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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > THE ARTIST - INTERVISTA al regista MICHEL HAZANAVICIUS (Parte 1)

    L'INTERVISTA

    THE ARTIST - INTERVISTA al regista MICHEL HAZANAVICIUS (Parte 1)

    06/12/2011 - Il regista MICHEL HAZANAVICIUS parla diffusamente di THE ARTIST, il film con JEAN DUJARDIN e BERENICE BEJO in uscita il 7 dicembre a Roma e Milano, il 9 nelle città capozona e poi nel resto d'Italia.

    Qual era il suo desiderio inizialmente? Fare un film muto, fare un film in bianco e nero o tutti e due?

    MICHEL HAZANAVICIUS: "All'inizio, sette - otto anni fa, coltivavo la fantasia di realizzare un film muto. Probabilmente
    perché i grandi cineasti leggendari che ammiro di più vengono tutti dal cinema muto: Hitchcock, Lang, Ford, Lubitsch, Murnau, il Billy Wilder sceneggiatore... Ma soprattutto perché una scelta di questo genere impone a un regista di affrontare le proprie responsabilità e di adottare un modo molto particolare di raccontare una storia. Non è più compito dello sceneggiatore o degli attori raccontare la storia: spetta solo al regista farlo. È un tipo di cinema dove tutto passa attraverso le immagini, attraverso l'organizzazione dei segni che un regista trasmette agli spettatori. E poi è un cinema molto emozionale e sensoriale: il fatto di non passare per un testo ti riporta a una modalità di racconto estremamente essenziale che funziona solo sulle sensazioni che sei in grado di creare. È un lavoro appassionante. Mi sembrava una sfida magnifica e sentivo che se fossi riuscito a
    portarla a termine, sarebbe stato molto gratificante. Dico che era una fantasia più che un desiderio perché ogni volta che ne parlavo suscitavo solo reazioni divertite e non venivo mai preso davvero sul serio. In seguito, il successo dei due film OSS 117 ha fatto sì che la medesima frase 'vorrei fare un film muto' non fosse più recepita allo stesso modo. E poi, soprattutto, Thomas Langmann è un produttore con orecchie diverse dagli altri e ha non solo ascoltato con interesse la mia idea, ma l'ha anche presa sul serio. Ho osservato i suoi occhi mentre gli parlavo e ho capito che ci credeva. È merito suo se il film è diventato possibile, se ha cessato di essere una fantasia ed è diventato un progetto. Ho potuto mettermi al lavoro. Gli ho detto che mi sarei messo a cercare una storia e che appena ne avessi trovata una che mi sembrava funzionare, sarei tornato a trovarlo...".

    In che momento è passato dalla voglia di fare un film muto alla voglia di fare un film muto in bianco e nero che parla del cinema?

    M. HAZANAVICIUS: "Quando ho iniziato a riflettere su come sarebbe stato questo film muto, ho capito di avere due possibilità. O fare un film di puro divertimento, interamente ludico, quasi gratuito, un film di spionaggio nello stile de 'L'INAFFERRABILE' di Fritz Lang, che secondo me è il film che ha suggerito a Hergé l'idea di 'Tintin'. O fare un film su temi meno leggeri, probabilmente più difficile da realizzare, ma questa alternativa mi attirava quasi di più perché mi permetteva di allontanarmi completamente dai due OSS 117, un passo necessario visto che per questo film muto avevo voglia di lavorare di nuovo con Jean ma non volevo fargli rifare le stesse cose. Non volevo che il progetto venisse percepito come un capriccio o una trovata e ho quindi cercato di immaginare una storia che giustificasse in qualche modo il formato. Jean-Claude Grumberg, sceneggiatore e drammaturgo, amico dei miei genitori, mi aveva raccontato che un giorno aveva proposto a un produttore la storia di un attore del cinema muto spazzato via dall'avvento del parlato e il produttore gli aveva risposto: «Fantastico! Ma gli anni '20 costano troppo, non potresti ambientare la storia negli anni '50?»! Mi sono ricordato di quell'episodio e ho iniziato a lavorare in quella direzione e a ragionare sull'arrivo del cinema parlato. Non faccio film per riprodurre la realtà, non sono un cineasta naturalista. Mi piace creare uno spettacolo e che la gente provi piacere nel goderselo, consapevole che si tratta proprio di intrattenimento. Mi interessa la stilizzazione della realtà, la possibilità di giocare con i codici. È così che ha preso forma a poco a poco questa piccola idea di un film ambientato nella Hollywood di fine anni '20 e inizio anni '30 e che quindi sarebbe stato muto e in bianco e nero. In realtà, l'ho scritto molto velocemente, in quattro mesi. Non credo di aver mai scritto una sceneggiatura tanto in fretta. Il mio punto di partenza, legato al mio desiderio di lavorare di nuovo con Jean (Dujardin) e Bérénice (Béjo), è stato un attore del muto che non vuole sentire parlare… del parlato. Ho lavorato molto attorno a questo personaggio, ma appena mi è venuta in mente l'idea della giovane stellina e dei destini incrociati tutti gli elementi hanno iniziato ad incastrarsi e ad avere un senso, compresi i temi, l’orgoglio, la celebrità, la vanità. Una visione dell'amore molto all'antica, molto pura, anche sotto l'aspetto del formato. In effetti, i film muti che a mio giudizio sono invecchiati meglio, che hanno retto meglio alla prova del tempo, e non lo dico perché voglio confrontarli con il mio film, sono i melodrammi. È un genere che aderisce perfettamente al formato: storie d'amore molto semplici che sono grandi film, addirittura capolavori. Del resto, è proprio questo che spinge la gente a rivedere quei film. In ogni caso, a me hanno fatto venire la voglia di partire in quella direzione, dove il tono è più leggero, più ottimista, più gioioso, nonostante tutto...

    Un film muto lo si scrive come un film parlato?

    M. HAZANAVICIUS: "Sì e no. Sì, perché non ho modificato il mio modo di lavorare. La sola differenza è che, arrivato a un certo punto, contrariamente a quanto faccio di solito, non ho aggiunto i dialoghi. No, perché durante la scrittura non ho smesso di pormi delle domande squisitamente registiche: come faccio a raccontare questa storia sapendo che non posso mettere cartelli ogni venti secondi? Se ci sono troppi sviluppi, se la trama si amplia troppo, se ci sono troppi personaggi, se l'intreccio è troppo complesso, sul piano visivo non ne vieni fuori. È stato questo l'aspetto più complicato. Ho quindi visto e rivisto numerosi film muti per cercare di assimilare le regole del formato e comprendere la sfida che dovevo affrontare. Ben presto mi sono reso conto che non appena una storia diventa poco chiara, il ritmo si perde. È davvero un formato che non perdona, soprattutto oggi. All'epoca gli spettatori non avevano molti riferimenti, accoglievano i film che venivano loro proposti, ma oggi le abitudini sono diverse, i codici sono cambiati. L'aspetto più complicato è stato dunque definire il perimetro di gioco, dopo di che il resto è stato abbastanza semplice. L'altro punto non proprio facile è stato continuare a ripeterci che il progetto valeva la pena, che poteva essere portato a termine. È un film davvero contro corrente, perfino anacronistico. Abbiamo lavorato nel periodo della follia per 'AVATAR', in piena esplosione 3D. Avevo la sensazione di essere alla guida di una 2CV circondato da auto di Formula 1 che mi sfrecciavano accanto a tutta velocità!".

    Questo non ha reso il progetto ancora più eccitante?

    M. HAZANAVICIUS: "Sì, ma su un arco di tempo lungo, su un anno e mezzo, è impossibile sfuggire ai momenti di dubbio e non mettersi mai in discussione. Fortunatamente, la maggior parte delle volte è prevalsa l'eccitazione di fare qualcosa di speciale, di andare contro corrente e di vedere piano piano che il film è diventato un'ipotesi, poi una possibilità, poi una realtà, e gli sguardi da divertiti si sono trasformati in curiosi".

    Quali sono i film che hanno maggiormente nutrito il suo immaginario e il suo lavoro durante la scrittura di 'THE ARTIST'?

    M. HAZANAVICIUS: "Ce ne sono stati molti... I film di Murnau e soprattutto 'AURORA', che non a caso è stato a lungo considerato il più bel film della storia del cinema, e 'IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO' che, personalmente, tendo a prediligere. I film di Frank Borzage che sono un po' nello stesso solco, anche se sono invecchiati di più. Murnau è atemporale, persino moderno. Peraltro, sia Borzage sia John Ford erano stati incoraggiati dal loro produttore William Fox, il fondatore della Fox, ad andare a vedere lavorare Murnau che aveva fatto venire in
    America perché era considerato 'il miglior regista del mondo'. Dopo quell'esperienza, Ford realizzò un film magnifico, 'L'ULTIMA GIOIA', che assomiglia davvero a un film di Murnau, come se fosse realmente la risposta di un regista a un altro regista. È molto toccante. All'inizio, ho guardato un po' di tutto, i tedeschi, i russi, gli americani, gli inglesi, i francesi, ma in fin dei conti è stato soprattutto il cinema muto americano a nutrirmi di più, perché l'ho sentito più affine e perché è stato quello che ha imposto subito una certa realtà, una certa prossimità, nei personaggi e nella storia. 'LA FOLLA' di King Vidor ne è un esempio molto commovente, come lo sono i film di Chaplin. Ma Chaplin è talmente al di sopra di tutti che non mi sono fidato, perché credo che tutto quello che è vero per lui è vero soltanto per lui. La sua opera è totalmente unica. E poi ci sono anche il film di Von Stroheim. Uno dei miei film preferiti è di Tod Browning, 'LO SCONOSCIUTO', con Lon Chaney. Ci sono anche dei Fritz Lang assolutamente incredibili. Anche se non hanno nulla a che vedere con il film che ho fatto io, mi hanno arricchito moltissimo. Del resto sono proprio questi film, i Murnau, i Borzage, LA FOLLA, ecc. che ho mostrato agli attori, alla troupe, più come riferimenti che come modelli ovviamente".

    Si è anche documentato sulla Hollywood degli anni '20 e '30?

    M. HAZANAVICIUS: "Enormemente. Ho letto molti libri, molte biografie di attori e registi, ma non solo. La documentazione è molto importante, non per essere irreprensibili sotto il profilo storico o per essere realisti, visto che non è affatto questo il mio intento, ma perché costituisce un trampolino verso l'immaginario, le fondamenta necessarie per costruire una casa. Avevo bisogno di documentarmi per alimentare la storia, il contesto e i personaggi. In 'THE ARTIST' ci sono quindi echi di Douglas Fairbanks, Gloria Swanson, Joan Crawford e anche
    echi lontani della storia di Greta Garbo con John Gilbert. Ne avevo bisogno anche per sapere di cosa parlavo, per riuscire a rispondere a tutte domande che di sicuro mi avrebbero rivolto durante la preparazione e le riprese. Quando sei solo davanti al tuo computer, è quasi semplice, ma quando ti trovi davanti a 300 persone che ti fanno una serie di domande, devi sapere di cosa stai parlando. Anche gli scenografi, i costumisti, gli accessoristi, ecc. si documentano e ti interrogano. Più ti documenti, più sei in grado di giocare con il materiale.

    I film OSS 117 sono chiaramente dei pastiche, mentre 'THE ARTIST', malgrado ci siano degli ammiccamenti, in particolare riguardo a tutto quello che ruota attorno alla parola e al silenzio, è essenzialmente un'autentica storia d'amore, bella e commovente... È stato facile trovare il registro del film?

    M. HAZANAVICIUS: "In effetti non si tratta di un pastiche, tranne quando vediamo i film muti di George Valentin, che tuttavia ho deciso di limitare. Non volevo assolutamente fare un film ironico, una parodia, come gli OSS 117, se non altro perché pensavo che avremmo esaurito il fiato piuttosto in fretta. Eppure faccio fatica a non considerare questo film nel segno della continuità del mio lavoro. Certo, è diverso per il tipo di storia che racconta, tanto più che non ho intenzione di fare dei pastiche per tutta la vita, né di essere sempre quello che fa ridere a tavola. Ma si tratta comunque di un modo di esplorare il linguaggio cinematografico e di giocare con esso. È giusto assecondare i propri desideri quando si manifestano. Ancora una volta, dipende anche dal formato. Dei film di Chaplin si tende a ricordare solo i momenti comici, ma in realtà si tratta di puri melodrammi, dove le giovani ragazze sono orfane e per giunta cieche! Gli aspetti esilaranti fanno sempre da contrappunto a storie molto commoventi. Mi è sembrata la vena più consona al tipo di film che volevo realizzare. Peraltro, al di là del mio desiderio di fare un film muto, era da un pezzo che avevo voglia di un vero mélo, non fosse altro che perché è un genere che adoro da spettatore. Ho scritto la sceneggiatura tenendo presente tutto questo, ma all'inizio ho avuto un certo timore a fare mio quell'universo. Fino al giorno in cui non mi sono nemmeno più posto la questione. Quanto agli ammiccamenti a cui accennava, mi piaceva molto l'idea di indugiare nei problemi di quest'uomo prigioniero tra il silenzio e il sonoro e di giocare con la sua situazione che ho esasperato al massimo nella scena dell'incubo. In ogni caso, è impossibile rifare oggi i film che si facevano 90 anni fa. Con tutto quello che hanno visto, gli spettatori sono molto più vivaci, molto più svelti e più scaltri. È eccitante stimolarli. E poi i film che preferisco sono spesso film che si iscrivono in un genere, ma i cui registi, all'interno di quel genere, scorazzano e osano fare quello che vogliono quando vogliono, pur rispettando sempre i canoni e senza mai tradire la promessa".

    È facile dosare gli ingredienti?

    M. HAZANAVICIUS: "No, non è facile, perché non riesci a sapere se hai indovinato la ricetta finché non hai una visione globale del film. In realtà, l'equilibro lo ottieni veramente solo in fase di montaggio. Quindi io ho seguito l'idea che avevo, ho iniziato dalla scrittura, non ho assolutamente chiuso la porta davanti a tutto quello che poteva succedere durante le riprese e poi ho compiuto le scelte definitive durante il montaggio. Ma per poter scegliere al montaggio dovevo diverse opzioni".

    Ha scritto la sceneggiatura pensando a Jean Dujardin e Bérénice Béjo?

    M. HAZANAVICIUS: "Sì, ma tenendo presente che avrebbero potuto rifiutare, soprattutto un progetto del genere. Ad ogni modo, quando ho dato la sceneggiatura a Jean, non ero affatto sicuro di nulla. Gli ho detto: 'Vorrei che lo interpretassi tu, ma non sentirti in alcun modo obbligato! Se non ti dice niente, se non lo senti, se non ne hai voglia, non c'è problema'. L'ha letta molto velocemente su un treno che lo portava nel sud della Francia e all'arrivo mi ha telefonato per dirmi che gli piaceva moltissimo e che voleva fare il film!".

    È la prima volta che lo fa recitare sul registro dell'emozione...

    M. HAZANAVICIUS: "Sì. Mi piace molto quando recita alla Gassman, molto proiettato, brillante, estroverso, solare. La mia idea era partire da lì e condurlo verso qualcosa di più interiore, di più raccolto...".

    Cosa l'ha indotta a pensare che fossero gli attori ideali per interpretare i personaggi di questa storia?

    M. HAZANAVICIUS: "Innanzitutto, Jean è un attore che funziona sia in primo piano, grazie all'espressività del suo volto, sia in campo lungo, grazie al suo linguaggio corporeo. Sono pochi gli attori che rendono in entrambi i tipi di inquadratura e Jean è uno di questi. Inoltre ha un viso senza tempo, che può facilmente essere 'vintage'. Anche Bérénice ha un viso di questo genere: la guardi e non fatichi a immaginare che Hollywood la scelga e la trasformi in una grande star... Emana una grande freschezza, una grande positività, una grande bontà, quasi eccessiva! In un certo senso, i personaggi che interpretano sono abbastanza vicini a loro, o quanto meno, alla visione che ho io di loro. Per certi aspetti, Georges Valentin e Peppy Miller sono la mia versione fantastica di Jean e Bérénice".

    Girare a Hollywood era un'altra delle sue fantasie?

    M. HAZANAVICIUS: "Ovviamente! Anche in questo caso devo ringraziare Thomas Langmann. Se mi avesse detto: 'Ok per il film, ma lo giriamo in Ucraina», io sarei andato a girarlo in Ucraina. È stato lui a farsi in quattro per consentirci di filmare dove era giusto filmare, nel luogo dove si svolge l'azione del film...".

    (SEGUE... nella Parte 2)

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