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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > LA CHIAVE DI SARA - INTERVISTA al regista e co-sceneggiatore GILLES PAQUET‐BRENNER

    L'INTERVISTA

    LA CHIAVE DI SARA - INTERVISTA al regista e co-sceneggiatore GILLES PAQUET‐BRENNER

    19/12/2011 - LA CHIAVE DI SARA (dal 13 GENNAIO 2012 al cinema) - INTERVISTA al regista e co-sceneggiatore GILLES PAQUET‐BRENNER

    Come è nato il desiderio di portare sullo schermo il libro di Tatiana de Rosnay?

    GILLES PAQUET‐BRENNER: "L’idea di questo film è nata tre mesi prima dell’uscita di UV‐Seduzione fatale. Mi sono imbattuto nel libro di Tatiana de Rosnay e l’ho letteralmente divorato. Il suo intreccio è avvincente: oltre a raccontare il rastrellamento del Velodromo d’Inverno e i campi di concentramento del Loiret, li riesamina attraverso uno sguardo contemporaneo: dopo aver scoperto un segreto di famiglia, una giornalista americana che vive in Francia conoscerà meglio la storia del suo paese di adozione mentre la sua vita resterà sconvolta da qualcosa che all’inizio sembrava non riguardarla".
    La storia esplora anche zone d’ombra di cui si è sempre parlato poco, come il comportamento dei testimoni dell’epoca, dei quali collaborazionisti e partigiani costituivano solo una piccola parte. La maggioranza delle persone semplicemente faceva finta di non vedere, cercando così di salvarsi la pelle; come la famiglia Tezac, che in linea di massima non ha fatto niente di male eppure si sente colpevole; o come i Dufaure, eroi quasi loro malgrado. Il libro rifugge da schemi manichei: ci sono i fatti e anche le conseguenze sulle generazioni future, e si è lontani dalle semplificazioni alle quali siamo abituati. Ha anche alcune affinità con la mia storia personale".

    In che modo?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Sono di origine ebraica e gli uomini della mia famiglia sono spariti in quel periodo. Mio nonno, un musicista ebreo tedesco che aveva sempre vissuto in Francia, è stato denunciato da alcuni francesi ed è morto all’inizio della sua deportazione. Gli rendo omaggio nel film attraverso il personaggio dell’uomo con il violino che ha un anello contenente del veleno per poter decidere il momento della sua morte… Mia madre mi ha raccontato per la prima volta questo aneddoto durante la preparazione del film. Quando mio nonno è stato deportato io non c’ero, ma ne ho visto le conseguenze su mia madre, le sue sorelle, mia nonna… Nel libro ho ritrovato anche questo: i sopravvissuti che devono imparare a convivere con i morti".

    E’ stato facile ottenere i diritti del libro da Tatiana de Rosnay?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Desideravo farne un film prima ancora di finire di leggerlo. Informandomi, ho saputo che Tatiana e Serge Joncour, l’autore di UV Seduzione Fatale, si conoscono e si stimano a vicenda. Tatiana ha così saputo che volevo adattare il romanzo e abbiamo contattato la sua casa editrice. Siamo stati i primi a fare questo passo, dato che ho avuto la fortuna di leggere il libro abbastanza presto, qualche giorno dopo la sua uscita. Poi, con il successo del romanzo, Tatiana è stata subissata di proposte, soprattutto americane, ma lei ha mantenuto la parola data e ha continuato ad accordare a noi la sua fiducia".

    Nell’adattamento realizzato con Serge Joncour, ha modificato molto del romanzo?

    G. PAQUET‐BRENNER: "No, siamo rimasti abbastanza fedeli al romanzo, tranne per un elemento fondamentale. Nel libro il fratellino di Sara va da solo a rifugiarsi nell’armadio a muro mentre la sua famiglia viene arrestata. Nel film è Sara che gli chiede di farlo, e questo modifica il suo personaggio amplificando il suo senso di colpa. Un altro cambiamento importante è stato inserito per porre rimedio ad una frustrazione di molti lettori che rimpiangevano, come me, che nel libro non apparisse più Sara dopo la scoperta di suo fratello. Con Serge abbiamo perciò sviluppato per lo schermo il personaggio di Sara da adulta. Ma l’adattamento non è stato particolarmente difficile, perché il libro è strutturato benissimo. Le sole vere difficoltà sono state quelle relative al passaggio da un’epoca all’altra, dal 1942 ai giorni nostri, e dover comprimere tutto in due ore. E in effetti all’inizio Serge mi aveva portato una prima versione di 250 pagine!".

    Eppure è stato difficile trovare i finanziamenti…

    G. PAQUET‐BRENNER: "Certo, con la mia filmografia incoerente e discontinua… Onestamente credo che alcuni si siano sentiti traditi dopo 'Les jolies choses'. Per divertirmi ho girato 'Gomez et Tavares', un film che ha avuto successo, ma che ha confuso la mia immagine. L’uscita di 'UV‐Seduzione fatale' è stato un brutto colpo. E’ una strana sensazione quella di fare un film di cui si è fieri e che tutti detestano. Insomma… molti amavano la sceneggiatura di 'La chiave di Sara', ma non l’idea che fossi io a dirigere il film! Ed è là che Stéphane Marsil, il mio produttore, ha dato prova di una tenacia e di una fedeltà rare in questo mestiere. Ha messo in gioco la sua stessa credibilità. Lui e il ricordo di 'Les Jolies choses' hanno salvato questo film. E’ grazie soprattutto al fatto che ha amato il mio primo lungometraggio che Frédérique Dumas, di Studio 37, si è unita a noi. E’ stato fondamentale, anche se questo non ci ha impedito di vivere momenti umilianti… ed è un eufemismo dire che ci hanno messo i bastoni tra le ruote, ma Stéphane non ha mai mollato. Per questo progetto ci è capitato almeno dieci volte di pensare che non ce l’avremmo fatta. E per dieci volte le cose si sono sistemate in modo del tutto inatteso".

    Come mai ha scelto Kristin Scott Thomas per interpretare il ruolo della giornalista che, preparando un articolo sul rastrellamento del Velodromo d’Inverno, si trova a ricostruire la vita di Sara?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Il suo profilo personale corrisponde in modo inquietante a quello di Julia Jarmond. E questo peraltro le faceva un po’ paura, perché non aveva mai interpretato un personaggio che le somigliasse tanto. Stéphane Marsil conosce Kristin per aver prodotto Arsene Lupin, e Ti amerò sempre è uscito nelle sale proprio mentre stavamo ultimando la nostra sceneggiatura. Ora, con questo film si è creato tra lei e il pubblico francese un legame forte e stabile. Le abbiamo inviato la sceneggiatura ma, siccome era impegnata a teatro a Broadway, la sua risposta non è stata immediata. Intanto si avvicinavano le presidenziali USA e a me è venuta voglia di andarle a vivere lì sul posto… Ho incontrato Kristin il giorno della vittoria di Obama, andandola ad aspettare all’uscita dal teatro. Lì, spinta dal desiderio di raccontare questa storia, ma senza dubbio trascinata anche dalla strana euforia che regnava in città, mi ha detto di sì. Il suo coinvolgimento è stato decisivo. Sicuramente per i finanziamenti del film, ma soprattutto per tutto quello che lei ci ha messo di suo. In 'La chiave di Sara' la vediamo com’è nella vita vera: carismatica, moderna, molto al passo con i tempi. La sobrietà della sua recitazione e la sua classe naturale mantengono il film a distanza di sicurezza da possibili trappole lacrimevoli. Come dice lei stessa, lei c’è per rappresentare la coscienza dello spettatore. Un compito che però va svolto con il necessario equilibrio".

    Come ha scelto il resto del cast?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Non volevamo una parata di star. Abbiamo distribuito i ruoli cercando l’attore migliore o l’attrice migliore per ciascuna parte senza dover avere per forza dei nomi di richiamo. C’è perciò un misto di talenti molto noti e meno conosciuti. Alcuni sono stranieri, altri parlano yiddish. Bisognava che tutto suonasse vero, autentico, dovevamo far sparire l’artificio del cinema".

    Perché rivolgersi a Niels Arestrup per il ruolo del contadino che accoglie la piccola Sara dopo la sua evasione dal campo di concentramento?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Niels ha quel lato un po’ scorbutico delle persone di campagna, e ne ha anche l’aspetto fisico. E la sua freddezza apparente contrasta con il coraggio e la bontà del personaggio. Ha letto la sceneggiatura in due giorni, ha accettato di incontrarmi per un caffè e mi ha detto di sì. Niels contribuisce come Kristin a dare equilibrio all’insieme. La sua sobrietà nell’interpretare un ruolo che avrebbe potuto cedere in modo troppo semplicistico ai buoni sentimenti è fondamentale. A volte pensavo addirittura che non facesse abbastanza sul set. E’ in quei momenti che si scopre che bisogna saper dare retta alle persone che ne sanno più di noi. Lavorare con attori del calibro di Niels o Kristin ci insegna ad essere umili".

    Come ha scelto Mélusine Mayanceper per il ruolo di Sara bambina?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Partivo da una certezza: i bambini si induriscono e crescono più velocemente in tempo di guerra. Cercavo, in fondo, tanto la bambina quanto l’adulta che sarebbe diventata... Vedendo Ricky‐una storia d’amore e libertà mi è venuta voglia di incontrare Mélusine. Ed è entrata a far parte di un gruppo di tre ragazzine che avevamo selezionato per far fare loro qualche prova prima dei provini filmati. Lo scopo era quello di conoscerle un po’ meglio, di valutare la loro maturità e vedere come avrebbero reagito alla durezza del soggetto. Alla fine ne sono rimaste due: una più istintiva e Mélusine, una professionista, che si è imposta con naturalezza. Era il film per lei! Ha inchiodato tutti. E’ precisa negli obiettivi che si pone, ha un senso innato della macchina da presa, è sempre al suo posto, senza la minima esitazione. Come ha detto François Ozon: 'Mélusine non è una ragazzina, è un’attrice'. Per un ruolo così difficile per la sua età, è una fortuna averla trovata".

    Abbiamo anche la sopresa di rivedere Aidan Quinn, il coprotagonista con Brad Pitt di 'Vento di passioni', nel ruolo del figlio di Sara, che la giornalista interpretata da Kristin Scott Thomas va a cercare per la sua inchiesta. Come siete riusciti a stanarlo?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Qualche volta Tatiana riassume il suo libro così: è la storia di un uomo che alla fine scopre chi era sua madre… Per questo ruolo cercavo un’idea, una presenza, qualcuno che avesse personalità. La scoperta di William alla fine del film è cruciale, perché è la cosa che dà un senso all’inchiesta di Julia. La ricerca è stata lunga e difficile e, anche se la presenza di Kristin ci ha aperto delle porte, gli agenti americani ci hanno educatamente ignorato. Perché avevamo appena tre giorni per le riprese di quelle scene e niente soldi... Alcuni attori ci hanno detto di sì, ma chiedendo dei compensi proibitivi. E poi, un giorno, la nostra direttrice casting americana mi ha annunciato di aspettare una risposta da Aidan Quinn. Ero sorpreso, ma non potevo desiderare di meglio: un attore di cui gli amanti del cinema riconoscono il volto, ma che riesce lo stesso a sparire dietro il suo personaggio. Inoltre Aidan è un essere umano fantastico e un attore molto generoso, un po’ pazzo, preso totalmente della parte ed estremamente efficace".

    Una volta messi insieme questi talenti, qual era il vero obiettivo che si era posto nel fare questo film?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Fare un bel film da sabato sera, accessibile e popolare, ma che potesse anche stimolare a riflettere. Volevo tornare all’essenziale, a una sorta di classicismo. E volevo provare a me stesso di essere in grado di farlo".

    Quali sono stati i suoi punti fermi nelle scelte di regia per poter riuscire in questo intento?

    G. PAQUET‐BRENNER: "All’inizio mi sono interrogato in particolare su come differenziare le due epoche. Come trovare e mantenere quella sobrietà così necessaria al soggetto trattato? Dove si situa il confine tra sobrietà e mancanza di creatività? Volevo anche esprimere attraverso le immagini la differenza dei mondi nei quali Sara e Julia crescono: il caos dell’occupazione contro un certo confort borghese. Così ho deciso di girare tutta la parte relativa al 1942 con una macchina da presa a spalla e delle lenti a focale corta per mostrare sempre il punto di vista dei personaggi e rimanere dentro lo svolgersi dell’azione; il tutto alternando delle immagini più grafiche per ricreare l’atmosfera, come quelle per la scena dell’evasione da Beaune‐La‐Rolande… Per la parte contemporanea ho, invece, optato per una messa in scena molto classica, limitando le inquadrature, affinché tutti i primi piani e tutti i movimenti avessero un significato. Il mio obiettivo era di fare in modo che gli spettatori potessero seguire la storia senza che la mia regia, seppure presente, li distogliesse neanche per un istante. Volevo che la storia fosse sempre al primo posto".

    In questo film lei si confronta in modo diretto con la descrizione del Velodromo d’Inverno. Che tipo di approccio ha adottato?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Ho incontrato dei sopravvissuti e tutti mi hanno parlato del calore soffocante, dei suoni, degli odori, del continuo brulichio… Anziché realizzare una messa in scena pura e semplice, le loro testimonianze hanno incoraggiato l’idea di privilegiare un approccio immersivo, di rendere quelle sensazioni in modo quasi impressionista. Poi vedo per la prima volta Mr. Klein e mi rendo conto che Losey l’ha girato al velodromo Jacques Anquetil di Vincennes. Ora, questa struttura ha mantenuto lo stile Eiffel, proprio come il Velodromo d’Inverno. Per noi era dunque un luogo da tenere in considerazione, e questo soprattutto dopo che i responsabili degli effetti speciali mi avevano spiegato che era possibile trasformare sullo schermo questo velodromo a cielo aperto in una struttura coperta. Così abbiamo girato là, e Mac Guff ha fatto un lavoro straordinario. Alla fine ci sono solo quattro inquadrature truccate in tutta la sequenza. Per il resto ho lavorato al montaggio per dare un’impressione del numero, senza dover tenere sempre 500 comparse nell’inquadratura. Volevo che lo spettatore avesse la sensazione dello spazio enorme del Velodromo d’Inverno, ma senza essere troppo minuzioso nella ricostruzione, perché non mi fido del 3D, che permette qualsiasi cosa ma qualche volta a discapito del realismo. Ho anche proibito qualsiasi totale del luogo perché, in questo caso, il punto di vista sulla situazione sarebbe diventato esterno, ovvero il contrario del mio intento di mostrarla in soggettiva. Tutte le inquadrature del Velodromo d’Inverno sono realizzate per ricoprire il punto di vista di Sara".

    In quei momenti non si sente anche una specie di responsabilità nei confronti della Storia?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Questo mi terrorizzava… Scrivendo non ci pensavo sul serio, perché in genere affronto i problemi uno alla volta, mano a mano che si presentano. Ma è venuto a galla in modo violento e improvviso quando ho letto 'La petite fille du Vél’d’Hiv', di Annette Müller, una sopravvissuta che all’epoca dei fatti era di poco più giovane di Sara. Sicuramente è in quel momento che ho preso coscienza di ciò che stavo per immortalare. La mia preoccupazione è aumentata quando ho rivisto 'Schindler’s list'".

    C’è una scena che temevate di girare più delle altre?

    G PAQUET‐BRENNER: "Quella della separazione dei bambini dalle loro madri. E questo ancora di più quando mi sono ritrovato a girarla avendo accanto a me Annette Müller…".

    E’ stato lei a volerla sul set?

    G. PAQUET‐BRENNER: "No, è stata lei. E’ venuta con suo fratello Michel, che era con lei nel 1942".

    E come ha vissuto le riprese di questa scena terribile?

    G. PAQUET‐BRENNER: "Ero immerso nella mia bolla, non volevo essere influenzato dall’emozione che si percepiva sul set per non diventare troppo compiacente. Ho cominciato piazzando la macchina da presa a distanza, in fondo, per controllare come si sarebbero posizionate le comparse. Che sono state eccezionali. Il loro contributo al film è stato impagabile. Poi mi sono avvicinato lentamente al cuore dell’azione. In mezza giornata però non sono riuscito a catturare l’essenza di quello che vedevo, l’intollerabile barbarie, e la mia preoccupazione aumentava. Ho chiesto allora all’operatore di posizionarsi con un 14mm in mezzo alla gente, non facendo caso agli spintoni o agli urti. Si è fatto male, ma in cinque ciak ha ottenuto quel caos che si vede ora sullo schermo".

    Con 'La chiave di Sara', lei è il primo ad aver girato nel Memoriale della Shoah.

    G. PAQUET‐BRENNER: "Sì. Il Memoriale non era mai stato ripreso per un film di finzione. E la scena in cui il personaggio di Kristin vi si reca è un po’ rischiosa, perché si può scivolare facilmente nella politica. L’uomo che incontra lì le riassume così la sua missione: 'sfuggire alle cifre e alle statistiche per restituire un volto e una realtà a ciascuno di quei destini'. Queste parole definiscono lo scopo ultimo del mio film. Finora i film sull’Olocausto sono rimasti – in modo comunque indispensabile – sul piano della Storia con la S maiuscola. In questo campo io non mi sentivo a mio agio. E’ stato già fatto moltissime volte e, secondo me, 'Schindler’s list' è insuperabile. Mi sono allora chiesto quale piccola pietra avrei potuto aggiungere io per contribuire alla costruzione di questo edificio. E ciò che mi è sembrato giusto fare è stato cercare di far 'sentire' questa tragedia alla gente, prescindendo dai grandi discorsi, per restituirle una dimensione concreta e palpabile, una dimensione umana, facendo in modo che lo spettatore si senta a contatto con gli eventi, indipendentemente dalle opinioni e dalle origini di ciascuno. Il personaggio di Kristin è americano e non ebreo. La storia di Sara e della Shoah quindi non è la sua storia, ma la toccherà in modo indiretto. Questo potrebbe succedere a chiunque".

    Come collocarsi allora in relazione a queste circostanze?

    G. PAQUET‐BRENNER: "'La chiave di Sara' è finzione, ma il libro da cui ho tratto l’adattamento è estremamente ben documentato e rispetta moltissimo la realtà dei fatti. Seguendo questi destini diversi, spero di aver realizzato un film nel quale tutti possono sentirsi coinvolti. Un film che ci faccia conoscere la storia da un punto di vista accessibile a tutti e nel quale poterci identificare, ma non senza semplificare o fare prediche".

    LA REDAZIONE


     
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