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    61a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica - Le chiavi di casa

    "L’errore più grave sarebbe stato quello di assecondare il narcisismo della macchina da presa, cercare il pezzo di bravura. Ma questo è un film di personaggi, anzi di persone. Ogni mezzo è in funzione della loro verità”.
    Gianni Amelio

    (ITALIA 204; drammatico; 105'; Produz.: Pola Pandore Produktion; Achab Film; Rai Cinema; Arena Films; Pandora Produktion; Distribuz.: 01 Distribution).

    Locandina italiana Le chiavi di casa

    Rating by
    Celluloid Portraits:




    Titolo in italiano: Le chiavi di casa

    Titolo in lingua originale: Le chiavi di casa

    Anno di produzione: 2004

    Anno di uscita: 2004

    Regia: Gianni Amelio

    Sceneggiatura: Gianni Amelio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli

    Soggetto: Gianni Amelio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli su ispirazione del libro di Giuseppe Pontiggia, Nati due volte (Mondadori 2000)

    Cast: Kim Rossi Stuart (Gianni)
    Charlotte Rampling (Nicole)
    Andrea Rossi (Paolo)
    Alla Faerovich (Nadine)
    Pierfrancesco Favino (Alberto)
    Manuel Katzy (il tassista)
    Michael Weiss (Andreas)
    Ingrid Appenrodth (la caposala nell'ospedale)
    Dimitri Susin (il ragazzo che guarda la TV)
    Thorsten Schwarz (l'infermiere)
    Eric Neumann (il bambino nel parco giochi)
    Dirk Zippa (un giovane sulla sedia a rotelle)
    Barbara Koster-Chari (un'infermiera)
    Anita Bardeleben (la dottoressa)
    Ralf Schlesener (il venditore di giornali)
    Cast completo

    Musica: Franco Piersanti

    Costumi: Piero Tosi

    Scenografia: Giancarlo Basili

    Fotografia: Luca Bigazzi

    Scheda film aggiornata al: 27 Settembre 2020

    Sinossi:

    Gianni (Kim Rossi Stuart), un uomo giovane, già insicuro di per sé, è oltremodo spaesato e impacciato in una notte alla stazione di Monaco di Baviera. E’ sposato con un figlio, ma l’adolescente che sta per incontrare non è il bambino che lo aspetta a casa: è Paolo (Andrea Rossi), il figlio da cui è scappato quindici anni prima, alla sua nascita, quando muore la madre nel darlo alla luce. E’ scappato perché spaventato dalla sua ‘diversità’, un handicap sentito come una condanna ingiusta, “il buco nero della sua esistenza”. L’occasione di questo incontro ‘segreto’ e per breve tempo, una visita medica per la riabilitazione in un ospedale specializzato di Berlino. E’ dunque sul treno che per la prima volta Gianni conosce Paolo, o per meglio dire inizia a conoscerlo, e non sa davvero da che parte incominciare e soprattutto come comportarsi. Sarà un processo di graduale accrescimento reciproco, attraversato anche da inevitabili incomprensioni, fino a veri e propri scontri, per i violenti rifiuti di Paolo e il bagaglio di ignoranza per tutto ciò che riguarda suo figlio da parte di Gianni, fino al momento culminante - la sequenza che mostra lo stress cui è sottoposto Paolo nella terapia riabilitativa - in cui Gianni è come illuminato per la prima volta, sul genere di apporto che ora sa di dover dare e finalmente vuole dare spontaneamente a suo figlio: non solo riabilitazione fisica ma vero affetto paterno in grado di rigenerare lo spirito del ragazzo. Processo di maturazione che Gianni deve in parte anche ai suoi colloqui amichevoli con Nicole (Charlotte Rempling), madre di Nadine, affetta da un handicap ancora più grave di quello di suo figlio Paolo, incontrate nello stesso ospedale.
    L’occasione di una e-mail da parte di una ragazzina, con cui Paolo ha stretto un rapporto via internet, avvia la partenza di Gianni e Paolo alla volta della Norvegia: la prima vacanza vera tra padre e figlio, complice un paesaggio aperto su un’incantevole natura, unica testimone di un capitolo nuovo per la vita di entrambi: una vita insieme al loro ritorno in Italia e l’avvio di una inedita dinamica riabilitativa, con tanto di lancio del bastone, da troppo tempo unico sostegno del cammino di Paolo.

    (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    Commento critico (a cura di SILVIA ANDREUSSI)

    IL CORAGGIO E LA SAPIENTE UMILTA' DELLA SCELTA DI GIANNI AMELIO : FILMARE LA VITA SECONDO LA VITA DIMENTICANDO I CLASSICI PARAMETRI DELLA FICTION

    Le chiavi di casa e’ un titolo che traccia fin dalle prime battute una memoria inconscia nello spettatore, che diventa consapevole della nota costante del film: la linea d’ombra che separa l’adolescenza dall’eta’ adulta.
    L’indipendenza di un figlio nasce banalmente quando possiede le chiavi di casa. E le chiavi sono l’oggetto-simbolo ricorrente nella storia. Le chiavi che Paolo tiene in tasca: le chiavi della casa di Roma, dove vive la sua famiglia. E poi le chiavi che non si vedono, quelle della casa futura a Milano, dove vive suo padre Gianni.

    Il film si apre col dialogo tra il padre biologico e il padre adottivo di Paolo, al bancone di un bar. E poi, cambio di scena, Gianni da solo ai binari del treno che porta a Berlino,

    Gianni che cammina dentro il treno, Gianni che si sveglia nel vagone-letto e guarda le lenzuola disfatte accanto a lui, il figlio che ancora non c’e’. Infine Gianni che trova Paolo nel vagone-ristorante.

    Occhiali neri chini su un Game-Boy giallo riparato con lo scotch, occhi che si alzano smarriti sopra la musica martellante di un gioco. E’ questo il primo dialogo delirante di suo figlio Paolo, con quegli occhi stravolti che non gli appartengono, quel corpo ‘racchiuso’, con le braccia come moncherini abbandonati, che lo imprigiona separandolo da quella dimensione di vita ascrivibile alla sfera della normalità. Un dialogo fondato sul disagio del figlio al cospetto di un padre sconosciuto, che prende corpo dalle sue parole ‘sparse’ a supplicare “un foglio di carta e una penna” per segnare i numeri di telefono: il suo, di Roma, quello di Gianni, di Milano. Lo scambio di numeri che non verra’ mai fissato su

    un foglio, perche’ non ce ne sara’ bisogno.

    E’ così che si visualizza il primo incontro padre-figlio, con una cornice registica delicata, dai toni soffusi e silenziosi. Gianni Amelio riesce a incidere sullo schermo i caratteri di una vicenda che non è raccontata, ma piuttosto vissuta dentro i personaggi, attraverso di loro, in una polifonia orchestrata perfettamente.

    E la storia prosegue a Berlino, la clinica dove viene curato Paolo. I corridoi, bianchi, le porte, grigie, accarezzate dall’acciaio dei macchinari. Medici e infermieri sicuri di sé per la terapia di riabilitazione fisica che intendono ‘applicare’ con tenace intransigenza. Ma resta uno spiraglio, un solo modo a Gianni per salvare suo figlio Paolo: stargli vicino. Portarlo via dagli ordini ossessivi e perentori per fargli muovere una gamba dopo l’altra, nel continuo tic-tac della maniglia che gira dentro la sua mano destra. Alzati e cammina! Sembrano ordinare i medici. E’ con le lacrime

    agli occhi che Gianni guarda incedere incerto il figlio, per quel percorso segnato col nastro bianco sopra il linoleum dell’ospedale. Ma Gianni riuscira’ a strappare il figlio dal buio tunnel senza fine della malattia, sara’ lui ad aprigli un varco nella caverna delle ombre. Ombre che sono persone, figure non-conosciute, ma viste sopra la parete che, pietra per pietra, sgretolera’.

    L’incontro di Gianni con la madre (Charlotte Rampling) di una ragazza con un handicap maggiore di quello di Paolo riesce a tratteggiare una sorta di dialogo diretto-indiretto tra due genitori, che si ritrovano insieme, da soli, con la loro impotenza, insuperabile, verso i reciproci figli. Gianni ne trae la forza necessaria per riuscire a costruire un ponte di comunicazione padre-figlio, per quanto armato della costante fragilità del vetro. Un ponte che da vetro si tramutera’ in acciaio, tra le fredde scogliere di Norvegia; la prima vacanza insieme, il vero e

    perpetuo incontro di due anime. Sulla nave che approda tra i fiordi, sull’auto per tornare a casa. Unica testimone di una sosta sul lato della strada, l’incanto di una natura mozzafiato, e con questa, la pace negli occhi del padre e del figlio che finalmente si ritrovano e si riconoscono persone, senza ruoli, senza un posto da chiamare casa, senza deviazioni.
    E resta solo l’abbraccio, di un padre e di un figlio.

    Il film di Gianni Amelio e’ ispirato al libro Nati due volte di Giuseppe Pontiggia (Mondadori, 2000). Ma il regista ha creato un’altra storia, diversa. Per la verità, come tiene a precisare Amelio, il libro “è stato solo un punto di partenza”, per una reinvenzione quasi totale di cui ha mantenuto la forza di colpire al cuore, con un rapporto padre-figlio unico, ridotto alla sostanza, vissuto con una ruota di sentimenti in continuo movimento: dalla lieve ironia al dolore silenzioso,

    alla sofferenza, all’incomunicabilita’, all’impotenza. Il cuore di una vicenda praticamente “modellata sul protagonista”, così come dichiarato dallo stesso Amelio e ribadito da Kim Rossi Stuart: “Andrea è stato il motore emotivo del film”. Ma buona parte del risultato finale di un film come questo, di impronta più documentaristica che cinematografica nel senso stretto del termine (Vedi L’intervista), deve sicuramente molto anche alle convincenti interpretazioni, ‘da esperienza vissuta’ più che di ‘recitazione per la finzione’, dello stesso Rossi Stuart e di Charlotte Rampling. Ma il merito maggiore va al regista Gianni Amelio che con sapiente umiltà ha scelto come ‘chiave di volta’ la semplicità del fluire degli eventi e dei comportamenti dei personaggi, con coraggioso e ampio ricorso per i tempi cinematografici a cadenze anche estremamente lente, prendendosi tutti i rischi del caso, per raccontare una storia dolorosa, simbolo di molte nel mondo reale, rendendola così immediatamente accessibile e pur

    toccante in diversi frangenti.

    Nota: Le chiavi di casa è stato presentato alla 61ma Mostra del Cinema di Venezia, in concorso per il Leone d’Oro. Non è stato purtroppo considerato per i premi maggiori e ha vinto il Premio Pasinetti (Sngci) come ‘Miglior Film’, e per 'Miglior Attore' (Kim Rossi Stuart), oltre al Premio Trasatti (Ente dello Spettacolo/“Rivista del Cinematografo”).

    Secondo commento critico (a cura di Patrizia Ferretti)

    L'altra opinione in un Flash:

    L'impronta documentaristica sacrifica un pò l'intensità emotiva del film in generale, dove effettivamente il perno - così come doveva evidentemente essere - resta l'essenza vitale di Andrea Rossi nelle vesti di Paolo, con un Kim Rossi Stuart davvero impacciato, insicuro, talora scialbo, tanto da dare l'impressione di non riuscire ad esprimere quel che sente dentro, figurando piuttosto come uno spettatore inadeguato, senza ruolo, e dunque sottraendo coinvolgimento alla storia e alla dinamica dei sentimenti: tra se stesso come padre e questo suo figlio speciale. Ma se questa, come pare, è stata la scelta deliberata per meglio evidenziare "la quotidianità del malessere", allora forse Amelio è riuscito nei suoi intenti.

    Vi sono invece, d'altra parte, schegge - ahimè non troppo diffuse nel resto del film - di un'emotività vibrante notevole: è il caso delle sequenze con l'infermiera che, forte dell'accento duro della lingua tedesca, cadenza il ritmo incalzante ed indubbiamente superiore alle forze del ragazzo, dell'esercizio di riabilitazione. Episodio che come risultato finale sortisce in una brusca interruzione dell'esercizio in corso da parte del padre, perché non ce la fa più a vedere il figlio arrancare in quel modo, ormai allo stremo delle forze.

    Ed è questo ance un pò l'iceberg della storia, il punto di svolta per il padre, eroso dai sensi di colpa (per la verità espressi solo a metà da un Kim Rossi Stuart emotivamente 'compresso'), che comprende quanto veramente è mancato e continua a mancare, a suo figlio Paolo: la riabilitazione dell'anima e di un sentimento che solo un genitore, finalmente disposto ad amare, può dare...

    Links:

    • Gianni Amelio (Regista)

    • Kim Rossi Stuart

    • Charlotte Rampling

    • Pierfrancesco Favino

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