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    Home Page > Cinespigolature > 64A MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: RETROSPETTIVA 'WESTERN ALL'ITALIANA', OVVERO 'LA PRIMA ESPRESSIONE DI CINEMA POST-MODERNO'

    64A MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: RETROSPETTIVA 'WESTERN ALL'ITALIANA', OVVERO 'LA PRIMA ESPRESSIONE DI CINEMA POST-MODERNO'

    Alcune riflessioni da parte dei curatori MARCO GIUSTI e MANLIO GOMARASCA

    25/07/2007 - Per chi è cresciuto negli anni ’60 (A cura di MARCO GIUSTI)

    Quelli tedeschi erano chiamati Sauerkraut Western, i francesi Camembert Western, gli spagnoli Chorizo Western, se avevano solo produzione locale, ma anche Butifarra o Paella Western, i brasiliani Faroeste o Bangue Bangue. I nostri, che erano quelli originali, vennero chiamati prima Macaroni, poi Hopalong Veneto, poi Spaghetti Western. Tutti termini peggiorativi inventati dai critici per definire con un po’ di razzismo i generi e i sottogeneri legandoli al paese d’origine e quindi marchiandoli come spuri rispetti a quelli originali americani. In America si parla di spaghetti western dal 1968. Il primo a citarli è il “Cristian Science Monitor” nel giugno ’68, attribuendo l’espressione alla critica Judith Christ. Ma parla di spaghetti western anche Renata Adler sul “New York Times” del settembre ’68 sostenendo che sono i giovani registi italiani a chiamarli così, come è ben possibile. Sono comunque i critici americani a far passare il termine sui grandi giornali, al punto che su una celebre copertina di “Life” Sergio Leone finì immortalato con una barba a forma di spaghetti. Termine che non piace a molti registi, ma che è entrato nella pratica quotidiana dei fan e degli studiosi e che ha acquistato negli anni un peso diverso, anche d’affetto per il genere. Al punto che spaghetti western non è solo il western italiano, ma un certo tipo di cinema anche ispirato a quello italiano, eccessivo, violento, privo di sentimentalismo e di qualsiasi tipo di mito americano. “Kill Bill” di Quentin Tarantino, ad esempio, per il regista è il “suo” spaghetti western. Ovviamente è anche un omaggio ai suoi western più amati, e infatti vediamo citati, solo nella colonna sonora, tanti dei film che vengono presentati a Venezia, da “Navajo Joe” a “Il grande duello”.
    E’ proprio partendo dalla riscoperta che ne ha fatto un certo cinema moderno, come quello di Tarantino o di registi come Johnny To o Takashi Miike, che è stata costruita la retrospettiva veneziana. Il western italiano, prodotto della seconda metà del ’900, come fabbrica di sogni ancora oggi ben visibile. Oltre ogni pregiudizio critico che ha accompagnato il genere dalla sua nascita a oggi, l’amore per gli spaghetti western è qualcosa che ben conoscono i ragazzini cresciuti negli anni ’60 e chi li ha riscoperti nelle videoteche degli anni ’80. E’ la possibilità di giocare con il cinema, di smontarlo e rimontarlo come fosse qualcosa che produce all’infinito desiderio e emozione. Per questo non c’è regista, attore, stuntman o fonico che non li ricordi oggi con amore. Se Leone e il suo western rappresentano, come diceva Bernardo Bertolucci, la prima espressione di cinema post-moderno, tutto quello che viene dopo, da subito, non può che muoversi nella sua stessa direzione. Al punto che dentro il genere western è possibile costruire un cinema d’autore, forte e personale, come accadde allora per molti registi come Sergio Corbucci, Sergio Sollima e Giulio Questi. Ma è possibile anche mettere in scena, con una totale libertà, i sogni e dei desideri del proprio tempo. E infatti proprio al western toccò di rappresentare l’immaginario di tutta una generazione, visto che il genere era cresciuto assieme ai suoi spettatori dentro la maggior rivoluzione giovanile del ’900.
    Nato in un momento di crisi del cinema americano e del cinema tutto nei confronti dello sviluppo della nascente televisione, il western italiano rappresenta la risposta immediata del vecchio continente allo strapotere di Hollywood. La dimostrazione che era possibile riscrivere il suo genere più amato, il western, con il linguaggio di un cinema che si muoveva tra Neorealismo e Nouvelle Vague. In un terreno dove era possibile amare, senza conflitti ideologici, John Ford e Glauber Rocha. E che era possibile con prodotti poveri e popolari battere il colosso americano anche nella distribuzione capillare in ogni parte del mondo. Che era possibile sostituire John Wayne con Tomas Milian. Riuscendo così a far sognare la rivoluzione dei suoi Cuchillo, Ringo, Gringo e Django agli spettatori di un Terzo Mondo che incominciava a uscire dall’oppressione del capitalismo americano. E, cosa ancor più importante, che offriva la chiave per un cinema riscrivibile e riproducibile ovunque.
    Tutto questo accadde proprio grazie a un pugno di titoli di spaghetti western negli anni ’60. E non è mai più capitato.

    (A cura di MANLIO GOMARASCA)

    «Se non ci fosse stato Sergio Leone e lo Spaghetti Western il cinema moderno, compreso quello americano, oggi non sarebbe lo stesso. Non ci sarebbero i vari Franco Nero e Giuliano Gemma, ma neanche i Clint Eastwood, i Sam Peckinpah, i Lee Van Cleef e i Walter Hill; per non parlare di Ennio Morricone». Questo ha dichiarato Quentin Tarantino motivando il suo entusiasmo per un genere tutto italiano che ha saputo conquistare il mondo. La retrospettiva che offre quest’anno La Mostra del Cinema di Venezia nasce proprio come “tributo dovuto” a un genere (forse l’unico, almeno nel nostro paese) che pur mutuato (inevitabilmente) da origini (e mitologie) americane ha saputo trasformare e “migliorare” gli stereotipi e i motivi cardine del genere stesso in qualcosa di estremamente nuovo e incredibilmente moderno.
    La modernità e l’attualità di certi Spaghetti Western (film come Keoma di Enzo G. Castellari, quasi un opera rock, e Vamos a Matar Compañeros di Sergio Corbucci, prototipo del nuovo film politico in chiave vecchio west) perdura ancora oggi e la lunga fila di pellicole proposte nella retrospettiva è atta soprattutto a evidenziare questo aspetto oltre, ovviamente, a omaggiare quegli autori che hanno reso florido e importante il filone.
    Un genere che nasce, si sa, col successo del primo film della “trilogia del dollaro” di Sergio Leone (che, attenzione, non è il primo Spaghetti Western della storia del cinema, ma sicuramente quello che, forte dei suoi memorabili incassi – 3.182.000.000 miliardi delle vecchie lire nel 1964 –, ha dato via libera alla produzione di massa), quel Per un pugno di dollari (ispirato a La sfida del samurai /Yojimbo di Akira Kurosawa), che viene presentato nei giorni veneziani in una nuova copia restaurata.
    Ma se Leone ha “creato il genere” (quando lo si definiva il padre dello Spaghetti Western, scherzosamente il regista era solito rispondere: «quanti figli di P…»), questi non si è certo esaurito con lui e sarebbe un gravissimo errore guardare ai suoi successori come dei meri imitatori. Anzi…
    Il genere ha trovato nuova linfa vitale nella brillante scrittura cinematografica di Sergio Corbucci, autore al quale la retrospettiva ha dedicato una particolare attenzione nel tentativo di restituirgli il rango di autore che gli spetta di diritto, grazie a pellicole come Django (che un po’ ovunque all’estero è considerato ancora oggi un modello da imitare, come testimonia l’ultimo film di Miike Takeshi, Sukiyaki Western Django, e un cult imprescindibile che ha generato un filiazione di pellicole paragonabile a quella di Leone), Vamos a Matar Compañeros e Navajo Joe con Burt Reynolds.
    Lo Spaghetti Western è un genere rivoluzionario nei contenuti e nella forma, che cambia radicalmente il modo di intendere il vecchio west degli americani. Un genere pieno di sfaccettature, dove gli eroi senza macchia e senza paura (su modello John Wayne) vengono sostituiti da Bounty Killer spietati (come nel caso di The Bounty Killer, appunto, di Eugenio Martin, ma anche 10.000 dollari per un massacro di Romolo Guerrieri con Gianni Garko), pistoleri tormentati pieni di sfaccettature e coni d’ombra (l’ubriacone Robert Woods di La taglia è tua, l’uomo l’ammazzo io di Eduardo Mulargia), tormentati dal senso di colpa (il reduce Giuliano Gemma in Un dollaro bucato di Giorgio Ferroni) o dalla sete di vendetta (l’ingiustamente carcerato Klaus Kinski di E dio disse a Caino di Antonio Margheriti).
    Ed è proprio la vendetta il comune senso denominatore di molte pellicole della rassegna, vendetta per lo sterminio della famiglia (La vendetta è un piatto che si serve freddo di Pasquale Squittieri), per l’esproprio terriero (Tepepa di Giulio Petroni) o, più umanamente, per questioni di corna (Il tempo degli avvoltoi di Nando Cicero).
    Una vendetta consumata nel sangue e che segna un’altra marcata differenza tra il vecchio western americano e la “nuova era” dello Spaghetti, in cui la spettacolarizzazione della violenza diventa un fondamentale tratto distintivo riproposto inseguito anche nel modello statunitense (da Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah a L’uomo chiamato cavallo di Elliot Silverstein, a Soldato Blu di Ralph Nelson a Gli spietati di Clint Eastwood).
    Nella retrospettiva si è tentato di toccare tutti i punti cardini del nuovo genere e di affrontarne tutte le declinazioni e le sfaccettature: dai film sulla rivoluzione messicana (il disperato Tepepa di Petroni), al western-sperimentale (l’allucinato Se se vivo spara di Giulio Questi, assistito da un’insospettabile Gianni Amelio), dal western-crepuscolare (Matalo! di Cesare Canevari, raro esempio di western milanesi), al kung fu-western (Il mio nome è Shangai Joe di Mario Caiano), nato quando ormai il genere perdeva colpi al botteghino dopo l’avvento di Bruce Lee; da quello “gotico” di Mario Bava e Riccardo Freda a quello psichedelico pop di Tinto Brass (Yankee). E ancora: il western degli autori, da Carlo Lizzani (Un fiume di dollari) a Pasquale Squittirei (La vendetta è un piatto che si serve freddo), fino ad arrivare al western-parodia della coppia Bud Spencer e Terence Hills (Lo chiamavano Trinità) che segna il punto di non ritorno.
    Insomma un programma articolato che mira a omaggiare il genere e i suoi autori (oltre a quelli già citati è doveroso ricordare almeno Tonino Valerii, unico vero discepolo di Sergio Leone), nonché quei personaggi e quei volti che hanno incarnato la mitologia italiana del vecchio west dal Django/Franco Nero al Ringo/Giuliano Gemma, al Sartana/Gianni Garko, senza dimenticare i vari Fabio Testi, Klaus Kinski, Leonard Man, Lee Van Cleef, George Hilton, William Berger, Gordon Mitchel e, naturalmente, Tomas Milian.

    La Redazione

    Nota: Si ringrazia l'Ufficio Stampa 'La Biennale di Venezia'.

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