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    L'INTERVISTA

    66 Mostra: Lido di Venezia 3 settembre 2009 PRESS CONFERENCE & DINTORNI: THE ROAD di JOHN HILLCOAT

    4/09/2009 - Per la presentazione alla stampa del film THE ROAD, presenti in sala: JOHN HILLCOAT (regista), VIGGO MORTENSEN (Attore), KODI SMIT-McPHEE (attore), JOE PENHALL (sceneggiatore)

    Perché si è innamorato di questa storia dark?

    VIGGO MORTENSEN: “Hillcoat mi ha mandato la sceneggiatura e mi ha offerto la possibilità di recitare questa parte. Poi ho letto il libro. Credo che sia una storia d’amore bellissima. E’ una storia difficile, da leggere e da raccontare, ma John (Hillcoat) l’ha disegnata bene, credo. E’ un qualcosa che sembra semplice ma che in realtà è stato difficile da adattare. E’ una storia che così tanti conoscono perché così tanti l’hanno letta e l’hanno amata. E’ stata una decisione semplice… quando l’ho letta sono stato subito sicuro, non ho avuto alcun dubbio sul fatto che mi trovassi tra le mani una storia bellissima …”.

    Lei (Viggo Mortensen) nel corso di questi anni ci ha parlato spesso della sua esperienza di padre… Quanto si è sentito aiutato nel fare questo film dall’essere padre? E come avete fatto a fare un film così fedele a un libro straordinario, in un’epoca in cui altri film elaborano versioni alternative, riviste e corrette?

    JOHN HILLCOAT: “Quando ho letto il libro la prima volta, il fatto di essere padre di un ragazzino di otto anni meraviglioso ha avuto un impatto extra su di me, ma credo che tutti noi in questa stanza abbiamo avuto un padre, quindi c’era una verità emotiva in questo film così forte nel portare questa relazione fino a un punto così estremo! Questo libro è riuscito, per contrasto, a sottolineare quello che ci rende davvero umani. Mi sono relazionato a questa storia come padre e mi sono commosso fino alle lacrime, sortendo in un forte effetto… quindi cercare di restare fedele a questo libro è stata la mia principale missione perché io credo che Cormac McCarthy sia uno degli autori più grandi al mondo. E’ dunque stato un grande onore avere questa possibilità e ho cercato di rispettare il suo libro il più possibile”.

    JOE PENHALL: “Quando ho cominciato a scrivere, avevo appena perso mio padre e quando è finito il film ho avuto il mio primo figlio. Quando ho cominciato a scrivere, vedevo la storia come un racconto dell’infanzia, l’impatto del mondo degli adulti sul mondo di un bambino, e quando invece ho finito il film, l’ho visto dal punto di vista di un uomo: che cosa si riesce a fare per un figlio! In un mondo difficile si cerca di proteggerli i figli e si cerca di farli passare indenni… Ci sono tante cose che ce lo spiegano in modo semplice: i bambini sono importanti, il cibo è importante, il cielo blu lo è. E questo è tutto, credo. La relazione è la cosa più importante di qualsiasi altra cosa che accade nel film. E in effetti quello che accade è così estremo che ti fa concentrare sulle cose che davvero contano, così, piuttosto che preoccuparti della fine del mondo o di qualsiasi altra cosa estrema, il film ti fa concentrare sul rapporto”.

    VIGGO MORTENSEN: “Ad un primo approccio alla storia, ho pensato subito al fatto di essere padre ma, come ha già detto John (Hillcoat), non serve essere un padre. Chiunque è figlio di un padre e quindi la storia secondo me è una storia d’amore e di relazione tra due persone. La situazione è quella di un padre, ecco perché il libro di McCarthy, La strada, ha avuto un appeal universale più di qualsiasi altro dei suoi libri. E’ stato tradotto in tutto il mondo anche prima del successo di Non è un paese per vecchi. Riguarda qualcosa che tutti possono capire in qualsiasi posto. E’ una legge universale. C’è sempre la preoccupazione da parte di un padre: ‘cosa potrebbe accadere a mio figlio se non ci fossi’. E questo viene portato a una conseguenza estrema. Io so e il pubblico sa che se io non ci fossi non avrebbe cibo, né riparo, né difesa. E’ una situazione in cui chiunque si può riconoscere. E quando poi ho inteso discutere il soggetto del film, all’inizio ho pensato di chiedere tutta una serie di cose: ho parlato con Cormac McCarthy prima di girare il film e mi ha raccontato di suo figlio così come io del mio; alla fine, man mano che conversavamo, mi sono reso conto che questo era tutto quello che mi serviva. Tutte le domande che mi ero preparato non le ho poi più fatte, malgrado lui mi abbia subito detto di non aver paura a chiedergli qualsiasi cosa. Lui è anche poi venuto diverse volte a trovarci e l’ho incontrato sul set, ma non appena ho iniziato le riprese, era ormai chiaro per me, ovvio, che tutto girava intorno a due persone: alla loro relazione suggellata da un legame di sangue. Kodi ha recitato il figlio nel film e abbiamo creato una relazione molto forte, non soltanto perché siamo diventati buoni amici ma proprio nel senso di una relazione professionale. Ha recitato in un modo che andava al di là della sua giovane età. Nonostante sia un bambino si è dimostrato maturo, veloce, con la mente aperta, e per un film come questo, che non è sicuramente un film divertente e si basa su un materiale difficile, Kodi è ugualmente sempre riuscito a mettere insieme la necessità di un ragazzino di divertirsi con battute e cose spiritose con il concentrarsi completamente come attore sulla parte che recitava: mi ha veramente stupito quello che è riuscito a fare. E’ stato un rapporto tra due persone e qualsiasi relazione, genitore-figlio, uomo-donna, che può instaurarsi tra due persone, non è necessariamente una relazione positiva: ci sono alti e bassi, è un processo lungo e quello che è accaduto tra noi è che è stata una relazione più forte di quella tra un adulto e un bambino”.

    Una delle cose più interessanti e affascinanti del film sono i set, le locations: sono davvero incredibili. Ce ne potete parlare? Dove è stato ambientato il film? Dove avete ricostruito l’ambientazione? In uno studio, in qualche luogo particolare?

    JOHN HILLCOAT: “Il libro aveva questa autenticità incredibile. Avevo le mie riserve su una visione post-apocalittica, ma quello che il libro portava era questa specie di neorealismo, perché, incredibilmente, si trattava di un ambiente semplice ma mai spiegato. Qualsiasi sia stato l’evento che ha portato alla situazione in cui si verifica la storia, non ci sono più collegamenti dei media che lo spieghino, quindi non si sa mai che cosa sia accaduto di preciso. Abbiamo ritenuto tutti che fosse importante attenersi al libro, con questa nuova sensazione nei confronti dell’evento apocalittico. Quindi con il mio production designer, Chris Kennedy - che è una persona straordinaria e che ha lavorato in tutti i miei film - abbiamo cercato di prendere in considerazione i siti post apocalittici d’America: siamo stati a Mount St. Helens, una montagna che è esplosa, a New Orleans dopo il ciclone Katrina, in Pennsylvania a un’autostrada abbandonata, popolata dai senzatetto e dove la povertà regna sovrana. Tutto richiamava questo mondo, e volevamo proprio questo per la credibilità, perché non sarebbe stato possibile ricreare una situazione di questo tipo in studio…Il cast è venuto con noi... Non so se le assicurazioni ne saranno contente ma Cody è quasi morto di ipotermia…”.

    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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