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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > 66 Mostra: Lido di Venezia 4 settembre 2009 MINI PRESS CONFERENCE & DINTORNI: IL CATTIVO TENENTE - ULTIMA CHIAMATA NEW ORLEANS di WERNER HERZOG

    L'INTERVISTA

    66 Mostra: Lido di Venezia 4 settembre 2009 MINI PRESS CONFERENCE & DINTORNI: IL CATTIVO TENENTE - ULTIMA CHIAMATA NEW ORLEANS di WERNER HERZOG

    06/09/2009 - Hotel Excelsior - Presente: WERNER HERZOG (regista), EVA MENDES (attrice).


    Lei ha detto che la sceneggiatura gli è piaciuta molto ma una volta a New Orleans ha cambiato alcune cose. Che cosa le ha detto New Orleans per indurla a cambiare e in che senso? In seconda istanza, ci si aspettava una New Orleans post Katrina, ridotta male. Invece non è così. E’come ce l’ha mostrata o no?

    W. HERZOG: “New Orleans è stata innanzitutto un’idea dei produttori. Il governo locale della Louisiana aveva proposto dei grossi incentivi fiscali per chi voleva andare a girare a New Orleans. E i produttori si sono anche sentiti imbarazzati a chiedermi di girare a New Orleans al posto di Detroit o di New York, ma io ho subito detto ‘beh, non ci potrebbe essere cosa migliore, non potrebbe andar meglio per me’. E New Orleans andava bene non soltanto per il suo aspetto fisico - infatti non abbiamo girato al quartiere francese - ma perchè è una città che possiede qualcosa di strano, dove si coglie la sensazione di una sorta di collasso, ma non nel senso fisico, quanto del vivere civile. Infatti, ad esempio, ad un incrocio di strade dove abbiamo girato, la notte dopo sono state uccise due persone, quindi c’è questo senso di pericolo che anche traspare nel film”.

    Le soggettive degli animali: a un certo punto sembra quasi che l’iguana sia il protagonista di un musical. Com’è nata quest’idea? Per quanto riguarda invece la Signora Mendes: lei non ha molti dialoghi, eppure del suo personaggio sappiamo tutto, grazie alla sua recitazione. Come ha lavorato?

    W. HERZOG: “Io adoro dare dei ruoli importanti agli animali. Ero affascinato dall’idea dell’iguana, che non era nella sceneggiatura, ma ho voluto girare io stesso con una piccola telecamera con un collegamento a fibre di vetro. Mi sono avvicinato a tal punto che poi alla fine l’iguana mi ha morso, mi ha preso il dito e non voleva più lasciarlo. Non ho mai sentito Eva (Mendes) ridere così tanto nel vedermi intento a cercare di liberarmi dall’iguana”.

    E. MENDES: “Volevo ringraziarla moltissimo per il complimento che mi ha fatto perché io credo di essere l’unica attrice che dice la seguente cosa: ‘io odio i dialoghi. Credo che in un certo qual modo il dialogo ostacoli la performance dell’attore. E credo che se un attore davvero sa fare bene il suo lavoro, dovrebbe essere possibile togliere il volume in qualsiasi momento, in qualsiasi scena del film e riuscire ugualmente a sapere cosa sta succedendo dentro e fuori l’attore”.

    Lei ha detto che questo in America è il momento giusto per fare un film dark, eppure questo suo film ha dei toni da commedia per lei assolutamente inusuali

    W. HERZOG: “E’ uno humour così cupo che alla fine diventa quasi divertente. Ma c’è moltissimo di questo humour anche nella maggior parte degli altri miei film. Tutti dicono ‘ecco questo cineasta tedesco ancorato alle sue ossessioni’, invece adesso stanno cominciando a vedere anche lo humour che c’è sempre stato nei miei film”.

    Ci può parlare del rapporto tra questo film e l’originale?

    W. HERZOG: “Non c’è nessun rapporto. Non ne posso parlare perché non l’ho mai visto ma mi dicono sempre di più che non c’è un rapporto tra queste due cose. Vorrei anche aggiungere che i diritti sul titolo del film sono di proprietà di un agente che siede qui con noi. L’idea era quella di avviare un franchising, e questo è più che legittimo visto che anche fare film rappresenta un’attività: si tratta di un’azienda. Io ho cercato di cambiare il titolo ma poi sono stato ben contento di accettarlo. Spero che Abel Ferrara veda presto il mio film, spero io di poter vedere presto il suo, dopo di che mi auguro di poterci incontrare con una bella bottiglia di whisky tra di noi”.
    (…)

    Per tornare al titolo, di fatto sembra che questo tenente non sia poi così cattivo. Allora che cos’è che è buono e cattivo? Perché sembrerebbe più un buon tenente che il contrario

    W. HERZOG: “Credo che dobbiamo essere cauti ad applicare l’etichetta del buono e del cattivo perché non renderemmo giustizia a Nicolas Cage e a quello che ha fatto sullo schermo. Il secondo giorno delle riprese è stato proprio Nicolas Cage a chiedermi ‘ma perché questo personaggio è così cattivo? A causa di New Orleans, per le droghe, per delle ferite nella sua vita…?’ e io gli ho detto ‘non parliamo di motivazioni, di quello che c’è dietro, io non sono tagliato per queste cose, però c’è una cosa che non devi dimenticare, che c’è proprio questa specie di ‘gioia’, di ‘estasi’, di ‘incanto del male’, ed è questo che voglio che tu mi dia”.

    Evidentemente lei non crede nel karma, per cui una cosa da cattiva diventa buona

    W. HERZOG: “Vengo proprio dall’India: cinque giorni e quattro notti in India, in un posto pazzesco, dove la gente continuava a meditare, parlare di karma e io mi dicevo ‘io non ho niente a che fare con tutto ciò’”.

    C’è la scena iniziale del film in cui si vede il salvataggio del detenuto e poi vediamo Nicolas Cage che ha problemi alla schiena ma non viene mai mostrata in un rapporto di causalità tra le due cose.

    W. HERZOG: “Il film lo accenna soltanto in modo molto vago e chiaramente il dolore di schiena è dovuto al suo salto in acqua, però non è un elemento importante ai fini della narrazione. Per questo non gli è stato dato spazio. La causalità è una cosa pericolosa nel film e quando le cose vengono spiegate troppo tolgono linfa al mistero”.

    Questo film ha due personaggi protagonisti entrambi dipendenti dalle droghe. Avete mai avuto questo tipo di dipendenza? Anche in senso positivo intendo

    E. MENDES: “Io sono effettivamente dipendente dall’amore. Amore, amore, amore!”.

    W. HERZOG: “Io non sono invece per le dipendenze. Non mi piace la cultura della droga, non ne ho mai fatto uso”.

    Ha mai rinunciato ad altre offerte da Hollywood? Perché il film di oggi sembra essere un nuovo inizio per accettare questo

    W. HERZOG: “Sono quaranta anni che rifiuto offerte: anche quella di Richard Gere che mi voleva come suo regista personale per Pretty Woman… Io ho lavorato con grandissime star, con Christian Bale, Donald Sutherland, Claudia Cardinale, Tim Roth, e voglio lavorare con i migliori che ci siano, che siano star o meno. E per questo film volevo soltanto Eva Mendes. Sono stato io a dire che era soltanto lei che poteva fare questo film”.

    C’è un elemento cristiano in questo film, nel senso che il personaggio di Nicolas Cage ogni volta che fa del bene sembra che poi gli torni del bene. C’è anche un personaggio che si chiama Big Fate (Grande destino), in questo senso c’è un collegamento secondo lei?

    W. HERZOG: “No, dovrò deluderla. Non ho mai visto valori cristiani o forme di redenzione in questo film. La ‘gioia del male’, ma che non ha nulla a che fare con la cristianità”.

    Come mai il ruolo di Val Kilmer era così ridotto? E’ stata una sua scelta? Era già così nella sceneggiatura?

    W. HERZOG: “Mi piace moltissimo Val Kilmer. E’ una persona che quando è lì vicino a te trasmette gioia, allegria, però non avevo un grosso ruolo per lui e gliel’ho detto ma lui ha comunque accettato di farlo”.

    Come definirebbe il suo film in termini di genere, visto che parte come un poliziesco, un noir che poi inserisce elementi di comicità e così via?

    W. HERZOG: “Devo restituire a lei questo compito, perché se vuole una classificazione se ne dovrà occupare lei. Penso che sia un po’ una malattia adesso quella di classificare tutto, bisognerebbe andarci un po’ più cauti e io non voglio partecipare a questo gioco”.

    E. MENDES: “Per me è una fiaba. Forse una fiaba un po’ anomala, un po’ deformata, ma pur sempre una fiaba”.

    Lei dice di aver scoperto questa capacità dell’America di rinascere attraverso vari passaggi politici. Dall’America dove ora lei vive, come vede l’Europa? Vede anche nel complesso dell’Europa la stessa capacità di rinnovarsi?

    W. HERZOG: “Ora vedo l’Europa da una certa distanza. Sono molto regionale, non penso neanche in termini europei, penso in termini molto regionalistici. Sono ancora molto bavarese…nel mio cuore sono ancora bavarese”.

    Mi sorge spontaneo chiederle come avrebbe interpretato questo ruolo Klaus Kinski? Come ha visto l’America attraverso gli occhi del suo tenente?

    W. HERZOG: “Lasciamo che Kinski riposi in pace, che ogni anima riposi in pace. Gli ho dato il permesso di acquisire una prospettiva sugli Stati Uniti: di vedere il lato oscuro che è molto più affascinante di Disneyland. La prospettiva di New Orleans la preferisco a quella di Disneyland. Non sarò mai così vicino all’America. Mi piace l’America, altrimenti non vivrei lì, ma non potrei mai diventare cittadino americano, per una semplicissima ragione: non sarei mai cittadino di un paese che ancora accetta la pena capitale, così come allo stesso modo non potrei essere cittadino russo, nigeriano o giapponese perché appunto ancora vige nel loro Paese la pena di morte”.

    (EVA MENDES lascia la sala per prepararsi alla Premiere del film)

    In questo film c’è molta commedia, anche ‘fisica’. Forse è una novità. Qual è la commedia che lei ama di più come spettatore?

    W. HERZOG: “Nei mie film c’è questo humour nero che non saprei esattamente descrivere ma so che c’è… Come spettatore… ‘A qualcuno piace caldo’, non si potrebbe chiedere di più. La ‘slapstick comedy’ non è che abbia mai avuto su di me grande presa, ma chi veramente mi tocca il cuore è Buster Keaton: la solitudine, il silenzio… E’ il migliore e poi viene Billy Wilder”.

    Lei è anche uno scrittore e volevo chiederle se ha un nuovo libro in uscita. Come configura le immagini da scrittore rispetto a quando lo fa in veste di regista? E riguardo al suo film che presenterà a Toronto, in che relazione sta rispetto a quello di cui stiamo parlando oggi?

    W. HERZOG: “Sono in molti adesso a scoprirmi in veste di scrittore. Alcuni miei libri come La conquista dell’inutile o Sentiero nel ghiaccio sopravviveranno a tutti i miei film. Negli ultimi dieci, undici mesi ho girato tre film, ho allestito un’opera, aprirà domani la mia scuola di cinema, e qui a Venezia potrete vedere un corto, La Bohéme, che ho girato nel Sud dell’Etiopia e ci sarà una proiezione per la stampa dell’altro mio film, My son, my son…
    Speculare sulle affinità che esistono tra i due film, non saprei proprio cosa dire: ma tutti i miei film uno li riconosce al volo, se lei vede un mio film sa che l’ho fatto io”.

    Che cosa l’ha convinta a scegliere Nicolas Cage per questo ruolo? Questo film fa pensare a scrittori di polizieschi americani ad esempio James Ellroy? Lei personalmente è solito leggere il noir? E se si, che cosa preferisce?

    W. HERZOG: “Hammett non l’ho mai letto, tanto meno Chandler, mia moglie lo legge e le piace anche moltissimo, così come non ho letto Ellroy, però leggo altre cose, ad esempio Le Georgiche di Virgilio… Riguardo a Nicolas Cage: non si tratta di una scelta. Non è stato lui a scegliere me o viceversa, semplicemente abbiamo scoperto che dovevamo assolutamente lavorare insieme. Improvvisamente si è avvertita questa impellente necessità”.

    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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