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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > THE IRON LADY - INTERVISTA alla regista PHYLLIDA LLOYD

    L'INTERVISTA

    THE IRON LADY - INTERVISTA alla regista PHYLLIDA LLOYD

    27/01/2012 - La regista PHYLLIDA LLOYD parla di THE IRON LADY

    Qual è stata la genesi di 'The Iron Lady?'

    PHYLLIDA LLOYD: "Ho iniziato a lavorare a questo progetto circa due anni fa quando Pathé e Abi Morgan mi mandarono la sceneggiatura. Il mio primo pensiero è stato ‘Margaret Thatcher è la più importante leader che la Gran Bretagna abbia avuto dai tempi di Elisabetta I’. Nutro un interesse appassionato per Elisabetta I sulla quale ho diretto sia un film che un'opera teatrale ed è proprio da questo che sono partita. Mi piaceva molto il fatto che la sceneggiatura non fosse un biopic convenzionale. È molto complesso realizzare un film nella forma del biopic: come fai a destreggiarti con un simile catalogo di fatti? Ma questa era una creatura completamente diversa, grazie a una scrittura brillante, in particolare nel descrivere Margaret anziana, per la quale Abi ha creato uno straordinario mondo nel presente, puro frutto della sua immaginazione".

    Come è strutturato il film nel presente?

    P. LLOYD: "Nel presente film si svolge nell'arco di un paio di giorni, i giorni in cui Margaret ha finalmente deciso di disfarsi dei vestiti di Denis. Sono giorni importanti per lei e non appena inizia a smistare gli effetti personali del marito cade nell'imboscata dei ricordi del suo passato. È un film sull'accettazione e la rassegnazione, sulla necessità di lasciarsi alle spalle il passato".

    Margaret Thatcher è considerata una statista piuttosto controversa. In che modo questo fatto ha influenzato la sua narrazione della storia?

    P. LLOYD: "Ho immediatamente capito che non si tratta di un film politico, ma di un film quasi shakespeariano. È la storia di una grande leader, al tempo stesso meravigliosa e imperfetta in tutti i sensi. È una storia sul potere, sul tracollo a causa del potere e sull'epilogo della vita di un individuo che ha condotto un'esistenza traboccante di intensità sul piano professionale che all'improvviso finisce. Ma per molti aspetti è una storia universale, è uno specchio dell'esistenza di ognuno di noi, amplificata dalle dimensioni enormi ed epiche della vita che ha vissuto lei. È la storia di quello che accadrà a tutti noi quando le nostre carriere si concluderanno, quando perderemo le nostre capacità e dovremo affrontare la vecchiaia. Non abbiamo condotto una vita pubblica, importante e sempre in primo piano come la sua, ma comprendiamo tutti le difficoltà con i partner, i famigliari, l'accettazione, l'elaborazione e la rassegnazione, le perdite e i lutti e la necessità di sostenerci reciprocamente nei momenti di bisogno".

    Crede che il pubblico resterà sorpreso dall'aspetto politico del film?

    P. LLOYD: "Penso che sarà molto sorpreso da quanto apolitico è il film! È un po' come chiedere ‘approvavi le scelte politiche di Re Lear?’. Non si tratta di condividere o meno un programma politico, ma di saggiare il fervore delle sue convinzioni e la sua inflessibile ferocia, senza che sia richiesto di giudicare la sua politica".

    Su Margaret Thatcher c'è un'enorme quantità di materiale di documentazione. Come ha scelto i momenti su cui concentrare l'attenzione?

    P. LLOYD: "Avevamo un'infinità di materiali scritti e visivi. Inoltre abbiamo incontrato numerosi colleghi Margaret Thatcher, sia politici sia funzionari pubblici, raccogliendo una miniera di informazioni, pareri e dati sul suo conto. Abi ha scelto gli avvenimenti che hanno forgiato in modo decisivo e drammatico la sua carriera. Quella che vediamo è quasi una sinfonia di Margaret Thatcher. Innanzitutto, la lotta per acquisire potere nei primi anni e la del tutto inaspettata assunzione della leadership. Contrariamente ai suoi colleghi uomini, non era stata allevata e addestrata a pensare di diventare un giorno Primo Ministro. È questo che la differenziava dagli altri ed è il motivo per cui i suoi colleghi, che capivano che aveva la stoffa della statista, hanno dovuto penare per convincerla a farsi avanti e ad entrare nell'agone quando la carica si è resa disponibile.
    Poi vediamo la serie di alti e bassi che l'hanno portata al numero 10 di Downing Street, immediatamente seguita dalla strenua battaglia che ha dovuto ingaggiare e condurre per mantenere la sua posizione ed assumere il comando del Partito Conservatore, terrorizzato dal ritmo incalzante delle sue riforme. In pratica la vediamo sempre in trincea e molto sola. Più avanti nel film la osserviamo anche schierata durante la guerra delle Falkland e successivamente nel momento in cui è più invincibile, in un vorticoso viaggio verso la notorietà internazionale. In una parabola realmente tragica, l'apice conduce alla caduta in disgrazia quando viene, a suo modo di vedere, tradita dai suoi colleghi. La differenza sostanziale tra questo film e un biopic convenzionale sta nel fatto che l'intera storia è narrata dal suo punto di vista. Di conseguenza gli spettatori non sanno se quello che viene mostrato è vero o no: è la sua versione del suo percorso, senza alcuna altra valutazione degli eventi politici".

    Come ha conciliato l'esigenza di accuratezza nella descrizione dei fatti con il desiderio di realizzare un'opera drammatica?

    P. LLOYD: "Abbiamo avuto un'attenzione meticolosa ai dettagli politici e quando abbiamo deciso di mostrare un evento che in realtà non è avvenuto è stata una scelta consapevole nell'ottica di chiarire la storia. Ma da subito è più che evidente al pubblico che si tratta del frutto dell'immaginazione di Abi".

    Quali sono a suo parere le doti migliori di Abi come sceneggiatrice?

    P. LLOYD: "Abi ha scritto una sceneggiatura davvero radicale, la cui bellezza secondo me sta nei dettagli. Dal momento che è un film sulla memoria, spesso il pretesto per lo svolgimento di una scena è un piccolo particolare, come un bottone che viene cucito. Quando ci torna in mente una cosa, spesso il meccanismo del ricordo scatta con un suono, un odore o un evento casuale".

    Mentre si documentava per il progetto, la sua opinione su Margaret Thatcher è in qualche modo cambiata?

    P. LLOYD: "C'è qualcosa di profondamente toccante nel suo isolamento all'interno del Partito Conservatore e nella dura lotta che ha dovuto condurre, fin da quando ha ottenuto la leadership, solo per assumere il comando dell'esecutivo di Ted Heath, i cui membri provenivano in larga parte da un ambiente sociale privilegiato. Uno dei suoi colleghi ha affermato che forse la sua appartenenza alla piccola borghesia l'ha emarginata ancor più del suo essere donna. Una delle immagini più penetranti della sceneggiatura di Abi è quella di una donna sola in mezzo a un mare di uomini: senti il suo isolamento, la sua solitudine. L'incarico di Primo Ministro ci viene descritto come un compito di estrema solitudine di per sé, ma nel suo caso c'era anche l'aggravante dell'appartenenza alla piccola borghesia e dell'essere donna. Non mi risulta che qualcuno dei partecipanti a questo progetto alla fine abbia cambiato colore politico, ma ognuno di noi è rimasto profondamente toccato da una serie di aspetti di ogni genere della vita e della carriera di Margaret Thatcher. Uno dei punti più commoventi della sua vicenda è la sua totale assenza di cinismo. Ciò che la distingue dai politici di oggi, che hanno bisogno di valutare i focus group e i sondaggi d'opinione, è il non aver mai chiesto prima di un'intervista ‘Qual è la nostra posizione su questo? Come la pensiamo su quest'altro?’. Aveva un tale istinto politico che sapeva sempre cosa pensava e questo le bastava".

    Può parlarci un po' della scelta di Meryl Streep?

    P. LLOYD: "Anche se avrei fatto qualunque cosa per lavorare una seconda volta con Meryl, ho avuto un attimo di esitazione durante una riunione sulla scelta dell'attrice per il ruolo di Margaret Thatcher quando, esaminando varie possibilità, quelli di Pathé mi hanno chiesto: ‘Cosa ne dici Meryl?’. Lì per un momento ho pensato: ‘Santo cielo, un film su Margaret Thatcher è una provocazione e scegliere Meryl potrebbe essere una seconda provocazione. Che effetto produrranno questi due fattori? Quale sarà la reazione in Gran Bretagna?’. Mi sono allontanata dalla stanza, ho fatto tre giravolte, sono rientrata e ho detto ‘Sì, sarebbe perfetta’. Il mio primo pensiero era stato ‘Ci vuole una superstar per interpretare Margaret Thatcher perché Margaret Thatcher era una superstar’. Aveva un carisma straordinario e la capacità di ammaliare assolutamente chiunque. Ma era un ruolo potenzialmente un po' freddo, quindi era fondamentale che l'attrice che lo avesse interpretato avesse calore. Passarono alcuni mesi prima che la sceneggiatura fosse a nostro giudizio pronta. A quel punto scrissi a Meryl chiedendole se era interessata a leggere un copione su Margaret Thatcher e andai a New York per parlargliene. Era una sfida colossale. A un certo punto prendemmo seriamente in considerazione l'ipotesi di avere tre attrici per interpretarla visto che l'arco della vita adulta di Margaret copre comunque quasi 40 anni. Ma Meryl era commossa dalla storia di questa donna al tramonto della sua vita che cerca di fare i conti con la sua intera esistenza.
    Nel film, quando si guarda indietro e si domanda se è riuscita a lasciare un segno, percepisci che forse è stata disposta a sopportare il disappunto di questa generazione per il bene delle generazioni future. Penso che sentisse che quella che di fatto è stata una rivoluzione sociale avrebbe avuto un costo e comportato vittime, ma che le generazioni seguenti l'avrebbero ringraziata. E naturalmente, ora che la sua vita volge al termine, la domanda che si pone è ‘Sarò dimenticata?’. Sono certa che chiunque abbia cercato di fare la differenza arriva a quel punto, arriva a chiedersi se tutto finirà sbriciolandosi in polvere e se non è altro che un lato di un pendolo che continua ad oscillare avanti e indietro".

    Qual è stata la sua reazione quando ha visto o sentito per la prima volta Meryl interpretare la Signora Thatcher?

    P. LLOYD: "Ero da Selfridges la vigilia di Natale dello scorso anno quando mi è arrivato un messaggio di Meryl che mi diceva ‘Ecco un primo passaggio di Maggie’. Misi gli auricolari e iniziai ad ascoltarla. Ero con mio fratello, quindi tolsi un auricolare per darlo a lui. Restammo entrambi a bocca aperta. Mio fratello sapeva che non stava ascoltando Margaret Thatcher perché gli avevo detto che era Meryl, ma era come se stessimo sentendo lei. E quello fu il primo istante in cui iniziai a rendermi conto dell'enorme energia che stava per essere sprigionata.
    In seguito facemmo alcune prove con la macchina da presa e un giorno Meryl uscì dalla sala trucco nel costume di Margaret anziana, salutò come faceva la Thatcher alcune persone che erano sedute in attesa di fare un provino e si avviò lungo il corridoio strascicando i piedi. Vidi molte mascelle spalancarsi! Un altro giorno, sul set, sentii uno degli attori dire a un altro ‘Chiudi gli occhi e nella stanza c'è lei’. E l'altro ribatté, ‘Sì, ma anche se tieni gli occhi aperti, nella stanza c'è lei’. Ci sembrava di essere sempre in presenza di Margaret Thatcher. Meryl apporta così tanta empatia, umanità, attenzione al dettaglio e riesce ad andare così tanto al di là dell'imitazione, che quando arrivava sul set, sia che fosse Margaret anziana, sia che fosse Margaret adulta, lasciava tutti senza fiato. Meryl possiede alcune qualità che sono in sintonia con il ruolo: sul set è una grande leader, ha più forza di tutti gli altri messi insieme, è l'ultima a gettare la spugna, è più preparata di chiunque altro, è sempre attenta a tutto quello che succede, il suo contributo ogni giorno è immenso e non smette mai di infondere energia nel film".

    Come si è preparata a interpretare Margaret anziana?

    P. LLOYD: "È andata ben oltre l'imitazione. È entrata in empatia con il personaggio e ha immaginato se stessa da anziana. Per prepararsi le ci volevano tre ore, durante le quali doveva restare seduta a gambe incrociate. Ma era comunque sempre immersa nella parte di Margaret Thatcher, quindi era in uno stato di preparazione totale. Meryl ha un entusiasmo smisurato per il suo lavoro e credo che questo sia stato uno dei suoi progetti più impegnativi. Accettare un ruolo del genere in Inghilterra è stata una sfida enorme e il rischio di precipitare da un'altezza così elevata era molto alto. Già io mi sentivo male il primo giorno sul set, nonostante fossi nel mio paese e conoscessi molti degli attori! Avevo il cuore che batteva all'impazzata e non oso immaginare come debba essersi sentita lei arrivando sul set della Camera dei Comuni con 350 uomini che la guardavano. Ma è stato straordinario notare quanto poco tempo ha impiegato a tenere tutti in pugno. Si sarebbe potuto sentire cadere uno spillo quando ha lasciato il set. Al suo ritorno, dopo pranzo, tutti gli attori seduti ai banchi dei laburisti l'hanno fischiata. E abbiamo capito che li aveva conquistati".

    Quale prevede che sarà la reazione del pubblico vedendola?

    P. LLOYD: "Credo che resteranno sbalorditi anche solo di fronte alla ricchezza della sua interpretazione. Meryl non incarna solo Margaret da giovane e da anziana, ma anche Margaret prima che diventasse ‘la Thatcher’. Quindi c'è la Margaret di prima che incontrasse Gordon Reece e prendesse lezioni di dizione e cambiasse acconciatura. E infine c'è la Margaret di oggi, per la quale Meryl in realtà non aveva alcun riferimento, eccetto qualche piccolo frammento.
    Una delle molte ragioni per cui questa interpretazione è così spettacolare, al di là della genialità dell'attrice, è che Meryl Streep è una outsider in Inghilterra, esattamente come Margaret Thatcher era una outsider nel Partito Conservatore ed entrambe hanno dovuto compiere un lavoro spaventoso, come spesso sono costrette a fare le donne, che sentono di doversi sempre preparare dieci volte più degli uomini per riuscire a sopravvivere, sapendo di non potersi permettere gli errori che forse verrebbero perdonati ai colleghi maschi, pena non avere una seconda chance. Credo che Meryl, costretta a lavorare sul suo accento e a prepararsi per queste interpretazioni giorno dopo giorno, abbia dovuto lavorare con la stessa dose di energia e attenzione ai dettagli di Margaret Thatcher stessa, costretta a lavorare sulla sua voce, sulla dizione, sull'intonazione, sulla sua centratura. E si percepisce che la tensione che emana da Meryl riflette lo stesso tipo di tensione che avrebbe sprigionato Margaret. Se avessimo scelto una delle nostre grandi attrici inglesi, forse l'atmosfera sarebbe stata più rilassata e le scintille tra Margaret e il suo esecutivo non sarebbero state le stesse".

    E Anthony Head nei panni di Geoffrey Howe?

    P. LLOYD: "Ho sempre ammirato Anthony Head come attore e fisicamente ha qualcosa di Howe, quella sua meravigliosa testa brizzolata e la forma del suo volto. Inoltre Howe aveva un modo di porsi molto discreto, paziente, modesto, una sorta di timidezza o diffidenza. Nella scena in cui Margaret lo sgrida aspramente, facendo finalmente traboccare il vaso e portandolo alle dimissioni, credo che il pubblico proverà una vera empatia per il modo in cui viene trattato. La scena in cui Margaret spinge Geoffrey Howe all'esasperazione è uno dei momenti salienti del film. Hai la sensazione che Margaret Thatcher stia in qualche modo inconsciamente cercando di crollare, come se sapesse di non avere più il comando. Quando l'abbiamo girata, c'era una tensione straordinaria nella stanza, perché quando Meryl è arrivata sul set, il cast non sapeva bene quello che sarebbe accaduto. Uno degli attori seduti vicino a lei in seguito mi ha confessato che era terrorizzato all'idea che gli venisse chiesto di fare qualcosa per cui non si era preparato. Ancora una volta, questo riflette lo stato d'animo che so che hanno provato molti colleghi di Margaret Thatcher, che sapevano di dover essere sempre precisi e preparati. Negli ambienti politici ci sarà molto interesse nel vedere chi interpreta chi e come viene ritratto ciascuno. Richard E. Grant ha affermato che è stato piuttosto semplice interpretare il ruolo dal momento che tutti i personaggi sono visti dal punto di vista di Margaret. Uno degli aspetti che forse gli spettatori troveranno insolito è l'assenza di donne, proprio perché ogni cosa è vista attraverso gli occhi di Margaret Thatcher. Naturalmente sappiamo tutti che c'era un ristretto numero di deputate quando lei entrò alla Camera, ma dal punto di vista di Margaret l'impressione è che non ci siano altre donne. Si sente completamente sola in mezzo a una miriade di uomini. Fin dal primo istante in cui mette piede in Parlamento, è molto consapevole del fatto che tutti la guardano di traverso. E Margaret ha paura di perdere in qualche modo il controllo di questo gruppo di uomini. In una scena in particolare, mentre sta per andare a Buckingham Palace, viene bloccata da un piccolo gruppo di colleghi di Gabinetto, che, a suo modo di vedere, la vorrebbero più prudente nell'attuare i suoi programmi politici e, ai suoi occhi, Michael Heseltine, che cammina a grandi passi per la stanza, ha qualcosa di minaccioso. Come se, ripensando a quell'episodio, si ricordasse che fin dai primi giorni, Heseltine ha aspettato con fare predatorio che lei cadesse. Ovviamente, tutto questo è solo come noi abbiamo immaginato che lei si sentisse e non necessariamente come è stato".

    Ha visitato la Camera dei Comuni prima di ricrearla?

    P. LLOYD: "Ci sono stata tre volte prima di girare quelle scene: due facendo una visita privata per poter stare al centro dell'aula vuota e guardarmi attorno e una terza con Meryl quando siamo andate insieme alle interrogazioni al Primo Ministro. Il Question Time è una prassi molto diversa da quanto accade in politica negli Stati Uniti. È una straordinaria messa in scena teatrale. Ero determinata nel volere che il nostro set della Camera dei Comuni fosse il più perfetto possibile e ci siamo sforzati tantissimo per ricreare la Camera nei minimi dettagli in modo da consentire i giusti movimenti della macchina da presa sul set e da rendere fedelmente il senso del ring, del perimetro dell'arena. Il fatto che lo scenografo Simon Elliot sia riuscito così bene a ricostruire la Camera è una delle cose che mi rende più fiera. Quando sono venuti ad aiutarci a scolpire le reazioni dai banchi dei Labour e dei Tory, i nostri quattro consulenti deputati sono entrati nell'aula, si sono fermati nel centro e hanno detto ‘È come arrivare al lavoro!’. C'è una straordinaria attenzione ai dettagli anche nell'abbigliamento, nelle basette e negli occhiali dei 300 figuranti nelle scene nella Camera del Comuni e alla conferenza di Brighton, dettagli che cambiano a seconda del contesto e del periodo. Il lavoro svolto sui costumi e sul trucco da Consolata Boyle, J. Roy Helland e Marese Langan è stato notevole. Ma forse una delle ragioni per cui siamo riusciti a ricreare in modo soddisfacente quegli eventi è stata il fatto che sono stati momenti teatrali. Era come registrare la performance dal vivo di una persona che si presenta davanti a una folla e la elettrizza. L'atmosfera nella Camera dei Comuni era eccezionale. Ho visto un paio di uomini con le lacrime agli occhi quando Meryl ha tenuto il discorso della fine della Guerra delle Falkland.
    Quello che vediamo all'interno della Camera dei Comuni è un affascinante viaggio per immagini della trasformazione di Margaret Thatcher, dall'inizio della sua carriera, quando viene continuamente interrotta, sino a quello che credo sia il momento della sua grande svolta, quando diventa una potenza dopo le Falkland. La vediamo entrare in Parlamento da pivellina, con Airey Neave, il suo mentore, che per rincuorarla le dice ‘Benvenuta in manicomio!’. Poi parte per un lunghissimo viaggio che la farà approdare 30 anni dopo in una Camera dove siede sola meditando sulle sue dimissioni, una scelta che forse lei non avrebbe mai compiuto, ma che noi avevamo immaginato. È uno dei momenti più intensi del film, quando lo spettatore si rende conto che lei sta rievocando tutti quei 30 anni e le torna in mente ogni voce, ogni fantasma, ogni scatto d'ira".

    Quali sono state le sfide che ha dovuto affrontare la troupe?

    P. LLOYD: "Il direttore delle fotografia, Elliot Davis, mi ha dato un aiuto determinante nel raccontare la storia dal punto di vista di Margaret, non soltanto mostrando quello che lei vedeva. La sfida era: come fare a entrare in una stanza in modo da sentirti vicino a Margaret e da percepire la realtà dal suo punto di vista? Volevo che l'universo del suo presente fosse molto diverso dall'universo del suo passato. Lo scenografo Simon Elliott e io ci siamo molto ispirati ai dipinti di un pittore danese, Hammershøi. Dipingeva quadri di interni o di stanze spoglie, quasi sempre con donne. I colori che caratterizzano l'universo presente di Margaret sono per certi versi tenui, monocromatici. L'unica piccola fonte di colore primario tende ad essere nei vestiti delle persone che si recano in visita da lei. Sono piccoli bagliori di vita a cui lei si aggrappa. Ma per il resto si tratta di un universo immobile e silenzioso e ci sono pochissimi rumori del mondo esterno sino alla fine del film. È in netto contrasto con il ritmo vorticoso della sua vita precedente, satura di colori: i blu dei suoi abiti, il rosso, bianco e blu della bandiera del Regno Unito. Anche i movimenti della macchina da presa riflettono questa diversità. Non volevo mostrare la sua attività politica in modo compassato e verboso, usando solo il mezzobusto, volevo che fosse rock! Era eccitante come essere nello spazio e lei, metaforicamente, era un'astronauta, una star del rock, un'atleta. Volevo mostrare quell'energia per metterla in contrasto con il senso di perdita e di assenza che si percepisce nelle scene ambientate a Chester Square, dove la vediamo sola, seduta in poltrona in attesa di andare dal medico o a leggere un libro dopo cena.
    La nostra costumista Consolata Boyle ha avuto una visione straordinaria per dare un po' di senso poetico al suo abbigliamento lungo il suo percorso, non limitandosi a replicare gli abiti. Ecco quindi che vediamo splendide tonalità di azzurro negli abiti di seta di Margaret da giovane, quando va a vedere l'opera con Denis o alla cena dell'Associazione Conservatori di Dartford. Gradualmente quell'azzurro tenue si fa via via più scuro quando la vediamo con Gordon Reece e Airey Neave fino a diventare blu reale. Più avanti, nel periodo delle Falkland, Margaret entra nel mondo dei colori porpora e dei tessuti tweed. Poi all'improvviso, la vediamo al tavolo di Gabinetto con Geoffrey Howe vestita di rosso e a livello subliminale questo ci dice che qualcosa non va. Quando lascia Downing Street indossando un tailleur rosso, al suono di Casta Diva di Bellini, sentiamo che è diventata l'eroina tragica di un'opera".

    In alcuni momenti, l'utilizzo dei filmati di repertorio, incrementa la tensione. Era questo il vostro intento?

    P. LLOYD: "Si dice che un film viene fatto tre volte: durante l'elaborazione della sceneggiatura, durante le riprese e durante il montaggio. Per quanto la sceneggiatura fosse scritta meravigliosamente, concordavamo tutti sul fatto che avremmo trovato la struttura definitiva in sala montaggio. L'incognita era il materiale d'archivio. La montatrice, Justine Wright, e io non sapevamo in che misura avremmo integrato il girato, poiché molte delle sequenze che avevo previsto nello storyboard e che avevo filmato erano già piuttosto intense. Non avevo voluto filmare in modo per così dire crudo, con la camera a spalla, in stile "cinegiornale". Ma i giovani che hanno visto il film e non hanno vissuto quel periodo sono rimasti stupefatti dalle immagini di archivio che abbiamo inserito, in particolare quelle relative alle sommosse popolari, che hanno un'eco molto forte con quello che è avvenuto di recente in Gran Bretagna. Quindi, i filmati di repertorio danno impeto e forza agli eventi privati, agli scorci della vita privata di Margaret che vediamo. L'aspetto della storia d'amore in questo film sorprenderà molte persone. È l'aspetto universale della storia, la necessità di congedarci da coloro che amiamo. Denis ricorda a Margaret che ha fatto un'enorme quantità di cose da sola nella sua vita, quindi, alla fine del film, quando lei ha paura di lasciarlo andare, lui la rassicura, dicendole che non ha motivo di temere, perché è capace di stare da sola e se la caverà. Questo la porta a dire addio a Denis e a superare la paura di non riuscire ad andare avanti senza il fantasma del marito. È una meravigliosa storia d'amore in cui ciascuno di noi può identificarsi, quando perde una persona amata e si guarda indietro pensando 'Sono stata abbastanza presente? L'ho dato per scontato?'. Ma è troppo tardi per porsi questi interrogativi ed è uno dei momenti più struggenti del film. Jim Broadbent aggiunge humour a un'interpretazione grandiosa. Denis è il personaggio che molti spettatori utilizzeranno come parametro per navigare dentro al film. È un uomo che conduce una vita relativamente normale e possiamo tutti riconoscerci in lui dietro le quinte di quegli eventi epocali. Jim ha un animo straordinario, un grande senso dell'umorismo e una grande umanità, oltre a un'indole giocherellona e burlona. È risaputo che lo humour di Denis era quello che faceva tornare Margaret con i piedi per terra a fine giornata, in senso positivo. Nelle situazioni di grandissima tensione, arrivava Denis con un gin e una battuta per impedirle di soccombere allo stress. Jim questo lo sapeva istintivamente e il suo rapporto con Meryl è stato subito facile, tenero, famigliare.
    Il rapporto tra Margaret Thatcher e sua figlia Carol, interpretata da Olivia Colman, è altrettanto affascinante. Se questa è una storia alla Re Lear, allora Olivia è Cordelia. È lei a essere sempre presente per sua madre e interpreta il suo ruolo con grande umanità e compassione. Tra madre e figlia si percepisce la tensione, ma si percepisce anche l'amore. Un rapporto in cui, ancora una volta, possiamo tutti identificarci: quello di una famiglia in cui uno dei due figli è lontano e l'altro accudisce in ogni momento un genitore e magari il genitore sfoga la propria frustrazione sul figlio presente che a quel punto patisce nel vedere che il genitore brama il figlio lontano".

    Quando l'ha scelta, Alexandra Roach aveva appena finito gli studi?

    P. LLOYD: "Si era diplomata pochissimo tempo prima alla Royal Academy of Dramatic Arts. Questo è stato praticamente il suo primo lavoro. Quando l'ho conosciuta, sono rimasta colpita dalla sua straordinaria singolarità. La sua dote è sembrare di appartenere a un'altra epoca. Ha una serietà e una sorta di coscienziosità che mi sono sembrate molto azzeccate per la parte. Ha anche il dono dell'umorismo che, a mio parere, richiama il naturale humour di Meryl. Mi preoccupava molto rendere convincente la transazione tra la giovane Margaret che entra in Parlamento e, pochi istanti dopo, la Margaret interpretata da Meryl Streep. Ma grazie al suo portamento e al suo spessore, Alex è molto credibile nei panni di Margaret da giovane. Gli attori che interpretano Margaret e Denis giovani sono importantissimi nel dare l'impronta a entrambi in questo percorso.
    Era fondamentale che Alex e Harry affascinassero il pubblico, che gli spettatori si innamorassero di Margaret giovane e di Denis giovane e che fossero credibili come giovani incarnazioni dei personaggi più anziani interpretati da altri attori. Harry Lloyd ha un calore e un'eccentricità meravigliosi, che lo rendono plausibile come Denis Thatcher/Jim Broadbent in gioventù. L'ultimissimo giorno delle riprese, quando quasi tutti erano già tornati a casa, andammo a Camber Sands, pensando che avrebbe piovuto e invece uscì il sole. Era fine marzo e Alex e Harry si misero a giocare sulla spiaggia, come una famiglia in vacanza in Cornovaglia. Si era creato qualcosa di bello. Quando nel film vedi l'anziana coppia che guarda un dvd dei loro vecchi filmini girati in Super 8, c'è qualcosa di profondamente straziante nel tentativo di lei di aggrapparsi a quella famiglia un tempo completa.
    Alex Roach di fatto getta le fondamenta del resto della storia nella scena della proposta di matrimonio. Margaret quasi avverte Denis che non ritiene di poter essere la tipica moglie degli anni '50 che forse lui si aspetta e rimane quasi turbata quando lui le dice che in realtà è proprio quella la ragione per cui si sente attratto da lei e che la ama proprio perché non sarà quel tipo di donna. Era un uomo davvero fuori dal comune per la sua volontà di accettare una moglie molto ambiziosa. La stampa lo ridicolizzava perché era il ‘first husband’, ma di fatto è stato un innovatore nell'essere disposto a stare in secondo piano.
    Diventò un personaggio nazionalpopolare, oggetto non solo di derisione, ma anche di affetto. La rivista satirica "Private Eye" lo ha immortalato nell'immaginazione della gente, ritraendolo probabilmente molto diverso da come era nella realtà. Eppure, secondo alcuni, "Private Eye" aveva una talpa al numero 10 di Downing Street da tanto sembravano vere le storie pubblicate (1). Ma era un uomo notevole. Non fece quasi mai passi falsi e anche qualora li avesse fatti la stampa non lo avrebbe mai denigrato. Forse perché era profondamente rispettato da tutti per la sua condotta in un ruolo alquanto oneroso".

    Cosa spera che rimanga al pubblico del film?

    P. LLOYD: "Innanzitutto spero che il film entusiasmi anche coloro che non sanno nulla di Margaret Thatcher. Ho desiderato realizzarlo non solo per chi come me ha vissuto tutto quel periodo, ma anche sperando che parli alle generazioni successive, che sanno molto poco di come si è evoluta la Gran Bretagna dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma, tutto sommato, è una storia che va al di là dell'aspetto politico. È la storia di una grande vita vissuta e parla dell'importanza di accettare che veniamo a questo mondo soli e allo stesso modo lo lasciamo".

    (1) N.d.T. - Private Eye pubblicò una serie di finte lettere satiriche di Denis Thatcher alla rubrica "Dear Bill", raccolte in seguito in una serie di libri e adattate in una commedia teatrale.

    LA REDAZIONE


     
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    C'ERA UNA VOLTA A... HOLLYWOOD

    Ancora al cinemaDa -Cannes 72 - Tra i più attesi!!! - .... [continua]