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    LE DONNE DELLA MIA VITA

    I ‘RECUPERATI’ di ‘CelluloidPortraits’ - RECENSIONE - Il 26 Aprile 2017 al Bifest Bari International Film & TV Festival - Uscito in Home Video nel 7 febbraio 2018 - Preview in English by Owen Gleiberman (www.variety.com)

    Jamie (Lucas Jade Zumann): "Credi di essere felice?"

    Dorothea (Annette Bening): "Chiedersi se si è felici è il primo passo verso la depressione"

    (20th Century Women; USA 2016; Dramedy; 118'; Produz.: Annapurna Pictures/Archer Gray; Distribuz.: Sony Pictures Italia)

    Locandina italiana Le donne della mia vita

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    Celluloid Portraits:



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    Trailer

    Titolo in italiano: Le donne della mia vita

    Titolo in lingua originale: 20th Century Women

    Anno di produzione: 2016

    Anno di uscita: 2018

    Regia: Mike Mills

    Sceneggiatura: Mike Mills

    Cast: Annette Bening (Dorothea Fields)
    Elle Fanning (Julie Hamlin)
    Greta Gerwig (Abigail 'Abbie' Porter)
    Lucas Jade Zumann (Jamie Fields)
    Billy Crudup (William)
    Alia Shawkat (Trish)
    Thea Gill (Gail Porter)
    Laura Wiggins (Lynette Winters)
    John Billingsley (Dottore)
    Alison Elliott (Madre di Julie)
    Vitaly Andrew LeBeau (Il giovane Jamie)
    Olivia Hone (Sorella di Julie)
    Nathalie Love (Cindy)
    Casey Burke (Paziente del gruppo in terapia)
    Matty Cardarople (Barista)
    Cast completo

    Musica: Roger Neill

    Costumi: Jennifer Johnson

    Scenografia: Chris Jones

    Fotografia: Sean Porter

    Montaggio: Leslie Jones

    Makeup: Erin Ayanian (per Elle Fanning)

    Casting: Mark Bennett e Laura Rosenthal

    Scheda film aggiornata al: 01 Maggio 2022

    Sinossi:

    In breve:

    La protagonista del film è Dorothea (Annette Bening), che nella Santa Barbara del 1979 cresce da single un figlio adolescente, affittando stanze della propria casa all'artista Abbie (Greta Gerwig) e a un muratore vagabondo. Gravita sulla loro casa una ribelle vicina di casa, Julie (Elle Fanning).

    Ambientato alla fine degli anni Settanta, il film racconta la storia di tre donne che insegnano a un bambino cosa sono gli uomini, l'amore, la libertà e le donne stesse.

    Synopsis:

    The story of three women who explore love and freedom in Southern California during the late 1970s.

    Love, life and the struggles of a mother bringing up a son in the the early 70's. The ignorance of a free spirit against the needs of a young man trying to find his true character and beliefs. Living in a bohemian household shared with 3 like minded spirited people to help pay the rent, his mother tries to establish bonds that he cannot deal with. She cannot deal with his inability to talk and enlists the help of other females in his life to share the burdon of his upbringing. Slowly life unravels for them all without understanding how. In spite of their perceived struggles, they all go on to live defined life's without any serious consequences

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    Santa Barbara 1979: l'auto nel parcheggio di un supermercato prende fuoco, ed è giusto la sua: il disgustato sgomento di Dorothea Fields, nata nel 1924, si dipinge sul volto di Annette Bening come il tocco finale - altrimenti detto colpo di grazia - di un'artista sulla propria tela esistenziale.

    Il titolo italiano Le donne della mia vita, tradisce il tratto autobiografico del regista Mike Mills (e non è la prima volta, Beginners docet) ma l’originale è più fedele all’orizzonte allargato sul piano universale: 20th Century Women. Le donne del XX secolo del film sono essenzialmente tre: la Dorothea Fields di Annette Bening, appunto - che si impone all’attenzione quale monumento imprescindibile di una storia qualunque ruolo incarni - la Julie di Elle Fanning e la Abbie di Greta Gerwig. Donne di età molto diverse tra loro che hanno attraversato epoche diverse, mentre proseguiranno, su un terreno comune ed estraniante al tempo

    stesso, per ragioni differenti. Insomma, se non fossimo a conoscenza del fatto che Dorothea/Bening nella sua bella casa in ristrutturazione in progress perenne, affittasse camere, ci si chiederebbe il motivo della continua ingerenza, non solo delle donne più giovani, Julie/Fanning e Abbie/Gerwig, ma di quel William (Billy Crudup) muratore vagabondo, alias tutto fare, che sembra comunque un pesce fuor d’acqua in qualunque situazione e, suo malgrado, immancabilmente tra i piedi, e non di rado tra le lenzuola, di questo universo al femminile che come una centralina elettrica fa spesso contatto.

    In mezzo a tutto c’è il figlio quindicenne di Dorothea, Jamie (Lucas Jade Zumann), l'adolescente acerbo e disorientato che una madre più disorientata di lui non riesce a gestire da sola, perché in continua contraddizione tra oppressivo controllo e libertà sconsiderata, eccessiva e gratuita (vedi la prassi di firmare giustificazioni a grappolo per le continue assenze del figlio a

    scuola). E le cose non vanno meglio quando chiede alle due giovani frequentatrici della casa di darle una mano: l’amica di una vita del figlio, la diciassettenne Julie/Fanning, tenta di fare il ruolo che è proprio di sua madre, la psicologa, senza sortire in risultati soddisfacenti, giacché il suo stesso comportamento è già di per sé abbastanza assurdo: si intrufola continuamente in camera da letto del ragazzo ma guai ad oltrepassare i confini dell’amicizia, per il sesso - che consuma in lungo e in largo al di fuori - non c’è posto alcuno, mentre il ragazzo, amico ma innamorato, passerebbe volentieri oltre. Quanto alla ventiquattrenne fotografa punk dai capelli rossi Abbie/Gerwig, si dà da fare nell'indottrinare in modo bislacco il ragazzo con teorie femministe e dettagli sulla sessualità femminile di cui poter parlare in pubblico senza freni inibitori, con grande disappunto della madre Dorothea/Bening. Perchè per quanto si sforzi di

    comprendere, Dorothea è figlia dei suoi tempi e quando sente una canzone punk dei Raincoats, le sale lo sgomento da orticaria, figurarsi per il resto!

    Tralasciando le rimarcature di impianto politico-epocale (su cui troneggia addirittura il discorso di Jimmy Carter), il film assorbe molte energie sul piano musicale, tradendo la formazione del regista: che ha esordito per l'appunto come creatore di videoclip per artisti come Moby e gli Air e ha lavorato come graphic designer sia in campo pubblicitario sia nell'ambito musicale, creando materiale promozionale e copertine per artisti come Beck, Beastie Boys e Sonic Youth. Ma il tutto rimane sul piano impressionista: più che su una storia vera e propria, il film si spalma su aneddoti a grappolo, come estrapolati da un diario, più o meno personale, a cui siamo posti di fronte per condividere riflessioni e dubbi che hanno avvinto il regista in età adolescenziale. Il fatto è che,

    al di là degli spunti di contenuto di per sé anche interessanti, e la cornice formale espositiva a tratti psichedelica (le macchine in corsa o i balli nei locali) il film sembra assumere volontariamente la dimensione di una soggettiva dominante sul disorientamento esistenziale cronico dei protagonisti. Protagonisti che si alternano pure commentando le rispettive origini e percorsi di vita in voice over, declinandoli al presente ma anche al futuro, in uno sguardo evidentemente retroattivo come potrebbe fare per l’appunto il regista oggi, guardando al suo passato, ben sapendo quel che è poi successo in età adulta. Quel che sembra aver realizzato con questo film, diventato quasi un'esigenza personale, per così dire. Beh, alla resa dei conti, Le donne della mia vita si avvicina molto ad un guazzabuglio 'indie', in cui se non si vuole smarrire del tutto la strada non ci resta che aggrapparsi all’unico faro vigente sulla scena, in

    grado di illuminare l’accidentato cammino: la Dorothea di Annette Bening, nel suo caos da divorziata e di madre non esattamente a fuoco, resta di fatto l'unica, sul campo, a catalizzare l’attenzione dello spettatore. Tutto il resto galleggia in sospensione, ancora in attesa di un atterraggio stabile.

    Secondo commento critico (a cura di Owen Gleiberman, www.variety.com)

    Annette Bening shines in a drama set in 1979 from the director of 'Beginners,' but despite many good scenes the movie is aimless.

    The last time the writer-director Mike Mills (“Thumbsucker”) made a drama about one of his parents, the result was a screwball triumph. In “Beginners” (2010), he told the story of his father (played by a deliriously unbound Christopher Plummer), who came out as gay at 75, the very same week he was diagnosed with cancer (you can’t make this stuff up), which didn’t keep him from living out 40 years’ worth of repressed desire, all to the awestruck agitation of his son (Ewan McGregor). “Beginners” was about several different kinds of liberation, and it was a minor marvel of whiplash wit and empathy. So the bar is set high for “20th Century Women,” Mills’ first feature since then, in which he now tells the story of

    his mother, played by Annette Bening, who at 58 looks perky and wise, and every bit her age, and glorious.

    “20th Century Women” is set in Santa Barbara, Calif., during the summer of 1979, and the movie is pinpoint authentic about the signposts of that era: the short shorts and halter tops, the Ford Mavericks and Galaxies and aging VW Beetles, the early use of words like “compartmentalize,” and what it looked and felt like when the Clash and Talking Heads and Devo were leaking into the mainstream, and sleeping around was the new middle-class normal, and a girl could cut her hair like David Bowie and streak it bottle-red without coming off like a freak, and feminism had lost its militant edge but was now (more than ever) remaking the world, and rock clubs were desultory dungeons that still seemed like the most exciting places on Earth because anything could

    happen in them. As a state of mind, 1979 was the last moment of calm before the counterrevolution — the takeover of the culture by money fever, fashion, and Reaganite unreality — and in “20th Century Women,” Mills gets a lot of that right. But not all of it.

    The factor that complicates the movie’s authenticity is that even though “20th Century Women” is an original piece of work, Mills’ dialogue still makes it sound like he’s adapting some novel of disaffected whimsy by Michael Chabon. His writing is always on — on point, on the nose, on the joke. That worked in “Beginners,” because the Plummer character was such a card (he was always on), and it works like a charm with Bening, who puts the perfect jaded spin on lines like, “Wondering if you’re happy is just a shortcut to being depressed.” But the movie is also the coming-of-age

    story of 15-year-old Jamie (Lucas Jade Zumann) — i.e., the curly-haired lost-puppy Mike Mills character — and the two young women in his life: Julie (Elle Fanning), his 17-year-old best friend, who comes over to snuggle in bed but refuses to get sexual with him; and Abbie (Greta Gerwig), the rouge-dyed Bowie-head, a passionate and aimless 24-year-old art photographer who’s renting the room upstairs. At moments, these two could almost be Jamie’s sisters, because Mills writes the kind of entertaining but promiscuously clever repartee that makes everyone seem a little too glibly like “family.” Try as he might, his voice isn’t the voice of the lackadaisical late ’70s — it’s the voice of knowing indie adorableness.

    The best thing about the movie is Bening’s performance as Dorothea Fields, who’s portrayed as a very particular kind of contradictory free spirit. Divorced and proud, with a lot of heart and soul but even

    more over-sharing flakiness, Dorothea lives with Jamie in a big ramshackle Victorian house that she’s having renovated (a process that looks like it’s never going to end; in fact, it looks like it’s barely going to get started). She says whatever’s on her mind, and that marks her as a spiky counterculture type — though she isn’t nearly as receptive to what’s on everyone else’s mind. Bening nails that narcissism, and makes Dorothea a moonstruck charmer because of it. The character is 55 years old and, on some level, still stuck in the world of “Casablanca” and dancing cheek-to-cheek. She’s a chain-smoker who thinks smoking won’t hurt her because it wasn’t dangerous when she started (it was romantic), and she’s devoted to the stock market, obsessing over IBM and Xerox. When she hears a punk song by the Raincoats, it makes her just about break out in hives. Bening plays

    her as a rigid free spirit, a control freak in Birkenstocks.

    The movie’s rather grandiose title is the tipoff to what Mills is up to. Jamie, a loner who likes to skateboard around town, is haunted by the absence of his father and the overwhelming embrace of his mother. He’s a passive agent — and not, in the end, a very electrifying character. But “20th Century Women” is about how he’s groomed and nurtured by the eruption of contemporary femininity around him. Dorothea, a didactic nonconformist, insists on writing fake notes so that he can skip school, and Abbie, a survivor of cervical cancer, gives him a copy of “Our Bodies, Ourselves,” which becomes his bible, along with other circa-1970 feminist texts, which we hear snippets of on the soundtrack. The book cues him to the mysteries of the female orgasm (which inspires a local skate punk to beat the hell

    out of him).

    Jamie is being lured into the world of women. Yet he’s also trying to break free of the oppressive orbit of his mom. The movie nails the dawn of the era when both sexes were striking down barriers but, at the same time (and maybe in reaction against that), working their way toward the idea that they really inhabit different planets. Gerwig neatly embodies this transitional moment, playing Abbie the troubled rebel with a fascinating blend of vulnerability and alienated aggression. Fanning, on the other hand, makes the precocious Julie too snappishly cool and self-absorbed.

    Mills is a spirited, let’s-try-it-on director who, at times, goes for a mixed-media approach. He shoots long car journeys with psychedelic color separation (catchy, even if it’s not clear why he’s doing it), and at several points he has the narration leap into the future, describing what will happen to the characters in the

    years to come (even, in one case, their death). These grabby techniques work, but it should not go without mention that “20th Century Women” has no plot at all. None. Zero. I’ve always gravitated to movies, from Altman to Linklater, that echo the ramble and sprawl of life, yet there’s a difference between working without a narrative net — which requires daring and skill — and simply pinning scenes together without a spine. “20th Century Women” is an endless chain of anecdotes, and though many individual moments are winning, the movie as a whole is rudderless. It never achieves an emotional power surge.

    There’s one other major character, the handyman who’s working on the renovation, played by Billy Crudup as a droopy ’70s burnout-survivor who sleeps with Abbie and falls for Dorothea. Yet even that combustible situation leads nowhere. One only has to think back to the beautiful rounded drama of

    “The Kids Are All Right” (2010), which was Bening’s last great film, or “The Perks of Being a Wallflower” (2012), a coming-of-age movie that pierced the soul of adolescence, to see that finely carpentered storytelling needn’t be the enemy of truth. Mills is a gifted and lively filmmaker, and bless him for having the confessional moxie to want to pour a version of his life onto the screen, but “20th Century Women” could have used a little more movie and a little less diary.


    La parola al film

    trailer ufficiale (V.O.):

    Perle di sceneggiatura

    Jamie (Lucas Jade Zumann): "Credi di essere felice?"

    Dorothea (Annette Bening): "Chiedersi se si è felici è il primo passo verso la depressione"

    Bibliografia:



    Links:

    • Annette Bening

    • Billy Crudup

    • Elle Fanning

    • Greta Gerwig

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    Galleria Video:

    Le donne della mia vita - trailer (versione originale) - 20th Century Women

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