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    THE HAPPY PRINCE-L'ULTIMO RITRATTO DI OSCAR WILDE

    RECENSIONE - Rupert Everett porta sullo schermo (nel trittico al completo di regia, sceneggiatura e interpretazione) gli ultimi giorni di vita del suo autore preferito, Oscar Wilde. Ne esce l'inedito ritratto del lato più intimo di un genio che visse e morì per amore - Dal 12 Aprile

    (The Happy Prince; GERMANIA/BELGIO/REGNO UNITO/ITALIA 2018; Dramma storico; 105'; Produz.: Maze Pictures/Entre Chien et Loup in co-produzione con Palomar/Cine Plus/Filmproduktion/Robert Fox Limited/BBC Films; Distribuz.: Vision Distribution)

    Locandina italiana The Happy Prince-L'ultimo ritratto di Oscar Wilde

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    See Short Synopsis

    Titolo in italiano: The Happy Prince-L'ultimo ritratto di Oscar Wilde

    Titolo in lingua originale: The Happy Prince

    Anno di produzione: 2018

    Anno di uscita: 2018

    Regia: Rupert Everett

    Sceneggiatura: Rupert Everett

    Soggetto:

    Cast: Rupert Everett (Oscar Wilde)
    Colin Firth (Reggie Turner)
    Emily Watson (Constance Wilde)
    Colin Morgan (Alfred Bosie Douglas)
    Edwin Thomas (Robbie Ross)
    Tom Wilkinson (Fr Dunne)
    Anna Chancellor (Mrs. Arbuthnott)

    Musica: Gabriel Yared

    Costumi: Giovanni Casalnuovo e Maurizio Millenotti

    Scenografia: Brian Morris

    Fotografia: John Conroy

    Montaggio: Nicolas Gaster

    Effetti Speciali: Sebastian Bulst (supervisore)

    Makeup: Jennifer Berr, Sascha Kolmikow, Silka Lisku e Luca Mazzoccoli

    Casting: Celestia Fox

    Scheda film aggiornata al: 10 Maggio 2018

    Sinossi:

    In breve:

    Dopo il periodo di successi letterari e teatrali Oscar Wilde è caduto in disgrazia. Processato per la sua esplicita omosessualità e condannato a due anni di lavori forzati è uscito dal carcere minato nella salute e nell'animo. Esiliatosi a Parigi, dopo un tentativo di ricostruire il rapporto con la moglie, torna ad unirsi al giovane Lord Douglas e precipita sempre più nel disastro totale. Gli restano solo le sue fiabe con le quali si conquista l'affetto di due ragazzi di strada.

    In dettaglio:

    Nella stanza di una modesta pensione di Parigi, Oscar Wilde (Rupert Everett) trascorre gli ultimi giorni della sua vita e come in un vivido sogno i ricordi del suo passato riaffiorano, trasportandolo in altre epoche e in altri luoghi.

    Non era lui un tempo l’uomo più famoso di Londra? L’artista idolatrato da quella società che l’ha poi crocifisso?

    Oggi Wilde ripensa con malinconia alle passioni che l’hanno travolto e con tenerezza al suo incessante bisogno di amare incondizionatamente.

    Rivive la sua fatale relazione con Lord Alfred Douglas (Colin Morgan) e le sue fughe attraverso l’Europa, ma anche il grande rimorso nei confronti della moglie Constance (Emily Watson) per aver gettato lei e i loro figli nello scandalo per l’ingiusta condanna della sua omosessualità.

    Ad accompagnarlo in questo ultimo viaggio solo l’amore e la dedizione di Robbie Ross (Edwin Thomas), che gli resta accanto fino alla fine nel vano tentativo di salvarlo da se stesso e l’affetto del suo più caro amico Reggie Turner (Colin Firth).

    Short Synopsis:

    The untold story of the last days in the tragic times of Oscar Wilde, a person who observes his own failure with ironic distance and regards the difficulties that beset his life with detachment and humor

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    "Non c'è al mondo pena più grossa della sofferenza" Ma "La sofferenza è nulla quando c'è l'amore. L'amore è tutto"

    Beh, ammettiamolo pure! La storia del principe felice e della rondine che un padre racconta ai propri figli per divertirli prima della nanna, rischia di risultare l'aspetto migliore che la regia di Rupert Everett potesse mai offrire in dotazione alla sua opera prima: The Happy Price-L'ultimo ritratto di Oscar Wilde. Una favola, quella del principe felice, destinata a far da spina dorsale, a collegare vertebra con vertebra, una storia che potremmo definire quasi un 'autoritratto punitivo'. Lo stesso Oscar Wilde, ad un certo punto se ne esce con una consapevolezza illuminante: "Io sono il mio Giuda"

    Una sorta di sogno retroattivo che l'Oscar Wilde di Rupert Everett - oltre a regia e sceneggiatura Everett ha voluto anche ardentemente interpretare in prima persona il suo autore preferito - rivive nella stanza di

    una modesta pensione di Parigi, dove trascorre gli ultimi giorni della sua vita, vergognandosi del suo passato e di se stesso, senza d'altra parte essere in grado di porvi rimedio. Un passato ricostruito per minimi rigurgiti di memoria: dai successi trionfali a teatro, abbracciato dagli applausi e dalle risate di un pubblico estasiato, allo scherno generosamente elargito da quello stesso pubblico, una volta finito in carcere condannato per omosessualità. E la sequenza alla stazione è ben più triste di quella in tribunale. Aleggia sopra la testa di Wilde l'ombra lunga del rimorso: nei confronti della moglie Constance (Emily Watson in un cameo allargato accettato sicuramente per 'l'amore che non si scorda mai' verso il teatro), e verso il consapevole indegno opportunismo riservato ai due amici fuori dal comune: quello del vero amore di Robbie (Edwin Thomas), che gli resta accanto fino all'ultimo respiro preoccupandosi di ogni cosa, persino dell'estrema unzione

    (altro cameo il prete di Tom Wilkinson), e quello di Reggie (Colin Firth senz'altro in linea di sentimento con la collega Watson). Entrambi solidi pilastri pronti a sostenere, a venire in soccorso dell'amico Oscar per salvarlo dal suo naufragio quotidiano, tentando di rimediare l'irrimediabile. Un naufragio provocato da se stesso, avviluppato nelle spire di una dipendenza dal sesso e dalla depravazione, che lo vede al fianco di Lord Alfred Douglas (Colin Morgan) in giro per l'Europa, accomunati da un'ingordigia irrefrenabile della bellezza e dell'appagamento dei sensi. La trappola dei vari giri di prostituzione rincorre il degrado e la povertà derivata dallo scialacquo proprio delle cosiddette 'mani bucate'.

    Si consuma nel segno di quei tratti estetizzanti che Everett ricava agevolmente da nudi maschili atteggiati in statuarie movenze, la scena a Napoli dominata da un festino serale dove partecipa un giovane cameriere (che poi si scopre con moglie e figlio a carico),

    prima di tradursi in tragicomica: strana morale quella per cui va bene il tradimento della moglie con gli uomini, e pure per soldi, purché non si tratti di donne! Ma il ritratto più pungente e desolante del livello di degrado in cui era caduto Oscar Wilde nell'ultima 'stazione' della sua vita, lo si ricava dalla sequenza in cui approfitta senza ritegno di una signora, sua incallita fan in teatro ai tempi gloriosi, per estorcerle del denaro. Insomma, adorando il suo autore preferito, mentre si preoccupa di segnalare come Oscar Wilde sia stato ufficialmente riabilitato solo nel 2017, Rupert Everett non fa d'altra parte sconti alla sua connaturata tendenza alla degenerazione. Una sorta di consapevole antidoto, coltivato con cura da Oscar Wilde, a quella 'sofferenza' nel mondo che pure gli stava tanto a cuore. Un antidoto alimentato dalla costante caccia all'ultimo 'bagliore purpureo', così come era solito chiamare ogni scheggia di

    lusso ed eccesso innalzati come vessilli vitali. Persino in punto di morte, dopo un vomito premonitore della fine imminente - sul quale, al posto del regista avrei soprasseduto - chiede tristemente champagne, in preda al delirio.

    Non c'era alcun bisogno di rigirare più e più volte il dito nella piaga. A mio avviso non vi era alcun bisogno di arrivare all'inevitabile disgusto, con cui tra l'altro Everett dipinge i tratti dello stesso profilo di Oscar Wilde, colto nella reiterata espressione di chi si sente 'disgustato da se stesso'. Nulla aggiunge e nulla toglie ad un ritratto estremo in extremis, mentre ci si sente defraudati di quell'indiscussa arte scrittoria che pure appartiene a Oscar Wilde e che, per quanto trasudi dai tutti i pori della stessa sceneggiatura, evapora in questo 'ultimo ritratto di Oscar Wilde' come neve al sole. Alla fine, abbiamo chiaro un concetto: nel tentativo di ricacciare indietro la

    sofferenza con l'ennesimo 'bagliore purpureo', Oscar Wilde sembra aver steso un vero e proprio red carpet alla sofferenza stessa. E l'amore che aveva posto sopra ogni cosa, quello che avrebbe potuto e dovuto sanare ogni povertà e sofferenza, non era quello che conta e davvero guarisce. L'autodistruzione sembra aver avuto la meglio ma l'arte generata resta, anche a dispetto di una vita deragliata. E quella, l'arte, intendo, non ha mai neppure pensato lontanamente di avere il problema di riabilitare o meno il proprio autore. E' sempre stata lì, a celebrarne il pensiero e l'anima con le sue stesse parole. E quello dovrebbe semplicemente essere ciò di cui abbiamo bisogno. La vita 'spericolata' delle persone, in particolar modo di certi artisti, è affidata all'eternità, non serve farne manifesto al cinema. A meno che non si tratti di ricavarne benefici personali. Il che sarebbe ancora peggio.

    Pressbook:

    Pressbook Completo in Italiano di The Happy Prince

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