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    L'INTERVISTA

    IL CONCERTO - INTERVISTA al regista RADU MIHAILEANU (A cura dell'inviata SONIA CINCINELLI)

    03/02/2010 - In cartellone alla quarta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, IL CONCERTO di RADU MIHAILEANU si rivela un capolavoro di arte grottesca. Storia di uomini umiliati decisi a prendersi una personale rivincita dalla vita attraverso il riso e l'equivoco. Musica classica, reminiscenze comuniste, melodramma, ironia, satira politica per un film contro tutti i regimi dittatoriali. La parola a Mihailleanu:

    Anche in questo film torna l'ironia di Train de vie. Il riso è il filtro migliore per raccontare il dramma?

    RADU MIHAILEANU: "L'humour è in realtà l'unica arma che ho a disposizione, visto che sono un non violento, contro la barbarie e la morte, i miei incubi personali. E' l'esempio più bello dell'energia vitale, l'unico spiraglio luminoso contro la barbarie ed è l'unico modo per dire che siamo ancora vivi ogni volta che la tragedia ci colpisce".

    Cosa la spaventa di più nell'intrecciare la Grande Storia con le storie invece più piccole e personali?

    R. MIHAILEANU: "Prima di ogni mio film passo un lungo momento di documentazione. Per Le concert siamo stati a Mosca tre settimane e qui abbiamo cercato testimonianze e cose di tutti i giorni per nutrire la tragedia; siamo andati a vedere come vivono oggi le persone umiliate dal regime e ci siamo resi conto che a volte la realtà è molto più assurda e folle di noi. La cosa più importante è sapere quando fermarsi, non oltrepassare un certo limite e avere la delicatezza necessaria per rompere le emozioni, mantenendo un giusto dosaggio nel rapporto tra passato e presente".

    La musica come liberazione e come metafora per raccontare come si rapporta l'uomo con il contesto sociale con cui vive, oggi e ieri...

    R. MIHAILEANU: "Questi uomini e queste donne prendono di nuovo in mano il loro destino e tentano di rivendicare la propria dignità individuale, di riconquistare la stima di sé stessi. Questo Concerto per violino e orchestra di Chajkovskij è la metafora musicale che ho voluto utilizzare per descrivere il rapporto tra il singolo individuo e la società in cui vive. Obiettivamente, è un film che poteva essere fatto anche dieci anni fa: non è una novità che il regime comunista abbia perseguitato gli ebrei, perchè accade sin dai tempi di Stalin. E' storia, non è una cosa che ho inventato io".

    Come è riuscito a riprodurre in maniera così fedele e originale lo spirito russo?

    R. MIHAILEANU: "Sono nato in Romania che è un incontro di diverse anime: araba, ebraica, latina, gitana, ed io mi sento molto slavo perché adoro la barbarie, l'energia vitale di questo popolo. E credo che all'Occidente spesso manchi quest'energia, quest'anima slava. All'inizio avevo paura che a Mosca reagissero male, magari perché pensavano di essere stati ridicolizzati; per fortuna non è stato così, perché ho semplicemente voluto mostrare come questa piccola orda di barbari, questa piccola comunità umana possa diventare immensa".

    Dialoghi e musica hanno un diverso ruolo in questo film, ma sprigionano un'energia incredibile, qualcosa di unico. Com'è riuscito a realizzare questo mix così entusiasmante?

    R. MIHAILEANU: "Per me la musica è l'energia che alimenta il mondo, è una cosa importante nella vita personale di ognuno di noi, ed è dentro di noi. Anche chi non sa suonare, chi non ha orecchio e non la sa produrre ha dentro di sé una musicalità interiore fatta di energia. L'espressione musicale è la forma d'arte più vicina a quella energia scatenata dall'Universo, credo molto nello scambio di energie tra terra e cielo, tra ogni essere umano e il suo contesto sociale. E' una forma d'arte molto astratta ma allo stesso tempo molto concreta, è una forma di espressione completamente libera, assai più della letteratura, del teatro e del cinema, nei quali spesso si è vincolati da ciò che è 'in campo nell'inquadratura, mentre i veri geni sono quelle persone in grado di suggerire con i suoni quello che è fuori campo e che non è visibile. E' il linguaggio più universale che esista per la complessità e per l'insieme di suggestioni che è in grado di far nascere nell'anima. Quando ascolti un brano musicale ti relazioni con l'autore che lo ha realizzato ma sei anche libero di rivivere quei momenti anche in seguito, in un altro momento e in altro modo".

    Come ha scelto le due realtà musicali, il Bolshoi e il Theatre Chatelet?

    R. MIHAILEANU: "Per quanto riguarda il Bolshoi , non so come la prenderanno, di certo non ha più il lustro di cui godeva trent'anni fa. Ma il film non è una critica al Bolshoi, bensì un omaggio a Chajkovskij, ai voli lirici e romantici della sua musica; c'è un dialogo tra l'orchestra e il violino che è in qualche modo l'immagine dell'anima slava. La scelta dello Chatelet invece è arrivata dopo; in realtà avevo scritto la scena finale pensando al Pleyel, ma mi resi conto che non poteva andare bene esteticamente, perché quel teatro non è abbastanza caldo e accogliente. Lo Cahtelet così barocco, con le sue decorazioni è perfetto: i capelli biondi di Melanie Laurent sullo sfondo delle sue decorazioni e delle sue dorature erano qualcosa di magico".

    Quanto c'è di autobiografico in questo in questa sorta di invasione gioiosamente barbarica che parte dalla Russia e arriva fino in Francia? Il suo è un omaggio alle popolazioni di emigranti dell'est che possono portare quella ventata di positività che il mondo occidentale sembra aver perduto?

    R. MIHAILEANU: "Si, anche Il Concerto si ispira un po' alla mia vita, parla dell'incontro tra i 'barbari' dell'est a la civilizzatissima cultura europea d'occidente. Pochi popoli hanno dentro l'energia vitale che vediamo in questo gruppo di russi nostalgici, è questo il vero motore della cultura di un popolo. Ci sono paesi che hanno conservato nei decenni un'energia primordiale spirituale, una ricchezza enorme che il mondo occidentale ha ormai perso. E' questo il punto focale, quanti popoli sono in grado di cogliere l'essenza della propria storia, la propria energia vitale e metterla in sintonia con quella dell'universo che li circonda? Pochissimi. Senza tutto ciò è difficile vivere pienamente, l'armonia suprema sta proprio in questo, arrivare alla felicità con un percorso arduo e lungo ha sempre rappresentato qualcosa di affascinante per me, è stato un percorso professionale ma soprattutto interiore".

    Nella scena in cui il gitano sfida la violinista professionista eseguendo un virtuosismo c'è racchiusa la sua voglia di dare il giusto riconoscimento alla cultura gitana?

    R. MIHAILEANU: "Mi sento molto vicino ai gitani, lo sento come un popolo fratello che ha rappresentato una parte importante della mia infanzia. La loro erranza, la particolarità, la sofferenza e la prigionia nel campi di concentramento li ha resi nel tempo un popolo unico e geniale, ricco di qualità singolari ma anche ingiustamente perseguitato perchè diverso, perchè vive in maniera diversa. Su questo argomento sono spesso nati malintesi e incomprensioni. Resto sempre molto attento a cosa accade ai gitani in Europa e in particolare in Italia, scenario in cui hanno avuto luogo le più grandi incomprensioni politiche che li riguardano. Non bisogna fare di tutta l'erba un fascio, come gli italiani non sono tutti mafiosi, i gitani non sono tutti delinquenti e criminali".

    Progetti per il futuro?

    R. MIHAILEANU: "Sto finendo di scrivere un film sulla condizione delle donne arabe, il titolo provvisorio è La sorgente delle donne, un progetto importante e molto impegnativo".


     
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