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    ALCUNE TARANTINIANE QUESTIONI… (Parte III)

    Genesi di un eroe

    20/02/2008 - Genesi di un eroe

    Negli anni Novanta esplode anche il fenomeno dei “nuovi cattivi”, gente apparentemente comune ma che si può in effetti rivelare il killer per eccellenza.
    Non più atto di ribellione né movente, ma puro istinto li guida.
    E Tarantino segue questo filone dell’ “apparente normalità”.
    Se nel cinema classico gli eroi negativi minano l’ordine collettivo con le proprie azioni antisociali per esorcizzare il malessere della società e il poliziotto ha il compito di intervenire con la propria azione salvifica sulla cittadinanza, negli anni Settanta la scena muta, e prevale la sfiducia verso le istituzioni che porterà al ribaltamento di numerosi ruoli sociali.
    Ci si schiera dalla parte del fuorilegge che diviene a sua volta eroe popolare ed emblema della ribellione e del conflitto tra individuo, società e legge.
    Negli anni Ottanta l’eroe è solitario, ruvido e fisicamente prestante, ed è protagonista di avventure in cui si scontra contro tutto e contro tutti per riportare l’ordine originario.
    Ma negli anni Novanta il cinema di Tarantino si caratterizza di un’ambiguità morale e ideologica quasi totalizzata, dal disinteresse per l’analisi psicologica e dall’assenza di intenzionalità polemica e critica.

    Se l’eroe è lo specchio della società, tali cambiamenti all’interno degli anni Novanta, sono profondamente legati anche alla genesi del modello di eroe che il fumetto propone.
    La paura per il nuovo millennio e prima ancora le pericolose avvisaglie di catastrofi naturali dovute all’incipiente inquinamento atmosferico, insieme alle nuove scoperte genetiche e della tecnica, propongono nuovi mondi e modelli.
    Le atmosfere ritornano “dark” e i modelli si fanno cibernetici.
    Le città sono immense lande desolate fatte di grattacieli e astronavi su cui incombe un cielo buio e spettrale.
    È qui che fumetto, gameplay e film si intrecciano e dai disegni di Moebius nascono le scenografie di “B l a d e R u n n e r”, dal terrore per le scoperte sull’ingegneria genetica maturano le avventure dei mutanti Wolverine e degli X-Men e il terrore per il mondo tecnologico delle macchine formula la fortunata serie di “Matrix” dei fratelli Wachosky.
    È una realtà spesso senza più speranza, in cui l’eroe si confronta con la sofferenza fisica e morale, in un’ottica che si fa sempre più permeata di linguaggi e intenti filosofici e idealisitici.
    È un filone in cui l’eroe trionfa ancora.
    Ad esso è affidato un destino alla maniera del “fato” per la letteratura classica e la missione è da portare avanti fino in fondo, talvolta con il sacrificio estremo di sé stessi e spesso proponendo allo spettatore un finale apertissimo che lascia l’amaro in bocca.
    (cfr. “Matrix Revolutions” ).
    Il personaggio dell’eroe si dibatte continuamente tra la realtà del mondo in cui vive e l’identità che egli stesso, in qualità di eroe incarna.
    Si è eroi nella solitudine alla maniera dell’Aiace di Omero e insieme girovaghi in un mondo estraneo e periglioso come Ulisse e come il Flash Gordon di Raymond.
    L’eroe diviene insieme reminescenza antica e valore moderno, attraverso la ripresa di simboli ed archetipi mai tramontati della società.
    Laddove per i poemi epico cavallereschi e cortesi l’avventura, l’incubo e il magico erano rappresentati dalla foresta, così gli eroi moderni si muovono in una giungla cyberpunk fatta di grattacieli e androidi, o, più semplicemente, nella noiosa giungla del quotidiano dove la “violenza” affiora guidata da una casuale concatenazione di perfidi eventi.
    L’eroe è solo e isolato perché spesso porta una maschera.
    Maschera che la società o l’anonimato impone e che costringe il personaggio ad una doppia vita, ad uno sdoppiamento di facciata che lo caratterizza e insieme provoca il dubbio:
    ma chi è l’eroe, chi l’uomo?
    Anche Tarantino si sofferma nel secondo capitolo di “Kill Bill” su questa avvincente e pregnante tematica, affrontando la controversa figura della Sposa.

    Lei non è Clark Kent, lei è Superman.
    Non ha bisogno di alcun travestimento.
    È nata per essere killer.
    Ed è così che spesso si disvela la storia dell’eroe.
    Un fatto che ne sconvolge la vita alla maniera greca, la catastrofe, (da che porta allo stravolgimento estremo quel concatenarsi di azioni che genera il “plot”.
    E come si diventa eroe per contatto con sostanze particolari che aguzzano i sensi o che rendono invulnerabile il fisico, così un fatto qualunque può far maturare la più naturale delle reazioni e dei sentimenti umani.
    La vendetta.
    E non più per se stessi o per salvare il mondo, ma per qualcosa di caro che ci è stato strappato per sempre.
    Ed è l’amore che genera odio, nella più naturale ed umana concatenazione di eventi.
    La storia della Sposa si discosta dall’universo tarantiniano fino ad ora trattato.
    Gli spruzzi di sangue divengono coreografia insieme agli scenari e ciò che prende il sopravvento è il sentimento, la forza dell’eroe che ci viene presentato.
    E se l’eroe nasce dalla peripezia, “Kill Bill” è terreno fertile per celebrare la gloria finale della Sposa.
    Il dolore e le prove non mancano ed anzi, sono portate all’eccesso dalla ricerca voluta del sentimento che porta all’inevitabile presa di posizione.
    Solo Beatrix e i Cattivi.

    Cattivi che sono veramente cattivi, implacabili nel perseguire il proprio obbiettivo e spietati nei confronti di colei che è scampata alla morte.
    Bill, a metà fra gangster e maestro di arti marziali, è colui che viene celato per tutto il primo capitolo della storia e va a incarnare il malvagio per eccellenza per il freddo distacco che esercita sulla scena.

    Spietata è Elle Driver, una sorta di “femme fatale” guerriera.
    Occhio azzurro e capelli lunghi e biondissimi, fisico slanciato, bella presenza ed abiti eleganti, a tratti è quasi la caricatura di se stessa e del prototipo che rappresenta.

    O-Ren Ishii è quasi una sorta di alter ego della protagonista.
    Privata di quanto aveva di più caro- la sua famiglia- O-Ren grida vendetta e diviene eroe a sua volta attraverso la sofferenza.

    Ed è nell’addestramento alle arti marziali che, come in ogni gameplay e per ogni eroe che si rispetti, si svela la forza morale e la volontà del personaggio.
    Il combattimento diviene forma per mostrare le peculiarità dei personaggi, poiché dagli atti del singolo se ne intende il carattere.
    Combattimento leale con O-Ren nel giardino d’inverno giapponese, a metà tra scenario teatrale e videogioco, che sembra uscito da una stampa di Hokusai e lotta spietata con Elle Driver.

    Il training personale della Sposa mostra l’evoluzione del personaggio e il crearsi del suo temperamento attraverso un addestramento duro e tipico del film di arti marziali.
    È lì che spirito e fisico della protagonista si temprano, trasformando l’orgoglio in volontà e rispetto.
    Elle Driver si ribella alla volontà del maestro, si schiera apertamente contro di lui, non ammette i propri limiti, non conosce rispetto e umiltà.
    E viene punita.
    Doppiamente.
    E, nell’ennesima, ultima lotta, non le è dato di morire degnamente.
    Soltanto a Beatrix è dato di conoscere la tecnica segreta di Pai Mei, e la sua forza morale traspare tutta nel momento della prova decisiva per la sua salvezza.
    Quando tutto sembra perduto, lo spirito dell’eroe si risveglia e si rialza, anche ferito.
    Sanguinante, Beatrix esce dalla prigione di terra che Budd ha creato apposta per lei e mette in atto tutta una vita di addestramento e di sforzi.
    Dal passaggio dalla vita alla morte la Sposa ritrova la forza per affrontare il suo destino, lotta, risorge dalla tomba in cui il nemico la voleva segregata.
    Scampata dalla morte per un fortuito gioco del caso, la protagonista si ritrova a viaggiare in un mondo fatto di “livelli”, quasi alla maniera dei mondi paralleli della science fiction o agli schemi di un gameplay che va da Okinawa a Tokyo per trasferirsi nel deserto al confine col Messico.
    Sempre la attende un nemico, malvagio, implacabile.
    Il cammino è costellato da prove e dolore alla maniera del più classico modello di eroe e la Sposa si batte con furore per raggiungere il suo scopo primario.

    Si parlava di mondo di valori, e qui la violenza non è mai solo vendetta in senso privato, pur discostandosi dal consueto modello dell’eroe che si batte per l’umanità.
    È la vendetta di Beatrix, la battaglia per la vita.
    Una vita che le è stata strappata per sempre quel giorno alla cappella di El Paso e che non potrà mai più essere la stessa.
    Ed è struggente la spiegazione che dei fatti da Bill quando il suo volto viene finalmente svelato allo spettatore.
    Ed è ancora sentimento umano.
    Gelosia ed egoismo.
    Ma quando la Sposa può finalmente abbracciare la figlia che credeva morta, il suo orizzonte cambia di colpo e non è più la vendetta a dominare, non c’è più sangue.
    È la catarsi per la protagonista e insieme per lo spettatore, raggiunta attraverso il compiersi stesso di un destino che stava scritto nelle trame del gioco.

    (A cura di ENRICA MANES)

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