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    L'INTERVISTA

    BLING RING - INTERVISTA alla regista e sceneggiatrice SOFIA COPPOLA

    25/09/2013 - BLING RING - INTERVISTA alla regista e sceneggiatrice SOFIA COPPOLA

    Avevi già sentito parlare dei furti del Bling Ring prima dell'articolo apparso su Vanity Fair?

    "Mi ricordo di quando se n'è cominciato a parlare nelle news, ma all'epoca non ci avevo prestato molta attenzione. Poi, quando ho letto l'articolo, ho pensato che sembrava proprio la trama di un
    film. Era incredibile: ragazzi giovani e carini che facevano quelle brutte cose nel mondo agiato e scintillante delle star. Le loro dichiarazioni mi hanno molto colpita. Sembrava che non si rendessero conto di aver fatto qualcosa di veramente sbagliato e che fossero interessati soprattutto alla celebrità ottenuta grazie alle rapine. Tutta questa storia sembrava dire molto sulla nostra epoca e su come crescono i ragazzi nel mondo di Facebook e di Twitter".

    Come hai trasformato questa storia in una sceneggiatura?

    "Ho letto le trascrizioni dei rapporti dei giornali e della polizia e ho incontrato alcuni dei ragazzi per cercare di capire quanto più possibile! Poi mi sono sforzata di ricordare com'ero io a quell'età e le cose che facevo, e ho cercato di trovare delle analogie. Per esempio mi sono ricordata di com'è sentirsi parte di un gruppo di amici, alle cose stupide che si fanno a quell'età, e a come ci si sforzi
    sempre di omologarsi agli altri. Per quanto riguarda i genitori, ho osservato la madre di una delle ragazze in un reality show alla televisione e ho costruito la sua personalità sulla base di quello che
    ho visto".

    Cosa pensi di questi ragazzi? Li biasimi per quello che hanno fatto?

    "Ho cercato di essere empatica e di non giudicare. Non che volessi dire che quello che hanno fatto va bene, ma desideravo che il pubblico si facesse una sua opinione. Non mi piace stabilire quello che il pubblico dovrebbe pensare. Il film mostra come la cultura dominante riesca ad influenzare dei ragazzi ai quali le famiglie non hanno trasmesso valori forti in cui credere".

    Per un francese il semplice fatto che le sorelle Neiers siano poi state scelte per un reality show in televisione è incredibile…

    "Sì. Ho riflettuto su come questi adolescenti siano stati condizionati da tutto ciò, e a come i reality siano una cosa normale per tutti coloro che sono cresciuti guardandoli in TV. L'idea della mancanza di privacy è diventata una cosa normale. Non sono sicura di quale sia l'opinione della gente su questi ragazzi: credo che siano affascinati da come siano riusciti a spingersi oltre. A tutti piace dare
    un'occhiata ai giornali scandalistici di tanto in tanto, e i protagonisti della storia rappresentano l'estremizzazione di questa pulsione…!"

    Stilisticamente il tuo film sembra un po' diverso dal precedente: la narrazione è più lineare, le sequenze sono più brevi… Perché?

    "Perché funziona meglio per il materiale di partenza, che per me stabilisce sempre come devo girare un film. Inoltre dopo SOMEWHERE, il mio ultimo film, volevo fare qualcosa che avesse un ritmo più veloce. Ma ci sono anche sequenze lunghe, come quella della casa vista dall'alto, con i due ragazzi che entrano ed escono da una stanza all'altra. Girare dalla collina è stata un'idea di Harris Savides, uno dei direttori della fotografia. Adoro quella sequenza e sono felice che Harris abbia insistito per farla, visto che stavamo cercando modi alternativi per mostrare le rapine. Harris ha contribuito moltissimo ai miei film, mi ha sostenuto e mi ha aiutata a realizzarli".

    A parte quella di Paris Hilton, hai girato altre scene in vere case di celebrità?

    "La sua è l'unica vera. Per gli altri, ne abbiamo realizzato una nostra versione. Ma devo ammettere che è stato eccitante girare in uno dei luoghi reali della storia e dare un'occhiata al suo mondo, nei suoi armadi..."

    Hai messo insieme un'attrice molto esperta, Emma Watson, con degli esordienti. Come mai?

    "Ho pensato che Emma sarebbe stata perfetta nel ruolo di Nicki, e mi è sempre piaciuto lavorare con ragazzi che sono agli inizi della loro carriera, pieni di entusiasmo e di freschezza. Mi piaceva l'idea che avessero davvero 16 e 17 anni. Ho cercato di metterli a loro agio e ho cercato anche di farli uscire insieme il più possibile prima di iniziare le riprese, perché si affiatassero e sembrassero
    davvero amici".

    Definiresti “Bling Ring” un racconto morale?

    "Forse lo definirei un monito...".

    LA REDAZIONE

    Dal >Pressbook< di BLING RING


     
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