RECENSIONE - TRIONFA ai David di Donatello 2025 con ben sette statuette (vedi alla voce Soggetto) - VINCITORE del Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria e il Green Drop Award a Venezia 81. - Oscar 2025: Candidatura al Miglior Film Internazionale - La regista e sceneggiatrice italiana Maura Delpero è qui alla sua seconda opera dopo l’esordio con Maternal (2019) - Dal 19 Settembre
"La pellicola racconta dell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale in una grande famiglia e di come, con l’arrivo di un soldato rifugiato, essa perda la pace nel momento stesso in cui il mondo la ritrova... c’è un grande paradosso che sta al centro del film, con situazioni un po’ ironiche della vita ma sempre comunque molto affascinanti e il film è come se fosse spaccato in due, narra di una pace perduta e del tentativo di ritrovarne una nuova che non potrà essere quella di prima... Tutto il movimento emotivo di quel momento mi ha portato un po’ a tornare indietro alle origini, poi sono quelle situazioni di vita in cui si fa il punto, si guarda in avanti e indietro e si fanno delle riflessioni. Ho avuto la sensazione che dovevo tornare alle radici e ho iniziato a sentire che c’era tanto di personale ma in quel mondo che riguardava la mia famiglia c’era anche una parte che riguardava la storia italiana... Ho la sensazione che la guerra sia indicibile, che sia molto difficile da raccontare, è una tragedia immane per cui ho preferito raccontare la guerra attraverso il vuoto negli occhi dei soldati che tornano".
La regista e sceneggiatrice Maura Delpero
(Vermiglio; Italia Francia, Belgio 2024; drammatico; 119'; Produz.: Cinedora con Rai Cinema in coproduzione con Charades Productions e Versus Production; Distribuz.: Lucky Red)
Soggetto: La regista ha scritto la sceneggiatura prendendo ispirazione dai luoghi e dalla storia della sua famiglia, ma ambientando il tutto durante la fine della Prima Guerra Mondiale. La storia si svolge a Vermiglio, piccolo paese di montagna del Trentino, che dà anche il nome alla pellicola; i dialoghi sono perlopiù in dialetto locale e gli attori sono quasi tutti volti poco noti o non professionisti, ad eccezione di Tommaso Ragno, che veste i panni del capofamiglia.
2024 – Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia
Leone d'argento - Gran premio della giuria
Green Drop Award
2024 – Chicago International Film Festival
Premio Gold Hugo – International Competition
2024 – European Film Awards
Candidatura al miglior film
Candidatura al miglior regista a Maura Delpero
2024 – Gotham Independent Film Awards
Candidatura al miglior film internazionale
2024 - Ciak d'oro
Candidatura migliore film drammatico
Cast: Tommaso Ragno (Cesare) Giuseppe De Domenico (Pietro) Roberta Rovelli (Adele, moglie di Cesare) Martina Scrinzi (Lucia) Orietta Notari (Zia Cesira) Carlotta Gamba (Virginia) Santiago Fondevila Sancet (Attilio) Rachele Potrich (Ada) Anna Thaler (Flavia) Patrick Gardner (Dino) Enrico Panizza (Pietrin) Luis Thaler (Tarcisio) Simone Bendetti (Giacinto)
Musica: Matteo Franceschini
Costumi: Andrea Cavalletto
Scenografia: Pirra
Fotografia: Mikhail Krichman
Montaggio: Gianluca Mattei
Makeup: Federique Foglia, Tiziana Argiolas
Casting: Stefania Rodà , Maurilio Mangano
Scheda film aggiornata al:
13 Maggio 2025
Sinossi:
In quattro stagioni la natura compie il suo ciclo. Una ragazza può farsi donna. Un ventre gonfiarsi e divenire creatura. Si può smarrire il cammino che portava sicuri a casa, si possono solcare mari verso terre sconosciute. In quattro stagioni si può morire e rinascere. Vermiglio racconta dell’ultimo anno della seconda guerra mondiale in una grande famiglia e di come, con l’arrivo di un soldato rifugiato, per un paradosso del destino essa perda la pace, nel momento stesso in cui il mondo ritrova la propria.
Siamo nel 1944, in un piccolo paese di montagna di nome Vermiglio che si trova in Trentino, dove protagoniste sono Lucia, Ada e Livia, tre sorelle adolescenti inseparabili, figlie di un eccentrico insegnante. Quando in paese arriva Pietro, un soldato siciliano, Lucia si innamora di lui e rimane incinta. I due sono costretti a sposarsi.
Gli equilibri della famiglia cambiano, Flavia è la preferita e Ada si sente trascurata. Tutti sentono la mancanza di Lucia quando nel 1945, finita la guerra, parte con Pietro e suo figlio per la Sicilia. Ma una volta arrivata, scopre nel peggiore dei modi che suo marito era già sposato. Sua moglie, scoperto il matrimonio con Lucia, si vendica sparandogli.
La giovane vedova e la sua bambina devono ricostruirsi una vita rimettendo insieme i pezzi del passato del marito.
In altre parole:
Nel 1944, nel remoto villaggio trentino di Vermiglio, l'arrivo di Pietro, un soldato reduce dalla guerra di origini siciliane, stravolge la quotidianità di un insegnante e della sua famiglia. Lucia, la maggiore delle figlie dell'insegnante, si innamora di Pietro e decide di sposarlo. Appena giunge notizia della fine della guerra, Pietro torna in Sicilia con lo scopo di far sapere ai propri cari di essere sopravvissuto, promettendo alla moglie che sarebbe tornato presto. Tuttavia, dopo avere perso le tracce di Pietro, in famiglia si apprende dal giornale che l'uomo, già sposato con una donna siciliana, viene da questa ucciso.
Nel frattempo, Lucia dà alla luce la bambina che aspettava da Pietro, Antonia. La morte di Pietro sconvolge Lucia, la quale cade in uno stato di disperazione e rifiuta la bambina, meditando il suicidio dal quale la salva il fratello Dino. Durante il processo di graduale ripresa, compie un viaggio in Sicilia, dove ha un incontro ravvicinato con la prima moglie di Pietro e si reca sulla tomba del marito. Intanto ha affidato la piccola ad un orfanotrofio, nel quale lavora la sorella minore Ada, fattasi suora. Infine Lucia compie la scelta di andare in città , a servizio in una famiglia di signori, ripromettendosi di tornare poi a riprendere la sua bambina.
Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)
“E’ come se sei tu, ma non sei più tuâ€
Immaginate di aprire una finestra temporale e sporgervi a spiare scorci di vita vera, autentici, pulsanti, nei profondi e, variamente lacerati, silenzi. Una finestra aperta sul 1944 in Trentino Alto Adige, in particolare in un paesino di frontiera che emana tutta l’essenza di una piccola comunità rurale, con la guerra ancora in corso, anche se già col fiato corto. Una guerra che non vediamo mai se non: negli occhi vuoti dei soldati, alcuni tornati, magari da disertori, ma tutti ormai estranei a se stessi; negli occhi delle donne, madri o giovani spose, ansiose di notizie per lettere che non arrivano. Scorci di vita già vissuta dai nostri nonni, cui la straordinaria e sorprendente regista Maura Delpero (Maternal) si è sentita improvvisamente in sintonia, emotiva e culturale, proprio in seguito alla morte di suo padre. E affacciati a quella finestra, riscopriamo, così
come non mai, i tempi lenti e a tratti sopiti di gente verace, con tali e pochi mezzi da rendere necessario, nella normale consuetudine, dormire tutti in una stanza. E’ per l’appunto il caso delle tre sorelle della famiglia Graziadei - Ada (Rachele Potrich), Lucia (l’illuminata Martina Scrinzi), Flavia (Anna Thaler) - rannicchiate tutte nell’unico letto comune, o del figlio maggiore Dino (Patrick Gardner) con il più piccolo Pietrin (Enrico Panizza). Il letto: location elettiva per momenti ‘benedetti’ e ‘protetti’ per esternare ognuno le riflessioni più intime, perplessità o aspirazioni.
Qui, a Vermiglio, tra montagne innevate e scorci paesistici duri da vivere, eppure stupendamente rievocati dalla superba fotografia ‘verista’ di Mikhail Krichman, si respira un’autentica aria di famiglia d’altri tempi. Lo si capisce fin dalle prime battute silenti, dei rituali mattutini, con la mescita del latte appena munto dalla mucca nella stalla e scaldato sulla stufa a legna che
Una realtà spiazzante, tanto quanto il renderla protagonista vera, con un modo unico di fare cinema, dove a parlare sono le immagini vibranti, magari di fotogrammi spesso fissi: un modo costellato di magistrali riprese
per poter entrare (e far entrare) dentro i moti dell’anima, catturati in tempo reale: momenti e dettagli minimalisti che affiorano in una sorta di celebrazione mistica di un’umanità semplice, eppur carica di sentimenti forti. E’ straordinario come spesso, si aggiri la descrizione didascalica di un evento drammatico, limitandosi ad evocarne l’essenza, passando per i simbolismi di inquadrature altre, che, in qualche modo, paradossalmente, ne amplificano il respiro. E’ ad esempio il caso della morte del neonato di casa Graziadei, intuito a cavallo di silenzi, di rintocchi di campane, preghiere e da quel boschivo innevato, quasi unico parametro per misurare ogni emozione. Qui si filma la vita vera anche quando si costringe lo sguardo a spiare dall’esterno verso l’interno di un'unica finestra, rischiarata da una luce fioca, o quando i parlottii notturni si rincorrono sul binario dialettale che necessita di sottotitoli, indispensabile per non diluire la musicale portata naturale di gente
ed epoca. Uno sguardo locale che strizza l’occhio ad un drammatico scorcio di Storia Italiana.
Uno scorcio di vissuto nell’ultimo anno del Secondo Conflitto Mondiale: quattro stagioni, come da vivaldiana, musicale scansione, giusto il tempo in cui la natura compie il suo ciclo, sia nell’ambiente che nelle persone. E dunque è così anche a Vermiglio, tra quelle montagne trentine all’epoca in cui si faceva ancora il bucato alla pila con la fontanella, in mezzo alla neve, e quando si tentava di scaldarsi alla fiammella del cuore che divampava, in una direzione, o nell’altra: per Lucia/Scrinzi si trattava di Pietro (Giuseppe De Domenico), il soldato rifugiato di radici siciliane, affiliato al fratello maggiore Dino/Gardner e alla famiglia Graziadei, mentre per Ada/Potrich, l’interesse ammirato cadeva per la ribelle del villaggio, l’anticonformista Virginia (Carlotta Gamba). In età adolescenziale certe pulsioni iniziano a farsi sentire, anche tra quelle montagne, che siano consumate dietro un’anta
che risponde al marito che, in coda a dieci parti, non le ha mai portato un fiore. Davvero ‘l’uomo è il timone del carro’?
D’altra parte, a guardar bene, in Vermiglio, la maternità è davvero sovrana, con tutte le sue difficoltà , in afflato partecipato o a cavalcioni del temporaneo rifiuto per effetto della disperazione. E’ il caso di Lucia/Frinzi che, scoperta nel peggiore dei modi la bigamia del marito - ucciso dalla sua prima moglie in Sicilia e per questo mai più fattosi sentire - rifiuta letteralmente la bambina appena nata. E’ agghiacciante la sequenza in cui la lascia piangere senza prenderla in braccio per consolarla o darle da mangiare. E’ solo dopo un viaggio in Sicilia, in cui incontra il prete del villaggio, e, al colmo della tristezza negli occhi e nel cuore, ha un contatto a distanza con prima moglie omicida - in libertà vigilata, mentre chiama il proprio
figlio che gioca nel cortile - che Lucia/Frinzi torna recuperata a se stessa. Di questo recupero parla una delle sequenze più memorabili della storia del cinema, un qualcosa che ci sovrasta e ci ammutolisce lasciandoci letteralmente senza fiato, al culmine della commozione. Una sequenza che diventa semplicemente un monumento all’essenza della maternità . Ci si chiede come Maura Delpero abbia potuto rendere possibile questo miracolo in celluloide: un miracolo sincronizzato sul riconoscimento condiviso tra madre e figlia. Lucia/Frinzi si reca all’orfanotrofio dove ha lasciato la piccola neonata Antonia, accudita anche dalla la sorella Ada/Potrich che ha poi scelto di farsi suora. Ecco il sorriso spontaneo della piccola Antonia quando vede e, riconosce a pelle la madre, adesso pronta ad accettarla, a prenderla in braccio e a versare lacrime catartiche, è un qualcosa che non dimenticheremo facilmente, talmente potente da bucare l’anima oltre lo schermo.
E poi c’è un finale che, fedele alla
ripresa per sottrazione del cinema della Delpero, gronda tutto il sacrificio di questa giovane vedova che, ancora una volta, deve lasciare la bambina per andare a lavorare in città e guadagnare la sopravvivenza di entrambe. Un finale asciutto, fedele allo stile dell’intera pellicola, che affida il buio della conclusione alla chiusura di quella porta. Il suo dolore diventa il nostro, mentre, sui titoli di coda il sonoro riprende vita con un altro brandello residuo di essenza materna: il canticchiare sommesso che placa i vagiti e che lascia immaginare il trastullo tipico dell’infondere calma e rassicurazione. La litania dei titoli di coda non si arresta mentre subentrano chiacchiere di paese e note di fisarmonica. Ci si lasciano così alle spalle l’iniziale romanticismo di Chopin - elettivo ‘cibo per l’anima’ - e le folkloristiche celebrazioni di Santa Lucia che, come Babbo Natale, doveva portare cibo in abbondanza, o, magari… anche solo due