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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > 65 Mostra: Lido di Venezia 3 settembre 2008 PRESS CONFERENCE & DINTORNI: RACHEL GETTING MARRIED di JONATHAN DEMME

    L'INTERVISTA

    65 Mostra: Lido di Venezia 3 settembre 2008 PRESS CONFERENCE & DINTORNI: RACHEL GETTING MARRIED di JONATHAN DEMME

    03/09/2008 - Presenti in sala: JONATHAN DEMME (regista), ANNE HATHAWAY (Attrice), JENNY LUMET (sceneggiatrice), NEDA ARMIAN (produttrice)


    Lei ci presenta una famiglia disfunzionale o, forse, funzionale, non so, dipende da quale punto di vista la si voglia guardare. E’ veramente così l’America di oggi? Perché da europei si ha difficoltà ad immaginarla in questo modo

    J. DEMME: “Il gruppo di persone che sono lì nel film rappresenta proprio l’America a cui mi sento molto vicino, quindi per me questo è normale ed è un fatto molto interessante, perché qualcuno, che aveva visto solo poche sequenze del film, ha creduto di vedere rappresentato un ‘matrimonio interraziale’. Invece non è così, non è di questo che si tratta… Questa è semplicemente l’America che conosco, che è anche quella di Barack Obama”.

    Si tratta di famiglie traumatizzate che hanno difficoltà di comunicazione l’uno con l’altro. Fino a che punto l’America di oggi ha influenzato il clima che vediamo e che sentiamo nel film? A volte una famiglia può diventare una metafora per un qualcosa di più vasto. Mi chiedevo se questi traumi e questi tentativi di riconciliazione che vediamo in questa famiglia siano stati influenzati molto o poco dall’atmosfera socio-politica statunitense

    S. LUMET: “Quello che si cerca di fare in questa famiglia è semplicemente quello che si tenta di fare anche noi in questo Paese. Io ho due figli e vedo quanto è difficile educare i figli oggi, con tutti questi video games ecc. ecc. Ed insegnare loro a voler bene, ad amare e rispettare. Però questa famiglia lotta per cercare di ritrovare un’armonia ed è quello che stiamo cercando di fare anche noi nel nostro Paese”.

    Come ha preparato il suo ruolo in merito al rapporto tra sorelle, visto che lei nella sua vita reale non ha una sorella ma ha due fratelli. Ha mai bisticciato con i suoi fratelli?

    A. HATHAWAY: “… No, non ho mai bisticciato con i miei fratelli. Sono i miei fratelli ma sono anche i miei migliori amici. Ho sentito un legame particolare con il mio personaggio perché lotta per trovare un posto in seno alla famiglia. Io non ho dovuto farlo perché non ho sofferto un trauma del genere”.

    Qual è il rapporto di Jonathan Demme con la musica, così evidente in questo film? E’ la musica che accompagna le emozioni dei personaggi, qualche volta si oppone a loro ma è un elemento che sembra essere addirittura un altro personaggio della storia, assolutamente inscindibile dal resto. Com’è nato questo rapporto tra storia e musica? Chi è nato prima: l’idea di una struttura musicale o il contrario?

    J. DEMME: “A piace molto questo matrimonio tra il cinema e la musica. Questa volta volevo creare la musica contemporaneamente al film, ossia nello stesso momento in cui giravamo. Non è un caso che il primo gruppo di persone del cast siano stati i musicisti: avevamo un violinista iraniano, un trombettista dall’Iraq, musiche e canti egiziano-arabi… Il violinista, ad esempio, ha dato un impulso molto forte anche agli attori”

    Le è piaciuto molto interpretare il ruolo di questa ragazza problematica?

    A. HATHAWAY: “E’ realmente un personaggio torturato e pieno di problemi. Ma io lo vedevo più come una ragazza onesta in questo suo essere alla ricerca di se stessa. Il combustibile per la mia performance è stato quello, perché personalmente non ho mai interpretato un personaggio del genere, che è assolutamente al centro di tutto il casino.”

    Lei è un apprezzato documentarista. Quali sono i personaggi o i temi dell’attualità su cui vorrebbe realizzare un documentario o a cui vorrebbe dare un po’ più di luce? E quanto del linguaggio del documentario l’ha influenzata anche per la realizzazione di questo film?

    J. DEMME: “E’ vero. La mia esperienza come documentarista è stata molto forte e mi ha influenzato moltissimo anche per questo film. Con la sceneggiatura in mano, insieme con il direttore della fotografia ci siamo detti ‘forse possiamo rafforzare il lato visivo dell’insieme come fosse un film casalingo’. Facciamo finta di fare un documentario. Si è voluto riprendere a 360°, catturando ogni angolo della situazione e questo anche dal punto di vista musicale. Dovevamo adeguarci a quello che stava succedendo, come in una ripresa dal vero in un documentario. In altre parole, ci siamo allontanati dalla manipolazione dei personaggi”.

    Sembra di vedere costantemente uno sguardo paterno nei confronti della protagonista…

    J. LUMET: “Si tende a far provare gradualmente allo spettatore una sorta di empatia nei confronti della protagonista ma, in fin dei conti, ogni personaggio del film è a suo modo ‘eroico’. Ho cercato di scrivere il più onestamente possibile. La famiglia non si può scegliere, è un qualcosa che bisogna accettare e di cui si deve arrivare ad essere fieri…”.

    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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