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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > THE IRON LADY - INTERVISTA alla sceneggiatrice ABI MORGAN

    L'INTERVISTA

    THE IRON LADY - INTERVISTA alla sceneggiatrice ABI MORGAN

    29/01/2012 - La sceneggiatrice ABI MORGAN parla di THE IRON LADY

    Come è iniziato questo progetto per lei?

    ABI MORGAN: "Sono stata contattata dalla Pathé, che voleva realizzare un film su Margaret Thatcher, su indicazione del produttore Damian Jones. Avendo avuto una vita così intensa, abbiamo provato diversi approcci, finché ci siamo resi conto che volevamo creare una tensione tra passato e presente. Quindi mi sono messa a lavorare sull'ossatura che poi ha dato origine alla versione definitiva del film".

    Può descriverci per sommi capi che struttura ha utilizzato?

    A. MORGAN: "Mi piaceva l'idea di vedere una persona nelle diverse fasi della vita. L'aspetto interessante di Margaret Thatcher è la tensione che c'è tra la sfera pubblica e la sfera privata. Più indaghi sulla sua vita, più ti rendi conto della straordinaria mole di informazioni dettagliate che esiste. E tuttavia, la sua storia più recente, gli ultimi 20 anni da quando ha lasciato il Governo, è meno documentata. Mi sono completamente innamorata dell'idea di scrivere una storia ambientata nel presente sull'ombra dell'ex Premier che conoscevamo come 'la lady di ferro'. Volevo esplorare cosa significa essere una regina e perdere il potere. L'idea di una regina che ora deve prepararsi da sola la colazione e lustrarsi la sua corona mi intrigava molto. E questo poi ha aperto interrogativi più ampi sulle nozioni di potere ed età che sul piano tematico hanno arricchito il film rendendolo qualcosa di più di un semplice biopic".

    Secondo lei quali sono i temi principali del film?

    A. MORGAN: "Uno dei temi essenziali è il viaggio nell'universo del potere e nella riconciliazione una volta perso il potere. Ma il film parla anche del bisogno di avere una buona qualità di vita, sia sul piano professionale che su quello personale, nonostante il passare degli anni e le perdite che si subiscono. Una figura pubblica come Margaret Thatcher è un'icona e la sua vita è stata costellata di decisioni di importanza strategica come leader mondiale. Ma il fatto che prima o poi tutti dobbiamo morire e tornare polvere mette ognuno di noi su un piano di uguaglianza. C'è qualcosa di affascinante in una persona che è venuta dal nulla, ha raggiunto l'apice della sua carriera e tuttavia, inevitabilmente, è, come tutti gli altri, mortale e destinata a svanire. Il suo lascito forse le sopravvivrà, ma deve comunque fare i conti con il suo presente e non solo con il suo passato. L'alchimia del film è nella costante tensione tra passato e presente".

    Ha mai considerato il film una storia d'amore?

    A. MORGAN: "Al centro del film c'è una storia d'amore. Quando ho valutato l'idea di inserire Denis come fantasma, mi sono resa conto che non è un vero e proprio fantasma: per me, è la manifestazione del ricordo che Margaret ha del suo compagno di viaggio, da cui non si è mai congedata. Anche se ha perso Denis, per lei il loro rapporto non è mai morto. Quando mi sono documentata sulla vita di Denis, è emerso in modo evidente che era un uomo leale, affidabile e, benché alquanto tradizionalista, molto moderno nell'accettare di avere una posizione di secondo piano rispetto a sua moglie. Esaminandolo nel suo contesto di uomo d'affari di successo, divorziato, più grande di Margaret, si capisce che si sentiva molto sicuro nella sua posizione. È uno dei motivi per cui è stato in grado di essere il compagno, la guida e il confidente di Margaret. Per me c'è qualcosa di mitico nella lunghissima durata della loro relazione e mi incuriosisce sondare il segreto della sopravvivenza di un matrimonio, in particolare di un matrimonio politico. Durante le ricerche su Denis, ho visto chiaramente la sua presenza costante, come anche lui sosteneva, definendosi 'Sempre presente, mai di persona'. Il che significa che conservava sempre un distacco, una parte della sua vita che manteneva a distanza, anche se era capace di interpretare il ruolo del marito di una politica. Era autonomo e al tempo stesso di immenso sostegno alla moglie. Ero intrigata da questo loro rapporto e ho ritenuto che fosse una buona prospettiva da cui esaminare l'intero contesto della vita di Margaret".

    Il fatto che la sua vita sia così ben documentata, con enormi quantità di materiali disponibili, è stato un ostacolo o un aiuto nel raccontare questa storia?

    A. MORGAN: "La prima cosa da fare è rendersi conto che un film è un'opera di finzione. Qualunque narrazione cinematografica, anche un biopic, è un'opera di finzione: noi non c'eravamo. Leggendo le numerose biografie politiche di quel periodo, ti accorgi che ciascuna tende a creare un mito da un'angolazione diversa, guardando da un singolo punto di vista. Questo film racconta quegli anni dal punto di vista di Margaret, quindi per me era fondamentale cercare di entrare nella sua testa e di essere coerente con il personaggio che stavo creando. Era importante scegliere con cura, perché ognuno ha un'opinione su di lei e il mio sforzo è stato tentare di scoprire quello che lei deve aver realmente provato. Era una donna politica determinata nelle sue convinzioni che non credeva nel consenso, credeva in se stessa come espressione assoluta di autorità. È stato affascinante indagare su cosa significa essere una persona che compie scelte di importanza mondiale che hanno conseguenze sull'intero pianeta e sull'isolamento che una simile posizione comporta".

    Quali momenti storici sono messi in risalto nel film?

    A. MORGAN: "Ce ne sono moltissimi fra cui scegliere e Margaret è una figura contornata da tantissime luci e ombre. Consapevole dell'aspettativa che c'era sul ritratto che avremmo fatto di lei, era essenziale per me riuscire a creare un personaggio a tutto tondo. Ci sono molti episodi indicativi.
    Nei primissimi anni, era una giovane estremamente ambiziosa, guidata da suo padre, che era il suo mentore. Per molti aspetti era un uomo unico: coglieva l'animale politico che si celava in sua figlia e la incoraggiava. Ha esercitato una profonda influenza su di lei che, a Grantham, da adolescente, lo osservava e lo ascoltava parlare durante la Guerra. La guerra fa da sfondo alla sua storia: ha osservato statisti che sono diventate delle vere icone, come Churchill e in seguito lei stessa è diventata quel tipo di icona come condottiera durante il conflitto delle Falkland.
    Quando la vediamo arrivare a Westminster, unica donna, ci rendiamo conto che si tratta di una roccaforte maschile e per di più, per certi versi, discriminante verso i giovani.
    Osservando la sua reazione all'esplosione a Brighton, dopo aver visto tanti suoi colleghi feriti e uccisi, ci accorgiamo che è sorprendente che sia sopravvissuta e che qualche ora dopo tenga un discorso al Congresso del Partito esortando tutti a restare uniti. La vediamo nei momenti di conflitto, mentre osserviamo la realtà di quanto accade durante le sollevazioni contro la Poll Tax e le bombe in Irlanda del Nord. Poi vediamo il declino del suo potere e lo stupore, lo sdegno e il profondo senso di tradimento che prova quando il suo esecutivo si rivolta contro di lei e la estromette. C'è un'enorme varietà nella sua vita pubblica e la sua vita privata fa da contrappunto a questa. In un certo senso, la famiglia è una metafora del suo ruolo di leader. Era bravissima a svolgere più funzioni contemporaneamente, a risparmiare tempo e a occuparsi della casa e della famiglia. Per molti aspetti, è stata una madre e una moglie eccezionale, ma dai documenti emerge che questo le è costato un enorme sacrificio con pesanti ricadute che hanno aumento il suo senso di isolamento, senso di isolamento che cogliamo durante tutto il film".

    Mentre scriveva la sceneggiatura, era consapevole del fatto che ognuno avrebbe formulato un'opinione su questo film?

    A. MORGAN: "Il premierato di Margaret Thatcher ha caratterizzato la mia adolescenza, quindi sapevo che il film sarebbe stato controverso. Sono cresciuta nel nord dell'Inghilterra e ho visto gli effetti delle sue scelte politiche sull'industria mineraria. Frequentavo l'università nel 1990, quando lei lasciò il potere, e ricordo che la gente danzò per le strade. Dunque conosco il suo lascito e so quanto è stata odiata.
    È stato interessante per me rettificare, rivedere e riconsiderare l'opinione che avevo di lei alla luce delle ricerche che ho svolto. Dopo aver lavorato a questo film, non posso fare a meno di provare un incredibile rispetto nei suoi confronti, avendo compreso che è stata una leader straordinariamente forte. In alcuni momenti, la forza del suo convincimento è stata stupefacente. L'aver dovuto contestualizzare la sua vita mi ha dato una visione della sua figura molto più equilibrata di prima".

    Secondo lei i mezzi di informazione si aspettano che il film sia una sorta di fantasy di sinistra?

    A. MORGAN: "Non sarei stata onesta nel mio lavoro se non avessi cercato di creare un personaggio a tutto tondo. Spero sia un'analisi interessante, ma non conclusiva, della sua vita. Tutti conoscono il suo lascito, tutti sanno che cosa ha fatto alla Gran Bretagna, ma secondo me il film non è solo questo. Ovviamente è uno studio su Margaret Thatcher, ma in sostanza è uno studio sul concetto di potere e di leadership. Probabilmente si può osservare in rilievo ogni leader, esaminando sia le ombre sia le luci del ruolo che ha esercitato. Per alcuni la Thatcher è stata una leader straordinaria, per altri una figura profondamente odiata. E, secondo me, la sua fortuna è anche stata la sua maledizione. La sua fiducia assoluta in se stessa è stata un incredibile punto di forza, ma anche la causa della sua rovina, perché nell'ultima parte della sua carriera le ha reso molto più complicato prendere in considerazione le opinioni degli altri. Verso la fine, la sua linea di governo è diventata estremamente autocratica. Questa è la mia personale conclusione. 'The Iron Lady' è uno studio sul potere, non sulla sua natura corruttiva, ma sulle tensioni insite che comporta, ed è anche uno studio sulla vecchiaia".

    Mentre scriveva la sceneggiatura, sapeva che la protagonista sarebbe stata interpretata da Meryl Streep?

    A. MORGAN: "Ognuno da noi ha in mente un'attrice ideale e lei è sicuramente la mia, ma credo siano state la chimica e la genialità di Phyllida Lloyd, quando si è unita al progetto, a portare a buon fine l'accordo che, naturalmente, ha incontrato il mio immediato consenso. Quindi non ho ritagliato il personaggio per Meryl, ma pensavo spesso a lei quando immaginavo chi avrebbe interpretato a meraviglia la parte. Era in assoluto la mia scelta preferita. È la mia eroina dai tempi di Kramer contro Kramer, uno dei primissimi film in cui l'ho vista da ragazzina. La considero un'attrice straordinaria, perfetta per questo ruolo. Nessun'altra attrice avrebbe potuto prestarsi meglio.
    Sia Phyllida che Meryl sono splendide e, avendo già lavorato insieme, sono unite da un profondo legame. Si può solo imparare da loro e cercare di stare al loro passo".

    Quali sono le doti migliori di Phyllida Lloyd come regista?

    A. MORGAN: "Ha una grande forza interiore, una calma serafica e un'autentica lucidità di vedute. Navigando in un film complesso, girato in numerosi ambienti diversi, che attraversa varie fasce temporali, lei prende come riferimento il principio fondamentale dell'organizzazione. È una regista teatrale fenomenale che è riuscita a reinventarsi brillantemente come regista cinematografica con Mamma Mia! e ora con un film di genere del tutto diverso. Ha un grande senso delle immagini ed è mossa da un'ambizione sincera che le viene dall'esperienza teatrale e che non ha paura di riversare nel cinema. Da quando è entrata a far parte del progetto, la sceneggiatura ha continuato a crescere ed è stata ulteriormente perfezionata con l'arrivo di Meryl Streep, fondamentale per i dialoghi e lo svolgimento della trama. Phyllida e Meryl sono eccellenti collaboratrici perché entrambe lavorano con un procedimento rovesciato che è davvero entusiasmante osservare".

    Quali sono state le scene più impegnative da scrivere?

    A. MORGAN: "Il crollo nervoso è stato molto difficile perché volevo descrivere la demenza senile in modo vero. Ho vissuto questa malattia nella mia famiglia, quindi ho avuto modo di osservarla. È stato interessante per me cercare il giusto equilibrio nel dar voce a una persona affetta da demenza che tuttavia resta molto lucida e ancora in grado di accedere al passato. Quindi, forse, la difficoltà principale è stata bilanciare il passato e il presente. È stata una gioia scrivere le scene tra Denis e Margaret e mi hanno particolarmente entusiasmata quando ho iniziato ad immaginarli interpretati da Jim (Broadbent) e Meryl (Streep). Il film cerca di non giudicare e di non imporre un'opinione. Il che non significa che non contenga un'opinione, ma ha talmente tante chiavi di lettura che, per certi versi, la storia arriva a narrarsi da sé".

    Come pensa che reagirà il pubblico?

    A. MORGAN: "Non ne ho la minima idea! Spero che percepisca il film come un avvincente e intrigante studio sul potere e lo giudichi come un'opera di finzione e non come un documento, altrimenti lo apprezzerebbe solo in parte e resterebbe deluso rispetto ad aspettative sproporzionate. Come figura pubblica la Thatcher era un'icona, ma la figura privata e intima della donna era molto diversa. Per me è un approccio creativo alla sua vita".

    Era cosciente del fatto che potrebbe non piacere a tutti?

    A. MORGAN: "Di sicuro sarà criticato. Vorrei essere una di quelli che non legge mai le recensioni dei propri lavori e invece le leggo tutte e a volte fanno molto male. Frank Skinner ha detto una cosa grandiosa: una cattiva recensione è come avere addosso una coperta bagnata, devi solo aspettare che si asciughi. Trovo che sia verissimo".

    Quale prevede sarà la reazione degli strenui sostenitori o dei famigliari di Margaret Thatcher, o anche di Margaret Thatcher stessa?

    A. MORGAN: "Pensarci mentre scrivi la sceneggiatura può inibirti parecchio, ma sarebbe ingenuo da parte mia sostenere che non sono consapevole della reazione che potrebbe suscitare nelle persone vicine a lei. Spero che sia un ritratto rispettoso, sentito e onesto. Scrivere un film su una persona ancora in vita è un'operazione delicata. Ma è stata un personaggio pubblico e una leader iconica e penso sinceramente che il film sia anche uno studio sul potere. È stata una statista inglese molto influente, la più importante dopo Churchill, sicuramente la più ricordata. Quindi spero che sia un tributo penetrante a un'esistenza. Nelle nostre intenzioni, il film vuole essere un'interpretazione drammatica della sua vita più che un biopic. Non è un documentario: è un film di finzione".

    Qual è stata la parte più bella del lavoro a questo film?

    A. MORGAN: "Per me scriverlo è stato straordinario. È stata un'impresa titanica elaborare una sceneggiatura con una struttura narrativa forte e drammatica che riuscisse a destreggiarsi nei numerosi eventi di una vita vissuta molto intensamente. Dal punto di vista di uno sceneggiatore, ascoltare Meryl Streep che recita le tue battute è un sogno che si avvera. Nella lavorazione di un film, c'è un momento in cui il lavoro dello sceneggiatore finisce e il suo universo e la sua creatura diventano del regista, degli attori, della troupe, quindi sono davvero entusiasta di vederlo sullo schermo. Ma è stato anche fenomenale passare tanto tempo con lei, con Margaret Thatcher, senza mai incontrarla veramente. È stato davvero affascinante calcare le orme della sua vita, leggendo tantissimi memoriali e biografie e visionando una gran quantità di interviste".

    LA REDAZIONE


     
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