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    L'INTERVISTA

    Una Casa alla Fine del Mondo

    08/09/2004 - Press Conference & Dintorni

    A Home at the End of the World (Regia: Michael MAYER)

    Il regista Michael MAYER

    UNA STORIA PARTICOLARE APPUNTATA SU RELAZIONI AFFETTIVE PARTICOLARI CHE MUOVE DA UN CAPITOLO AUTOBIOGRAFICO DEL REGISTA, OLTRE CHE DAL LIBRO DEL PREMIO PULITZER MICHAEL CUNNINGHAN

    Un film originale, coraggioso, con un asse portante negli attori protagonisti: Colin Farrell (Bobby), Dallas Roberts (Jonathan), Robert Wright Penn (Clare), oltre che nella regia di Michel Mayer, rappresentativa del cinema USA indipendente. Alla domanda di come sia approdato alla scelta di questo particolare soggetto con questo specifico cast, Mayer risponde più che esaurientemente in merito: “Il libro At Home at the End of the World, dal Premio Pulitzer Michael Cunningham (The Hours), che poi ha anche scritto la sceneggiatura per questo film, è uscito nel 1990 a New York, la cui pubblicazione era però stata preceduta dall’uscita su una rivista del primo capitolo, intitolato The White Angel/L’angelo Bianco, che vedeva la tragica morte del fratello di Bobby per quel suo disavveduto scontro con la vetrata di casa. E’ di lì che sono partito e mi sono commosso e, quando più tardi ho letto il libro, ho visto con sorpresa che il capitolo della rivista e il libro erano collegati tra loro ad un medesimo contesto. Inoltre, il personaggio di Jonathan rispecchiava la mia vita personale nella periferia di Washington negli anni Sessanta-Settanta, poi mi sono trasferito a New York negli anni Ottanta, ero un giovane omosessuale per così dire nel periodo migliore della società americana per essere ‘diverso’, di conseguenza riuscivo a fare amicizie importanti come nel film. Stavo sperimentando con loro come vivere in modo molto libero ed entusiasta. Ho perso molti amici che si sono ammalati di AIDS, ho visto l’inazione del Presidente Regan, e ho visto la morte di migliaia di giovani. Trovavo inevitabile che da quel libro potesse uscirne un film. Piaceva il mio lavoro in teatro così sono stato contattato e mi hanno proposto di leggere il libro per farne un film. Michael Cunninghan, lo sceneggiatore del mio film, aveva molta più esperienza come scrittore, non aveva mai scritto una sceneggiatura, tant’è che la prima bozza era costituita da 250 pagine, così insieme abbiamo cercato di produrre una cosa più opportuna”. Quanto agli attori, ad esempio, per il ruolo femminile di Clare, Mayer rivela che “Robin Wright Penn è stata l’ultima attrice dopo 200 provini che l’anno preceduta e, molti di loro insigniti di Premi particolarmente prestigiosi. Ma Robin era l’unica donna che ho incontrato ideale per evidenziare questo equilibrio così delicato tra il carattere eccentrico di Clare e questa semplicità e veridicità che ha. Era inoltre disposta, bella com’è, a farsi un tantino ridicola. Ho subito pensato che lei e Colin (Farrell) avrebbero avuto l’alchimia giusta”. Le interpretazioni sono tutte quante così opportune, intense e delicate ad un tempo che già qualcuni tenta di eleggere Colin Farrell come “icona gay”, ma è ovviamente logico che “Colin ha scelto questo ruolo perché alquanto diverso da quanto ha fatto fino ad oggi con il suo lavoro precedente… e si è appoggiato molto a me per creare un personaggio credibile, un po’ ingenuo, anche perché questo suo personaggio si colloca in un periodo in cui lui non era ancora nato. L’aspetto fisico e tecnico della recitazione era davvero un qualcosa di nuovo per lui, così si è appoggiato molto alla nostra esperienza per poter assorbire questo sentimento… Non avevo mai sentito parlare di Colin Farrell prima perché non era ancora uscito Minority Report e non avevo visto Tigerland. Poi sono andato alla prima di Minority Report a Los Angeles e ho riconosciuto in lui un grande talento ma non era il Bobby che avevo in mente. Neppure quando l’ho rivisto in birreria, in un tono dimesso, con tatuaggio e un linguaggio non propriamente elegante ho visto in lui il Bobby che avevo in mente. E’ venuto fuori solo dopo aver parlato a fondo del personaggio, dello spirito tenero di un ragazzo che porta dentro di sé l’anima del fratello morto e ciò che diventa importante per lui è l’amore… abbiamo letto insieme la sceneggiatura, parlato di alcune persone nella sua vita e nell’approfondimento si è venuto a creare un rapporto più intimo col personaggio e a quel punto sapevo che sarebbe stato in grado di apportare alla sua personalità quel grado di tenerezza che lo caratterizza”. Un co protagonista di un certo rilievo della storia è rivestito senz’altro dalle musiche in cui trova posto Bob Dylan, ma questo aspetto particolare sembra essersi portato dietro strascichi di ordine pratico, poi in qualche modo superati (ad esempio Joe Cocker aveva richiesto 500.000 dollari per diritti d’autore); un secondo importante riferimento di co protagonismo si appunta sulla figura della madre Alice, “l’incarnazione della nostra madre ideale, da sogno, intensamente sfumata nel carattere da un’attrice ispirata come Sissy Spacek (la Carrie di Brian De Palma nel 1976), sempre desiderosa di riprovare più volte le stesse scene alla ricerca di quelle sottigliezze che vanno a fare la differenza”.

    (a cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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