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    L'INTERVISTA

    PETIT PAYSAN - UN EROE SINGOLARE - INTERVISTA al regista HUBERT CHARUEL

    26/03/2018 - PETIT PAYSAN-UN EROE SINGOLARE - INTERVISTA al regista HUBERT CHARUEL:

    Vieni da una famiglia di allevatori?

    "I miei genitori hanno una fattoria, come i loro genitori prima di loro. La loro fattoria si trova a Droyes, fra Reims e Nancy, a venti chilometri dal paese più vicino, Saint-Dizier. Sono sopravvissuti alla crisi casearia grazie al duro lavoro, a piccoli investimenti e prestiti. Ci vuole molta intelligenza e duro lavoro per sopravvivere".

    Hai mai pensato di prendere in mano la fattoria?

    "Nel 2008 io e mia madre abbiamo avuto un incidente d'auto. Sono stato con lei per sei mesi. Durante quei sei mesi di disciplina ultra- rigorosa, ero al meglio della forma fisica e mentale! Sono stato bene, me la sono cavata con le vacche, tanto che l'ispettore lattiero- caseario ha detto ai miei genitori: 'È un vero guardiano!'"

    La stessa «routine inebriante» che Pierre vive nel film

    "Assolutamente. Alla fine ho capito che mi sentivo bene perché sapevo che sarebbe finita. Sono figlio unico. Mia madre é andata in pensione poche settimane fa. Quindi sono l'unico figlio che non prenderà le redini della fattoria dei suoi genitori. 'Petit Paysan' parla della grande pressione che si vive in un’azienda agricola: si lavora sette giorni alla settimana, bisogna mungere le vacche due volte al giorno, tutto l'anno, tutta la tua vita. Il film tratta anche dei rapporti con i genitori che sono sempre fra i piedi, sul peso di quel patrimonio. I gesti sono sovra-ritualizzati. Si va a mungere come se si andasse a pregare, di mattina e alla sera. Essere un produttore di latte è una vocazione".

    Com’è nata l’idea del film?

    "La crisi della mucca pazza ha lasciato un’impressione indelebile in me. Ho un ricordo vivido di un servizio in tv sulla malattia. Nessuno capiva cosa stesse accadendo. Hanno ucciso tutti gli animali... E mia madre disse: 'Se succede alla nostra fattoria, mi uccido'. Come Pierre, i fattori chiamano spesso il loro veterinario, hanno bisogno di essere rassicurati. E la mucca pazza era una malattia inusuale che i veterinari non sapevano gestire. Non sapevano come veniva contratta. Tutti stavano impazzendo. Era pura paranoia. Alla Fémis film school avevamo un compito di sceneggiatura, sotto la guida della sceneggiatrice americana Malia Scotch Marmo che mi disse: 'hai qualcosa, devi solamente scriverla'. Dopo aver finito la scuola ho incontrato Stéphanie Bermann e Alexis Dulguerian della Domino Films che erano interessati alla sinossi. Dopo due anni e mezzo di scrittura è venuta fuori la sceneggiatura".

    Diresti che Pierre sei tu?

    "Il personaggio reagisce e parla in modo diverso, ma ovviamente Pierre conduce la vita che avrei vissuto io se non avessi deciso di fare film. La sua connessione intima con gli animali e il rapporto con i genitori sono quelli che ho io. Il film è stato girato nella fattoria dei miei. Pierre possiede trenta vacche, proprio come i miei genitori. Mia madre ha davvero molto a cuore le sue vacche: se una di loro si ammala o richiede trattamenti speciali e costosi, lei non si tira indietro. Pierre le somiglia… ma è sempre una fattoria, la produzione di latte è migliore se tratti bene il bestiame. È una cosa ambivalente: vuoi davvero bene ai tuoi animali e allo stesso tempo li sfrutti".

    Che risultato volevi ottenere con la prima scena? Onirica e allo stesso tempo impressionante. Pierre sogna che I suoi animali sono in casa.

    "Imposta immediatamente il tono tutto in una volta: una scena
    stramba, singolare. Mostra che il film non sarà solo realistico, ma che si svolgerà anche attraverso la mente del protagonista. La scena mostra quanto Pierre sia davvero ossessionato: le sue vacche prendono tutto lo spazio, tutta la sua vita, giorno e notte. Racchiude il film stesso: la storia di qualcuno che si barrica in casa insieme ai propri animali. Si sente bene solo quando è con le sue vacche, tollera le persone, ma non è ciò che lo tiene in vita. Sarà il viaggio dell’intero film: Pierre dovrà imparare a farcela da solo, senza le sue vacche".

    Cosa ci dici del vicino che è così orgoglioso del proprio robot?

    "Da un lato c’è la fattoria di Raymond, che è la riflessione di Pierre, solo cinquant’anni più grande. E dall’altro c’è una fattoria con un robot dove il benessere delle vacche è quasi automatico. Conosco una fattoria così, dove c’è solo una stazione radio 7 giorni su 7, 24 ore al giorno perché gli animali sono attratti dal suono. La radio è vicina al robot che le nutre e le munge. Gli animali saranno più felici, avranno maggiore autonomia ma l’obiettivo è sempre la produzione. Ben presto non ci saranno più fattorie gestite da uomini. Le vacche di Pierre hanno un nome, ben presto avranno solo dei numeri. Anche se il film sconfina nella fantasia, è stato pensato per rendere conto di questa evoluzione. Gli spettatori potranno pensare che Pierre venga contagiato dalla malattia, ma i sintomi sono piuttosto psicosomatici. I fattori vivono sotto stress. Ne conosco alcuni che prendono anti depressivi, altri che soffrono di psoriasi".

    Come hai trasformato un film realistico in un thriller psicologico?

    "Attraverso la scrittura, le riprese ed il montaggio! Ci è venuta questa idea di passare dal naturalismo a una vena più thriller e di giocare con i codici del genere. La storia si sviluppa seguendo una falsa pista: per salvare le sue vacche, Pierre deve avere una vita sociale, vedere gli amici, addirittura uscire a cena con la panettiera.
    Durante le riprese abbiamo cambiato le inquadrature e la luce: il film comincia con un’atmosfera calda e solare per poi bagnarsi in una luce più industriale e artificiale. Le scene degli 'omicidi' sono emblematiche, per la loro lunghezza, per il montaggio ed il ritmo. La prima volta, Pierre fa su e giù dentro casa chiedendosi che arma usare... Ha bisogno di tempo. Prima del secondo omicidio, l’inquadratura rimane completamente vuota mentre il personaggio esce per agguantare il fucile. Quando Pierre ritorna in campo, è completamente cambiato, è diventato un assassino. La musica composta da Myd, del Club Cheval collective, consente questo passaggio dal realismo al genere. Pierre è spesso solo e la musica è anche un modo per entrare nella sua mente".

    Come hai scelto gli attori?

    "In 'Petit Paysan' volevo mischiare attori professionisti con la gente comune. Mi piace lavorare in questo modo per creare un’atmosfera di verità. Abbiamo incontrato molti attori per la parte di Pierre, e poi la mia casting director, Judith Chalier, mi ha presentato Swann. Siamo andati subito d’accordo e lui ha compreso il personaggio e il tono del film. Era una scelta obbligata. Lo stesso è successo con Sara Giraudeau. Il suo personaggio era piuttosto irascibile sulla carta, ma Sara le ha conferito dolcezza. Quando abbiamo fatto delle prove con Swann e Sara il loro rapporto è divenuto reale, attraverso il loro scambio di battute e i loro silenzi. Poi ci sono gli attori non professionisti , come nei miei cortometraggi. Prima di tutto i membri della famiglia. Mia madre fa la parte dell’ispettore, mio padre è il padre di Pierre e mio nonno è il vicino Raymond".

    Segue delle linee guida per la direzione degli attori? Swann sembra molto calato nella parte di Pierre

    "Abbiamo cominciato a lavorare dapprima con Swann leggendo la sceneggiatura durante un workshop all’Angers Film Festival: il vero lavoro è cominciato lì, rinchiusi in una stanza per tre giorni con Claude e Swann. È stato molto importante per Swann venire a contatto con l’ambiente ed il procedimento della mungitura. Così è andato a fare un corso nella fattoria dei cugini di mia madre. Ha vissuto e lavorato come un allevatore per una settimana. I cugini non volevano lasciarlo andare:“è forte…ne abbiamo bisogno!"

    È complicato girare un film con delle vacche?

    "Certo, soprattutto se ce ne sono trenta! Una vacca è come un bambino di cinque anni, tranne che pesa 900 chili e non va a scuola. Ci vogliono dieci minuti per mungere una vacca, quindi non potevamo tenerne una legata per venti minuti con quel caldo, non era bene per lei. Gli attori sono più tolleranti, ma loro sanno bene perché sono lì, mentre gli animali non lo hanno chiesto. Il rispetto per gli animali era di primaria importanza per me. C’erano cose che semplicemente non potevamo fare. Oltretutto, quando un animale è stressato puoi vederlo sullo schermo. Volevo raccontare la storia di un fattore che vive in armonia con i suoi animali".

    Il modo in cui una delle vacche guarda Pierre quando si sveglia dice moltissimo

    "È una sorta di miracolo. Eravamo a venti metri di distanza e in un’unica ripresa la vacca ha guardato Swann. Dio sa perché. È stata pura magia. La mandria è essa stessa un personaggio. Quando Pierre uccide una delle sue vacche lo spettatore deve avvertire che si tratta di un omicidio, che gli costa moltissimo, tanto quanto uccidere un essere umano. E mentre la storia va avanti anche le vacche devono diventare mostruose. Sono un grande peso sulle spalle di Pierre. Attraverso l’uso di un obiettivo a focale corta, le abbiamo rese ancora più mastodontiche e invasive sullo schermo".

    Qual è l’ultima vacca che Pierre guarda alla fine del film?

    "Soltanto una vacca che gli capita di incrociare. Se avessi fatto finire il film in quel momento, lo spettatore avrebbe pensato che Pierre si era impiccato. Il suicidio di un fattore è di per sé topico. Sapevo che non ci sarebbe stato un lieto fine. È una tragedia ma il personaggio non si uccide alla fine. È già una piccola vittoria. La lotta che Pierre mette in atto durante tutto il film gli permette di rimanere in piedi e non arrendersi".

    La redazione


     
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