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ITACA - IL RITORNO
Dal 30 Gennaio - RECENSIONE - Dalla 19. Festa del Cinema di Roma - Grand Public-In collaborazione con Alice nella città - Toronto International Film Festival 2024- il 6 Settembre - Uberto Pasolini, italiano trapiantato in Inghilterra, rilegge l'Odissea, capolavoro di Omero, in chiave moderna e colossale, ma anche violenta. E lo fa riunendo Ralph Fiennes e Juliette Binoche, già insieme sul set de Il paziente inglese ventotto anni fa.
"Spesso dimentichiamo che Odisseo è un soldato che torna distrutto. E sottolineo il sacrificio di chi aspetta: Penelope è un personaggio complesso, non è una donna passiva... Ho scoperto Omero quando ero piccolo. I miei genitori mi leggevano l’epica greca, mi raccontavano di Achille, dell’assedio di Troia, e delle avventure di Ulisse. In seguito, l’ho riscoperto a scuola, prima alle medie, poi al liceo. Ho fatto il classico, ma dopo tre anni sono scappato in Inghilterra. Da bambino cercavo delle connessioni personali con l’Odissea. Mi immergevo nel mondo narrato da Omero. Andando avanti con gli anni ho empatizzato invece con Telemaco, per il suo rapporto con un padre assente. Non è stato per fortuna il mio caso, i miei genitori mi hanno sempre sostenuto. Ad affascinarmi è stato il ritratto di una famiglia separata da un conflitto, che tenta in qualche modo di ricomporsi. Sono i nostri miti, fanno parte della nostra cultura. Non esiste in Italia una mitologia precedente a quella greca. Purtroppo, da grandi l’Odissea non la rileggiamo più. La lasciamo agli accademici, la releghiamo nella didattica. È una grave perdita... Omero e l’Odissea sono moderni, senza tempo. In Europa, dopo mezzo secolo di pace, ci siamo accorti che la guerra non è lontana. E abbiamo paura. Coinvolge popolazioni che ci somigliano, che non abitano dall’altra parte del globo. È una situazione tragica, costante, che non siamo capaci di risolvere... Non mi interessavano gli dèi. Volevo mostrare un uomo che torna a casa, lavorando sulle sue emozioni, sui sentimenti distrutti. È scosso per quello che ha fatto. Si sente responsabile per i suoi compagni di viaggio che sono morti durante l’impresa. Mi sono soffermato sulla psicologia di un soldato che è sopravvissuto. Ho letto molte interviste ai reduci del Vietnam. Il governo statunitense forse non li ha trattati come avrebbe dovuto, ma li ha 'studiati'. Ciò che emerge è naturalmente la difficoltà nel reinserirsi nella società, ma soprattutto il senso di colpa. Noi ci soffermiamo sul guerriero, sull’eroe, e spesso ci dimentichiamo della sofferenza veicolata dalla guerra... Si sottolinea poco il sacrificio di chi aspetta. In Omero quello di Penelope è un personaggio estremamente complesso. Purtroppo, se ne ha un’immagine superficiale: una donna passiva, una vittima. Ma non è così. Penelope ha il controllo, il potere decisionale sulla sua vita, su quella del figlio e sull’isola. È lei che sceglie ogni sua mossa, anche se riabbracciare il marito. Lei è attiva, determinata. L’autorità che esercita è continua: rifiuta le proposte di matrimonio, doma i Proci. È afflitta da una grave solitudine, eppure sa essere indipendente. Si sfoga vagando nelle ore del crepuscolo per i corridoi del palazzo. Non può condividere con nessuno la sua situazione emotiva. A suo modo è fragile, anche se lo nasconde. Ha una forza non comune, su cui abbiamo puntato nel film. Per me non è un’anima in pena davanti a un telaio... Volevo raccontare quello che accadeva a Itaca, che contiene anche il mio passaggio preferito del poema: l’incontro notturno tra Ulisse e Penelope. Il testo omerico è volutamente ambiguo, si fatica a capire se si riconoscono, quanto sanno l’uno dell’altro. È stato oggetto di studi. È una metafora molto lucida sul matrimonio"
Il regista Uberto Pasolini
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