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    Home Page > Movies & DVD > Il mercante di Venezia

    IL MERCANTE DI VENEZIA: UN CONTEMPORANEO SHAKESPEARIANO

    Quando ho letto per la prima volta il Mercante di Venezia ho pensato fosse la storia di persone, né buone né cattive, che le circostanze della vita e gli scherzi del destino portano in rotta di collisione. I personaggi mi sono sembrati vulnerabili ed egoisti al tempo stesso, come ognuno di noi. Se riusciamo ad andare al di là delle apparenze, senza pregiudizi, scopriamo che per società, cultura e situazioni in cui si trovano, i protagonisti non hanno alternative e non possono agire diversamente. Sono intrappolati nel mondo in cui vivono, esattamente come noi….
    Il regista Michael Radford

    (The Merchant of Venice, GRAN BRETAGNA/ITALIA/USA 2004; drammatico; Durata: 124’; Produz.: Spice Factory; Shylock Trading Ltd.; Navidi Wilde Productions; Avenue Pictures; De Luxe Production; Istituto Luce; Dania Film; Immagine e Cinema; Distribuz.: Arclight Films International/Istituto Luce S.p.a.)

    Locandina italiana Il mercante di Venezia

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    Titolo in italiano: Il mercante di Venezia

    Titolo in lingua originale: The Merchant of Venice

    Anno di produzione: 2004

    Anno di uscita: 2004

    Regia: Michael Radford

    Sceneggiatura: Michael Radford

    Soggetto: Dall’opera teatrale di William Shakespeare

    Cast: Al Pacino (Shylock)
    Jeremy Irons (Antonio)
    Joseph Fiennes (Bassano)
    Lynn Collins (Porzia)
    Charlie Cox (Lorenzo)
    Mackenzie Crook (Lancillotto Gobbo)
    Allan Corduner (Tubal)
    Gregory Fisher (Solanio)
    Kris Marshall (Graziano)
    Zuleikha Robinson (Jessica)
    Tony Schiena (Leonardo)
    John Sessions (Salerio)

    Musica: Jocelyn Pook

    Costumi: Sammy Sheldon

    Scenografia: Bruno Rubeo

    Fotografia: Benoit Delhomme AFC

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    “Venezia, sedicesimo secolo. Bassanio chiede al mercante Antonio 3000 ducati per corteggiare Porzia, ereditiera di Belmonte. Antonio è ricco, ma i suoi soldi sono investiti nelle navi ancora in viaggio. Per accontentare Bassanio, a cui è legato da grandissimo affetto, si rivolge all’ebreo Shylock, che attende da tempo l’occasione per vendicarsi delle umiliazioni subite: a Venezia, per gli ebrei vige il coprifuoco, non possono circolare liberamente di notte e un enorme lucchetto sbarra le porte del ghetto. Shylock serba almeno due motivi per odiare Antonio: per l’emarginazione della comunità ebraica e perché in passato si è beffato dei suoi affari, prestando i soldi senza interessi. Ecco quindi la richiesta capestro: entro tre mesi, qualora la somma non sia pagata, Shylock avrà in cambio una libbra di carne del corpo di Antonio. Bassanio sconsiglia Antonio di accettare. Poi capitola, pensando che l’amico ha enormi ricchezze in mare. Accompagnato da Graziano, parte per raggiungere l’amata signora di Belmonte.

    Porzia, bella quanto virtuosa, secondo il volere paterno non può sposare nessuno, se non il valoroso che supererà la prova dei tre scrigni. Mentre i corteggiatori falliscono uno dopo l’altro, Bassanio non si lascia ingannare e conquista la mano della giovane. Intanto la sfortuna si accanisce su Shylock: sua figlia non è solo scappata con Lorenzo, un cristiano, ma gli ha anche sottratto dei soldi per la fuga. Dopo poche ore però gli arriva la buona notizia: le navi di Antonio hanno fatto naufragio e lui non può pagare il debito come promesso.

    Le parti in causa si riuniscono davanti al Doge di Venezia. Bassanio corre a sostenere l’amico. Shylock, irremovibile, pretende la “sua” libbra di carne. Il destino di Antonio sembra segnato. Tuttavia Porzia, che rivuole Bassanio accanto a sé, abbandona Belmonte e arriva a Venezia Travestita da avvocato. Intrepida, difende carne e onore del mercante attraverso un cavillo giuridico: Shylock dovrà tagliare dal corpo di Antonio una sola libbra, né più né meno, senza spargere neanche una goccia di sangue. Altrimenti sarà giustiziato per attentato alla vita di un veneziano come prevede la legge. Shylock capisce l’antifona e, nonostante il desiderio di vendetta sia tutt’altro che placato, si tira indietro, cosa che non è prevista ed è soggetta a sanzioni, addirittura a costo della vita. Il Doge però lo grazia e gli confisca i beni, che vengono divisi tra il mercante e la città. Antonio, le cui navi sono tornate in porto miracolosamente senza danni, rinuncia ai soldi a condizione che Shylock si faccia cristiano e lasci quello che resta del suo patrimonio alla figlia e al genero Lorenzo”.

    Dal Press-Book Il mercante di Venezia

    Commento critico (a cura di Patrizia Ferretti)

    Il GRANDE SCHERMO COME PALCOSCENICO D’ONORE PER UN DRAMMA UMANO D’ALTRI TEMPI, EPPURE PER CERTI VERSI COSI’ FAMILIARE: SCHEGGE DI RABBIA, INTOLLERANZA E VENDETTA, SOLITUDINE E SOFFERENZA COMPRESSA O ESPLOSA. AL PACINO DETIENE L’EPICENTRO EMOZIONALE CON L’INTRIGANTE E POTENTE RITRATTO DELL’USURAIO EBREO SHYLOCK.

    Con Il Mercante di Venezia di Michael Radford ci si può anche dimenticare di essere al cinema e avere l’illusione di essere di fronte ad un sontuoso e particolarmente suggestivo palcoscenico, più che davanti al grande schermo. Ma se la preoccupazione di Radford volgeva all’ambizione di veder apprezzato il suo Mercante come film e non come piéce teatrale, crediamo che possa dirsi rasserenato. Questo Mercante cinematografico evita di proposito stravolgimenti e si limita piuttosto alla valorizzazione del soggetto originale, evidenziandone i tratti di grande umanità, universali e senza tempo, facendoci scoprire che, come dichiarato dallo stesso Radford, “in 400 anni la natura degli esseri umani non è affatto

    cambiata”, e per di più, intrappolata in beghe analoghe a quelle della contemporaneità, intolleranza religiosa e conseguenti faide condite di inutili e devastanti vendette in testa. Per concretizzare un’operazione di questo genere, Radford sapeva di aver assolutamente bisogno di un grande attore e la scelta di Al Pacino come interprete protagonista per l’ebreo Shylock non poteva essere più calzante. Lo conferma la straordinaria levatura della performance, alimentata peraltro dall’amore dichiarato dall’attore per il teatro e per Shakespeare, senza contare l’importante precedente che lo ha già visto interprete ed esordiente regista di un film ispirato alla storia di Riccardo III (Looking for Richard - Riccardo III, un uomo, un Re), film sul teatro e la psicanalisi, o, se si preferisce, “film inchiesta sull’eredità shakespeariana nel mondo contemporaneo”, presentato con successo al Festival di Cannes nel 1996.

    Amato, ma considerato per lo più “letteratura morta” e per questo innumerevoli volte rivisitato e corretto

    con l’intento di renderlo più vivo e vicino, Shakespeare aveva anche bisogno dell’omaggio sincero e rigorosamente fedele di un regista come Radford, che lo ripropone dunque rispettosamente così quale è, con accentazioni emozionali estremamente variegate e non sempre necessariamente prorompenti, perché, per scelta, ha ritenuto già incisivo ed eloquente il sottotesto del non detto, per il resto, si è limitato a trasporre la scrittura del mitico drammaturgo inglese nella corrente lingua parlata dai personaggi nella vita di tutti i giorni, protagonisti di splendide scenografie che ai lirici scorci dei calle lagunari affiancano sontuosi interni di palazzi, con fotogrammi amorevolmente ‘rubati’ alla pittura veneta dell’epoca. Chi non ha presente le affollate ‘balconate’ dipinte da Veronese ?

    Concessione del tutto personale del regista a se stesso, il primo quarto d’ora, reinventato per dotare la sua trasposizione cinematografica dell’unica cosa mancante alla piéce teatrale di Shakespare: il background dei protagonisti, non indispensabile al

    teatro quanto invece fondamentale per il cinema. Radford traccia allora alcune pennellate essenziali, veloci ma incisive e ad ampio spettro di significato per lo svolgimento della storia e l’approfondimento dei personaggi e delle loro azioni. Ed ecco che, quasi rincorrendosi l’un l’altro, compaiono primi piani della serratura di un cancello che chiude l’accesso alla città: è il ghetto che Venezia ha riservato agli ebrei dopo una certa ora alla sera; primi piani al ralenti di una folla scalmanata colta in furiose rimostranze contro ‘l’usura’, antitetica ai principi cristiani. E ancora primi piani di uno sputo d’insulto contro ‘l’usuraio’ per eccellenza, l’ebreo Shylock, ed altri primi piani di libri che bruciano o di acque intensamente chiaroscurate che riflettono un baluginare di flebili luci tra i calle nell’oscurità della notte. Un amore per il dettaglio-indizio, un’istantanea dell’atmosfera dell’epoca, con le sue annose problematiche, anche in questo caso, come in altri soggetti in

    qualche modo classici, prezioso spunto di riflessione per la contemporaneità, come del resto sottolineato dallo stesso Radford (cfr. la voce Commenti del regista in questa stessa scheda). Una sorta di prologo volto a focalizzare la connotazione del ghetto per gli ebrei previsto per legge dalla città di Venezia nel XVI secolo: è sufficiente a delineare il clima umiliante che vi si respira e a capire, se non proprio a giustificare, ciò che spingerà l’usuraio ebreo Shylock a comportarsi in un modo altrimenti incomprensibile senza ridurlo a un essere follemente spietato. Shylock ha una figlia, la moglie è morta e ha dunque alle spalle una vita dura e sofferta che il clima sociale dell’epoca non gli ha certo alleviato. “La sua è dunque una psiche triste, disperata”, così come rimarcato - in conferenza stampa alla 61a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica al Lido di Venezia dove Il mercante di Venezia è

    stato presentato in anteprima - dallo stesso Pacino, dicendosi orgoglioso di aver accettato il ruolo in quanto “capace di catturare (appunto), una condizione umana particolare”, e dunque in quanto “personaggio che poteva riflettere una esperienza umana”. Ed è anche ciò che porta lo spettatore a nutrire nei confronti del personaggio più compassione che odio.

    Un prologo personalizzato, quanto necessario, in attesa di ‘aprire il sipario sul grande schermo’, spalancando l’obiettivo della m. d. p. su scenografie ampie e splendidamente ammaliatrici che ammantano il nocciolo di un dramma umano che Al Pacino e gli altri interpreti protagonisti sfumano sottilmente pur mantenendosi spiritualmente e concretamente aderenti al testo teatrale, del quale il film ne conserva indubbiamente il respiro e l’anima.

    Perfino le ultime battute prima del definitivo finale che ritraggono Shylock da solo, come invecchiato di vent’anni in un colpo, ricurvo su se stesso che guarda in silenzio centrando l’obiettivo della

    m. d. p., dà l’impressione netta di rivolgersi verso la platea, isolato in un’ambientazione che se non lo è realmente, di sicuro sembra la sorella gemella di un palcoscenico teatrale vero e proprio, e su cui peraltro, forse non a caso, si chiudono le porte-sipario, prima di concedere agli ultimi fotogrammi il definitivo congedo dalla storia. Il respiro, l’impronta sono letteralmente teatrali, e in questo si legge la insuperabile capacità e versatilità di un attore a tutto tondo come Al Pacino, che in questo caso ha toccato tutti i registri di recitazione, da quella rappresa e contenuta per i sentimenti repressi che logorano in silenzio ma erodono in profondità, alla ostinata rabbia e desiderio di vendetta urlati con una certa veemenza e rivendicati come legittima pretesa. Rabbia, tristezza e profonda solitudine, ecco i tre cardini su cui ruota lo Shylock di Al Pacino e di Radford, in uno spaccato di

    umanità vera, autentica, che sfuma liricamente nel rabbioso monologo.
    Il che ci fa giungere alla conclusione che in fondo non esiste realmente una demarcata linea di confine tra l’attore per il teatro e l’attore per il cinema. Esiste solo il grande attore. E quando c’è, si vede e si sente, e coinvolge sempre il suo pubblico, che sia a teatro o in una sala cinematografica. Così come un dramma classico della massima levatura, provvisto di interpreti alla stessa altezza, funziona sempre, a teatro come al cinema e, come in questo caso, anche senza doversi dare il disturbo di porgere per forza una rielaborazione personale in chiave moderna.

    Perle di sceneggiatura

    Mi ha (riferito al cristiano Antonio) maltrattato, defraudato di mezzo milione, ha gioito delle mie perdite, deriso i miei profitti, disprezzato il mio popolo, ostacolato i miei affari, allontanato i miei amici, saziato i miei nemici!. Per quale ragione? Perché sono ebreo? Non ha occhi un ebreo? Non ha mani un ebreo? Organi? Consistenza? Sensi, affetti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo? Non è ferito dalle stesse armi? Non soffre delle stesse malattie? Non è curato con gli stessi rimedi? Scaldato, agghiacciato, dallo stesso inverno, dalla stessa estate di un cristiano? E se ci pungete, non versiamo sangue? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci fate torto, non ci vendichiamo? Se siamo a voi uguali in tutto il resto, perché non assomigliate anche in questo? Se un ebreo fa torto a un cristiano, a che si riduce la sua carità? Alla vendetta! E se fa torto a un ebreo, quale esempio elevato di sopportazione gli mostra un cristiano perfetto? Solo vendetta! Io metterò in pratica la malvagità che ci insegnate e non sarà difficile che io vada anche oltre, ben oltre l’insegnamento…” Monologo di Shylock

    Commenti del regista

    … Ho cercato di ricostruire un mondo quanto più vicino a quello descritto nella commedia per almeno due motivi: non mi interessava rivestire Shakespeare di abiti moderni, il cinema è un mezzo molto concreto e credo che cambiare contesto storico significhi andare verso una rielaborazione personale dell’opera. Come spettatore vorrei avere la possibilità di capire la storia da solo, senza che il regista mi comunichi qualcosa di ovvio. In secondo luogo, sono restio a contestualizzare gli oggetti, ad esempio trasformare una spada in pistola. La scrittura di Shakespeare affonda le radici in una cultura specifica: quella dell’Inghilterra del XVI secolo.
    Se si parte da questa premessa e si entra in sintonia con quella società, si comprende la grandezza umanistica di Shakespeare in tutta la sua universalità. E si scopre che, in quattrocento anni, la natura degli esseri umani non è affatto cambiata.
    Sono convinto della forza del sottotesto, del fatto che il non detto sia più efficace di ciò che viene espresso.
    Se volete ho deciso di trattare Shakespeare come Cecov: le sue opere risentono fortemente dell’ambientazione storico-geografica, così come ‘Il mercante’ appartiene a una determinata epoca veneziana.
    Ho spesso avuto la sensazione che il lavoro di Shakespeare sia venerato ed ammirato ma nella maggior parte dei casi venga considerato letteratura “morta”; e cioè che tacitamente, si ritiene necessiti di qualche altro ingrediente per renderlo appetibile. Rifuggendo da un simile approccio ho pensato ai personaggi come se si trattasse di una commedia moderna. Attraverso i loro drammi ho cercato di coinvolgere lo spettatore in modo che la poesia, a volte così difficile da comprendere, diventi espressione naturale della storia. Anzi, nel fare il film, abbiamo cercato di usare la scrittura di Shakespeare come linguaggio, parlato e sentito, per permettere al pubblico di identificarsi e vivere le stesse emozioni e passioni dei personaggi.
    A voi giudicare se ci siamo riusciti
    .”

    Fedele al testo originale ma…:

    … ho fatto una doppia operazione: ho lavorato per sottrazione e aggiunto alcune cose che nel testo non c’erano. Shakespeare entra nella storia a un certo punto, senza spiegare nulla. I suoi personaggi non hanno background, cosa di cui non possiamo fare a meno al cinema. I primi quindici minuti del film sono una mia invenzione… Shakespeare usava un linguaggio molto ricco, quasi barocco, in contrapposizione alla povertà dei mezzi scenografici del tempo. Ho immaginato un Mercante non troppo distante dal suo, come epoca e rappresentazione. L’ho ambientato nella Venezia rinascimentale, molto ricca, decadente, oscura, anche promiscua. Contemporaneamente non volevo che Belmonte fosse un posto troppo fantastico: ho pensato a una villa palladiana, sul Brenta a un giorno da Venezia. Un misto del Malcontento (interni) e Barbarigo (esterni) e ho ricostruito al computer i paesaggi che non esistono più…”.

    Quanto al famoso monologo “in cui Shylock si fa portavoce della millenaria persecuzione contro gli ebrei”…:

    L’ho lasciato praticamente intatto. Gli ebrei di allora non sono molto diversi dai musulmani di oggi. Due società che non si capiscono. Shylock e la sua gente hanno gli stessi problemi degli immigrati: cercano di preservare la propria identità e cultura in una città straniera. Shylock, non a caso, impazzisce quando scopre che la figlia vuole sposare un veneziano, bello e cristiano”.

    Morale della favola:

    … Shylock è stato umiliato ma spinto dalla vendetta è andato troppo lontano. E’ preso da quello che noi inglesi, quando guidiamo la macchina, chiamiamo “la rabbia della strada”. Vuole uccidere. Anche gli altri hanno virtù e debolezze. Antonio è un uomo generoso ma odia gli ebrei. E’ onesto o disonesto? Lo stesso vale per Bassanio. E’ questo il sottotesto della storia: siamo tutti uguali. Il film che mi è venuto in mente, con grande riverenza, è Nashville di Robert Altman, in cui i personaggi non sono né buoni né cattivi. Nalla vita, a volte, siamo portati ad andare oltre, fare cose che non faremmo. I veneziani dell’epoca non erano antisemiti, erano i francescani che ce l’avevano con gli ebrei perché praticavano l’usura, li chiamavano i figli del diavolo e i poveri ci credevano”.

    Dal Press-Book Il mercante di Venezia

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