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    Il cinema di Jessica Lange

    Biografia

    (A cura di ERMINIO FISCHETTI)

    (Cloquet, MINNESOTA-USA, 20 Aprile 1949 - )

    Nata il 20 aprile 1949, JESSICA (Phyllis) LANGE è considerata come una delle interpreti più raffinate, intelligenti, affascinanti e sensuali della sua generazione. Impostasi all’inizio degli anni Ottanta, con alcuni dei ruoli più controversi di quel periodo è, a ragione, un personaggio che non solo rappresenta la sua categoria professionale, ma anche tutte le donne che hanno combattuto per i propri diritti e per un ruolo paritario nel mondo contemporaneo. Le sue performance emanano un flusso magnetico a cui difficilmente lo spettatore riesce a resistere. A differenza delle sue colleghe, non ha girato un gran numero di pellicole, ma quasi tutte vengono ricordate, prevalentemente, per il suo straordinario talento. La sua vita privata non è mai stata fonte di chiacchiere o di interesse dei giornali scandalistici. Un matrimonio, quando era molto giovane, e due relazioni importanti: la prima con il ballerino e attore Mikhail Baryshnikov (dalla cui unione è nata Alexandra), la seconda con l’attore, regista, sceneggiatore e drammaturgo Sam Shepard, suo compagno sin dal 1982 (dalla quale sono nati Hanna e Walker).

    Al cinema, Jessica Lange aveva esordito grazie alla sua bellezza e al suo fascino con il bruttissimo remake King Kong nel 1976 e aveva subito vinto un Golden Globe come miglior star dell’anno, ma, resasi conto che con questo tipo di film non sarebbe andata lontano, decise di ritirarsi per studiare recitazione per poi ricomparire tre anni più tardi nella piccola, ma fondamentale, parte dell’angelo nel musical di Bob Fosse, All That Jazz.
    Sarà due anni dopo che sconvolgerà tutti con la scena di sesso, più bollente e sexy di quegli anni, sul tavolo da cucina insieme a Jack Nicholson nel remake The Postman Always Rings Twice (Il postino suona sempre due volte), in cui ci regala una performance da brivido.

    Il lavoro più bello della sua carriera arriva con la biografia di Frances Farmer, attrice degli anni Trenta lobotomizzata, caduta in disgrazia e vittima di una madre crudele. Lange, in questo film intitolato proprio Frances (id.), traccia la personalità di una donna sola e devastata dalle sue tragedie personali.

    Nel 1983 quando rifiuta la parte di Mae in The River (Il fiume dell’ira), andata poi alla collega e amica Sissy Spacek, per produrre e interpretare Country, ha appena vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista per la commedia più famosa del decennio, Tootsie (id.), in risarcimento di quello che avrebbe meritato davvero con Frances quello stesso anno da protagonista e che invece andò a Meryl Streep per Sophie’s Choice (La scelta di Sophie). Country rappresenta, quindi, per Lange una riconferma come attrice (oltre che il suo impegno politico nella denuncia al governo Reagan, che in quel periodo stava tagliando tutti i fondi per l’agricoltura, come viene raccontato nell’interessante pellicola), così come avverrà anche l’anno successivo nella discreta biografia di Patsy Cline, Sweet Dreams di Karel Reisz. Il regista inglese, formatosi nella stagione del free cinema aveva lanciato Vanessa Redgrave in Morgan! e aveva dato a Meryl Streep il primo ruolo da protagonista assoluta in The French Lieutenant’s Woman (La donna del tenente francese) e, in un primo momento, aveva pensato proprio a quest’ultima per interpretare l’icona della musica country, che però la rifiutò.
    All’inizio degli anni Sessanta, Cline era più popolare di Loretta Lynn (la cui storia era stata già raccontata nella pellicola del 1980 Coal Miner’s Daughter diretta da Michael Apted, con la quale Sissy Spacek aveva portato a casa il suo unico Oscar), della quale era amica e confidente.
    Coal Miner’s Daughter (La ragazza di Nashville) e Sweet Dreams rappresentano, ancora una volta, un punto d’incontro fra Spacek e Lange, che hanno avuto una carriera similare, in quanto entrambe protagoniste di biografie di cantanti dell’America profonda che gli americani amano tanto, con storie da manuale (mariti violenti e alcolizzati, infanzia di degrado) e percorsi di donne volitive nate e cresciute nella provincia americana. Mentre nel film con Lange, Patsy Cline viene descritta come donna capace di costruirsi una carriera da sola, in quello con Spacek, Loretta Lynn entra in un mondo che non le interessa, forzata dalle pressioni del coniuge. Viene, così, a crearsi lo stesso paragone dei due film del 1984 The River e Country, e con una tipologia di personaggi e interpretazioni molto simili. Infatti, in quel caso, entrambe interpretavano due donne che dovevano gestire una fattoria, insieme alla loro famiglia, durante i tagli di bilancio dell’amministrazione del presidente Reagan nei confronti degli agricoltori, come si è già fatto cenno. Due film di denuncia che uscirono a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro e che vedono le due interpreti protagoniste in ruoli a loro, spesso, usuali.

    Nel 1985, Lange partecipa ad un importante progetto per la televisione. Per il network indipendente PBS, è protagonista di un rifacimento di Cat on a Hot Tin Roof (La gatta sul tetto che scotta), tratto dal dramma di Tennessee Williams, già portato al cinema da Richard Brooks nel 1958 con le celebri performance di Paul Newman ed Elizabeth Taylor, e in televisione, nel 1976, da Robert Moore con Laurence Olivier, Natalie Wood e Robert Wagner. A differenza del suo predecessore televisivo, quest’altro adattamento ottenne critiche entusiastiche sia per la fedeltà maniacale al testo originale del suo autore, che per le straordinarie interpretazioni, specie quelle della stessa Jessica Lange, affiancata da Tommy Lee Jones. Ai premi Emmy, però, soltanto Kim Stanley, nel ruolo della madre di Bick, vinse come attrice non protagonista, mentre Penny Fuller, l’ingorda e arrivista cognata, fu solo candidata. I due protagonisti, invece, restarono totalmente a bocca asciutta.
    L’anno dopo Sissy Spacek e Jessica Lange compaiono insieme in Crimes Of the Heart (Crimini del cuore), storia di tre sorelle di nuovo sotto lo stesso tetto dopo molti anni. Nel film, Jessica è Meg, cantante fallita e alcolizzata, Diane Keaton è l’insoddisfatta e inaridita Lenny e Sissy è Babe, donna che ha tentato di uccidere il marito dopo che questi ha scoperto la sua relazione con un minorenne afro-americano.

    Dopo questo lavoro, per Jessica, come per altre colleghe della sua generazione, inizia un periodo di declino. L’attrice, nata nel Minnesota, comparirà in alcuni brutti film tra i quali Everybody’s All American (Un amore una vita) di Taylor Hackford, in cui interpreta la moglie di un giocatore di football alcolizzato (tanto per cambiare c’è di mezzo l’alcol!) innamorata del migliore amico di lui. Superfluo dire che si salva solo l’interpretazione di Lange, oltre a quella dell’allora giovanissimo, ma anche lui già in declino, Timothy Hutton. Una buona occasione ritorna nel 1989 quando lavora in un film di Costa-Gavras (autore di opere controverse come Z- L’orgia del potere e l’eccellente Missing), Music Box (id), nel quale è la figlia di un nazista ungherese che denuncia suo padre dopo aver scoperto la sua implicazione fra le SS. Il film è interessante anche se vagamente didascalico, ma lei risulta straordinaria come sempre. Dopo questo film la sua carriera si stabilisce su un binario medio: partecipa al remake di Martin Scorsese, Cape Fear (id.), con De Niro, Nick Nolte e una semiesordiente Julitte Lewis (prima che si distruggesse la carriera con le sue stesse mani partecipando a progetti mediocri in ruoli, spesso, ridicoli e mal interpretati) e al brutto Night and the City (La notte e la città) di Irwin Winkler e sempre con De Niro.

    Nel 1992, torna dopo sette anni, nuovamente a lavorare per un progetto televisivo, precisamente per il network CBS, nel film O Pioneers! (dal romanzo di Willa Cather e in Italia trasmesso con il titolo Terra di pionieri), con il quale ottiene una Nomination ai Golden Globe. Quasi contemporaneamente gira l’ultimo film di un altro dei maggiori esponenti del free cinema inglese, Tony Richardson, morto subito dopo aver terminato le riprese, con grande sforzo, di AIDS. Il film, Blue Sky (id)., di nuovo al fianco di Tommy Lee Jones, resta bloccato per tre anni, a causa del fallimento della Orion (casa di produzione che in quel periodo produceva e distribuiva molti film interessanti, tra i quali quelli di Woody Allen) prima di uscire nel 1994 e consacrare la sua protagonista con un secondo Oscar per l’interpretazione dell’indomabile e instabile Carly, moglie alcolista di un soldato nel periodo della guerra fredda degli anni Sessanta. Personaggio molto intenso che, attualmente, resta il lavoro più apprezzato dalla critica dopo Frances.

    In seguito a questo progetto c’è stato ben poco nella carriera dell’attrice. Nel 1995 gira per CBS l’ennesima riduzione televisiva di A Streetcar Named Desire (Un tram che si chiama desiderio), con il quale vince un altro Golden Globe, lavorando al fianco di Alec Baldwin, Diane Lane e John Goodman. La riduzione televisiva, come per La gatta, è lodata soprattutto per la sua performance, che l’attrice aveva già portato a teatro nel 1992, sempre con Baldwin. Quell’anno è anche co-protagonista del mediocre film di Michael Caton-Jones, Rob Roy, in cui è la moglie dell’omonimo avventuriero scozzese interpretato da Liam Neeson, e donna che, per ottenere la custodia definitiva del bambino preso in affidamento, va in causa contro la madre naturale, un’ex-tossica, interpretata da un’ancora sconosciuta Halle Berry. In questo film torna nuovamente a lavorare con David Strathairn dopo O Pioneers!
    Nel 1997 è la protagonista, insieme a Michelle Pfeiffer, Jason Robards e Jennifer Jason Leigh, di A Thousand Acres (Segreti), dell’australiana Jocelyn Moorehouse, già famosa per un altro film che aveva per sfondo la campagna americana How To Make an American Quilt (Gli anni dei ricordi). Segreti è la storia di due sorelle costrette a vivere, in una fattoria dell’Iowa, con il ricordo della loro triste infanzia, fatta delle violenze a cui le sottoponeva il padre (il film sembra quasi una versione moderna del King Lear di Shakespeare). Buona interpretazione, altra Nomination ai Golden Globe.
    Il lavoro successivo coincide con il momento più basso della sua carriera perchè è la protagonista del bruttissimo Hush (Obsession), in cui interpreta una madre possessiva e gelosa che tenta di uccidere la nuora (Gwyneth Paltrow) durante il parto allo scopo di portarle via il nascituro. La sua performance è kitsch, ridicola e assolutamente dimenticabile (motivo dovuto, in particolare, alla terribile sceneggiatura). L’anno successivo è Tamora, madre sanguinaria in un film pieno di elementi da gran guignol e adattamento di una delle opere meno conosciute di William Shakespeare, Titus, diretta dalla regista, prevalentemente teatrale, Julie Taymor (impostasi al grande pubblico con pellicole come Frida e Across the Universe).

    Nel 2003 si impone nuovamente con il bel film per la tv prodotto da HBO, Normal, presentato al Sundance Film Festival, con il quale ottiene molti riconoscimenti e in cui affianca lo straordinario Tom Wilkinson. Diretto dalla regista di altri due importanti tv-movie, The Baby Dance con Stockard Channing e la bellissima Laura Dern, onesto film sul terribile e triste mondo delle adozioni negli USA, e il primo frammento del contestato Women (If These Walls Could Talk 2) con Vanessa Redgrave, su tre donne in tre epoche diverse che vivono la loro vita omosessuale. La pellicola, interpretata da Lange, affronta un altro scottante argomento: come si può cercare di continuare ad amare il proprio marito quando questi, dopo venticinque anni di matrimonio e due figli, confessa di essere nato nel corpo sbagliato e voler affrontare una conversione dei sesso?
    Nello stesso anno, Lange è nel cast del film di Tim Burton, Big Fish, in cui ha la piccola ma incisiva parte della moglie del protagonista, nella fase anziana, interpretato sia da Albert Finney che da Ewan McGregor. Nel 2005 partecipa insieme al compagno Sam Shepard a Don’t Come Knocking (Non bussare alla mia porta) di Wim Wenders, ritratto di un’America poco scandagliata nelle perfette corde del regista tedesco e al film di Jim Jarmusch, Broken Flowers.

    Gli ultimi progetti dell’attrice sono stati il remake televisivo del romanzo di Flora Rheta Schreiber, Sybil, diretto da Joseph Sargent, messo in ombra dal suo predecessore diretto da Daniel Petrie e interpretato da Sally Field e Joanne Woodward, ma anche perché CBS lo ha pubblicizzato malissimo e trasmesso in sordina il 7 giugno 2008, non dandogli assolutamente lo spazio meritato; la commedia drammatica Bonneville (Quel che resta di mio marito), passata per alcuni festival minori e uscita lo scorso 28 febbraio negli Stati Uniti e in Canada, storia di tre amiche (le altre due sono impersonate da Kathy Bates e Joan Allen) che viaggiano on the road con le ceneri del marito di una di loro, proprio quello interpretato da Jessica. Ha appena finito di girare per HBO Grey Gardens, un film sulle figure delle due Edith Bouvier, "Big" e "Little", madre e figlia, in cui l’attrice interpreta il personaggio della madre, mentre Drew Barrymore è la figlia. Non ci sono dubbi su chi delle due vincerà la sfida quando il film potrà essere apprezzato dal pubblico.

    Bibliografia: J.T. Jeffries, Jessica Lange, Mass Market Paperback, New York 1987;
    Mark Emerson, Eugene E. Pfaff, Jr, Country Girl - The life of Sissy Spacek, St. Martin’s Press, New York, 1988.

    Aggiornata al: (19 Ottobre 2008)

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