive ad un unico personaggio protagonista, di li a poco affiancato dalla figlia Lydia (Erin Moriarty), improvvisamente ricomparsa all’età di diciassette anni, la centralità della storia, costellata da una manciata di altri personaggi satellite che ruotano intorno a John/Gibson, un altro ‘alter ego’ in celluloide, come dire, ‘fuori

    controllo’ da sempre, in una fase di rientro negli argini, almeno sul piano delle intenzioni: l’anonima alcolisti è una delle sue nuove realtà postume alla detenzione. Detenzione con cui ha salvato le sorti di un ‘amico’ di vecchia data che non ricambierà il favore. Ogni movimento della coppia ‘padre-figlia’ riassemblata per necessità, è una caccia al gatto e al topo, con gli aguzzini di una malavita delle alte sfere sulle tracce della figlia che, tra le altre cose, ha pure ucciso il suo ragazzo per errore, in una particolare circostanza. Nulla di così nuovo all’orizzonte, dunque, se non fosse ben solida l’impalcatura, sia della sceneggiatura, molto ben scritta, sia delle riprese, adrenaliniche tanto quanto i personaggi, in particolare il più che navigato Mel Gibson che, dal canto suo, sa bene come tenere alta la guardia per l’intera durata di questo ‘action thriller’ ruvido e spigoloso, vagamente trash, come il cuore

    del deserto dell’Arizona in cui è ambientato. Eppure, non è mai troppo tardi per una riconciliazione, soprattutto tra padre e figlia, fosse anche in capo al mondo.

    Secondo commento critico (a cura di OWEN GLEIBERMAN, www.variety.com)

    Keying off Mel Gibson's downfall, a grimy little pulp action thriller gives him the chance to show that he's still got it.

    It’s silly to say that actors are the characters they play, but it’s naïve to say that they totally aren’t. That’s what has caused such a problem for Mel Gibson. He’s not the first celebrity to be sunk by bad behavior, but the lingering scandal is that it’s not just the things he said; it’s that everyone heard him on those leaked recordings — heard him screaming and roaring, heard his boiling rants of hatred. How can he go back to playing a movie star we like, pretending that he’s not…that guy? (Who’d believe it?) The answer is: He can do it, just maybe, by playing a movie star who is that guy.

    That, more or less, is what he does in “Blood Father.” Directed by Jean-François Richet,

    who made the lumpy two-part “Mesrine” gangster saga, the picture is an obvious stab at career rehabilitation in the form of a scuzzy-bloody B-movie rescue-and-revenge thriller. It’s grimy sadistic action pulp, way down on the totem pole of respectability. If you compare it to, say, the revenge thrillers that Liam Neeson made to reboot his career, starting with “Taken” (2008), the difference is that the Neeson pictures, lurid and badly plotted as they often were, had a certain high studio gloss, whereas “Blood Father” is as basic as a ’70s grindhouse film. It’s 90 hardened minutes of shotgun mayhem, drug goons with tattoos up to their throats, and a general dirty meanness that extends to everyone on screen. But that makes it a perfect platform to launch the comeback of Mel Gibson: an actor who’s been shoved off the radar more ignominiously than any Hollywood star since back in the

    day when Mickey Rourke was doing movies like “Harley Davidson and the Marlboro Man.”

    “Blood Father” builds on Gibson’s downfall, in part by structuring itself as his penance. We first confront the actor in extreme close-up, and his appearance is a shock: his face more creased than we’ve ever seen it, much of it hidden under an ugly beard with a thatch of gray that just about screams “prison hair.” Within seconds, it’s clear that our hero is delivering an AA testimonial, and it’s a tersely brutal one, an acerbic story about how he lost everything — which, of course, the film presents as an analogue of Gibson’s own predicament. His character, Link, is an ex-con who lives in a sucky wilderness trailer park on the outskirts of L.A., where he inks tattoos for a living right out of his trailer and hangs with no one but Kirby (William H. Macy),

    his sponsor and fellow deadbeat.

    It’s a stable non-existence, but it needs shaking up. And who better to do that than Lydia (Erin Moriarty), Link’s estranged teenage daughter, who vanished a year ago from her mother’s home? She has fallen in with Jonah (Diego Luna), a seething outcast from the Mexican drug cartels (not good people to be outcast from), and he, in turn, has tried to make her his gangster moll, which results in a shootout gone wrong — the film’s in media res opening sequence — that ends with Lydia on the run, desperate for cash and a safe harbor. So she calls up her dark-side daddy.

    In Jodie Foster’s “The Beaver” (2011), which was Gibson’s first — failed — attempt at acting rehab after his flameout, he played a depressed CEO and family man who had a breakdown and decided that he would now communicate only by using a

    goofy beaver hand puppet. Leaving aside that this was a less than transcendent idea for a movie (whoever was going to star in it), Gibson was the wrong actor at the wrong time. His onscreen breakdown was supposed to be a cheeky acknowledgment of his private woes, but it was too wacky and harmless. “Blood Father,” on the other hand, lets Gibson act like a wasted badass, putting him in a kind of hell-hole comfort zone, so that he seems both more at home and more honest. Not to mention: He’s damn good at playing a bulgy-eyed reckless jerk! Who’s been chastened by life…but not much!

    On the run with his daughter, in a slope-backed car that looks like it came out of “Vanishing Point,” Gibson shows off his gift for tossing out fast and furious quips. At the same time, we need to believe that he cares about Lydia (there’s

    a huge tattoo of her face on Link’s forearm), and Gibson and Moriarty develop a nice, unforced snarky interplay. The plot is utterly predictable: lots of driving, some of it on choppers shot with a touch of Mad Max nihilism, all leading up to the surprise return of a character we knew in our guts wasn’t dead. There’s one moment when the movie turns nimble: The cult singer and actor Michael Parks shows up as Preacher, an old pal of Link’s who is hawking white-supremacist merchandise, and Parks takes this barely written scoundrel and turns him into a wily person of interest.

    “Blood Father” is trash, but it does capture what an accomplished and winning actor Mel Gibson can be. Just because he lost his bearings, and his career, doesn’t mean that he lost his talent. Going forward, if all he gets to do is angry-crazy Mel Gibson shtick in boilerplate

    thrillers like this one, it would be a shame. “Blood Father” looks like a throwaway, and it is, but the best way to think of it might be as an audition: a way to remind people that Gibson, if given the chance, could juice up a serious movie. At some point, he deserves to be let out of the Hollywood doghouse.

    Links:

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