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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > CHEF - INTERVISTA all'attore protagonista JEAN RENO

    L'INTERVISTA

    CHEF - INTERVISTA all'attore protagonista JEAN RENO

    21/06/2012 - INCONTRO con JEAN RENO interprete del ruolo di ALEXANDRE LAGARDE nella commedia gastronomica di DANIEL COHEN CHEF

    Qual è il suo rapporto con la cucina?

    JEAN RENO: "Ho la fortuna di fare un lavoro che mi da la possibilità di viaggiare e che apre diverse porte. La prima volta che ho scoperto la cucina è stato oltre vent’anni fa durante una tournée con Darry Cowl, in un’opera di Labiche diretta dal compianto Andréas Voutsinas, intitolata « Célimare le bien-aimé », in cui io interpretavo uno dei due uomini che vengono traditi. Abbiamo fatto un tour di oltre 100 date in tutta la Francia e il direttore della tournée, il Signor Baret, conosceva ogni singolo buon ristorante di ogni città! Improvvisamente, ho avuto accesso a un percorso iniziatico culinario da intenditore. Il fatto è che io amo molto mangiare. Il cibo è importante, come anche il fatto di condividerlo. È a tavola che nascono molte cose, soprattutto l’amicizia. Non mangiamo con le persone che non ci piacciono. Perciò abbiamo un rapporto particolare con il cibo. È anche una questione di affetto, quello per le persone con cui mangiamo, o per le quali cuciniamo".

    Cosa l’ha attratta di questo progetto?

    J. RENO: "L’universo della cucina, i valori umani della storia, ma anche l’idea di recitare assieme a Michaël Youn. L’ho incrociato diverse volte nel corso della vita e ho sempre pensato che al di là della sua immagine provocatoria, c’è un uomo di un’integrità estrema e di grande sensibilità. Il nostro incontro me l’ha confermato, ha una grande intelligenza e dà prova di grande onestà intellettuale e artistica. L’incontro con Daniel Cohen è stato anch’esso decisivo, così come il fatto di ritrovare Gaumont al quale sono molto fedele".

    Come ha affrontato il suo personaggio?

    J. RENO: "Conosco più di un Alexandre Lagarde. Ho la fortuna di essere amico di alcuni grandi chef, che non frequento se non per i loro piatti. Sono delle personalità, dei veri personaggi. Amano osservare e ascoltare. Quando ci si eleva a questo livello niente è il frutto del caso. Sono dei tenori. Pensate che tra le decine di migliaia di ristoranti che ci sono in Francia, solo una dozzina può
    vantare tre stelle. Da una semplice patata, sono capaci di creare dei piatti incredibili! Sono davvero dei geni. Sono in preda a una pressione straordinaria. Tutti hanno una sorte, dalla più buia alla
    più luminosa. Vatel, il creatore dei festini di Luigi XIV, si è suicidato perché la consegna del pesce per il banchetto del re era in ritardo. Che passione bisogna avere per arrivare a gesti tanto estremi
    come questo? E sono ancora tanti, al giorno d’oggi, gli chef di questo livello. Per quanto riguarda il mio personaggio, ho pensato che dovesse avere sempre in mano un tovagliolo – un po’ come la bacchetta di un conduttore d’orchestra – con il quale pulisce il
    bordo dei piatti prima di mandarli in sala. Amo molto questa idea di perfezione, questa volontà di finire la presentazione con un ultimo ritocco. Lo trovo straordinario. Non è qualcosa che si fa a casa propria… anche se sono certo che i veri chef lo fanno anche in privato. Ritenevo questo simbolo rappresentativo e desideravo metterlo in evidenza
    ".

    All’inizio del film, il suo personaggio attraversa una situazione delicata …

    J. RENO: "Delicata e molto realistica. Per quelli che sono ai vertici, la perdita di una stella, il declino della notorietà, è allo stesso tempo una catastrofe umana ed economica. Ci sono chef che si trovano regolarmente in questa situazione. Il compianto Bernard Loiseau si è addirittura suicidato per questa ragione. Non perché fosse indebitato, ma perché ha perso una parte della sua onorificenza. Come se lo avessero cacciato da un club. Ci sono anche coloro che investono talmente tanto o prendono dei prestiti che sono condannati a un successo impossibile. Sono costretti a correre più veloce della loro ombra, diventano degli uomini d’affari dimenticando quello che gli piace di questo mestiere. Il mio personaggio non è così diverso. Non è più lui il padrone, combatte
    per sopravvivere. Diventa difficile dover cercare senza tregua l’ispirazione quando si perde tutto il controllo. Credo sia interessante che anche in una commedia si parli di questa realtà
    ".

    Lei ha una cultura della tavola, degli chef e della loro cucina, ma ha anche familiarità con il loro luogo di lavoro?

    J. RENO: "Le cucine dei grandi ristoranti sono dei luoghi straordinari. Consiglio a tutti, quando possibile, di andare a salutare lo chef in cucina. C’è sempre la tavola degli ospiti accanto ai fornelli, dove lo chef mangia con la sua famiglia o i suoi amici, e da cui si vede lavorare tutta la squadra. È formidabile. Adoro vedere i balletti di tutte queste persone che si danno da fare in un apparente disordine, quando al contrario tutto è minuzioso, millimetrico. Nelle cucine sono necessarie la disciplina e il gusto per l’eccellenza. Non c’è niente di più impressionante di vederli maneggiare il coltello. Sono dei veri artisti! Le scene di cucina sono state girate nella Scuola Grégoire-Ferrandi, a Parigi. Recitare in mezzo a quei cuochi, esperti o apprendisti che fossero, è stato divertente. Ho visto degli studenti felici, fieri di quel che fanno e decisi a dare qualsiasi cosa. Nella nostra epoca è difficile vedere dei giovani volontari felici per quel che fanno, è un grande conforto. Si preparano a dei mestieri molto vincolanti, dovranno partire a lavorare a Hong Kong o a Périgueux, ma sempre con il medesimo buonumore, la stessa voglia. Io li ammiro molto".

    È stato strano il fatto di recitare in mezzo a loro?

    J. RENO: "Io mi nutro facendo le cose – quando ci si riesce, si costruisce un universo. È un ambiente molto gerarchizzato e sono loro che fanno di me un grande chef, che conferiscono realismo al mio ruolo. Il potere non lo puoi recitare tu, o ce l’hai oppure no. E sono loro che me lo danno. Vederli aderire alla nostra bugia, alla nostra commedia è stato molto motivante. Erano anche
    felici perché eravamo tutti molto decisi a rendere omaggio al loro ambiente. C’era uno scambio molto intenso con un professore che era sempre presente, era travestito in un angolo, e che ci
    consigliava cosa potevamo fare e cosa no, i gesti tecnici. Era appassionante
    ".

    Com’è stato recitare assieme a Michaël Youn?

    J. RENO: "Abbiamo lavorato nel buon umore e nella complicità. Non ho mai avuto dubbi nei suoi confronti, ha una grande qualità umana. Abbiamo parlato a lungo, di questo lavoro e della vita, è stato bello conoscerlo. Ha molta energia. Io ero molto felice. Per la scena del litigio, ad esempio, tutto è avvenuto in modo molto naturale. Bisognava interpretare quella scena così. Sentivo da parte di Michaël un rispetto, un affetto che però non gli impedivano di essere franco!"

    Recita anche assieme a Julien Boisselier e Salomé Stévenin,
    che interpreta il ruolo di sua figlia…


    J. RENO: "Il ruolo di Julien non era semplice, perché doveva essere una minaccia credibile senza uscire dal registro della commedia. Conferisce grande stile a questo erede senza scrupoli. Mi
    piace davvero molto quel che ha fatto con questo ruolo.
    Per quanto riguarda Salomé, ho una figlia della stessa età, per cui questo tipo di legame non mi era estraneo. Nonostante tutto l’amore che si possa provare, facciamo sempre un po’
    fatica a comprendere questa ragazza! Recitare assieme a Salomé é stato molto piacevole; c’erano, come nel film, molti sentimenti differenti. Passiamo dallo scontro alla complicità, con un
    profumo di brioche appena uscite dal forno…
    "

    Come ha lavorato assieme a Daniel Cohen?

    J. RENO: "C’è stato un grande scambio di idee, molto dialogo. Abbiamo lavorato molto su degli impulsi che Michaël ed io abbiamo. La chiave era dosare il tono del film. Questa pellicola parla
    anche di cose serie, gravi, ma che nella maggior parte dei casi vengono affrontate attraverso delle situazioni molto divertenti. Ogni volta mi chiedevo come avrebbe reagito Alexandre nella
    vita reale
    ".

    Cosa ha pensato del film finito?

    J. RENO: "Mi è piaciuto il ritmo, la leggerezza. Mentre giravamo non avevamo mai consapevolezza del lato vivace che avrebbe avuto una volta terminato. Daniel Cohen è riuscito a equilibrare perfettamente tutto l’insieme, compreso il montaggio, per dargli uno slancio e un’umanità. Inoltre, trovo il film bello dal punto di vista estetico, e appetitoso, e le donne che vi recitano sono davvero belle".

    Il suo personaggio è presentato come il garante della gastronomia francese, rispetto alla cucina molecolare. Cosa pensa del dibattito 'cucina tradizionale' contro 'nouvelle cuisine'?

    J. RENO: "In realtà, non amo molto il termine 'nouvelle cuisine'… Che cosa significa? Piccola e cara? Viaggio molto e questo dibattito non esiste in Asia riguardo alla nuova o alla vecchia cucina cinese. C’è una cucina cinese, punto. Essa si trasforma, perché loro sono in costante evoluzione, ma non rinnegano ciò che è stato fatto prima e che gli ha aperto la via".

    Il film parla anche dello scambio intergenerazionale tra un giovane che ha appena iniziato e un anziano, che è più affermato ...

    J. RENO: "È un passaggio di testimone nel quale io credo molto. È necessario questo scambio affinché si possa progredire. I giovani hanno bisogno dell’esperienza degli anziani, i quali a loro volta hanno bisogno dell’energia dei giovani e della loro capacità di rimettere in questione le cose. Secondo me, è verso i sessant’anni che bisogna passare il testimone, altrimenti ci si ritrova rinchiusi dentro a delle idee troppo rigide. Ma questa ovviamente è solo un’idea personale! Secondo me, la soluzione si trova nell’alleanza tra le generazioni, ed è questo che dice il film per quanto riguarda la cucina. È perché arriviamo a conciliare tradizione e nuove idee che progrediamo".

    Qual è il ricordo che conserva di questo film?

    J. RENO: "Mi è piaciuto molto recitare con Alexandre, per quello che lui è, per quello che rappresenta. È un po’ più rotondo rispetto a me, ma è normale perché mangia di tutto! Anche il fatto di vestirmi di bianco mi piaceva molto. C’è qualcosa di puro, di semplice in questo abbigliamento. Non dimenticherò mai il mio incontro con Michaël Youn, sia umanamente che professionalmente.
    Ci siamo divertiti molto. Credo che questa storia farà divertire molto il pubblico. Spero anche di poter parlare del film con i miei amici cuochi. Spero che saranno felici dell’immagine che abbiamo
    dato del loro mestiere. Bisogna comprendere tutto quello che vivono, tutto ciò che rischiano, e le responsabilità che si assumono per offrirci le cose straordinarie che mangiamo così velocemente
    ".

    LA REDAZIONE


     
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