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    VIZIO DI FORMA

    2 NOMINATION agli OSCAR 2015: MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE (Paul Thomas Anderson); MIGLIORI COSTUMI (Mark Bridges) - New York Film Festival 2014 - RECENSIONE ITALIANA in ANTEPRIMA e PREVIEW in ENGLISH by SCOTT FOUNDAS (www.variety.com) - Dal 26 FEBBRAIO 2015

    (Inherent Vice; USA 2014; Noir; 148'; Produz.: Ghoulardi Film Company/Warner Bros.; Distribuz.: Warner Bros. Pictures Italia)

    Locandina italiana Vizio di forma

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    See SHORT SYNOPSIS
    Trailer

    Titolo in italiano: Vizio di forma

    Titolo in lingua originale: Inherent Vice

    Anno di produzione: 2014

    Anno di uscita: 2015

    Regia: Paul Thomas Anderson

    Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson

    Soggetto: Dall'omonimo romanzo (titolo italiano Vizio di forma) di Thomas Pynchon.

    Cast: Joaquin Phoenix (Doc Sportello)
    Reese Witherspoon (Penny )
    Josh Brolin (Bigfoot Bjornsen)
    Jena Malone (Hope Harlingen)
    Owen Wilson (Coy Harlingen)
    Benicio Del Toro (Sauncho Smilax)
    Martin Short (Dr. Blatnoyd)
    Katherine Waterston (Shasta Fay Hepworth)
    Hong Chau (Jade)
    Eric Roberts (Mickey Wolfmann)
    Sasha Pieterse (Japonica Fenway)
    Michael K. Williams (Tariq Khalil)
    Maya Rudolph (Petunia Leeway)
    Jefferson Mays (Dr. Threeply)
    Jordan Christian Hearn (Denis)
    Cast completo

    Musica: Jonny Greenwood

    Costumi: Mark Bridges

    Scenografia: David Crank

    Fotografia: Robert Elswit

    Montaggio: Leslie Jones

    Casting: Cassandra Kulukundis

    Scheda film aggiornata al: 16 Marzo 2015

    Sinossi:

    IN BREVE:

    Un detective privato scopre un piano che prevede il rapimento di un impresario miliardario nella Los Angeles degli anni Sessanta.

    Larry "Doc" Sportello (Joaquin Phoenix) è un investigatore privato tossicodipendente che vive in una cittadina balneare della California. L'uomo è costantemente intento a fumare, sniffare o soffrire per le crisi di astinenza. Ciò nonostante, quando la sua ex fidanzata torna da lui a chiedere aiuto visto che il suo nuovo amante si è cacciato in guai molto grossi, Doc non le nega una mano.

    SHORT SYNOPSIS:

    In Los Angeles at the turn of the 1970s, drug-fueled detective Larry "Doc" Sportello investigates the disappearance of an ex-girlfriend.

    Commento critico (a cura di ERMINIO FISCHETTI)

    Paul Thomas Anderson possiede una conoscenza del cinema totale. Lo ha studiato, lo ama, lo conosce, lo sa fare. E con la maturità segue progetti sempre più ambiziosi, realizza opere massicce, complesse, composte di grandi muscolature cinefile che si mescolano con le nervature letterarie. Se Sydney, Boogie Nights, Magnolia, Ubriaco d'amore e The Master sono tutte sceneggiature originali, concepite solo dalla sua mente e che traggono ispirazione dal cinema stesso, in particolare da quello multiforme di Robert Altman, Il petroliere è opera basata sulla forza del romanzo Oil! di Upton Sinclair – una delle penne migliori del Novecento americano - ed è da molti considerato il suo film migliore, il più completo, il suo capolavoro. Quello di una maturità arrivata al quinto lungometraggio a soli 37 anni. Era il 2007. Stavolta a dargli ispirazione è stato uno degli scrittori postmoderni di più alto lignaggio, Thomas Pynchon, di quelli che ogni

    anno si pensa, come nel caso di Philip Roth, vincerà il Nobel della letteratura, ma ogni anno puntualmente gli viene negato e pubblico e critica sono sempre più preoccupati che l'agognato riconoscimento (che può essere vinto solo in vita) non giunga mai.

    Quella di Pynchon, classe 1937, è una scrittura postmoderna che molto ha influenzato colleghi che lo hanno seguito a cominciare da David Foster Wallace. Oggetto dell’adattamento è un suo romanzo del 2009, Vizio di forma, ennesimo gettonatissimo libro del veterano scrittore che stavolta si è cimentato con il poliziesco. Ambientato negli anni Settanta, il romanzo (e il film di Anderson) racconta la storia di uno di quegli investigatori privati strafatti che deve sciogliere un mistero intorno alla donna che ama e incappa nella solita corruzione politica e commerciale della Los Angeles del periodo, fra gente disperata e drogata, poliziotti pazzi, tutto un sottobosco che socialmente possiamo perfettamente immaginare.

    A incarnare il protagonista dall’aria stropicciata, che dalla forma caratteriale sembra uscito più da un romanzo poliziesco del noir degli anni ’40, che ricorda il Marlowe dei romanzi di Raymond Chandler (che lo stesso Altman avrebbe adattato ne Il lungo addio) e il cinema di Howard Hawks e John Huston – dove si è sostituito in base ai tempi l’alcol con la droga e il gessato con jeans e camicie sgargianti – è un immenso Joaquin Phoenix, perfettamente in grado di regalare una performance lievemente sopra le righe all’interno di una sceneggiatura appositamente postmoderna che si dipana con toni spesso e volentieri grotteschi. E, considerata tutta questa premessa, non c’è dubbio che Anderson – che sceglie come donna fatale in perfetto stile anni ’70 una sconosciuta Katherine Waterson della quale sentiremo sicuramente parlare - sia il naturale direttore filmico di un adattamento di Pynchon perché trasla la parola in immagine

    attraverso tutta la tradizione del suo tempo con il cinema della New Hollywood (non è un caso che invece il regista californiano sia uno degli autori della New New Hollywood, che segue i dettami degli insegnamenti dei vari Altman, Coppola e Scorsese). Una scelta che diventa per forza di cose virtuosistica, eccessivamente sottolineata, dalla costruzione ricercata nel dettaglio, ma inanellata dietro la dilatazione del racconto, lo stile del tempo e la fotografia sgranata, con la differenza che in primis gli autori del tempo avevano la santa abitudine di tagliare il superfluo e di regalarci un cinema che fosse l’esatta volontà dei suoi tempi. E così il titolo Vizio di forma, più che essere un riferimento alle vicende narrate, sembra fare riferimento all’estetica stessa dell’opera.

    Secondo commento critico (a cura di SCOTT FOUNDAS, www.variety.com)

    THE '60S ARE OVER, EVERYONE IS ON THE RUN, AND THERE'S NOWHERE TO HIDE IN PAUL THOMAS ANDERSON'S AUDACIOUS, FIERCELY FUNNY PYNCHONIAN STONER NOIR.

    The good-vibing ’60s are slip-sliding away in Paul Thomas Anderson’s “Inherent Vice,” and along with them a certain idea of pre-Vietnam, pre-Manson California life — of boho beach towns and uncommodified counterculture soon to be washed away by a tsunami of gentrification, social conservatism and Reaganomics. Freely but faithfully adapted by Anderson from Thomas Pynchon’s 2009 detective novel — the first of the legendary author’s works to reach the screen — Anderson’s seventh feature film is a groovy, richly funny stoner romp that has less in common with “The Big Lebowski” than with the strain of fatalistic, ’70s-era California noirs (“Chinatown,” “The Long Goodbye,” “Night Moves”) in which the question of “whodunit?” inevitably leads to an existential vanishing point. Not for all tastes (including

    the Academy’s), this unapologetically weird, discursive and totally delightful whatsit will repel staid multiplex-goers faster than a beaded, barefoot hippie in a Beverly Hills boutique. But a devoted cult awaits the Warner Bros. release, which opens wide Jan. 9 following a Dec. 12 limited bow.

    If “Inherent Vice” couldn’t, on its surface, seem to have less in common with Anderson’s previous pic, the fictionalized Scientology origins story “The Master,” it is, just beneath, another sympathetic portrait of wayward souls clambering for solid ground in war-torn America (albeit with the relative optimism of the ’40s replaced by a blanket of Nixonian paranoia). The year is 1970 and the place Gordita Beach, a fragile ecosystem of surfers, psychics and sandal-clad shamuses in danger of disappearing from the map. (Pynchon modeled the fictional South Bay town on Manhattan Beach, where he lived in the late ’60s during the writing of “Gravity’s Rainbow”).

    Among the locals

    is Larry “Doc” Sportello (Joaquin Phoenix, sporting Groucho Marx eyebrows and Elvis sideburns), who runs his private-eye business out of a medical office and seems to spend considerably more time scoring grass than solving cases. But then, as Pynchon writes, American life is “something to be escaped from” — a line Anderson repeats verbatim in the film — which means good business for PIs and drug dealers alike. Indeed, in “Inherent Vice,” everyone is hiding out from something.

    That includes Shasta Ray Hepworth (leggy, lissome newcomer Katherine Waterston, daughter of Sam), an ex of Doc’s for whom the flame still burns. She’s the obligatory woman in trouble who sets “Vice’s” psychedelic Raymond Chandler plot in motion, showing up unannounced on Doc’s doorstep spouting claims of a conspiratorial plot involving her current lover, a deep-pocketed real-estate magnate named Mickey Wolfmann (Eric Roberts), whose wife may be angling to commit him to a

    loony bin. And before Doc can so much as follow a lead, Mickey — and Shasta — promptly vanish into the ether. It’s the start of a pretzel-shaped trail that snakes across the Southland from the rolling surf to the concrete “flatlands” east of the 405, and from low-rent petty criminals to the corridors of government power (i.e., bigger criminals), and where nothing is as it first — or even secondarily — appears.

    Pynchon and Anderson’s world is a fluid, shape-shifting one in which every conversation is an exercise in doublespeak and people change identities as frequently as they change their clothes. A nefarious entity calling itself the Golden Fang may be a blacklisted movie star’s personal sailing vessel, an Indo-Chinese drug cartel, or a syndicate of tax-dodging dentists fronted by a coke-snorting Dr. Feelgood (a delirious Martin Short), while the presumed-dead “surf sax” musician Coy Harlingen (Owen Wilson) may actually

    be an alive-and-well student agitator named Rick or a police informant known as Chucky — or, quite possibly, all and none of these things at once. Elsewhere, there are more distressed damsels and femme fatales than you can shake a joint at, including Doc’s on-again, off-again assistant D.A. girlfriend, Penny (Reese Witherspoon); Coy’s reformed-addict “widow,” Hope (Jena Malone); and the unstable rich girl Japonica (Sasha Pieterse), whom Doc recovered in a long-ago teen runaway case.

    The more Doc digs (while appearing throughout in his own succession of disguises and alter egos), the more the plot doesn’t so much thicken as spread out, like the city itself, stretching infinitely toward the smoggy horizon. When a bump on the noggin results in Doc waking up next to a corpse and surrounded by cops, he even becomes a suspect in his very own case, though it’s pretty clear that Doc’s primary police antagonist, the

    detective Christian “Bigfoot” Bjornsen (Josh Brolin), has other designs on him. A hulking Swede who moonlights as a TV actor and celebrity pitch man (yet more disguises), Bjornsen appears at first to be as square as his flat-top haircut, but is gradually revealed as a tortured soul with his own compelling melancholy, and Brolin plays every one of those crosscurrents and contradictions to wry comic perfection. He practically vibrates with the wiry energy of the landlocked establishment man who yearns to let his hair down, a Joe Friday primed to explode.

    Arguably the greatest of the wave of postmodern, metafictional American writers that also produced William Gaddis and John Barth, Pynchon is a conspicuous cinephile whose novels run thick with movie references (both real and invented), but whose phantasmagoric, form-bending narratives have long seemed to resist cinematic translation (though the indie director Alex Ross Perry made a very admirable stab at

    channeling the spirit of “Gravity’s Rainbow” in his micro-budget 2009 “Impolex”). Clocking in at a mere 369 pages, making it Pynchon’s shortest novel since “The Crying of Lot 49” in 1966, the linear, dialogue-driven “Vice” seemed a more logical candidate, and one very much in sync with Anderson’s own yen for vast arrangements of characters who collide and ricochet in kaleidoscopic patterns.

    Even then, Anderson has had to judiciously pare back the book’s dozens of speaking parts and near-endless digressions (including a long third-act detour to Las Vegas). But he’s done a supremely effective job of keeping Pynchon’s voice present in the film — literally — by turning the peripheral character of Doc’s ex-assistant, Sortilege (singer-songwriter Joanna Newsom, in her bigscreen debut), into an onscreen narrator, who pops into and out of scenes like a manifestation of Doc’s subconscious, a surfer-girl Jiminy Cricket.

    Moreover, Anderson has superbly captured Pynchon’s laconic, gently

    surreal tone, which permeates the film as thoroughly as the hazy SoCal light of Robert Elswit’s gorgeous 35mm cinematography (with dirt, scratches and other film artifacts on full view rather than digitally erased). As befits Doc’s drug of choice, the style of the movie is mellow yet anxious, nearly all static master shots and slow, creeping zooms — closer in look and feel to “The Master” than to the speed-fueled, Scorsesean pirouettes of “Boogie Nights” and “Magnolia.” The punchlines to the innumerable jokes are casually tossed off, as dry as the Santa Ana winds. Anderson also avoids any stylized, drug-induced fantasy sequences, the point being that the world in broad daylight is the heaviest trip of all. And those aesthetic choices are echoed in Phoenix’s beautifully understated, lightly buzzed performance, as the actor furrows his brow and stares bewildered into the void, seeking an existential truth far more elusive than

    any phantom lady.

    Pynchon and Anderson don’t peddle the myth here that the hippies had it all figured out, man, or that drugs are a conduit to a higher plane of being. By the end, just about everyone seems equally noble and absurd — the flower children and the captains of industry, the free spirits and the brass-tacks enforcers. The ground is shifting under them all, but whereas Anderson has often tilted toward the apocalyptic in his endings, in “Inherent Vice” the great, seismic cataclysm is nothing more (or less) than the passage of time and the closing of an era. It’s there that Anderson’s innate romanticism falls in step with Pynchon’s own grudging assertion that we are each other’s own best hope, and that sometimes the greatest disappearing act of all is to return home.

    Working on a modest budget, production designer David Crank and costume designer Mark Bridges (both regular

    Anderson collaborators) evoke the period in all of its paisley, denim, earth-toned splendor without ever resorting to kitsch. Composer Jonny Greenwood provides Anderson with another typically polyphonic original score that ranges from a plaintive violin theme to atonal surf/acid rock twangs, nestled in among an equally eclectic playlist of pop, soul and experimental rock needle drops.

    Pressbook:

    PRESSBOOK COMPLETO in ITALIANO di VIZIO DI FORMA

    Links:

    • Paul Thomas Anderson (Regista)

    • Martin Short

    • Benicio Del Toro

    • Jena Malone

    • Joaquin Phoenix

    • Josh Brolin

    • Owen Wilson

    • Katherine Waterston

    • Reese Witherspoon

    • Hong Chau

    • Vizio di forma (BLU-RAY + DVD)

    Altri Links:

    - Sito ufficiale

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    Galleria Video:

    Vizio di forma - trailer

    Vizio di forma - trailer (versione originale) - Inherent Vice

    Vizio di forma - clip 'I clienti pagano il mio lavoro'

    Vizio di forma - clip 'Ci vogliamo sedere?'

    Vizio di forma - clip 'La potenziale setta'

    Vizio di forma - clip 'Saresti disposto a deporre per me?'

    Vizio di forma - clip 'Corre voce...'

    Vizio di forma - clip 'Mi serve una mano Doc'

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