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    L'INTERVISTA

    WHITE GOD - SINFONIA PER HAGEN - INTERVISTA al regista, sceneggiatore e attore KORNÉL MUNDRUCZÓ

    09/04/2015 - WHITE GOD - SINFONIA PER HAGEN - INTERVISTA al regista, sceneggiatore e attore KORNÉL MUNDRUCZÓ

    Chi è il Dio Bianco? Cosa significa il titolo del film?

    "Ho voluto collocare il film in una prospettiva in cui si capisca che il cane è il simbolo dell’eterno emarginato per cui il padrone è il suo Dio. Mi hanno sempre interessato le peculiarità di Dio. Dio è davvero bianco? Oppure ogni persona ha il suo Dio? L'Uomo Bianco ha dimostrato innumerevoli volte che è solo capace di dominare e colonizzare. Le due parole collegate del titolo nascondono molte
    contraddizioni ed è per questo che l'ho trovato così accattivante".

    Il film è, per molti versi, differente dai tuoi precedenti lavori. Ci puoi spiegare qual è stato il tuo stimolo?

    "Dopo dieci anni di lavoro, ho sentito che un mio periodo era giunto al termine. A dire il vero 'Tender Son – The Frankenstein Project' ha rappresentato il paragrafo finale di quel capitolo. In un certo modo sono cresciuto e così sono arrivato al termine dell’esperienza cinematografica dell'adolescenza. Ho sentito che ero più interessato a pensieri che richiedevano una forma diversa. Come conseguenza dell'imponente declino culturale, è stato mio dichiarato intento parlare ad un'audience più ampia e questo richiedeva una nuova forma. Nel corso del mio lavoro, mi sono trovato ad affrontare diverse domande in sospeso e il fatto che fossi in grado di rispondere senza ripetermi mi ha di per se già reso felice. Ma chiaramente, anche questo è un film di Mundruczó, dall'inizio alla fine".

    Quanto il presente politico dell'Ungheria ha inciso sul film?

    "Il film è più una critica dell'Ungheria di una volta e di quella del futuro, dove un’esigua minoranza domina su una massa più estesa. Questo sta diventando sempre più vero anche per l'Europa. Un gruppo dell’élite si riserva il diritto al potere mentre, come in un reality show politico, i politici sono stelle che noi decidiamo di eleggere o meno. Queste sono tendenze molto pericolose. Se non prestiamo attenzione, un giorno le masse si ribelleranno".

    Quale aspetto di Budapest volevi rappresentare?

    "Volevo liberarmi da quel tipico senso di nostalgia dell'Europa dell'est post-sovietica che ha invece caratterizzato i nostri film negli ultimi decenni. L'Europa dell'est si trova in mezzo a un immenso caos, in un clima di cambiamento e instabilità; pianificare in anticipo è impossibile. Ho cercato spazi e immagini che potessero rappresentare tutto questo. Ho cercato di creare una nuova Budapest, che esprimesse una relazione attuale con la storia della città".

    Com’è nata in te l’idea di utilizzare i cani per rappresentare gli eterni emarginati? Che cosa ha ispirato la storia?

    "Nell'arte è sempre molto difficile trovare i mezzi per descrivere delle verità senza tempo in modo nuovo. L’incontro con la letteratura di Coetzee è stata un'esperienza rivelatrice. Il suo lavoro richiama l'attenzione sul fatto che c'è uno strato più basso anche di quello dei più emarginati, che consiste in un’altra specie di esseri intelligenti e razionali che possono essere sfruttati in tutti i modi possibili dall'uomo: gli animali. E' qui che ho cominciato a chiedermi se fosse possibile girare un film con un cane. L'idea era tanto spaventosa quanto stimolante. Inoltre, è da un po’ che volevo girare un film con una ragazzina come protagonista. Nel film, una ragazza sul punto di diventare adolescente deve perdere la sua innocenza nello stesso modo in cui fanno i cani. E' una storia a specchio in cui un elemento non può esistere senza l'altro".

    Com’è stato lavorare con i cani e cosa ne è stato di loro dopo il film?

    "E' stata un'esperienza terapeutica. E' stato come entrare in contatto con la stessa Madre Natura e anche con un po’ dell'Universo: come vedere il quadro completo, sentire l’infinito. Durante le riprese, si aveva la sensazione che noi dovessimo adeguarci a loro e non viceversa. Il film è un esempio straordinario della cooperazione eccezionale tra due specie. Un'esperienza edificante anche perché ogni cane presente nel film proveniva dai canili e alla fine delle riprese sono stati tutti adottati e hanno trovato delle nuove case".

    Come si sono preparati gli altri membri del cast per il lavoro congiunto con i cani? Come hanno reagito gli attori a quest'idea?

    "Non c'è stato alcun tipo di problema. Ma sicuramente il lavoro congiunto ha richiesto un diverso tipo di attenzione e di presenza da parte degli attori. Da un lato, si collaborava con i cani, ma dall’altro, tutti indistintamente dovevamo osservare le istruzioni ricevute dalla
    guida americana. Ogni scena doveva essere giocosa e indolore per gli animali. In un certo senso i cani diventavano attori e gli attori cani".

    Anche il tuo team di sceneggiatori è diverso per questo film. Questa scelta ha a che fare con il fatto che volevi usare un nuovo registro stilistico?

    "Si, stavo già lavorando da un po’ con questo team a teatro. Con Kata Wéber, di recente abbiamo realizzato dei drammi sociali che ci hanno aiutato a introdurre nuovi contenuti nel nostro lavoro. Anche Viktória Petrányi da tempo è la mia co-sceneggiatrice e produttrice. Ho sempre amato lavorare in team".

    Il film è costruito usando elementi presi da generi diversi. Fino a che punto il mescolare stereotipi del dramma, del film d'avventura e di vendetta è stata una decisione consapevole?

    "Non è stato propriamente un 'mescolare', ma più che altro un nuovo modo di interpretare. Nell’Europa dell’est, che va sempre più disgregandosi, questi generi sono presenti anche nella società. Le vite di alcuni di noi sono soap opera, altre, dei veri e propri thriller. Questi aspetti si alternano nella vita di ogni giorno con la stessa facilità con cui si cambia un canale in TV. Armonizzare questi generi in funzione di una grande idea era qualcosa di eccitante. È possibile fondere stereotipi con riflessioni reali? In alcuni momenti questi strati si intersecano l’uno con l’altro, il tutto tenuto insieme da un’unica grande idea. Non dovrebbe mai essere una parodia".

    Anche i movimenti di macchina e la fotografia sono cambiati rispetto ai tuoi precedenti film. Fino a che punto questa è stata una decisione consapevole e quanto invece è dovuta all'imprevedibilità dei tuoi 'attori'?

    "Ho usato un movimento di macchina simile anche nei miei precedenti lavori, ma in questo film ho lavorato con un direttore della fotografia molto giovane: Marcell Rév. Le immagini hanno un significato diverso per lui rispetto a quello che hanno per la nostra
    generazione. Inoltre, volevamo raccontare questa grande fiaba iniettandola di elementi realistici. Questo purtroppo non dipendeva solo da noi. A causa dell'imprevedibilità dei cani, non potevamo sapere in anticipo le scene che avremmo dovuto girare, come solitamente avviene. Quindi ci siamo adattati a tutto questo, come se stessimo girando un documentario sulla natura. Inoltre non mi interessa creare una forma a tutti i costi, ciò che porterebbe rapidamente alla morte del creatore stesso, pensiero non del tutto stimolante".

    Che emozioni vuoi suscitare nel pubblico che vedrà il film?

    "Questo è un film fortemente morale, che pone interrogativi altamente morali, il pubblico di conseguenza deve giungere a conclusioni morali. Per me ciò che è più importante è riuscire a far battere forte il cuore".

    Perché hai scelto le 'Rapsodie Ungheresi' come uno dei principali motivi del film?

    "Tom e Jerry è conosciuto in tutto il mondo. Quindi è un motivo orecchiabile. Allo stesso tempo, il fatto che sia universalmente noto, rende quasi banale l’opera. Ho cercato una musica che potesse servire da emblema per l'Ungheria ma anche per qualcosa che non
    c'è più. Nel film un triste direttore d'orchestra fa suonare questo pezzo ai ragazzi, affiancandosi così alla furia dei cani. La stessa furia che è strettamente legata alla verità della rapsodia. Sono stato anche mosso dalla visione di una ragazza che suona la tromba e che, come nelle fiabe, è in grado di comprendere gli animali. Zsofia Psotta porta tutto questo sullo schermo con sorprendente credibilità e talento".

    Il film è stato realizzato con un cast artistico e tecnico molto giovane. E' stata una decisione consapevole?

    "Per molti aspetti si, ma ho anche incontrato dei limiti oggettivi, poiché quasi nessuno della mia generazione era disponibile. L'idea del film mi è venuta all’improvviso e tutti erano già impegnati in altri lavori. Anch’io sono molto cambiato negli ultimi anni e, in un certo qual modo, ho voluto accettare la sfida che il film lanciava. E questo è esattamente ciò che è successo. Il compito era nuovo anche per il più esperto addestratore di cani o membro del team. Nessuno aveva mai girato un film prima con 250 cani. Solitamente i cani si vedono nei film solo quando rubano una torta di compleanno dal tavolo".

    Dopo aver interpretato un ruolo principale in 'Tender Son - The Frankenstein Project', tu reciti anche in questo film. Apparirai sempre nei tuoi film d'ora in poi?

    "Non è nei miei programmi. Questo è stato uno sfortunato incidente che non rimpiango. L'attore che doveva interpretare l'Afgano ha dovuto rinunciare all'ultimo minuto. Non ho trovato nessuno che prendesse il suo posto. Onestamente mi piace recitare, ma preferisco farlo in film di altri".

    Quali sono i tuoi progetti futuri? Ci sono alcune cose che ti porterai consapevolmente dietro anche nei tuoi prossimi film?

    "Per me questo rappresenta l’inizio di una filmografia adulta, ma vorrei anche continuare a raccontare favole. Anche lo spirito di una nuova Europa dell'est è importante per me, perché la sua anima è rimasta la stessa, anche se tutto ciò che le ruota intorno è cambiato. Credo sia mio compito fare un resoconto di questo".

    Gli ultimi 40 minuti del film mostrano immagini mai viste prima. Perché questo era necessario?

    "Questi sono i momenti in cui le masse si ribellano, l’attuale paura dell'Europa: la rivoluzione delle masse. E hanno ragione ad aver paura. Ho cercato delle immagini simboliche per rappresentare tutto questo, in modo che si veda la direzione che si prende quando ci si rifiuta di mettersi nei panni di un'altra specie, dell'avversario o delle
    minoranze. Volevo mostrare la loro prospettiva. L'arte non deve mai rinunciare alla sua posizione critica, mettendo uno specchio davanti alla faccia della società".

    LA REDAZIONE


     
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