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    L'INTERVISTA

    Cuore sacro di Ferzan Ozpetek Press-Conference: 21 febbraio 2005 - ROMA, Cinema Fiamma

    25/02/2005 - Con Ferzan Ozpetek, Barbora Bobulova, Lisa Gastoni, Massimo Poggio, Camille Dugay Comencini

    Il film, dal 25 febbraio nelle sale italiane, è distribuito in 300 copie da Medusa

    La domanda sorge spontanea: Quanto c’è di San Francesco nella parabola, nella traiettoria di questa donna ? Basta pensare alla totale spoliazione dei propri beni e allo stesso rapporto con la natura.

    Ozpetek: “Francesco è un Santo molto forte… L’ultimo anno ho perso parecchi amici. Il dolore ti porta anche a farti delle domande e a cercare delle risposte. Nel film non c’è una risposta demarcata. Semplicemente avevo bisogno di fare 'Cuore sacro', non potevo farne a meno. Non sono stato influenzato da un solo Santo, bensì da vari Santi e anche di religioni diverse. Ci sono persone che si sacrificano per dare agli altri e non lo sappiamo nemmeno. Nel film ho messo le mie domande”.

    Di fronte all’ingiustizia sociale la strada che ci si sentiva di indicare era quella della lotta politica, oggi si è tornati indietro, indicando come unico modo il sacrificio di sé?

    Ozpetek: “La politica mi fa senso: non pensa mai all’uomo di strada e ai nostri bisogni quotidiani. Questo non arriva dalla politica ma dalla solidarietà che c’è in ciascuno di noi. Io non sono mai stato un regista che affronta il sociale in maniera diretta… Ho scelto la linea della madre come riscatto di sé”.

    Una sequenza in particolare non può non far venire in mente una possibile citazione pittorica (o scultorea): 'La Pietà'. Scelta voluta? Spiritualità cristiana?

    Ozpetek: “C’è tutto dentro la Pietà. Ma non seguo una logica ben precisa nell’elaborazione di ogni mio film. Seguo solo le mie emozioni. Ho messo in scena una scena d’amore. Il massimo del sacrificio era che Irene si mettesse al posto di Sara (la ex fidanzata del giovane barbone sbandato) e facesse l’amore con lui, poi abbiamo rettificato in quest’altro modo. L’immagine è dunque quella del sacrificio di sé ed è venuta in modo molto naturale. Mi piace molto quella scena come immagine. Io non faccio un discorso religioso e non cerco la logica corrispondenza di questo. Non ho mai fatto film cercando la logica. Da tempo avrei voluto fare una commedia, avrei potuto farla, ma in questo momento dovevo fare questo. L’ho fatto veramente con il cuore in mano e spero che la mia sincerità arrivi allo spettatore”.

    E sul filo della logica si inserisce anche l’interprete protagonista Barbora Bobulova (Irene):

    Bobulova: “Ferzan (Ozpetek) mi ha insegnato che non sempre si deve seguire la logica. A volte domandarsi meno è meglio. La verità si trova nell’inconsapevolezza. Le emozioni vengono fuori quasi escludendo la mente. Sul set sono stata come una spugna nei confronti degli insegnamenti di Ferzan”.

    Ma le questioni di altruismo trovano il loro contrapposto nel film:

    Lisa Gastoni (la zia Eleonora): “Eleonora è una donna talmente arida e crudele che non prende nemmeno in considerazione gli altri. Ha due soli scopi nella vita: l’azienda e la nipote che deve incarnare l’azienda. E’ chiusa in una gabbia ossessiva, è sola e invecchiata male. A questo proposito è stata fatta una scelta che mi ha lasciata scioccata. Quando mi sono vista sullo schermo, ho visto questa donna dura e distrutta, ma con un fondo di amarezza. Quando la vita è così dogmatica in senso negativo, il nostro subcosciente rivela la nostra tristezza e amarezza”.

    Com’è stato per gli attori lavorare con un regista come Ferzan Ozpetek?

    Lisa Gastoni: “Ferzan è un regista straordinario e lavorare con lui è inquietante. Tu devi scegliere se andare con il suo inferno inquietante o no. Ma visto che non hai scelta, vai con lui. E’ un killer che fa rinascere le cose… Taglia e ricuce… Ai miei tempi, 25 anni fa, il regista era lì a fine inquadratura. C’era. Lui no, è in un’altra stanza e guarda il suo monitor. Ha una grande forza però, ha una specie di antenna e quando sente che hai bisogno ti ricarica e poi se ne va di nuovo. E’ straordinario in questo…”.

    Quale rapporto ha il regista Ozpetek con l’eccesso? C’è la consapevolezza di esagerare un po’?

    Ozpetek: “Non credo di aver esagerato in ‘Cuore sacro’. Se avessi esagerato lo avreste visto quello che sarebbe successo! Il primo copione del film metteva paura, da rimanere scioccati… Sono stato consigliato di tagliare o rettificare alcune parti un po’ estreme. Questo è un film in cui d’altra parte è molto difficile tenere un equilibrio. Dal personaggio del barbone, al prete, o ai nuovi poveri che si vedono, sono tutte situazioni che a seconda di come venivano gestite potevano diventare ridicole. E’ un film in cui un’inquadratura in più o in meno cambia molto le cose. Non è un film semplice come 'La finestra di fronte', 'Le fate ignoranti' o 'Bagno turco'. ‘Cuore sacro’ è il mio film più difficile. Solo ora, a questo punto della mia carriera mi posso permettere, penso, di fare un film in cui credo”.

    Verso la fine del film sembra quasi di sconfinare verso la cristianità, si respira un sentimento caritatevole cristiano.

    Ozpetek: “No. Il rapporto è anche con altre religioni… e persino il prete è quasi laico in confronto a Irene… Ci sono sentimenti di varie religioni che si ricongiungono sotto un unico diktat: quello del darsi agli altri. C’è un prete perché siamo in un paese cattolico, ma il film è pervaso da una religiosità laica… Ci sono tantissime persone che si organizzano tra loro per aiutare gli altri. Non possiamo non parlare di questa cosa. E questo sta succedendo nel mondo. Si sta aprendo una fascia intermedia (i nuovi poveri) in mezzo a chi sta bene e chi sta male. Potevo fare un discorso politico, ma mi faceva senso farlo e ho preferito le emozioni e i sentimenti… La relazione con la Comunità di S. Egidio è nata con la ricerca della location, e si è presentata l’occasione di verificare nella realtà una situazione molto peggiore di quanto non si rappresenti nel film. Quello che mi ha fatto più impressione è vedere la gente per la richiesta dei pacchi-sussidio. Vai lì e non vedi barboni, ma persone simili a noi che chiedono il pacco-sussidio. Dobbiamo essere sensibili a questo… Il film parla però della crisi di identità di questa donna. Quante volte ci è capitato di vergognarci, di sentirci in colpa vedendo chi non ha quanto abbiamo noi?”.

    Qual è il limite tra follia e altruismo per il personaggio di Irene?

    Bobulova: “E’ la domanda che pone il film

    Doppio binario: bisogno di darsi delle risposte e la follia. Per arrivare alla fede il viatico è la follia?

    Ozpetek: “Dipende. A me la cosa che piaceva molto è il rapporto tra la psichiatra e Irene… E’ come un guardarsi allo specchio. Loro due sono meravigliose, non folli… Per quanto riguarda la fede sono in piena di domande: il senso della vita, dove vanno a finire le persone che perdi… Mi piacerebbe che tutto non finisse lì, ma non lo so. Quanto al dolore nella perdita di una persona cara, ne cerco il segno in qualche cosa o circostanza intorno, o nel vento, o in un’espressione sul mio viso… Sono le domande dell’uomo, non del religioso. Nel mondo dei telefonini, ti rendi conto quanto la vita sia corta. E’ tutto troppo veloce…”.

    Sul filo di una spiritualità laica di cattolici per lo più non praticanti che sembra leghi tra loro regista e attori, spicca la posizione di Lisa Gastoni, cattolica fervente:

    L. Gastoni: “Io ho una grandissima fede, credo che il Divino sia in noi. Le religioni stanno dando il peggio di loro. Abbiamo una grande paura. Questa fede è il sostegno della mia esistenza e mi ha aiutato nella vita in momenti tragici. C’è sempre un intervento che può accadere. Noi ritroveremo la nostra coscienza. Io credo che il futuro sia questo. Se nella vita tutto non si conclude con un atto di amore, vuol dire che nella vita è andato tutto perso”.

    Ma il film è dotato di alcuni segni forti (il parlare con i suicidi, il ritratto della bambina nell’affresco…) che farebbero propendere a dare una risposta in chiave mistica.

    Ozpetek: “E’ solo la coscienza di Irene che proietta queste cose. L’altra Irene che si dà agli altri la sopraffà. Lei ha paura di se stessa, come ‘donna manager’, e la sua coscienza più profonda vede la bambina. Nel finale l’enigma del ritratto, il fatto di ritrovare sul viso di se stessi o in quello di qualcun altro l’espressione di un persona defunta, rappresenta semplicemente quello in cui mi piacerebbe credere. Mi piacciono molto le coincidenze della vita. C’è sempre un piccolo mistero nella vita che ti scuote. Personalmente mi trovo in una fase in cui mi guardo attorno nel mondo e sono pessimista… Questa cosa della pianta (quella adottata dalla psichiatra perché un’amica la stava buttando via) mi piaceva molto perché veder crescere una pianta è una sensazione particolare che si contrappone alla tanta volgarità che vedo intorno a me (le persone che mettono in primo piano e rendono pubblico il proprio privato ecc.)”.

    NOTA : Il budget destinato solitamente alla festa programmata per l’uscita del film, nel caso di ‘Cuore Sacro’ è stato devoluto alla Comunità di S. Egidio.


    (a cura di Patrizia Ferretti)


     
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