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    Home Page > Movies & DVD > The Master

    THE MASTER: PAUL THOMAS ANDERSON PORTA ALLA RIBALTA L'OMBRA LUNGA DI 'SCIENTOLOGY'. E IL CAST NON E' MENO IMPORTANTE DEL SOGGETTO, CON PHILIP SEYMOUR HOFFMAN, AMY ADAMS, JOAQUIN PHOENIX E LAURA DERN

    'CELLULOID PORTRAITS' rende Omaggio alla Memoria di PHILIP SEYMOUR HOFFMAN - 3 NOMINATION OSCAR 2013: 'MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA' (JOAQUIN PHOENIX); 'MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA' (PHILIP SEYMOUR HOFFMAN); 'MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA' (AMY ADAMS) - RECENSIONE IN ANTEPRIMA e PREVIEW in ENGLISH by JUSTIN CHANG (www.variety.com) - LEONE D'ARGENTO e COPPA VOLPI a JOAQUIN PHOENIX e PHILIP SEYMOUR HOFFMAN alla 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (Lido di Venezia, 29 agosto – 8 settembre 2012) - IN CONCORSO - 3 NOMINATION ai GOLDEN GLOBES: 'MIGLIOR ATTORE' (JOAQUIN PHOENIX), 'MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA' (PHILIP SEYMOUR HOFFMAN), 'MIGLIOR ATTRICE' (AMY ADAMS) - Dal 3 GENNAIO 2013

    "Una storia d'amore tra i due personaggi: il maestro e il suo adepto".
    Il regista e sceneggiatore Paul Thomas Anderson

    "Non credo che il film sia un'indagine sul mondo delle sette americane o che abbia un versante sociologico: la realtà è che il rapporto del maestro e del discepolo è un tema che esiste fin dalle origini della letteratura".
    L'attore Joaquin Phoenix

    "Tra loro (i due personaggi) c'è qualcosa, si identificano l'uno nell'altro. Sono entrambe bestie selvagge, ed entrambe vogliono addomesticarsi reciprocamente: per questo si attraggono".
    L'attore Philip Seymour Hoffman

    (The Master; USA 2012; Drammatico; 138'; Produz.: Annapurna Pictures/Ghoulardi Film Company; Distribuz.: Lucky Red)

    Locandina italiana The Master

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    Celluloid Portraits:



    See SHORT SYNOPSIS
    Trailer

    Titolo in italiano: The Master

    Titolo in lingua originale: The Master

    Anno di produzione: 2012

    Anno di uscita: 2013

    Regia: Paul Thomas Anderson

    Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson

    Cast: Joaquin Phoenix (Freddie Sutton)
    Philip Seymour Hoffman (Lancaster Dodd, alias 'The Master')
    Amy Adams (Mary Sue Dodd)
    Laura Dern (Helen)
    Rami Malek (Clark)
    Jesse Plemons (Val Dodd)
    Jillian Bell (Susan)
    Kevin J. O’Connor (Bill White)
    W. Earl Brown (Bus)
    Ambyr Childers (Elizabeth)
    Madisen Beaty (Doris Solstad)
    Christopher Evan Welch (John More)
    Mike Howard (Navy Doctor)

    Musica: Jonny Greenwood

    Costumi: Mark Bridges

    Scenografia: David Crank e Jack Fisk

    Fotografia: Mihai Malaimare Jr.

    Montaggio: Leslie Jones e Peter McNulty

    Effetti Speciali: Michael Lantieri (supervisore)

    Makeup: Don Rutherford

    Casting: Cassandra Kulukundis

    Scheda film aggiornata al: 05 Febbraio 2014

    Sinossi:

    IN BREVE:

    Un maestro di cerimonie noto come 'The Master' (Philip Seymour Hoffman), un intellettuale carismatico che guida un’organizzazione religiosa in ascesa nell’America dei primi anni Cinquanta, entra in relazione con Freddie (Joaquin Phoenix), un ventenne scapestrato, con problemi di alcolismo che diventa il suo braccio destro per poi iniziare a mettere in dubbio il Credo e le finalità del Culto cui si è avvicinato ed il suo stesso mentore. E questo malgrado l'abile capacità manipolatoria del carismatico guru sui suoi adepti e fedelissimi seguaci di cui è abituato a circondarsi.

    SHORT SYNOPSIS:

    A 1950s-set drama centered on the relationship between a charismatic intellectual known as "the Master" whose faith-based organization begins to catch on in America, and a young drifter who becomes his right-hand man.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    'SCIENTOLOGY' RAGGIUNGE LA CELLULOIDE MA... NON E' CHE L'INIZIO! STREPITOSI ENTRAMBI, MA E' QUESTO IL CASO IN CUI L'ALLIEVO (JOAQUIN PHOENIX DA OSCAR) SUPERA IL MAESTRO (PHILIP SEYMOUR HOFFMAN)

    Che non ci si aspetti un affresco compiuto, esaustivo e irridente nei confronti di Scientology, cui oramai più ufficialmente che ufficiosamente The Master di Paul Thomas Anderson (Magnolia, Il petroliere) si ispira: altrimenti lo si troverebbe estremamente lacunoso o quanto meno approssimativo sui fondamenti della sedicente 'dottrina' e fin troppo prolisso su un certo caleidoscopio di 'deragliamento' consapevole, da parte di due strepitosi protagonisti (il Maestro-Philip Seymour Hoffman e l'Allievo-Joaquin Phoenix) verso la voluttà sessuale, l'alcol potenziato, condito con droghe varie e festini nudisti con annessi e connessi. Questo non perché personalmente abbia una conoscenza particolare di questo 'movimento', 'credo' o 'setta' che dir si voglia - scegliete voi come più vi aggrada di chiamarlo - ma perché è un

    pò questa la sensazione che lascia questo film, di fatto impostato solo sulle origini di un 'fenomeno', com'è ben noto, alquanto dirompente e controverso, tutt'altro che 'allineato' o semplicemente 'derivato' da indirizzi religiosi o pesudo-religiosi correnti. Le perplessità che scaturiscono da alcuni semplici capisaldi concettuali e comportamentali-operativi di questa 'corrente di pensiero', diciamo così, sono affidate nel film ad una sorta di obiettore che risulterà un tantino sgradito alla riunione pubblica degli adepti, in particolare a Maestro e Allievo. I metodi usati di lì a poco per domare l'incendio provocato dalla scintilla la dicono lunga sulla serietà e attendibilità della sedicente 'dottrina'. Sembra che gli attuali protagonisti della reale Scientology, incluso Tom Cruise, abbiano visto il film, e sarebbe interessante sentire da loro se possono trovare 'politically correct' o in qualche modo irriverente questo affresco, come dire, più 'libertino' che 'liberty'.

    C'è una sorta di 'leit motiv' in The Master

    che, oltre a rispondere al rigor di cronaca, secondo cui negli anni Cinquanta in America, alla fine della guerra, la gente viaggiava molto da un Paese all'altro, cavalca la metafora del viaggio individuale alla ricerca di un'identità in cui riconoscersi: e questo motivo di ritorno è la scia del mare, resa unica protagonista dalle ripetute riprese dall'alto in momenti diversi della storia. Quella scia lasciata da una nave o un battello in movimento, sia essa quella della nave che riporta a casa dalla guerra, sia del battello di fortuna che potrebbe dare una svolta alla vita, sia quella per ritrovare un amore lasciato per strada troppo a lungo per 'incuria mentale'. E in fondo, quel che vediamo nel corso di questa inedita storia anche sul piano della scelta del format (in 70mm.), non è che un viaggio di reciproca conoscenza e 'amore' sul piano emozionale alla maniera di un padre

    con il figlio, di fatto tra un Maestro e un Allievo, si direbbe, 'per caso', sull'onda di affini naturali tendenze allo 'squinternamento'. 'Squinternamento' in cui è davvero il caso di dirlo, qui l'Allievo supera il Maestro. E dire che a ricoprire il ruolo del Maestro abbiamo nientemeno che Philip Seymour Hoffman, ma non dimentichiamoci che a rivestire il ruolo dell''allievo per caso' troviamo Joaquin Phoenix che qui, in The Master, ritrova il grande schermo con un ruolo da Oscar dopo uno stop notevole (fatta eccezione per il doc. autobiografico diretto da Casey Affleck). Il ritratto inciso da Joaquin Phoenix in The Master quale reduce di guerra, disadattato, vagabondo ed ubriacone con un 'disagio mentale' probabilmente genetico (la madre in manicomio), potrebbe coniare un'inedita icona da Neo-Realismo a stelle e strisce, o potrebbe essere uscito da qualche fotogramma di Pier Paolo Pasolini o da alcune delle pagine più illuminate e illuminanti,

    sia pure dall'alto degli intimistici chiaroscuri delle tragedie personali, di Cesare Pavese. E il regista Paul Thomas Anderson non si lascia certo sfuggire l'occasione di esaltarne l'essenza, immortalandone superbe schegge di 'umanità regressa' in primissimi piani colti da 'sotto in su', quelli che ne sfogliano i vari strati di follia, dolore e sbandamento che non trova posa.

    L'incontro fortuito tra i due (Maestro/Hoffman e Allievo/Phoenix) è l'inizio di qualcosa che tende ad un sostegno ed un aiuto reciproci per quel che sarà possibile in quelle condizioni. Un iter non sempre fluido e comprensibile, fluttuante così come la reale Potestà di Leader. Nell'aura di questo nuovo 'indottrinamento terapeutico' che ricorre all'ipnosi allo scopo di riesumare le vite passate attraverso il Buco Temporale, con la pretesa di guarire pure anche un certo tipo di malattie, si inserisce, con un ruolo tutt'altro che secondario, la moglie del Maestro: una Amy Adams calata nel

    personaggio in un mix di carattere femminile ben amalgamato tra la dolcezza remissiva e discreta della donna degli anni Cinquanta e la determinazione e sicurezza concettuali con un forte ascendente sia in famiglia che tra gli adepti (tra cui spunta anche il pallido cameo di Laura Dern).

    Il film fa perno su queste 'surreali' dinamiche terapeutiche volte a migliorare il nostro 'incorreggibile allievo', irrimediabilmente lascivo sugli impulsi incontrollati, carico di "impulsi negativi" e indubbiamente "allontanatosi dalla retta via". Una sorta di 'cavia protetta' su cui lavorare anche in pubblico: vedi l'interminabile 'esercizio' dalla parete di legno alla finestra di vetro o gli interrogatori-test con la reiterazione della stessa domanda come linea guida, con il primo dei quali riusciamo peraltro a fare una conoscenza della sua persona meno epidermica. E, sull'onda delle sue risposte, spesso ad occhi chiusi, fluttuano fotogrammi di ricordi che ci fanno amare e comprendere sempre più questo 'seguace'

    perennemente fluttuante, in una sorta di costante 'bilico emotivo e mentale' che, almeno per qualche tempo, nutre attraverso il Maestro, la sua flebile e dubbiosa speranza, credendo per un momento di poter trovare una via d'uscita dalla sua sofferenza interiore, dal suo 'disagio mentale'. Disagio che solo per un unico aspetto comportamentale - il modo particolare di mettere le mani sui fianchi - richiama peraltro alla memoria il mitico personaggio di Forrest Gump indossato da Tom Hanks. Ma evidentemente non per tutti 'Scientology' può funzionare, dacché, come sentenzia il Maestro nel suo secondo libro dedicato all'Uomo: "La fonte di tutto il Creato, Bene e Male siete voi", e se "Per vivere nei corpi che abitiamo il segreto è la risata", forse non tutti riescono a sorridere abbastanza.

    Secondo commento critico (a cura di JUSTIN CHANG, www.variety.com)

    Paul Thomas Anderson's longtime fascination with souls in extremis achieves a teasing, richly unsettling apotheosis in "The Master." The 1950-set story of a troubled WWII veteran drawn to and repelled by a mysterious community that strikingly resembles the Church of Scientology, the writer-director's typically eccentric sixth feature is a sustained immersion in a series of hypnotic moods and longueurs, an imposing picture that thrillingly and sometimes maddeningly refuses to conform to expectations. Still, with its bravura technique and superbly synched turns from Joaquin Phoenix and Philip Seymour Hoffman, the Weinstein Co. release should generate robust returns and furious discussion long after its hugely anticipated Sept. 14 bow.

    Pic has already been extensively sneak-previewed Stateside via surprise 70mm screenings (Anderson's preferred projection format) before its Venice and Toronto festival premieres, a peculiar rollout pattern that befits this ever-idiosyncratic filmmaker. Neither as explosive nor as enthralling as his "There Will Be Blood," "The

    Master" shares with that 2007 picture an unrelenting focus on a borderline sociopath, a deeply scarred individual who craves a certain form of validation, yet proves mentally and emotionally incapable of receiving it from a community whose own motivations are thoroughly suspect.

    Set to another Jonny Greenwood score that pulses, churns and jitters to its own unpredictable rhythms, the film opens with an evocation of a man literally and figuratively at sea. Idling away the last gasp of WWII somewhere in the South Pacific, Freddie Quell (Phoenix) emerges from the experience with a drinking problem, a pronounced psychosexual fixation and a general inclination toward erratic, childlike behavior. Yet as Freddie makes a vain attempt to assimilate, it's implied that he's suffering less from the trauma of war than from unexplained formative demons.

    Much of his backstory will be unpacked, at length, by Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), a strange and

    charismatic gentleman whom Freddie encounters when he drunkenly boards a passing yacht one March night in 1950. Bound for New York from San Francisco by way of the Panama Canal, the boat's passengers are adherents of the Cause, an out-there philosophy that requires them to recall and expose their deepest, most troubling memories, the better to purge the mind of undesirable impulses and restore it to its inherent state of perfection. Dodd, the group's self-styled leader, calls it "processing"; one harshly critical observer (Christopher Evan Welch) uses the less flattering terms "time-travel hypnosis therapy" and "cult."

    Although the Church of Scientology and dianetics are never directly invoked, the parallels are unmistakable, from the marked resemblance between Hoffman's Dodd and L. Ron Hubbard (a direct inspiration, as Anderson noted at the Venice press conference) to the Cause's claims, familiar from Hubbard's writings, that its followers can be healed of serious physical

    ailments and might one day bring about world peace. Yet "The Master" is no mere muckraking expose; as conveyed in the film, Dodd's teachings and insights, which he's clearly making up as he goes along, don't need much debunking.

    Instead, the picture is structured as a minutely observed tug-of-war between a damaged, volatile individual and a movement he never quite meshes with, building to an emotional standoff of near-volcanic force and fury. Over the course of several months, Freddie tries hard to fit in, hurling himself into the increasingly elaborate and outlandish self-baring exercises prescribed by Dodd. Members of Dodd's inner circle, chiefly his Lady Macbeth-like wife (Amy Adams, whose pertness has rarely seemed so malevolent), see this crazy drunk as a lost cause and a violent threat. Yet the group's desire to expel Freddie is complicated by the genuine affection and curiosity that pass between him and his master,

    an intimacy apparent in their disquieting back-and-forth exchanges, in which Dodd's insistent questions and Freddie's terse replies overlap with almost contrapuntal precision.

    Anderson's scripts have long delighted in the possibilities of language, particularly in period settings, and for long stretches, the scribe seems at once intoxicated and repulsed by the florid, fanciful, seductively high-minded diction Dodd uses to win and manipulate his converts. Hoffman, in his fifth collaboration with the director, simply mesmerizes here, his speech balancing the mellifluous with the ridiculous, his smiling eyes full of wonder and possibility even as his will and words maintain a grip of unyielding authority. Monstrous and monomaniacal though Dodd may be, he's a character to love.

    By contrast, Phoenix makes Freddie a figure of helpless, inarticulate rage; with his wiry physicality, flailing movements and permanently clenched grimace, he thwarts one's sympathy when he seems to need it the most. Even when it

    flashes back to his long-ago flirtation with a girl (Madisen Beaty) many years his junior, or visualizes his sexual fantasies in one surreally audacious sequence, the film refrains from going too deep inside his head. There is pathos here, but the viewer is directed less to identify with Freddie's state than to recognize the larger social and psychological forces at work, forcing one to remain attentive all the way through the film's cryptic, meandering and determinedly low-key final act.

    Yet even when the narrative drifts into increasingly ambiguous waters, the sheer brilliance of the filmmaking holds one rapt. Shooting primarily in Hawaii and Anderson's native California, d.p. Mihai Malaimare Jr. captures images of exceptional crispness and clarity, and Anderson stages some of his most complex and demanding sequences in lengthy single takes, the Panavision 65mm camera gliding around the action with insinuating elegance. Jack Fisk and David Crank's production design

    and Mark Bridges' costumes are unerringly, yet not distractingly, of the period, and Greenwood's off-kilter orchestrations seem to fade in and out of the meticulously layered soundscape, adding to the sense of a world tilting ever so gradually out of whack.

    Delivering little in the way of catharsis but offering an overwhelming number of things to think about, "The Master" is finally a wry but not uncompassionate study of human vulnerability and suggestibility, and of the disconnect that occurs when human behavior stubbornly resists the pull of an individual's whims or society's expectations. By dint of its outsider protagonist, the film leaves the viewer with a particularly perverse kind of optimism: When someone promises freedom and offers enslavement, madness may well be a better defense than sanity.

    Perle di sceneggiatura


    Bibliografia:

    Nota: Si ringraziano Lucky Red e Maria Rosaria Giampaglia (QuattroZeroQuattro)

    Pressbook:

    PRESSBOOK ITALIANO di THE MASTER

    Links:

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