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    Home Page > Movies & DVD > La foresta dei sogni

    LA FORESTA DEI SOGNI

    Seconde visioni - Cinema sotto le stelle: 'The Best of Summer 2016' - Dal 68° Festival del Cinema di Cannes - RECENSIONE ITALIANA e PREVIEW in ENGLISH by JUSTIN CHANG (www.variety.com) - (Uscito al cinema il 28 APRILE)

    "Una specie di puzzle giocato tra punti di vista opposti sulla vita e sulla morte, sullo scontro tra scienza e spiritualità, ma anche un melodramma, un esempio di serendipità, una grande storia d'amore. Una delle sequenze centrali per me è il monologo di Arthur su quei lievi segnali che determinano la fine di un sentimento, brevi distrazioni, innocenti ipocrisie, piccoli rancori repressi, tante cose non dette. Segnali dei quali in genere ci rendiamo conto quando è troppo tardi"
    Il regista Gus Van Sant

    (The Sea of Trees; USA 2015; Drammatico; 110'; Produz.: Bloom/Netter Productions/Waypoint Entertainment; Distribuz.: Lucky Red)

    Locandina italiana La foresta dei sogni

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    See SYNOPSIS
    Trailer

    Titolo in italiano: La foresta dei sogni

    Titolo in lingua originale: The Sea of Trees

    Anno di produzione: 2015

    Anno di uscita: 2016

    Regia: Gus Van Sant

    Sceneggiatura: Chris Sparling

    Cast: Matthew McConaughey (Arthur Brennan)
    Naomi Watts (Joan Brennan)
    Ken Watanabe (Takumi Nakamura)
    Katie Aselton (Gabriella Laforte)
    Jordan Gavaris (Eric)
    James Saito (Dr. Takahashi)
    Ami Haruna (Game Show Host)
    Owen Burke (Attore)
    Jeffrey Corazzini (Amico di Arthur)
    Susan Garibotto (Amica di Arthur)
    Anna Friedman (Anna)
    Hyunri (Assistente)

    Musica: Mason Bates

    Costumi: Danny Glicker

    Scenografia: Alex DiGerlando

    Fotografia: Kasper Tuxen

    Montaggio: Pietro Scalia

    Casting: Francine Maisler

    Scheda film aggiornata al: 11 Agosto 2016

    Sinossi:

    IN BREVE:

    Un americano si reca in Giappone, nella cosiddetta "Foresta dei suicidi" per togliersi la vita. Lì incontra un giapponese con le sue medesime intenzioni e i due rifletteranno assieme sulle loro ragioni e sulla loro sopravvivenza.

    Sono l'amore e la perdita a condurre Arthur Brennan (Matthew McConaughey) all'altro capo del mondo, in Giappone, nella foresta fitta e misteriosa di Aokigahara, nota come “la foresta dei sogni”, situata alle pendici del Monte Fuji – un luogo in cui uomini e donne si recano a contemplare la vita e la morte. Sconvolto dal dolore, Arthur penetra nella foresta e vi si perde. Lì Arthur incontra Takumi Nakamura (Ken Watanabe), un giapponese che, come lui, sembra aver perso la strada. Incapace di abbandonare Takumi, Arthur usa tutte le energie che gli restano per salvarlo. I due intraprendono un cammino di riflessione e di sopravvivenza, che conferma la voglia di vivere di Arthur e gli fa riscoprire l'amore per la moglie (Naomi Watts).

    SYNOPSIS:

    A suicidal American befriends a Japanese man lost in a forest near Mt. Fuji and the two search for a way out.

    Arthur Brennan treks into Aokigahara, known as The Sea of Trees, a mysterious dense forest at the base of Japan's Mount Fuji where people go to contemplate life and death. Having found the perfect place to die, he encounters Takumi Nakamura, a Japanese man who has also lost his way. The two men begin a journey of reflection and survival, which affirms Arthur's will to live and reconnects him to his love with his wife.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    "NEL MEZZO DEL CAMMIN DI NOSTRA VITA MI RITROVAI PER UNA SELVA OSCURA CHE LA DIRITTA VIA ERA SMARRITA"

    Mai prima d'ora realismo e metafisica si sono intrecciati in un legame tanto indissolubile. Non è invece la prima volta che ci capita di riflettere su fede, religione ed esistenzialismo chiedendo in prestito alla sponda orientale. Gus Van Sant, quasi l'alter ego più loquace di un Terrence Malick, lo fa a modo suo, costruendo l'affascinante architettura di montaggio alternato: una sorta di partitura ad episodi della realtà che riaffiorano nel bel mezzo di un percorso che non ha le fredde pareti di una clinica bensì il 'mare di alberi' che una foresta d'eccezione nel cuore del Giappone offre come ultima chance. The Sea of Trees è difatti il titolo originale di questa sublime fatica cinematografica di Gus Van Sant, un vero e proprio capolavoro sulla spiritualità nel senso più ampio del

    termine, svincolata da ogni decodifica istituzionale: l'unica che può soccorrerti nei momenti più bui e dare un senso alla vita e alla morte se solo ci si pone nelle condizioni di riconoscerla. In questo caso è meglio se del fuorviante titolo italiano La foresta dei sogni ci dimentichiamo del tutto, perché non solo snatura l'essenza del film ma rischia di suonare persino offensivo. A meno che non siamo dell'avviso che spiritualità e fede siano sinonimi di sogni e visioni ad occhi aperti. D'altra parte è della cosiddetta "foresta dei suicidi" che si tratta, e non mi pare che abbia molto a che vedere con il sogno neppure questo. Forse il traduttore avrà pensato alla vecchia pellicola Al di là dei sogni (1998) di Vincent Ward con il compianto Robin Williams che, in altro modo e in altra forma, costeggiava tematiche affini, ma il fuori luogo resta.

    Torna qui in The Sea

    of Trees uno dei motivi firma di Van Sant, con l'insistita ripresa sull'elemento chiave: in Paranoid Park era quel circolare ad oltranza in skateboard, proiezione fisica, reale, del tormentato stato d'animo di un'adolescente, in qualche modo responsabile di un grave incidente che costava la vita ad una persona. E mentre in Paranoid Park fu la scrittura a portare lo spettatore a conoscenza degli avvenimenti, nell'odierno The Sea of Trees sono i cadenzati pseudo flashback episodici di realtà quotidiana personale vissuta dal protagonista Arthur Brennan di Matthew McConaughey a farci scoprire pian piano le ragioni di tanta sofferenza. Un altro uomo di scienza per McConaughey questa volta con buoni motivi, secondo il suo punto di vista, per farla finita. Segni della sua insofferenza, tra sovrimpressioni di fotogrammi nella folla e riflessi sulle lenti degli occhiali, specchio del suo disagio e disorientamento, si raccolgono fin dai primissimi fotogrammi, velati e inafferrabili ma

    già vagamente tracciabili prima che faccia il suo ingresso in scena la moglie Joan indossata come una seconda pelle da Naomi Watts. Due performance viscerali, onorate dalla generosità di primissimi piani che li accompagnano ovunque, incentrate sulle tensioni tipiche dei coniugi che hanno smarrito l'iniziale intesa e che si ritrovano in sosta sulle scomode sponde della reciproca insofferenza, ingabbiati in un matrimonio usurato e ammaccato da errori mai perdonati.

    Molti di noi sanno bene come si fa presto a cambiare ottica con il sopraggiungere di una malattia seria, quando ci si ferma per la prima volta - allora il tempo lo si trova sempre e comunque - cercando di capire perché e in che cosa si è inciampati, con il rimpianto di essere stati ciechi e insensibili, disinteressati a conoscere veramente l'altra persona senza limitarsi a starle accanto, a pagare assicurazione, bollette e quel che segue. Frammentare questa dimensione in

    episodi alternati al percorso intrapreso fin dall'inizio dall'Arthur di McConaughey nella foresta dei suicidi, una distesa 'oceanica' di alberi, è l'avventura cinematografica cui Gus Van Sant si affida per spingere a riflettere su vita, morte e fede. Un viatico punteggiato di simboli e di aliti metafisici sospinti da venti d'Oriente: l'orditura labirintica dei fili di vario colore; i cartelli di legno con didascalie esistenziali che, come in una via crucis parallela, quella dell'uomo comune, tentano di sospingere verso la vita chi, sopraggiunto volontariamente sul luogo, invoca la morte; le orchidee nate sulla nuda roccia senza alcun pane di terra. Ma è soprattutto l'incontro dell'uomo giapponese (interpretato da Ken Watanabe) apparso all'improvviso sulla scia di gemiti e lamenti, in mezzo ai numerosi segni di morti già consumate, a scompaginare le intenzioni del protagonista. Non ci sarebbe neppure stato bisogno di nominare il Purgatorio, a rimarcare il simbolismo di quella foresta debolmente

    filtrata da raggi di sole, per richiamare alla memoria una tra le meditazioni più antiche già condotta secoli or sono in altro modo e in versi, cui Gus Van Sant ammicca calcando le orme della contemporaneità per dipingere quell'inferno che l'uomo molto spesso si costruisce da solo costringendosi a patirne le pene che ne derivano: "Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita" era quel che scriveva l'immortale e sommo poeta Dante Alighieri ne La Divina Commedia ed è quel che rivisita oggi Gus Van Sant in The Sea of Trees, con un nuovo Virgilio, una misteriosa guida dai tratti giapponesi apparentemente in cerca d'aiuto per essersi perduta.

    Secondo commento critico (a cura di JUSTIN CHANG, www.variety.com)

    MATTHEW MCCONAUGHEY AND KEN WATANABE STAR IN THIS RISIBLY LONG-WINDED DRAMA FROM GUS VAN SANT.

    One way to pass the time during “The Sea of Trees” — preferably during one of Matthew McConaughey’s interminable misty-eyed monologues — is to try and figure out exactly how many bad movies the actor, screenwriter Chris Sparling and director Gus Van Sant have managed to squeeze into their tale of a man’s lonely quest to take his own life. Almost impressive in the way it shifts from dreary two-hander to so-so survival thriller to terminal-illness weepie to M. Night Shyamalan/Nicholas Sparks-level spiritual hokum, this risibly long-winded drama is perhaps above all a profound cultural insult, milking the lush green scenery of Japan’s famous Aokigahara forest for all it’s worth, while giving co-lead Ken Watanabe little to do other than moan in agony, mutter cryptically, and generally try to act as though McConaughey’s

    every word isn’t boring him (pardon the expression) to death.

    How this dramatically stillborn, commercially unpromising Lionsgate/Roadside Attractions pickup managed to score a competition berth at Cannes (where it was greeted with a round of boos) is a vastly more impenetrable mystery than the one laid out in Sparling’s screenplay — namely, why a morose-looking Arthur Brennan (McConaughey) has decided to buy a one-way ticket from Massachusetts to Japan and enter Aokigahara, also known as the Suicide Forest or the Sea of Trees. The self-termination rate in this gorgeously verdant, 14-square-mile stretch is apparently so high that officials have even put up signs urging visitors to reconsider (“Please think again, so that you can make your life a happy one”), all of which Arthur determinedly ignores as he sits down and begins to swallow the pills he’s brought with him.

    He’s interrupted before he can finish, however, by the sudden appearance of

    another man (Watanabe) staggering through the undergrowth, barely able to stand up and bleeding from some unspecified wounds. Following his compassionate instincts, Arthur tries to help the man, whose name is Takumi Nakamura, make his way out of the forest, but the main trail is suddenly nowhere to be found. It’s not long before Arthur tumbles into a small ravine and winds up as badly injured as Takumi, ironically leaving these two men — both of whom were ready to end it all — suddenly fighting for their lives. Along the way, they tell each other their respective reasons for coming to Aokigahara; not too surprisingly, Takumi’s story takes about a minute and involves the loss of a job (“You don’t understand my culture,” he mutters, a line that sounds suspiciously like something only a white man could have written).

    Arthur’s narrative, by contrast, takes the better part of two hours

    to fully unfold, regularly cutting away from Arthur and Takumi’s plight — usually at the moment of gravest threat — to reveal another piece of the puzzle, in flashback after torturous flashback. Turns out Arthur was stuck in a rather unhappy marriage to Joan (an angry Naomi Watts), a high-functioning alcoholic who was fed up with her husband’s low-paying job as a high-school science teacher and his improbable journalistic aspirations, and unable to forgive him for some grievous misdeed. But wait, there’s still more: It’s not long Joan develops a brain tumor, reminding us of the inherently cinematic properties of radiation therapy and paving the way for a very long goodbye. Meanwhile, back in Aokigahara, a freak storm hits, nearly washing Arthur and Takumi away in a flood.

    By the time the two men find themselves stripping down in a small tent containing a human skeleton, you’re about ready for “The

    Sea of Trees” to morph into either a full-on zombie freakout or “Brokeback Mount Fuji.” By this point, alas, it’s clear that Van Sant is not in one of his more experimental moods, narratively, formally or sexually, and he brings little to the table here except his tried-and-true gift for gorgeously moody image making: Cinematographer Kasper Tuxen works wonders with the forest’s softly diffused light by day, and makes exquisite use of a campfire to illuminate McConaughey’s and Watanabe’s faces at night. But the frequent shots of the eponymous forest — framed as either a sea of trees from above or a canopy from below — and the tinkling musical accompaniment composed by Mason Bates do little to slow the movie’s slow, inexorable slide into kitsch.

    Indeed, it’s doubtful a more adventurous or aggressive directorial approach would have necessarily improved a piece of material that seems bent on taking the longest,

    least interesting road possible, all the better to drag out every last tear and gasp of astonishment it can hope to muster from a less-than-attentive audience. The film’s final passages offer an insipid pileup of narrative manipulations, quasi-supernatural twists and the sort of earnest, whispery philosophical refrains that make Naomi Kawase’s parallel Cannes entry “An” look like the highest Japanese poetry by comparison.

    Watts is solidly moving and sometimes awesomely passive-aggressive, even when playing a woman whom her husband describes rather too accurately as a “cliche,” while Watanabe’s clenched reaction shots — typically in response to McConaughey’s endless speechifying — holds up almost too perfect a mirror to the audience’s own exhaustion. As for McConaughey, his recent mid-career high will continue in spite, rather than because, of misguided bids for seriousness like this one. “This place is what you call purgatory,” Watanabe says more than once, but like so much else

    in “The Sea of Trees,” his conclusion feels too overstated by half: Last time we checked, purgatory didn’t come with an exit sign.

    Perle di sceneggiatura

    "E' sempre quel particolare momento a svegliarti, sai?
    Un evento importante, di quelli che ti cambiano la vita
    e che ti ricordano cos'è che conti davvero.
    Il problema è quel momento arriva un'unica volta e
    qualche volta arriva troppo tardi
    ".
    Arthur (Matthew McConaughey)

    Pressbook:

    PRESSBOOK COMPLETO in ITALIANO de LA FORESTA DEI SOGNI

    Links:

    • Gus Van Sant (Regista)

    • Naomi Watts

    • Matthew McConaughey

    • Katie Aselton

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    Galleria Video:

    La foresta dei sogni - trailer

    La foresta dei sogni - trailer (versione originale) - The Sea of Trees

    La foresta dei sogni - clip 1

    La foresta dei sogni - clip 2

    La foresta dei sogni - clip 3

    La foresta dei sogni - clip 4

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    La foresta dei sogni - clip 6

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