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    Roma - Centro Sperimentale di Cinematografia–Cineteca Nazionale - OMAGGIO A ERIC ROHMER

    Al Cinema Trevi (*) dal 28 FEBBRAIO al 3 MARZO

    27/02/2010 - La Cineteca Nazionale dedica un omaggio a ERIC ROHMER, scomparso nel gennaio scorso a 89 anni. Scrittore, critico, professore, ma soprattutto regista, ROHMER, il più anziano dei cineasti della Nouvelle Vague, organizzava le sue opere secondo cicli, come i grandi narratori dell’800: i sei racconti morali girati nel decennio tra il 1962 e il 1972; le commedie e i proverbi realizzati negli anni ‘80. Il suo è stato sempre e coerentemente un cinema parlato sull’amore e sulle infedeltà, dove il paesaggio, preferibilmente di campagna, e i rumori si uniscono volentieri al sublime e aristocratico chiacchiericcio.

    La rassegna sarà arricchita dai lavori di Michelangelo Buffa, autore indipendente, invisibile ed eccentrico. Documentarista attivo dagli inizi degli anni ‘60, ha preservato una dimensione amatoriale, realizzando, nell’ambito della produzione underground italiana, film in 8mm, Super8, 16mm, ed in video, a partire dal 1992.

    L’omaggio a ERIC ROHMER offre l’occasione per tracciare un’affinità elettiva fra il cinema del grande Maestro e l’opera di uno dei filmaker che, sulla scia della Nouvelle Vague, ha cercato di rinnovare il linguaggio filmico.

    Programma delle proiezioni:

    Domenica 28 febbraio

    ore 17.00

    Il raggio verde (Le Rayon vert, 1986)

    Regia: Eric Rohmer; soggetto: E. Rohmer; sceneggiatura: E. Rohmer, con la collaborazione di Marie Rivière; fotografia: Sophie Maintigneux; musica: Jean-Louis Valéro; montaggio: María Luisa García; interpreti: Marie Rivière, Béatrice Romand, Vincent Gauthier, Sylvie Richez, Virginie Gervaise, René Hernandez; origine: Francia; produzione: Les Films du Losange; durata: 98’

    «Dotata di una sensibilità superiore alla media, Marie (Rivière), un’impiegata parigina in vacanza, passa da un fallimento sentimentale all’altro, ma l’ultimo giorno incontra un ragazzo simpatico con il quale assiste al fenomeno del “raggio verde”, l’ultimo scintillio del sole quando tramonta sul mare, che dà il titolo a un’opera di Jules Verne» (Mereghetti). «Pur senza darci grandi emozioni, con molta grazia e affettuosa ironia traccia una silhouette, e stende un diario di minimi eventi, che hanno il respiro silenzioso della vita qual è, ma in cui trema la nevrosi e l’anima duole. Il segreto di Rohmer sta nel governare la semplicità della rappresentazione, nel cogliere l’universale dietro la facciata dell’ovvio, nella pittura sfumata di un carattere che trae colore dal gesto e dall’ambiente» (Grazzini).

    ore 19.00

    Reinette e Mirabelle (1987)

    Regia: Eric Rohmer; soggetto e sceneggiatura: E. Rohmer; fotografia: Sophie Maintigneux; scenografia: Joëlle Miquel; musica: Jean-Louis Valéro; montaggio: Marìa Luisa García; interpreti: J. Miquel, Jessica Forde, Philippe Laudenbach, François-Marie Banier, Jean-Claude Brisseau, Yasmine Haury; origine: Francia; produzione: Cer, Les Films du Losange; durata: 98’

    «Due ragazze s’incontrano proprio come Bouvard e Pécuchet all’inizio del romanzo di Flaubert (il riferimento è di Rohmer), e mentre diventano amiche commisurano ciò che le differenzia. Mirabelle (Jessica Forde) è cittadina, integrata e assolutamente “normale”; Reinette è campagnola, svitata e sempre disposta a vedere eventi e problemi sotto un profilo bizzarro. La prima ha raggiunto un pacifico compromesso con la realtà che la circonda, la seconda dovrebbe cambiare il mondo. Il film ce le mostra alle prese con la misteriosa liturgia della natura agreste (L’ora blu ricorda, oltre a Il raggio verde, anche Il pianeta azzurro del nostro Piavoli), gli isterismi (Il cameriere del caffè) e le disonestà del prossimo (Il mendicante, la cleptomane e l’imbrogliona, La vendita del quadro). Dietro l’apparente frettolosità, tra il cahier di note e lo sketch, si delineano importanti riflessioni intorno a temi vari della psicopatologia quotidiana, per esempio il rapporto tra la parola e il silenzio. Le protagoniste e gli altri interpreti-personaggi si adeguano con elegante semplicità al dettato dell’autore, il quale fa di tutto per incantarci o alternativamente farci sorridere tenendosi in pectore le sue conclusioni» (Kezich).

    APPENDICE FUTURISTA

    Dopo aver reso omaggio al centenario del futurismo con la rassegna Un mondo agitato: il Futurismo e il cinema (dicembre 2009) continuano le nostre perlustrazioni nei territori delle avanguardie con la proiezione di un fondamentale documentario contenente interviste esclusive a personaggi e testimoni dell’epoca. Un progetto nato addirittura nel 1979, con tecnologie ormai desuete, salvato dall’oblio grazie all’ostinazione del suo ideatore, Marco Rossi Lecce, e presentato, in una nuova veste, proprio in occasione del Centenario. Un viaggio, durato trent’anni, attraverso il futurismo e i supporti tecnologici che sarebbe sicuramente piaciuto a Marinetti.

    ore 20.45

    Sulle tracce del futurismo (2009)

    Regia: Maurizio Carrassi, Fabio Solimini; da un’idea e un progetto di Marco Rossi Lecce, in collaborazione con Enrico Crispolti; trattamento testi: Francesca Franco; musica: Alessandro Russo; grafica: Silvia Torri; origine: Italia; produzione: Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e Comunicazione; durata: 67’

    Ingresso gratuito

    Martedì 2 marzo

    ore 17.00

    La Femme de l’aviateur (La moglie dell’aviatore, 1981)

    Regia: Eric Rohmer; soggetto e sceneggiatura: E. Rohmer; fotografia: Bernard Lutic; montaggio: Cécile Decugis; interpreti: Philippe Marlaud, Marie Rivière, Anne-Laure Meury, Mathieu Carrière, Philippe Caroit, Coralie Clement, origine: Francia; produzione: Les Films du Losange; durata: 106’

    «Innamorato di Anne che rilutta, François suppone, sbagliando, che abbia per amante un aviatore. Quando s’accorge dell’errore, forse è tardi per riparare. Girato in 16 mm e 1° della serie Commedie e proverbi. Nel suo calcolato equilibrio tra patetismo e ironia è un film delizioso, di una frivolezza che ha echi profondi nelle regioni del cuore» (Morandini). «E se è vero, come riteniamo, che il cinema di Rohmer è sempre legato alla sfera del narcisismo (se non altro per i narratori dei contes, sintomaticamente prigionieri dell’autosservazione, propensi a elaborare sistemi morali di tipo speculativo, ossessionati dalla voce che vigila e sorveglia dall’esterno), ebbene anche François, che non è protagonista di un conte moral, rientra nella costellazione narcisista e ne assume il sintomo più classico, quello del ritiro dell’interesse libidico dagli oggetti, quel distacco dal mondo esterno che i black-out del sonno ben rappresentano» (Mancini).

    Versione originale con sottotitoli in italiano

    ore 19.00

    Il bel matrimonio (1982)

    Regia: Eric Rohmer; soggetto e sceneggiatura: E. Rohmer; fotografia: Bernard Lutic, Romain Winding, Nicolas Brunet; musica: Ronan Girre, Simon des Innocents; montaggio: Cécile Decugis, Lisa Heredia; interpreti: Béatrice Romand, André Dussolier, Arielle Dombasle, Féodor Atkine, Huguette Faget, Thamila Mezbah; origine: Francia; produzione: Les Films du Losange, Les Films du Carrosse; durata: 100’

    «Sabina fa la spola fra Parigi, dove ha un pied-à-terre, la casa della mamma e un negozio di antiquariato di Le Mans nel quale è commessa. Liquidato l’ultimo amante, guarda al matrimonio come all’antico traguardo delle nonne: la condizione naturale di quante vogliono sistemarsi con una bella casa, un bell’uomo, bei figli. Ed è sicura di raggiungerlo, fidando nella propria volontà e nelle proprie virtù di seduttrice. Invece fa un buco nell’acqua. Perché l’avvocato parigino su cui ha posto gli occhi, un buon partito ma il primo venutole a tiro, non pensa affatto ad accasarsi, e per quanto Sabina gli faccia la corte se ne tiene alla larga. [...] Chicca deliziosa, Il bel matrimonio è tutto un ricamo psicologico, trapunto da Rohmer e dall’attrice adorabile Béatrice Romand d’origine algerina (l’avvocato è André Dussollier) con un senso squisito dei ritmi di recitazione e della tenera ironia. [...] Splendido erede dei moralisti e di Marivaux, osservatore divertito delle ragazze di oggi, dotato di qualche punta amarognola e cattiva, Rohmer ci ha dato una opera soltanto in apparenza frivola. Al contrario, un referto sui giochi del Caso, un racconto di filosofia della vita incentrato sul tema della menzogna. Ma brillante e vivace, con dialoghi frizzanti e limpide immagini, da andare a vedere di corsa» (Grazzini).

    a seguire

    Scarti di memoria (1970-2001)

    Regia: Michelangelo Buffa; origine: Italia; durata: 27’

    «Quando è venne il tempo di abbandonare il video analogico per il digitale si sperimentò la grande duttilità e fluidità di manipolazione e gestione delle immagini facilmente immesse in un computer, con programma di montaggio, quindi organizzate, ripulite, ritoccate come meglio ci pareva. Allungai quindi questa duttilità … a ritroso… cioè tutto il materiale in pellicola che avevo accumulato sotto forma di film in 8mm, Super8mm e 16mm venne poco alla volta digitalizzato. A questo punto avevo tutto lì, a portata di mano, a disposizione, tutto il materiale era uscito dalla linea temporale vicino/lontano, per presentarsi su una linea orizzontale, totalmente compresente. Tutto era come nuovo! Così cominciai a rivedere i montaggi, non per cambiarli ma per ripulirli, ridando una veste meno “sporca” a tutti i film che da allora non potevano che presentarsi come dei…”videofilm”. In questa vasta ed ingombrante operazione di attualizzazione delle immagini girate e dei film e video montati, mi imbattei in una scatola di ex biscotti Lazzaroni… conteneva piccole bobine 8mm accompagnate da un foglio con la scritta “Scarti”… erano pellicole al tempo scartate poiché, per il contenuto o per la mediocre qualità, non avevano trovato ospitalità in nessuno dei film allora realizzati, erano rimasti scarti! Il mio amore per le immagini, per l’immagine intesa come cosa facente resistenza alla trasparenza (che considero oscena, pornografica ed oggi viviamo sotto il dominio ideologico della trasparenza assoluta!), come superficie opaca che non invita al farsi trapassare dallo sguardo ma invita a materializzarsi nella sua impurità espressiva, mi diede l’idea di riutilizzare quelle immagini abbandonate per realizzare dei microfilm dove la loro opacità, la loro materialità venisse esaltata al fine di produrre emozioni visive. Per realizzare ciò ho feci appello alla musica senza la quale i microfilm in questione perderebbero parte del loro potere evocativo. Sono dieci e più che “racconti” sono ambienti emozionali capaci di evocare tempi, luoghi, momenti più immaginari e onirici, che reali» (Buffa).

    Ingresso gratuito

    ore 21.15

    Perceval (1978)

    Regia: Eric Rohmer; soggetto: Perceval ou le roman du Graal di Chrétien de Troyes; sceneggiatura: E. Rohmer; fotografia: Nestor Almendros; scenografia: Jean-Pierre Kohut-Svelko; costumi: Jacques Schmidt; musica: Guy Robert; montaggio: Cécile Decugis; interpreti: Fabrice Luchini, André Dussolier, Pacale de Boysson, Clémentine Amouroux, Jacques Le Carpentier, Antoine Baud; origine: Francia; produzione: Les Films du Losange, FR3, ARD, SSR, Rai, Gaumont; durata: 140’

    «I personaggi di Chrétien de Troyes sono i protoeroi del romanzo moderno. Credo che dopo quest’opera del XII secolo non sia stato più inventato nulla che abbia profondamente sconvolto il genere letterario. Prendiamo un romanzo di Stendhal o di Dashiell Hammett: gli eroi e il modo di raccontare non sono cambiati affatto. Come Perceval questi eroi seguono un tortuoso itinerario morale, sono tormentati, dubbiosi, scossi nella loro fede che mettono in discussione per poi riconquistarla dopo profondi conflitti interiori, contrariamente agli eroi dell’antichità che – presa una posizione morale – la mantenevano fino in fondo, a qualsiasi costo. Perceval è la dimostrazione che l’eroe moderno si modella su quello del passato» (Rohmer). «Intensamente convinto della bellezza e della musicalità dei versi di Chrétien, Rohmer vuole sollecitare lo spettatore a lasciarsi a catturare – al di là dei significati – dalla loro armonia, dall’incanto sonoro, dal fascino del loro ritmo arcaico» (Giulio Fedeli).

    Mercoledì 3 marzo

    ore 17.00

    Pauline alla spiaggia (1982)

    Regia: Eric Rohmer; soggetto e sceneggiatura: E. Rohmer; fotografia: Nestor Almendros; musica: Jean-Louis Valéro; montaggio: Cécile Decugis; interpreti: Amanda Langlet, Arielle Dombasle, Pascal Greggory, Féodor Atkine, Simon de La Bosse, Rosette; origine: Francia; produzione: Les Films du Losange, Les Films Ariane; durata: 95’

    «Pauline alla spiaggia ha la stessa leggerezza intinta di malinconia degli altri film dell’autore, obbliga di nuovo a riferimenti letterari che vanno da Marivaux a Musset e riporta in mezzo a un gruppo di interpreti spiritosi e disinvolti la bionda Arielle Dombasle [...]. Marion ha invitato la cuginetta Pauline nella sua villa in Normandia per la fine dell’estate. Sulla spiaggia trovano Pierre, un antico flirt di Marion, e lui presenta alle ragazze l’affascinante antropologo Henry. [...] Tra discorsi sull’amore e incontri amorosi, amori grandi che divampano minacciosi e amoretti che si consumano in rapide delusioni, la vacanza settembrina termina prima del tempo. Rohmer imbastisce i dialoghi nella linea della grande tradizione e gioca in economia facendo fugacemente balenare davanti ai nostri occhi ora il panorama del Mont Saint-Michel ora il nudo abbagliante della protagonista. Partendo dal motto di Chrétien de Troyes “chi parla troppo si scava la fossa”, l’autore perviene a certe classiche situazioni da “albergo del libero scambio” degne del più acre Feydeau. È un film giovanile e molto antico, scherzoso e tragico; un altro minicapolavoro di un’arte della scrittura e dell’immagine rimasta a lungo misconosciuta. Un’arte che si pratica solo a Parigi» (Kezich).

    ore 18.45

    L’amico della mia amica (1987)

    Regia: Eric Rohmer; soggetto e sceneggiatura: E. Rohmer; fotografia: Bernard Lutic; scenografia: Sophie Mantigneux; musica: Jean-Louis Valéro; montaggio: María Luisa García; interpreti: Emmanuelle Chaulet, Sophie Renoir, François Gendron, Anne Laure Meury; origine: Francia; produzione: Les Films du Losange; durata: 102’

    «Léa e Blanche hanno poco più di vent’anni, l’età che sta sulla soglia tra la prima giovinezza e quella che sarà, per sempre, la vita di ognuno. Dunque, Léa e Blanche stanno scegliendo, o così immaginano. Scelgono e decidono in quel territorio sconosciuto e difficile che è la passione: l’attrazione dei corpi, i fantasmi che danno forma al desiderio e l’angoscia che ne viene. L’una vorrebbe essere maestra all’altra, in questa scelta e in questa decisione. Blanche insegna a Léa nello scoperto simbolismo dell’acqua. Che sia quella di una piscina o quella del mare, la sua amica la teme fino a essere bloccata da un panico così fuori misura da rivelare ben più profonde angosce. Le stesse che, più apertamente, tormentano Blanche. E a lei, a propria volta, è Léa che vorrebbe insegnare ad amare. L’una e l’altra, insieme maestre e allieve, si tengono per mano in un’avventura che nessuna ancora conosce davvero. [...] Nel mio film, ha detto a proposito di L’amico della mia amica, cerco l’anima dei personaggi (per questo un apologo sulla passione può essere girato senza che nulla o quasi venga mostrato dei corpi) [...]. E [...] l’anima che egli cerca in Léa e in Blanche è “un’idea” sulla giovinezza, “un’ipotesi” sulla passione, [...] che non si impongono allo spettatore perché siano vere, ma proprio solo in forza della loro suggestione architettonica e poetica (cinematografica). Come negli altri suoi film, anche in L’amico della mia amica Rohmer muove poco la cinepresa, preferendo invece le immagini statiche. Un po’ come se non dovesse essere il cinema a rincorrere la vita e a copiarla per conoscerla, ma fosse proprio la vita a doversi adattare alla “forma” del cinema, a una sua idea e a una sua ipotesi» (Escobar).

    a seguire

    Io, Nico e il cinema (1979-2004)

    Regia: Michelangelo Buffa; origine: Italia; durata: 23’

    «Mi sembra di ricordare che lo spunto per questo super8mm mi venne da una serie di proiezioni dedicate a Von Stroheim. Io mi ero fatto prestare pellicole e proiettore e seguendo il mio istinto feticista e cinefilico avevo filmato alcune parti di film… a quei tempi non era facile trovare copie di film e non esistevano ancora le videocassette, se ricordo bene! Così possedevo immagini di questi film mitici… meraviglia! Possedere queste immagini voleva dire anche fagocitarle nella propria cinefilia produttiva dove io stesso avrei potuto mettermi in scena… ma erano gli ultimi fuochi della mia cinefilia, il cinema stava cambiando e l’amore di prima era ormai sempre più sprecato! È forse per questo che entra in scena la cantante Nico, la cui voce è in assoluto quella che amo di più… è densa di passione, viene da una lontananza quasi mitica e vibra di nostalgia… era perfetta per dare anima alle immagini di un “cinéphile” in disarmo!» (Buffa).

    Ingresso gratuito

    ore 21.00

    Gli amori di Astrea e Celadon (2007)

    Regia: Eric Rohmer; soggetto: L’Astrée di Honoré d’Hurfé; sceneggiatura: E. Rohmer; fotografia: Diane Baratier; scenografia: Pierre-Jean Larroque, Pu-Laï; musica: Jean-Louis Valero; montaggio: Mary Stephen; interpreti: Andy Gillet, Stéphanie Crayencour, Cécile Cassel, Véronique Raymond, Rosette, Jocelyn Quivrin; origine: Francia/Italia/Spagna; produzione: Compagnie Eric Rohmer, Rezo Productions, Bim Distribuzione, Alta Produccion, Eurimages, Cofinova 3, Arte/Cofinova 2, Cinemage, Soficinéma 2, Canal +, Centre National de la Cinématographie; durata: 109’

    «Il testo è di un erotismo delicato e sottile e occorreva rappresentarlo con la stessa leggerezza. Mi sono reso conto che potevo mostrare sullo schermo cose che forse sarebbero diventate volgari, o persino licenziose, se fossero state narrate con parole attuali, come per esempio la crescita del desiderio. Ma L’Astrée non è un testo libertino, né perverso. Nei miei precedenti adattamenti di testi letterari, Perceval, La marchesa von... e La nobildonna e il duca, la natura è o molto stilizzata o poco presente. Qui ha un ruolo essenziale e il mio sguardo di cineasta era costantemente sollecitato dalla libertà della natura. [...] Se ho avuto voglia di adattare questo testo, è naturalmente perché vi ho trovato numerose tematiche dei miei film precedenti, come per esempio, quella centrale della fedeltà. È un tema quasi costante in La mia notte con Maud come in Racconto d’inverno, in La collezionista come in Le notti della luna piena. L’unico testo teatrale che ho scritto, Il trio in mi bemolle, è costruito su una suspense analoga a quella di L’Astrée: vediamo il protagonista ostinarsi in modo folle, come fa Céladon, nel non pronunciare la parola che farebbe scattare la frase che egli attende dalla sua amata, frase che solo la donna può pronunciare» (Rohmer).

    (*) Cinema Trevi, vicolo del puttarello, 25 – Roma tel. 06-6781206; Per informazioni 0672294301 - salatrevi@fondazionecsc.it

    LA REDAZIONE

    Nota: Si ringraziano Valentina Contessi e Susanna Zirizzotti (Ufficio stampa CSC)


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