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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > UNA SCONFINATA GIOVINEZZA - INTERVISTA al regista PUPI AVATI e agli attori FABRIZIO BENTIVOGLIO e FRANCESCA NERI (A cura dell'inviata SUSANNA D'ALIESIO)

    L'INTERVISTA

    UNA SCONFINATA GIOVINEZZA - INTERVISTA al regista PUPI AVATI e agli attori FABRIZIO BENTIVOGLIO e FRANCESCA NERI (A cura dell'inviata SUSANNA D'ALIESIO)

    07/10/2010 - LA PRIMA STORIA D'AMORE DI PUPI AVATI

    Con la splendida Villa Borghese come cornice per la conferenza stampa di UNA SCONFINATA GIOVINEZZA, PUPI AVATI - con gli attori FABRIZIO BENTIVOGLIO e FRANCESCA NERI - presenta il suo ultimo lavoro, un'opera delicata e struggente.

    Come nasce questa storia e perché la decisione di parlare del morbo di Alzheimer?

    PUPI AVATI: "La ragione per cui mi sono occupato di questa patologia sta nel mio rapporto con il tempo. Sono un 72enne e dunque un anziano, nel secondo tempo della propria vita. Il rapporto che una persona adulta come me, che si trova nella seconda parte del secondo tempo della propria vita, ha con il passato. Oggi guardo con rammarico, con affettuoso rammarico, alla mia giovinezza perché forse l’ho vissuta con troppa fretta. E allora nel mio cinema si è sempre avvertita quella necessità di “ritornare” sul luogo spensierato dell’essere ragazzo. Questo film avrebbe dovuto avere il titolo una sconfinata infanzia perché si sta svegliando qualcosa sempre più prepotente, sgomitando, agitandosi dentro di me quel bambino di 10-9-8 anni e che qualcuno deve avere in qualche modo tacitato, cancellato, soprattutto dimenticato. Una sorta di regressione infantile che può essere vagamente paragonata proprio alla forzata regressione a cui ti sottopone una malattia come l’Alzheimer. Mi sono molto incuriosito di questa terribile patologia, l’ho studiata e ho parlato con illustri esperti e alla fine avevo voglia di unire tutte queste cose raccontando una storia d’amore. Era venuto il momento per me di raccontare l’amore in tutte le sue facce: un sentimento che col tempo si trasforma inevitabilmente, diventando addirittura da amore coniugale ad amore materno. Purtroppo oggi non si abbandonano più solo i cani sulle autostrade, ma si abbandonano anche i parenti e questo dovrebbe farci riflettere".

    Come ha preso l’esclusione dal festival di Venezia?

    PUPI AVATI: "Sono rimasto sbigottito, ma non sono uso a comportamenti scomposti. Se noi vediamo la classifica degli incassi, anche di questa mattina, ci rendiamo conto di che tipo di film la gente vuole andare a vedere. Commedie soprattutto, film rilassanti che facciano sganasciare dalle risate. Si vede anche dalla prudenza della 01 Distribution nel numero delle copie (appena 200), ma questo mi inorgoglisce. Io invece sono convinto che ci sia un potenziale bacino d’utenza che possa essere interessato a temi un po’ più complessi e, se non fosse così, non dovrei solo preoccuparmi io, ma dovrebbero farlo tutti".

    Il film racconta di un amore coniugale che dura da più di 25 anni. Questa è una scelta inusuale. Come mai?

    PUPI AVATI "Non si raccontano i matrimoni felici però ce ne sono ancora tanti, direi la maggior parte. I matrimoni giovani finiscono presto, ma tutte le persone che io conosco vantano matrimoni longevi. Io sono sposato con la stessa signora, con la quale litigo tutti i giorni, da 46 anni. Se penso che questa persona che sa tutto di me, la persona più informata su di me che esista sulla terra, non ci dovesse un giorno essere più, sarebbe una mancanza terribile, probabilmente insopportabile".

    Francesca, come ha affrontato questo ruolo così complesso sia dal punto di vista fisico che psicologico?

    FRANCESCA NERI "Questo è uno di quei ruoli dove un’attrice si mette totalmente in gioco. L’invecchiamento è stato un dettaglio importante, anche perché è sempre più facile interpretare un personaggio più vecchio di te di venti o trent’anni. Qui invece si trattava di un leggero invecchiamento, circa dieci anni, e allora bisognava sì partire da dettagli fisici come la parrucca o i vestiti, ma soprattutto dovevo trovare un modo di essere che mi facesse appartenere al mondo della maturità. Ecco, il modo di amare di questa donna, il suo trasformarsi da moglie a madre, è stata la chiave di volta. Ciò che volevo rendere era la dignità di questa donna, decisa a stare accanto in qualunque modo all’uomo che ama".

    Fabrizio, era la prima volta che lavorava con Pupi, è stato un esordio difficile?

    FABRIZIO BENTIVOGLIO: "Quando ho parlato la prima volta con Pupi lui mi ha detto: 'ho un pacco dono per un attore', e mi ha dato la sceneggiatura. Ed in effetti era un bel pacco dono. Ma era anche quella che in gergo viene definita 'una patata bollente', un ruolo da trattare con guanti d'amianto, perché era una sfida delicatissima trattare un tema del genere. E questo è stato sempre il nostro obiettivo, trattare il tutto con la massima delicatezza invitandoci l’un l’altro a dare il massimo. Anche il nido protettivo di Cinecittà. Girare a Cinecittà è stato un privilegio, io non avevo mai girato in un teatro di posa ed è una meraviglia. 'Silenzio si gira' è davvero 'Silenzio si gira'... Ci invitavamo l’un l’altro a tornare bambini. Noi da ragazzi non giocavamo con i tappi ma con le figurine ma è lo stesso, non pre play station ma pre tutto. Il nostro obiettivo è stato trattare tutto con grande delicatezza, con grande amore, con grande affettuosità".

    (*) (Le foto in bianco e nero del regista Pupi Avati, Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri sono a cura di SUSANNA D'ALIESIO)


     
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