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    L'INTERVISTA

    THE NEXT THREE DAYS - INTERVISTA al regista PAUL HAGGIS (A cura dell'inviata SARA MESA)

    06/04/2011 - Il regista PAUL HAGGIS incontra la stampa a Roma per parlare del suo nuovo film THE NEXT THREE DAYS con RUSSELL CROWE tra le star protagoniste.

    Il suo film è chiaramente molto più di un thriller, c’è un grande sottotesto, perché all’ultimo ha deciso di svelare tutto ?

    PAUL HAGGIS: “L’ho fatto? Lo ipotizzate voi spettatori. C’è un lieto fine? Tutti desiderano un happy end e pensano di averlo ottenuto quando vedono il flash back, si dicono –è andata così, questa è la verità- ma è vero? Sono le stesse immagini dell’inizio, solo viste da un altro punto di vista, noi vogliamo che siano vere, ma possono esserlo e possono non esserlo”.

    Perché fare oggi un remake di 'Pour Elle' ? Per sottolineare l’individualismo e l’egoismo tipici della nostra epoca? La mancanza di fiducia nella legge da parte dei cittadini ?

    P. HAGGIS: “Amo il film originale. L’ho scelto per tutte queste ragioni e in più pensavo che avrei potuto porre delle domande sui protagonisti che non sono state fatte nell’originale. Non sono uno snob, se il remake va bene per Scorsese può andar bene anche per me. Volevo indagare la natura del credere in qualcosa o qualcuno, la natura dell’amore, è un’indagine che ha sempre affascinato tutti. Posso metterli sotto forma di dramma o di commedia, ma gli argomenti che tratto sono sempre gli stessi. Per me un film deve essere d’intrattenimento e far riflettere contemporaneamente”.

    Quindi l’unica salvezza è l’amore?

    P. HAGGIS: “Il problema è che tutti vogliamo più di quello che diamo. Nel film si parla del costo dell’amore, bisogna dare più di quello che si riceve. Ciò vale per gli affari, il business, la politica ecc. Per questo io ho avuto successo, sono stato pronto a dare più di quello che ho ricevuto, ho scritto delle sceneggiature senza essere pagato, per Crash praticamente non ho percepito compensi. Ho fallito dove ho detto merito più di quanto ho ricevuto, l’ego distrugge molte carriere ad Hollywood”.

    Pensava già a Russel Crowe mentre scriveva la sceneggiatura ?

    P. HAGGIS: “No. Non penso mai agli attori mentre scrivo la storia perché renderei loro un pessimo servizio, scriverei in funzione di ciò che hanno interpretato precedentemente. Appena finisco la sceneggiatura inizio a pensare a chi potrei scegliere e ho pensato subito a Russel”.

    Lei ha fatto dei film molto diversi tra loro, ma tutti ugualmente emozionanti. Cosa dirigerà ora ?

    P. HAGGIS: “La scelta è sempre quella di trovare una buona storia e raccontarla bene, a volte è più facile, altre meno. Million Dollar Baby mi è costato un anno, l’ho riscritto infinite volte. Per l’ultimo film ho impiegato un anno e mezzo, l’ho riscritto 50 volte. Non bisogna mai sentirsi soddisfatti, si deve prendere seriamente il proprio lavoro ma non sé stessi”.

    A proposito di quello che diceva prima, quali sono i suoi fallimenti?

    P. HAGGIS: “Tanti! Quanto tempo ha? In Crash, come in questo film e in Nella valle di Elah, affronto il peccato dell’orgoglio che è il peggiore dei sette peccati capitali. Io sono molto orgoglioso, sono seduto davanti ad ottanta persone, è difficile non sentirsi importanti, devo ricordarmi sempre che non sono migliore di prima perché gli altri mi seguono, devo sempre mantenere i piedi per terra. Lo scontro tra falsa e vera modestia è il più difficile, devo riuscire a giudicarmi come fanno gli altri, né meglio né peggio”.

    Questo è il primo film che produce con la sua casa di produzione. Perché ne aprite tutti una? Quelle di Hollywood sono così terribili?

    P. HAGGIS: “Tutte le decisioni finanziarie sono anche decisioni creative e viceversa. Come regista devi assumerti la responsabilità per ognuna di esse, io lo faccio per tutto quello che riguarda il film. Due settimane fa lo stavo spiegando ad una classe di Haiti in cui ero andato a fare lezione: se hai 5 giorni per girare una scena e fuori piove è colpa tua, devi trovare tu il modo per realizzarla comunque, non puoi prendertela con nessuno, solo con te stesso. Non è una questione di ego, né di spendere cifre esagerate per girare i film, in questo modo porto tutto il peso del film sulle mie spalle e cerco di fare del mio meglio”.

    Perché ha scelto questa storia? Ci sono molti casi insoluti, perché proprio questo? C’è qualcosa di autobiografico?

    P. HAGGIS: “Non c’è nulla di autobiografico per quanto riguarda il crimine, ma mi identifico nel rapporto d’amore e mi pongo la domanda: cosa può arrivare a fare un uomo per una donna?”

    E’ un buon giudice delle sue sceneggiature o le sottopone a qualcuno? E mentre le scrive pensa già alla loro realizzazione, magari ispirandosi a qualcuno per lo stile?

    P. HAGGIS: “Mia moglie è il mio miglior giudice, non ha sempre ragione, ma mi fido di lei. Quando ha letto Million Dollar Baby non mi ha parlato per due giorni, voleva che cambiassi il finale, naturalmente non l’ho fatto e alla fine mi ha dato ragione. Per quanto riguarda l’ultimo film, non le ho fatto leggere la sceneggiatura per un anno, alla fine l’ha letta e le è piaciuta. Ci siamo separati un anno e mezzo fa, ma io continuo a farle leggere tutto, ve lo sto dicendo per farvi capire quanto profonda è la mia fiducia nel suo giudizio. Mi fido molto anche del mio socio. L’ultima storia l’ho fatta leggere ad un amico dio vecchia data che fa il critico, l’ha giudicato bene e ho deciso di realizzarla. Cerco di non ispirarmi a nessuno, anche se so di essere influenzato da molti. Quando scrivo vedo già la storia come se fosse proiettata su uno schermo, ma è suscettibile di cambiamenti”.

    Un suo tema ricorrente è il dilemma morale di fronte al quale sono posti i suoi personaggi, qui c’è l’errore giudiziario, in 'Million Dollar Baby' ci si chiede se staccare o meno la spina… Nel suo nuovo film ci sarà ancora? Di cosa parlerà?

    P. HAGGIS: “Si chiamerà Terza persona, è sul genere di Crash, tre storie d’amore che si intrecciano tra loro".

    Il conflitto è il sale della drammaturgia. Come regista la rende unico, come uomo?

    P. HAGGIS: “Penso che più divento bravo come sceneggiatore più peggioro come essere umano. E’ una cosa che esploro nel prossimo film. Bisogna fare molto per espiare tutti i peccati che si commettono. La vita è incredibilmente complessa, spesso siamo sicuri di avere ragione, ma in realtà abbiamo torto, è facile giustificarci. La domanda ricorrente nei miei film è: la posizione etica che hai assunto ha lo scopo di far sentire bene te e gli altri? È quella giusta o è quella che ti conviene?”

    Come cittadino americano cosa pensa della politica americana nei confronti del conflitto libico? Sarà un nuovo Afghanistan?

    P. HAGGIS: “Non sono timido nell’esprimere le mie opinioni a questo proposito. Se mi avesse fatto delle domande su Nella Valle di Elah avrei avuto molte cose da dire a proposito di Bush e sono uno dei pochi che ha protestato contro Obama per non aver chiuso Guantanamo, non sono mai contento. Non ne so abbastanza per esprimere un parere competente, posso dire solo due cose: quando la gente lotta per la libertà deve essere sostenuta, ma non bisogna ricorrere alla violenza. Noi aspettiamo sempre che le cose arrivino all’estremo, ci piace crearci dei nemici per combatterli, invece di dialogare per ottenere la pace e renderli amici. Non dirò nulla di specifico perché non sono abbastanza informato sulla Libia e l’Egitto, ma non avremmo rapporti migliori con l’Iran se non avessimo appoggiato un regime dittatoriale per i nostri profitti? Non ci creiamo noi i nostri nemici? Ecco, prendo queste questioni, le metto nei miei film e le faccio affrontare dai miei personaggi”.

    Russel Crowe è un attore ancora disposto a dare più di quanto riceve?

    P. HAGGIS: “Si, è uno di quegli attori. Da molto, è generoso ed è una persona piacevole con cui lavorare. Non gode di buona fama lo so, ma per me è una persona buona e riflessiva, sempre pronta e disponibile”.


     
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