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    INCONTRO CON LILIANA CAVANI. La regista incontra il pubblico a Roma, presso il Cinema Trevi, mercoledì 28 novembre alle ore 21:00

    L'incontro si inserisce nella rassegna 'Al di là del bene e del male - Il cinema di Liliana Cavani' (Roma, Cinema Trevi dal 27 Novembre al 1° Dicembre 2012)

    24/11/2012 - 'MI SENTO UNA PERSONA 'FUORI', NÉ APOCALITTICA NÉ INTEGRATA' (Liliana Cavani)

    Indefinibile. Inetichettabile. Così come il suo cinema. LILIANA CAVANI potrebbe avere mille definizioni così come i suoi film, come ci ricorda la studiosa Francesca Brignoli: «Regista dello scandalo, per di più donna. Provocatrice, cattolica del dissenso. Intellettuale laica e trasgressiva. Tra demonio e santità». Ma non servirebbe a nulla a scalfire quell’alone di enigmaticità. «Cinema, televisione, lirica. Politica. […]. Ogni volta che sembra di averla 'catturata' lei scarta, ed è tutto da rifare. Molto meglio non provarci, è un tentativo inutile e si sbaglia comunque. Meglio limitarsi a seguirla. Anche perché nulla più del movimento sembra corrispondere a Liliana Cavani ed essere fulcro del suo cinema», ci avvisa giustamente la studiosa. Ogni suo film appare come una monade artistica, sempre però in relazione con l’intera filmografia della regista. Non è un caso che spesso LILIANA CAVANI rivisita i suoi film, li rimodella, assecondando una nuova visione sui personaggi e sui temi trattati: il Francesco di Assisi (1966) è “così lontano e così vicino” al suo (?) remo del Francesco (1989), così come il tema dell’esclusione viene trattato ne L’ospite (1971) e poi ripreso diversi anni dopo in Dove siete? Io sono qui (1993). Progressivamente l’intero corpus filmico della Cavani assume connotazioni sempre più simboliche, psicoanalitiche, non offrendo quindi mai acquisizioni sicure, ma proponendo sempre degli interrogativi. Il suo cinema è più volto a dividere che a suscitare consensi, a problematizzare la riflessione, la considerazione critica.

    L’enigmaticità del reale nel suo cinema deriva prima di tutto dallo sguardo libero, spontaneo e demistificatore della regista, votato a guardare alla realtà senza i manicheismi imposti dal dualismo ideologico con le sue formule aprioristiche di interpretazione della realtà. «Ritengo i miei film dei drammi autentici, classici quasi. Forse si tratta di intendersi sulla 'struttura drammatica'. Pongo sempre individui al centro di uno scandalo rappresentato da loro stessi per il fatto di essere così come sono. Lo conduco fino alle estreme conseguenze senza fare il moralino finale: mi si rimprovera di non “risolvere” (ci sono già tanti moralisti a risolvere…)» (Cavani).

    Le dichiarazioni della regista sono tratte da: Ciriaco Tiso, Liliana Cavani, Il Castoro Cinema, La Nuova Italia, Firenze, 1975; Gaetana Marrone, Lo sguardo e il labirinto. Il cinema di Liliana Cavani, Marsilio, Venezia, 2003; Giacomo Martini, Piera Raimondi Cominesi, Davide Zanza, Una regione piena di cinema. Liliana Cavani, Falsopiano, Alessandria, 2008; Francesca Brignoli, Liliana Cavani. Ogni possibile viaggio, Le Mani, Genova, 2011.

    IL PROGRAMMA:

    martedì 27

    ore 17.00

    Francesco d’Assisi (1966)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto e sceneggiatura: Tullio Pinelli, L. Cavani; fotografia: Giuseppe Ruzzolini; musica: Peppino De Luca; montaggio: Luciano Gigante; interpreti: Lou Castel, Giancarlo Sbragia, Maria Grazia Marescalchi, Riccardo Cucciolla, Ludmilla Lvova, Kenneth Belton; origine: Italia; produzione: Rai; durata: 105’

    «Il Francesco è un film classico e d’avanguardia insieme, come è d’altronde emozionante, e al tempo stesso lucido nella costruzione strutturale. Nel momento in cui Rossellini, con La prise du pouvoir par Louis XIV, ricerca la geometricità classica di un cinema per lui diverso, la Cavani rende forse inconsciamente omaggio al primo cinema rosselliniano ritrovandone la purezza essenziale attraverso la composizione di una immagine nuda, che trasforma in stile la stessa povertà di mezzi, come il suo protagonista Francesco trasforma in “santità” la sua “povertà” esistenziale» (Tiso). «Ho fatto il film su Francesco […] mio malgrado. Io non ho avuta alcuna educazione cattolica, il soggetto non mi interessava in maniera particolare. Ma ho letto il libro di Sabatier che fa di Francesco un ragazzo di tutte le epoche, quindi anche della mia, e ciò mi ha interessato. Per questo si è detto che si tratta di un film sul primo contestatore. […] E Lou Castel che era sconosciuto nel 1965 si è tal punto innamorato del personaggio da identificarsi completamente con lui. È da quel momento che nacque la sua vocazione rivoluzionaria» (Cavani).

    ore 19.00

    Galileo (1968)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto e sceneggiatura: Tullio Pinelli, L. Cavani; collaborazione alla sceneggiatura: Fabrizio Onofri; fotografia: Alfio Contini; scenografia e costumi: Ezio Frigerio; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Cyril Cusack, Giulio Brogi, Gheorghi Koldjancev, Paolo Graziosi, Lou Castel, Miroslav Mindov; origine: Italia/Bulgaria; produzione: Fenice Cinematografica, Rizzoli Film, Kinozenter; durata: 108’

    Galileo Galilei si trova a Padova dove insegna fisica all’Università. Qui cominciano a serpeggiare le idee di Giordano Bruno e i principi di Copernico sul sistema solare. Attraverso lunghi studi, Galileo si convince che il Sole e non la Terra è al centro del sistema dell’universo. Chiamato a Roma per mostrare e spiegare le sue ricerche, viene invitato dal Cardinal Bellarmino e dal Papa stesso a soprassedere a tali studi poiché le sue affermazioni sono ai limiti dell’eresia. Presentato al Festival di Venezia nel 1968. «Il film brucia quasi completamente gli schemi convenzionali del cinema biografico e trasforma la ricostruzione del passato in azione presente. È, insieme, la tragedia di un uomo in anticipo sui tempi e la storia di una ingenuità» (Morandini). «Le puntate dovevano essere due, come le miniserie di oggi, ma doveva essere in primis per il cinema. Il produttore era Leo Pescarolo, lo stesso del Francesco, col quale iniziò il suo mestiere. Il film venne apprezzato subito, fu scelto per il Festival di Venezia e fu comprato per essere distribuito in sala dalla Cineriz. Fu giudicato subito troppo anticlericale e la Rai non solo non lo ha trasmesso, ma anni dopo, quando ci fu un socialista a dirigere il primo canale che progettò di trasmetterlo, si scoprì che non c’era neanche più un documento che attestasse la proprietà Rai per i diritti Tv. Eppure il mio contratto di regia e sceneggiatura, insieme a Tullio Pinelli, e di regia è stipulato dalla Rai. La Cineriz, dopo averlo comprato, decise di non distribuirlo. Andreotti aveva chiesto ad Angelo Rizzoli senior la cortesia di non mostrarlo nelle sale perché nel film la Chiesa faceva una pessima figura. Come è facile capire, il mondo è sempre quello, e non si vigila mai abbastanza. Ci fu però una vendetta. La San Paolo Film noleggiò il film alle scuole superiori italiane e così tanti ragazzi hanno potuto vederlo. Spesso mi è successo di incontrare persone che l’hanno visto a scuola» (Cavani).

    ore 21.00

    Incontro di notte (1961)

    Regia, soggetto e sceneggiatura: Liliana Cavani; fotografia: Giulio Spadini; scenografia: Pasquale D’Alpino; interpreti: Romano Ghini, Annabella Incontrera, Ababakan Samba; origine: Italia; produzione: CSC; durata: 10’

    Un incontro di notte fra un uomo sposato e un musicista. Ubriachi, si recano a casa del primo, dove la moglie dorme. Il marito la sveglia, mentre dalla strada giunge la musica del fugace amico. Frammento di vita (notturno), in bianco e nero, intimista e minimal. «La qualità del lavoro, la definizione dei caratteri e dell’intreccio fanno di questo cortometraggio una prova interessante, che anticipa in nuce elementi distintivi della Cavani matura. Soprattutto, in Incontro di notte la giovane regista dimostra di saper già creare quell’atmosfera di suspense che si ritroverà nelle prove della maturità. È una tensione palpabile, che invade lo spazio e domina i personaggi, privi di stranezze evidenti, e prelude a qualcosa che potrebbe accadere ma di cui non si scorgono presagi riconoscibili e codificati» (Brignoli).

    a seguire

    La battaglia (1962)

    Regia, soggetto e sceneggiatura: Liliana Cavani; fotografia: Antonio Piazza; costumi: Rosalba Menichelli; interpreti: Antonio Menna, Daniela Igliozzi, Samba Abacan, Rosanna Santoro, Ireneo Petruzzi, Nili Arutay; origine: Italia; produzione: CSC; durata: 30’

    Un gruppo di giovani si riunisce in riva a un lago: ben presto affiorano tensioni e rivalità, che trovano un’eco nella rappresentazione fra i ruderi di un teatro della favola di Teseo e il Minotauro. Il riferimento alla mitologia dà alla vicenda un connotato simbolico che travalica i limiti di un semplice conflitto giovanile per svelare cicatrici più profonde. «Come per Incontro di notte (ma con sviluppo ed esito decisamente diversi), al centro della scena la giovane regista mette due uomini intorno a una donna; e, ancora c’è il diverso, l’uomo nero, che osa scandalosamente vivere come un bianco, occupando, anche fisicamente […] gli spazi spettanti all’altro, che si sente defraudato di ciò che quasi per diritto divino ritiene spettargli. […] Là dove nel corto del 1961 l’incontro tra due uomini intorno a una donna si risolveva in ode al desiderio, al sogno (alla gioventù), creando un’atmosfera sospesa, a tratti poetica, qui è tutto contrapposizione violenta, a partire dal bianco e nero fortemente contrastato, ai limiti della sovraesposizione. Una violenza incombente, che interviene anche nello stile, con la volontà di creare immagini “scomode”, privilegiando piani di ripresa obliqui, con l’obiettivo sempre in diagonale a fotografare volti, corpi (spesso sdraiati), di sbieco, raramente centrali […]: come a seguire il precipitare delle rive verso le acque del lago e insieme delle passioni verso l’inevitabile esito di morte» (Brignoli). Selezionato per il Festival di San Sebastian, 1962.

    a seguire

    I cannibali (1969)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto: L. Cavani; sceneggiatura: L. Cavani, Italo Moscati, Fabrizio Onofri; fotografia: Giulio Albonico; scenografia e costumi: Ezio Frigerio; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Britt Ekland, Pierre Clementi, Tomas Milian, Delia Boccardo, Marino Masè, Francesco Leonetti; origine: Italia; produzione: Doria Cinematografica, San Marco Produzione; durata: 87’

    «Liliana Cavani, partendo dalla leggenda, ha avuto un grande lampo, un’idea che davvero poteva essere il trampolino di lancio per una potentissima fantasia: uno spettacolo che riproponeva in termini attuali l’eterno problema del potere assoluto, che si fonda sulla negazione dei diritti umani e l’oppressione armata. [...] Ebbene, la Cavani immagina che uno di questi governi tirannici proceda all’eliminazione generale e immediata di tutti gli oppositori, ordinando che si spari senza discriminazione né giudizio dove si trovano, nelle vie, nelle piazze, nei tram, nel metrò, prescrivendo insieme che nessuno, pena la morte, non soltanto rimuova, ma nemmeno tocchi quei cadaveri. L’azione del film si apre così su una delle più incredibili, bizzarre e insieme agghiaccianti successioni di immagini. [...] Su un marciapiede qualcosa fa mucchio per terra, che, poi si capisce, è un corpo d’uomo disteso [...]. Ma ecco più in là un altro. E subito un altro. E allora si capisce che sono cadaveri [...]. Purtroppo la formidabile invenzione dell’inizio, quel panorama di immagini inesorabili nella loro atrocità, e stupende nella loro surreale evidenza, [...] ha poi dei cedimenti durante il racconto. [...] E tuttavia non c’è dubbio che, con tutti i suoi squilibri, I cannibali resta un film di grande interesse e novità» (Sacchi). Grandi prove di Clementi e Milian. «Volevo raccontare l’Antigone di Sofocle all’interno di un contesto attuale. L’idea di ispirarmi a quel testo, che è un canto sulla libertà della persona contro leggi imposte dalla dittatura dei gruppi di potere, inseriva inevitabilmente il film dentro la poetica della contestazione. Come anche per Francesco, la gran parte della forza de I cannibali risiede nel linguaggio. Doveva avere un sapore epico, non di cronaca, perché non era la storia di una ragazza ribelle che incontra un ragazzo strano… ecc. ecc. Era una specie di “racconto morale” con riferimento ad un’etica scritta nella testa di tutti gli esseri umani, se solo riescono a percepirla. Non era possibile la prosa del racconto morale» (Cavani).

    mercoledì 28
    ore 17.00

    L’ospite (1972)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto e sceneggiatura: L. Cavani; fotografia: Giulio Albonico; scenografia: Giuseppe Crisolini; costumi: Fiorella Mariani; montaggio: Andreina Casini; interpreti: Lucia Bosè, Peter Gonzales, Glauco Mauri, Giancarlo Maio, Alvaro Piccardi, Maddalena Gillia; origine: Italia; produzione: Lotar Film, Rai; durata: 94’

    Il difficile reinserimento degli ammalati psichici nella vita normale, dopo la guarigione, in un film della Cavani che unisce i modi dell’inchiesta a quelli della pellicola a soggetto, seguendo le vicende di un’ex ricoverata in manicomio affettuosamente seguita da uno scrittore che si è interessato al suo caso. «“Dionisio era il dio pazzo, che abbatte i confini, libera i prigionieri, che abolisce la repressione e abolisce soprattutto il distacco dell’uomo dalla natura”. La frase, pronunciata dallo scrittore, è l’epigrafe con cui Liliana Cavani apre il suo quarto lungometraggio, una riflessione sulla malattia mentale come possibilità, per ognuno, di trovarsi al di qua o al di là del confine tra normalità e devianza, salute e malattia. L’ospite è un film di piccoli piani sequenza, che permettono di concentrarsi su Anna, sul suo volto, sul farsi del suo percorso psichico, in un continuo peregrinare al di qua e al di là di muri reali e figurati – del manicomio, della casa di famiglia, della società (sono le porte, aperte e chiuse, che tornano con insistenza) tra passato e presente, vita reale e vita immaginata, desiderata e messa mentalmente in scena» (Brignoli). «Rimasi sconvolta; in quegli anni la legge Basaglia ancora non era entrata in vigore e quei posti sembravano dei veri e propri lager. Parlai con alcuni malati e con alcune infermiere grottesche e spaesate» (Cavani).

    Ingresso gratuito - Per gentile concessione di Rai Teche

    ore 19.00

    Milarepa (1973)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto e sceneggiatura: L. Cavani, Italo Moscati, liberamente tratto da Tibet’s Great Yogi Milarepa; fotografia: Armando Nannuzzi; scenografia e costumi: Jean Marie Simon; musica: Daniele Paris; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Lajos Balazsovits, Paolo Bonacelli, Marisa Fabbri, Marcella Michelangeli, George Wang; origine: Italia; produzione: Lotar Film, Rai; durata: 108’

    Un giovane studente, che ha tradotto l’opera sulla vita dello yogi tibetano Milarepa, accompagna in auto all’aeroporto il suo professore e la moglie, ma i tre hanno un incidente. Mentre la donna va a cercare aiuto, il giovane narra le vicende di Milarepa al professore rimasto ferito. Il film continua la ricerca che la Cavani ha cominciato nei due film precedenti e come nota Ciriaco Tiso: «Contrariamente al Francesco, che era una ricerca della mitologia del e nel reale attraverso il realismo nudo della struttura, e al contrario anche de I Cannibali dove, invece, il mito giungeva dalla lontana dimora dell’arcaicità […], in Milarepa il mondo moderno si rivolge al passato, l’oggi si rivolge al ieri» E ancora sulla forte stilizzazione della messa in scena Tiso aggiunge: «Tutto ciò spinge lo spettatore ad un viaggio non in un Tibet reale ma in un Tibet immaginato con una operazione assolutamente mentale e filmica. Ecco perché, alla fine di tutto, il film inizia lo spettatore ad un viaggio nel proprio “inconscio”, provocandolo a seguire Milarepa nel suo itinerario spirituale, e a spogliarsi così della propria alienazione, compiendo la ricerca che lui compie». «Milarepa vive nella continua ricerca del superamento dei suoi limiti: prima la sua ricerca di potere e di vendetta, poi di grandezza. Infine approda alla libertà. La sua continua indagine interiore gli fa superare i limiti e gli ingorghi dell’ignoranza perché è l’ignoranza che spinge a credere nella morte. […] Il film andò in concorso a Cannes soprattutto, penso, grazie alla fama che mi ero fatta in Francia per lo scalpore provocato, un anno prima, dall’uscita de Il portiere di notte (distribuito prima in Francia e poi in Italia). La Rai era produttrice di Milarepa, ma i suoi funzionari non organizzarono una conferenza stampa, neanche un foglietto per i giornalisti con qualche indicazione sul film. Tuttavia, il film trovò un distributore indipendente che lo fece uscire in Francia. In Italia fu la gloriosa AIACE, minigruppo indipendente fatto di associati cinefili, a far stampare 10 copie del film che stettero nelle sale d’essai fino a sbriciolarsi» (Cavani).

    ore 21.00

    Incontro con Liliana Cavani

    a seguire

    Il portiere di notte (1974)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto e sceneggiatura: Barbara Alberti, L. Cavani, Italo Moscati, Amedeo Pagani; fotografia: Alfio Contini; scenografia: Nedo Azzini, Jean Marie Simon; costumi: Piero Tosi; musica: Daniele Paris; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Dirk Bogarde, Charlotte Rampling, Philippe Leroy, Gabriele Ferzetti, Giuseppe Addobbati, Isa Miranda; origine: Italia; produzione: Lotar Film; durata: 118’

    In un albergo di Vienna, nel 1957, una sopravvissuta alla tragedia dei campi di concentramento, Lucia Atherton, ritrova il suo aguzzino, con cui riallaccia un rapporto schiavo-padrone. Trasferitasi a casa dell’uomo, mentre un gruppo di sicari nazisti le sta dando la caccia, Lucia spinge la relazione fino all’annientamento reciproco. Uno dei lungometraggi più discussi degli anni Settanta, diretto da una regista in stato di grazia e causa di un dibattito che all’epoca fece il giro del mondo. Raramente nella storia del cinema il rapporto vittima-carnefice è stato esplorato con tanta lucidità, e i due protagonisti, la Rampling e Bogarde, sono indimenticabili. «Sequestrato, assolto, risequestrato e bloccato per un anno, rimane un film straziante, atroce testimonianza del nazismo. Con questo film, impensabile senza l’analisi materiale e psicologica del nazismo vagliata durante gli anni dell’apprendistato documentaristico, la Cavani sposa sul piano artistico la complicità delle immagini con una pulsione voyeuristica. Lo spazio dell’esperienza si identifica ora con il dominio dello sguardo, metafora di violazione e di potere» (Gaetana Marrone). «Il film Portiere di notte di Liliana Cavani è una prova definitiva di grande maturità e sapienza del suo autore che io stimo già da opere precedenti come I cannibali e Milarepa. Portiere di notte è un film straziante crudele e terribile che ti lascia senza fiato – recitato alla perfezione da tutti e specialmente dai due magnifici protagonisti Dirk Bogarde e Charlotte Rampling e infine da Isa Miranda e Philippe Leroy. È un film costruito con rara sapienza ed equilibrio ed è un film che rimarrà come un’altra atroce testimonianza del nazismo. Spero che presto l’opera di Liliana Cavani esca senza tagli e senza assurdi interventi per tutti i pubblici del mondo. E sono sicuro del suo successo ovunque» (Luchino Visconti). «Credo che in ogni ambiente, in ogni rapporto, ci sia una dinamica vittima-carnefice più o meno chiaramente espressa e generalmente vissuta a livello non cosciente. Il grado di maturità di ciascuno fornisce un freno più o meno consistente a questa carica che resta così più o mena repressa. La guerra non fa altro che da detonatore: allarga il campo delle possibilità e dell’espressione, rompe i freni, apre le dighe. I miei protagonisti attraverso la guerra hanno rotto i freni e vivono lucidamente i loro ruoli. Si tratta di ruoli scambievoli» (Cavani).

    Ingresso gratuito

    giovedì 29
    ore 17.00

    Al di là del bene e del male (1977)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto: L. Cavani; sceneggiatura: Franco Arcalli, Italo Moscati; fotografia: Armando Nannuzzi; costumi: Piero Tosi; musica: Daniele Paris; montaggio: F. Arcalli; interpreti: Dominique Sanda, Erland Josephson, Robert Powell, Virna Lisi, Philippe Leroy, Carmen Scarpitta; origine: Italia/Francia/Germania; produzione: Clesi Cinematografica, Lotar Film, Les Artistes Associés, Artemis; durata: 127’

    «Liberamente ispirato alla realtà storica, è il romanzo di una donna e due uomini – Lou Von Salomé, Friedrich Nietzsche, Paul Rée – che verso la fine dell’Ottocento cercano di attuare una trinità sentimentale. Chi conduce il gioco sovversivo del desiderio – la cui logica si scontra con quella del potere – è la donna e suo (della regista) il punto di vista sugli avvenimenti. Scritto con Italo Moscati e Franco (Kim) Arcalli e sostenuto da un apparato figurativo di sfarzo viscontiano, è un film denso, ambizioso, fin troppo esplicativo, un po’ raffazzonato nelle plurime ispirazioni letterarie, compiaciuto nel suo indugio sul tema dell’“andare fino in fondo”» (Morandini). «Mi sono sentito scrutare da uno sguardo di donna. Una donna che ha per me una identità composita, che è insieme Liliana Cavani, Dominique Sanda, Lou Salomé, ma anche certe donne con cui ho vissuto situazioni analoghe. Ho colto per una volta qualcosa di simile a una passione possessiva, una passione vera ma finita in un’impasse. L’ho colta attraverso uno sguardo che non era più mio, lo sguardo di un uomo con quel che ha dentro di “sovradeterminazione del potere”» (Guattari). «Tradizionalmente, un uomo pensa che debba vivere con una donna e una donna con un uomo. In realtà, la vita, la si può inventare e Lou Salomé cerca di inventare la propria vita con un rapporto a tre. Questo rapporto non è sessuale […]. Perché, dunque, la storia di questi tre personaggi mi ha affascinato? Per la sua importanza culturale, come comunicazione di esperienze. Il loro progetto privato è diventato esemplare, simbolico, in quanto l’hanno trasmesso attraverso gli scritti, la loro forma di comunicazione. È un caso in cui il privato diviene pubblico» (Cavani).

    ore 19.15

    La pelle (1981)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto: dal romanzo omonimo di Curzio Malaparte; sceneggiatura: Robert Katz, L. Cavani; fotografia: Armando Nannuzzi; scenografia: Dante Ferretti; costumi: Piero Tosi; musica: Lalo Schifrin; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Marcello Mastroianni, Ken Marshall, Claudia Cardinale, Burt Lancaster, Alexandra King, Carlo Giuffré: origine: Italia/Francia; produzione: Opera Film Produzione, Gaumont; durata: 134’

    Napoli 1944. Il generale Cork, comandante della 5ª Armata americana, è preso dalle trattative con Marzullo, mafioso locale, che per consegnargli 112 tedeschi catturati durante le quattro giornate di insurrezione esige dagli americani una tangente di cento lire al chilo, suscettibile di forti aumenti, per ogni prigioniero. Il tramite per condurre il patteggiamento è Curzio Malaparte, a cui viene anche dato l’incarico, per compiacere la moglie aviatrice di un senatore americano, di organizzare una cena stile Rinascimento che abbia come clou una “sirena” dell’acquario di Napoli che sembra una bambina. Intanto nei “bassi” le madri vendono i figli ai marocchini e Jim, il giovane tenente di collegamento, si innamora di una ragazzina che scoprirà poi essere in vendita, pubblicizzata da suo padre come l’unica vergine esistente in città. «La negazione dei valori culturali, causata dall’incontro tra gli eserciti di liberazione e un popolo antico, si configura nella topografia di una città vinta, corrotta da un flagello nuovissimo, in cui la pelle, l’unica merce di scambio, con la sua opacità un po’ mostruosa, diviene “la carta geografica del mondo” sul piano dell’immagine, della metafora, dell’universale condizione umana» (Marrone). «Mi ha attratto la perennità degli eventi. Ci sono fatti che si ripetono nella Storia. Accadde a Troia attraversata dagli Achei quello che accadde a Napoli invasa dagli alleati. Nel romanzo Malaparte scrive che le guerre le perdono sempre e soprattutto le donne e i bambini. Ed è sempre più vero. Napoli, città antica come Ninive o Babilonia ma sopravvissuta, nel film simboleggia l’Italia intera attraversata e tartassata da Sud a Nord da militari di svariati paesi, tedeschi prima, Alleati dopo. Si ebbe la libertà infine, ma certo fu pagata cara. Del romanzo poi mi ha attratto lo humour nero del protagonista (Malaparte stesso) interpretato da Mastroianni con grande finezza. Il film andò a Cannes dove provocò entusiasmo e anche irritazione. Le guerre raccontate come nel mio film non sono gradite ai moralisti. Non perché essi detestino le guerre e siano pacifisti, ma perché le guerre si fanno e basta ed è sconveniente sviscerare come si facciano, purché si vinca» (Cavani).

    ore 21.45

    Oltre la porta (1982)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto e sceneggiatura: L. Cavani, Enrico Medioli; fotografia: Luciano Tovoli; scenografia: Dante Ferretti; costumi: Piero Tosi; musica: Pino Donaggio; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Marcello Mastroianni, Eleonora Giorgi, Tom Berenger, Michel Piccoli, Paolo Bonetti, Cicely Brown; origine: Italia; produzione: Cineriz Distributori Associati, Futurfilm ’80, Rai; durata: 105’

    «La regista chiama Oltre la porta “un giallo psicologico”, una specie di complotto famigliare, che racconta la storia di tre personaggi invasati dal loro mondo privato. Ambientato a Marrakech, nell’architettura labirintica della sua Medina, la vicenda sviluppa un’appassionata relazione d’amore tra Nina (Eleonora Giorgi) e il patrigno Enrico (Marcello Mastroianni). Nina tiene Enrico sequestrato in prigione (dove sta scontando la pena per il presunto assassino della moglie) così da poterlo controllare. L’intenso rapporto è sconvolto dall’arrivo di un ingegnere minerario americano (Tom Beregner), che fa una corte spietata a Nina. Per la Cavani, oltre la porta c’è spesso “qualcosa che scompagina le carte del gioco. Ci può essere la scoperta della verità o l’apparenza della verità”» (Marrone). «Il sequestro di persona è un dato anche frequente. Spesso si legge di uomini che perseguitano donne fino ad ucciderle perché esse vogliono interrompere la relazione. In tanti uomini c’è questo istinto di proprietà assoluta della partner come se fosse la loro schiava, che spetta loro di diritto. È un’aberrazione sociale ancor prima che individuale. Nel film ad operare il sequestro è la donna, caso meno frequente. È il mio film meno riuscito perché il meno chiarito nella mia testa. Voleva essere comunque un racconto sulla manipolazione che molte persone operano sul o sulla partner, convinti di amare» (Cavani).

    Copia proveniente dalla Cineteca di Bologna

    venerdì 30

    ore 17.00

    Interno berlinese (1985)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto: liberamente tratto dal romanzo La croce buddista di Junichiro Tanizaki; sceneggiatura: L. Cavani, Roberta Mazzoni; fotografia: Dante Spinotti; scenografia: Luciano Ricceri; costumi: Alberto Verso; musica: Pino Donaggio; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Gudrun Landgrebe, Kevin McNally, Mio Takaki, Massimo Girotti, Philippe Leroy, William Berger; origine: Italia/Germania; produzione: Cannon; durata: 118’

    Nella Berlino del 1938, proprio mentre il regime nazista intensifica le sue campagne di moralizzazione, Louise von Hollendorf e suo marito Heinz vengono entrambi sedotti da Mitsuko, figlia dell’ambasciatore giapponese: dall’incontro nasce un triangolo morboso. Con uno stile decadente e raffinato, a cui contribuiscono gli eccellenti Spinotti e Donaggio per la fotografia e la colonna sonora, Liliana Cavani trapianta nella Germania nazista l’erotismo di Junichiro Tanizaki, con effetti suggestivi. «Quell’angelo demonio [Mitsuko] Liliana Cavani lo ha trascritto con molta finezza, andando a fondo nella sua psicologia irta di enigmi e conducendo avanti il suo incontro-scontro con gli altri due, mettendo in vellutata evidenza il suo ruolo di perfido ma segretissimo carnefice i cui moventi, visti solo dalle sue vittime, attraverso i suoi gesti, non sono mai chiariti del tutto, rimanendo – come spesso i personaggi di Tanizaki – confinati in limbi misteriosi, all’insegna soprattutto dell’ambiguità» (Rondi). «Dal momento che nulla può contrastare di più con la repressa moralità ufficiale della Germania nazista dell’abbandono appassionato che prende i miei personaggi, non era necessario mostrare né svastiche né camicie brune, e neppure far vedere Hitler che sbraita ai microfoni. Quell’atmosfera asfissiante è implicita in ogni inquadratura» (Cavani).

    ore 19.15

    Francesco (1989)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto: L. Cavani; sceneggiatura: L. Cavani, Roberta Mazzoni; fotografia: Giuseppe Lanci e Ennio Guarnieri per le riprese a Perugia; scenografia e costumi: Danilo Donati; musica: Vangelis; montaggio: Gabriella Cristiani; interpreti: Mickey Rourke, Helen Bonham-Carter, Paolo Bonacelli, Mario Adorf, Fabio Bussotti, Hans Zischler; origine: produzione: Istituto Luce-Italnoleggio Cinematografico, Karol Film, Rai, Royal Film; durata: 157’

    Alcuni anni dopo la morte di Francesco d’Assisi, Chiara e cinque confratelli del Santo si riuniscono in cima ad un poggio. A turno, essi ricordano episodi e momenti della vita di quell’essere straordinario, che sconvolse le loro esistenze, attirandoli con parole e con esempi di amore e di pace, in linea con il Vangelo. Leone annota sul suo quaderno spunti e ricordi toccanti; gli altri (Pietro Cattani che sapeva di legge, Bernardo, già notaio del padre del Santo, Angelo ex-uomo d’armi e Rufino) lo aiutano a redigere il suo memoriale. «È un film sensuale, pervaso di un amore libero e totale che si attua attraverso l’atto eucaristico del dono che Francesco fa di sé, del proprio corpo. Così si dà completamente alla fiumana di poveri nella sequenza della baraccopoli (al termine della quale, reduce da una lunga veglia di paure ed emozioni, dorme rannicchiato accanto al Crocefisso); è con il corpo che fa suo Cristo abbracciando la croce, allo stesso modo accoglie il lebbroso; ancora, con l’abbraccio cerca di placare la disperazione di un malato; infine getta se stesso sul condannato all’impiccagione per difenderlo. È specchio di un amore che va al di là di ogni giudizio, per una vita fatta di esperienza concreta, di contatti con gli uomini e con il creato fino all’altissimo contatto con Dio» (Francesca Brignoli). «Mi piacque Mickey Rourke moltissimo ne L’anno del dragone di Michael Cimino e così lo cercai per Francesco. Ero contraria ad una visione di Francesco santino fragile. Mi è sempre piaciuta l’immagine che ne dà Giotto nella Basilica di S. Francesco ad Assisi. Giotto lo illustra come un ragazzo forte e normale. Del resto Francesco si era preparato per fare il cavaliere di ventura, quindi a usare le armi che allora erano pesanti spadoni da reggere stando a cavallo. Mickey porta la sua prestanza e un sorriso indifeso. Porta poi soprattutto la sua bravura grandissima di attore. La cattiva stampa ha dato quasi l’idea di un pugile prestato alla recitazione. È vero il contrario. Mickey ha studiato recitazione con Sandra Seacat a New York risultando tra i migliori. Ho lavorato con bravi e grandi attori. Mickey mi è parso il più bravo. Il suo metodo gli permette di estraniarsi fino ad attingere energia ad una pura sorgente nel profondo di se stesso. E così l’uomo che ad un certo punto nel fiore degli anni cambia vita di netto non è un debole o un bacato, ma un uomo virile, anche bello, che dà tutto se stesso a quel Gesù del quale desidera sentirsi fratello minore» (Cavani).

    sabato 1

    ore 17.00

    Il portiere di notte (1974)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto e sceneggiatura: Barbara Alberti, L. Cavani, Italo Moscati, Amedeo Pagani; fotografia: Alfio Contini; scenografia: Nedo Azzini, Jean Marie Simon; costumi: Piero Tosi; musica: Daniele Paris; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Dirk Bogarde, Charlotte Rampling, Philippe Leroy, Gabriele Ferzetti, Giuseppe Addobbati, Isa Miranda; origine: Italia; produzione: Lotar Film; durata: 118’

    In un albergo di Vienna, nel 1957, una sopravvissuta alla tragedia dei campi di concentramento, Lucia Atherton, ritrova il suo aguzzino, con cui riallaccia un rapporto schiavo-padrone. Trasferitasi a casa dell’uomo, mentre un gruppo di sicari nazisti le sta dando la caccia, Lucia spinge la relazione fino all’annientamento reciproco. Uno dei lungometraggi più discussi degli anni Settanta, diretto da una regista in stato di grazia e causa di un dibattito che all’epoca fece il giro del mondo. Raramente nella storia del cinema il rapporto vittima-carnefice è stato esplorato con tanta lucidità, e i due protagonisti, la Rampling e Bogarde, sono indimenticabili. «Sequestrato, assolto, risequestrato e bloccato per un anno, rimane un film straziante, atroce testimonianza del nazismo. Con questo film, impensabile senza l’analisi materiale e psicologica del nazismo vagliata durante gli anni dell’apprendistato documentaristico, la Cavani sposa sul piano artistico la complicità delle immagini con una pulsione voyeuristica. Lo spazio dell’esperienza si identifica ora con il dominio dello sguardo, metafora di violazione e di potere» (Gaetana Marrone). «Il film Portiere di notte di Liliana Cavani è una prova definitiva di grande maturità e sapienza del suo autore che io stimo già da opere precedenti come I cannibali e Milarepa. Portiere di notte è un film straziante crudele e terribile che ti lascia senza fiato – recitato alla perfezione da tutti e specialmente dai due magnifici protagonisti Dirk Bogarde e Charlotte Rampling e infine da Isa Miranda e Philippe Leroy. È un film costruito con rara sapienza ed equilibrio ed è un film che rimarrà come un’altra atroce testimonianza del nazismo. Spero che presto l’opera di Liliana Cavani esca senza tagli e senza assurdi interventi per tutti i pubblici del mondo. E sono sicuro del suo successo ovunque» (Luchino Visconti). «Credo che in ogni ambiente, in ogni rapporto, ci sia una dinamica vittima-carnefice più o meno chiaramente espressa e generalmente vissuta a livello non cosciente. Il grado di maturità di ciascuno fornisce un freno più o meno consistente a questa carica che resta così più o mena repressa. La guerra non fa altro che da detonatore: allarga il campo delle possibilità e dell’espressione, rompe i freni, apre le dighe. I miei protagonisti attraverso la guerra hanno rotto i freni e vivono lucidamente i loro ruoli. Si tratta di ruoli scambievoli» (Cavani).

    ore 19.15

    Dove siete? Io sono qui (1993)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto e sceneggiatura: L. Cavani, Italo Moscati; fotografia: Armando Nannuzzi; scenografia: Luciano Ricceri; costumi: Alberto Verso; musica: Pino Donaggio; montaggio: Angelo Nicolini; interpreti: Chiara Caselli, Gaetano Carotenuto, Anna Bonaiuto, Valeria D’Obici, Ines Nobili, Ko Murobushi; origine: Italia; produzione: San Francisco Film, Rai, Sacis; durata: 104’

    Una storia d’amore fra due ragazzi non udenti che nasce in mezzo alle ostilità e all’indifferenza di molti. Fausto è di famiglia benestante e ha una madre che lo obbliga a dimenticare il suo handicap, forzandolo a comportarsi da “normale”. Elena, figlia di operai, ha dovuto abbandonare il liceo poiché la scuola non le forniva insegnanti specializzati e non riusciva a capire le lezioni. S’incontrano e trovano insieme la forza di reagire: Fausto all’ipocrisia che gli impedisce di riconoscersi per quello che è, Elena alla sfiducia e alle barriere d'ogni tipo che la ostacolano nel suo desiderio di studiare e di raggiungere mete consentite agli altri. L'esame di maturità di Elena, che Fausto ha convinto a tornare a scuola, è il banco di prova dei loro sentimenti e della scommessa di vita che hanno intrapreso. «Dove siete? Io sono qui rivisita delle tematiche che avevano già coinvolto la regista alla fine degli anni sessanta, in particolare quelle dell’isolamento e del silenzio esplorate in I cannibali e L’ospite. Da una parte, si attraversa il territorio accidentato degli istituti della famiglia e dell’insegnamento nella scuola di stato; dall’altra, l’enfasi rimane nelle forme di comunicazione, alla ricerca della propria identità originaria. […]. Un film solo in apparenza semplice, Dove siete? Io sono qui è elaborato intorno allo stile figurativo e gestuale degli attori, il cui parlato è lento, atono, ritmato alla tensione visibile del volto e del corpo. Le esibizioni Butoh sfruttano la potenzialità massima del cinema, quella della comunicazione per immagini: il palcoscenico si assume a luogo simbolico, una finestra sul mondo, in cui i movimenti del danzatore attingono a primitive energie vitali» (Marrone). «Penso che tutti possiamo aver voglia di sapere e di capire come vivono esseri umani abituati al silenzio profondo: che non hanno mai sentito, per esempio, la musica, e mai sentito pronunciare da altri il proprio nome. Penso che sia interessante confrontarci con persone che hanno paure diverse dalle nostre, in quanto non sono, non possono mai essere paure legate ai suoni o ai rumori… Ecco, i sordi vedono tutto senza il sonoro: e non solo le loro paure, ma il loro mondo emozionale, probabilmente, è diverso» (Cavani).

    ore 21.00

    Ripley’s Game (Il gioco di Ripley, 2002)

    Regia: Liliana Cavani; soggetto: dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith; sceneggiatura: Charles McKeown, L. Cavani; fotografia: Alfio Contini; scenografia: Francesco Frigeri; costumi: Fotini Dimou; musica: Ennio Morricone; montaggio: Jon Harris; interpreti: John Malkovich, Dougray Scott, Ray Winstone, Lena Headey, Chiara Caselli, Uwe Mansshardt; origine: Usa/Gran Bretagna/Italia; produzione: Cattleya, Dogstar Films, Fine Line Features, Baby Films, Mr. Mudd; durata: 106’

    Tom Ripley riesce a convincere un uomo a commettere un omicidio dietro il pagamento di una forte somma di denaro. La situazione però sfugge al controllo e il killer deve cercare di risolvere il problema. «C’è ancora chi si chiede come rappresentare il Male al cinema? Sì per fortuna: Liliana Cavani, che nel Gioco di Ripley, da Patricia Highsmith, rovescia le convenzioni di tanti action-thriller. Mettendo l’accento sulla trionfante amoralità di Ripley, dandy e assassino capace di indurre un pacifico corniciaio minato dalla leucemia a diventare un killer solo per il gusto del potere e, in ultima analisi, della seduzione. Un invito a nozze per John Malkovich: il suo criminale parvenu con villa del Palladio e amante clavicembalista ha i guizzi gelidi dello psicopatico e un torbido fascino superomistico che cercheremmo invano nell’insulso Ripley di Minghella o nel grottesco di Hannibal, altro esteta del crimine che di Ripley è l’evidente degenerazione. Ma è il sottile, perverso rapporto fra questo dandy criminale e il corniciaio che scopre in extremis la rischiosa arte del delitto, la chiave di questa sofisticata riflessione sul fascino del negativo. Percorsa da una certa ironia ma non per questo meno amara e violenta. Un bel ritorno per la Cavani. E la conferma che anche un film su commissione può essere molto personale» (Ferzetti). «Il film ha avuto molto successo nei paesi anglofoni, in Italia invece non è stato distribuito. Però c’è da dire che il film è troppo raffinato (lo è la storia in sé) per poter incontrare un grosso pubblico. Patricia Highsmith, dal cui romanzo è tratto, era una finissima psicologa. Ho voluto non tradirla perché mi piaceva fare di Ripley un reale personaggio immorale. Generalmente si pensa che gli immorali siano rozzi, o diabolici alla Al Pacino. Io penso invece che abbia ragione la Highsmith (che ritengo una grandissima analista della psiche umana) che descrive Ripley come un uomo amabile, incapace di alzare la voce e desideroso di coltivarsi e affinarsi» (Cavani).

    LA REDAZIONE

    Nota: Si ringrazia Susanna Zirizzotti (Ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia, Roma)


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