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    Home Page > Ritratti in Celluloide > Attori > Jane Alexander

    Il cinema di Jane Alexander

    Biografia

    (A cura di ERMINIO FISCHETTI)

    (Boston, Massachussetts, 28 ottobre 1939 - )
    Jane Alexander, cognome di nascita Quigley, è la perfetta personificazione di un talento recitativo messo a disposizione di tutti i mezzi che hanno reso grande il suo lavoro. L’attrice, figlia di Thomas B. Quigley, un ortopedico e Ruth Elizabeth Pearson, infermiera canadese la cui famiglia era emigrata negli Usa dalla Nova Scotia, è, infatti, una delle poche professioniste la cui carriera si divide in egual misura e con pari riscontri fra teatro, cinema e televisione. Durante gli anni Sessanta, i suoi studi di teatro avvengono di pari passo con quelli di matematica, in particolare verso quelli dell’informatica, ma sin dal principio sa che la sua vera strada è dare vita ai personaggi creati dai grandi autori del palcoscenico.
    Se si analizza la sua carriera sotto tutti i suoi aspetti si nota la straordinaria attenzione non solo verso tutti i mezzi in questione, ma anche verso la politica, i problemi sociali, etici e morali per i quali si è prodigata nell’arco della sua vita. In sostanza, un personaggio a tutto tondo nel quale spicca soprattutto il suo interesse verso le arti in generali e non necessariamente verso il successo commerciale. Negli anni, ha partecipato ai progetti più disparati, che spesso non le hanno portato la notorietà dei più, anche se il suo volto è facilmente riconoscibile perché ha partecipato anche ad alcuni dei progetti più interessanti del cinema, sebbene spesso in ruoli di secondo piano. I personaggi da lei interpretati sono quelli di donne forti, figlie del suo tempo, appartenenti alla sua generazione, la prima realmente determinata a liberarsi dei clichè di donna vista solo nel ruolo di moglie e madre. Donne complesse, complicate, vittime delle istituzioni, portatrici di evoluzione sociale e capaci di contrastare gli ultimi retaggi di una società patriarcale e maschilista.
    È, però, il teatro che le permette di fare una lunga e importante gavetta, tra stage regionali e repliche (tra le quali spiccano Look Back in Anger e The Inspector General) che la portano verso la parte che la lanciò sia in quella sede che nel suo adattamento cinematografico successivo. Per salire più in basso (The Great White Hope), scritto da Howard Sackler, racconta la storia di un professionista afro-americano della boxe, che negli anni Trenta ha una relazione con una donna bianca destinata a portarlo alla rovina. Il ruolo di Eleanor Bachman servì a far conoscere al grande pubblico il talento della Alexander, ma la piece lanciò anche il protagonista maschile, un incredibile James Earl Jones. Inoltre, un’opera di questa portata fu sulle cronache dei giornali molto a lungo non solo per il lavoro dei due attori, all’epoca ancora sconosciuti, e del cast tecnico e artistico in generale, ma soprattutto per la forte tematica razziale del soggetto. Si consideri un altro fattore importante: i movimentati tempi storici della fine degli anni Sessanta che spinsero molti cineasti, autori del palcoscenico e della narrativa a portare alla luce questo tipo di storie. Fu, così, naturale che Martin Ritt, scelto per dirigere l’adattamento per il grande schermo, volle sia Jones che Alexander per i ruoli. Nel frattempo la piece aveva fatto incetta di tutti i premi possibili assegnati al teatro e alle performance dei suoi attori e, in seguito all’uscita del film, nel 1970, entrambi i protagonisti furono candidati al premio Oscar. Al suo primo lavoro cinematografico, Jane aveva già ottenuto la nomination agli Oscar, un fatto quasi senza precedenti prima di allora.

    Dopo questo importante ruolo, però la carriera cinematografica di Alexander ha un periodo di stallo e difficoltà a decollare. All’inizio del decennio ottiene solo due piccole parti in pellicole di genere, mediocri, come Quattro tocchi di campana (A Gunfight) di Lamont Johnson e I nuovi centurioni (The New Centurions) di Richerd Fleischer. È solo dopo la metà degli anni Settanta che sul grande schermo viene scelta soprattutto in consistenti parti di supporto, tra le quali spiccano quella di Judy Hoback, una delle testimoni chiave che collaborarono con Bob Woodward e Carl Bernstein, giornalisti del “Washington Post”, allo scioglimento del bandolo della matassa del caso Watergate, in Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula (nella pellicola il suo personaggio compare in due brevissime scene, ma la sua presenza è magnetica e per questo l’Academy la candidò agli Oscar come ‘Miglior Attrice Non Protagonista’) e di Margaret Phelps, amica di Dustin Hoffman nell’acclamato Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer) di Robert Benton (con il quale Alexander ha recentemente lavorato nuovamente in Feast of Love, accanto a Morgan Freeman), pellicola che permise all’interprete di ottenere la sua terza nomination agli Oscar e la seconda ai Golden Globes, battuta, però, dalla collega Meryl Streep che quell’anno vinse proprio per Kramer contro Kramer, il film che la impose definitivamente agli occhi del grande pubblico.
    All’inizio degli anni Ottanta, inoltre, torna a lavorare al fianco di Robert Redford nel carcerario Brubaker (Id.) di Stuart Rosenberg, mentre nel 1983 dà una delle sue più belle prove cinematografiche in Testament (Id.) di Lynne Littman, film originariamente concepito per la televisione, la cui produzione decise di far uscire nelle sale, in dicembre, per il suo argomento attuale e interessante (i danni del nucleare). La pellicola, infatti, racconta la storia di una donna che vede morire tutta la sua famiglia in seguito alle radiazioni causate dall’esplosione di una centrale nucleare (tematica che sta molto a cuore all’attrice impegnata nel suo disarmo con l’associazione Women’s Action for Nuclear Disarmamene). Uscito in contemporanea con The Day After, incentrato sulla stessa tematica, l’opera della brillante Lyttman passò in secondo piano, ma fu ben accolto dalla critica, in particolare per la performance di Jane Alexander, nominata al suo quarto Oscar, scippatole dalla Shirley MacLaine di Voglia di tenerezza (Terms of Endearment) di James L. Brooks. Tra le altre pellicole è interessante citare Ritorno a casa (Square Dance) di Daniel Petrie Jr., delicato film adolescenziale con protagonisti due giovanissimi Rob Lowe e Winona Ryder, nel quale Jane, oltre ad essere attrice, è anche produttrice esecutiva, ennesima prova dei vari ambiti ai quali si è sempre interessata.

    A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, però, la carriera di Jane continua, in particolare nella sfera teatrale, con la quale aveva ottenuto i primi grandi successi, e televisiva, una nuova sfida sulla quale concentrarsi. In teatro ottiene ruoli da protagonista in commedie originali che ebbero grosso successo (e per le quali ebbe sempre la nomination al premio Tony, l’equivalente dell’Oscar in teatro), come Anne in 6 Rms Riv Vu, in scena dall’ottobre del 1972, Jacqueline Harrison in Find Your Way Home, dal dicembre 1973, il giudice Ruth Loomis in First Monday in October, dall’ottobre 1978 (dal quale fu tratto il film omonimo con Walter Matthau e Jill Clayburgh, che interpretava la parte di Jane a teatro) e in revival notevoli come Gertrude nell’immortale Hamlet di Shakespeare e Catherine Sloper da The Heiress di Henry James.
    Molti sono anche i ruoli da protagonista visti sul tubo catodico di quegli anni a darle la maggiore possibilità di potersi esprimere al meglio. Infatti, ritrae personaggi storici di grande spicco e rilevanza sociale, nel quale si delinea la sua profonda militanza verso problemi di ordine sociale e culturale. Nel 1976 è accanto ad Edward Herrmann in Eleanor e Franklin (Eleanor and Franklin: the Early Years) e Eleanor and Franklin: the White House Years, entrambi diretti da Daniel Petrie, due degli sforzi produttivi più rilevanti del decennio. I due special sulla vita del presidente più popolare degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, e, in particolare, su quella di sua moglie Eleanor (non a caso i film sono strutturati in base ai suoi punti di vista ed è la first-lady più coinvolta nella politica al fianco del marito e uno dei personaggi femminili più rilevanti della storia americana). Per mezzo del suo lavoro su Eleanor Roosevelt, guadagna due nomination ai premi Emmy, ma la statuetta la porterà a casa quasi trenta anni dopo, nel 2005, con un altro membro della famiglia da lei interpretato, la madre dominante di Franklin, Sara, nell’ultimo biopic sul presidente in questione. Franklin D. Roosevelt - Un uomo, un presidente (Warm Springs) di Joseph Sargent e prodotto dal canale via cavo HBO (Home Box Office) è incentrato sul periodo di tempo passato dall’uomo nella casa di cura termale a Warm Springs, nello stato della Georgia, per combattere la poliomielite di cui era affetto.

    Nel 1976 è la prima volta che il talento di Jane Alexander si mette al servizio, per il piccolo schermo, di figure storiche e politiche così importanti, ma negli anni a venire saranno molti i personaggi a cui ridarà vita tramite la sua profonda attenzione e la sua recitazione ineccepibile. L’anno successivo è Mary MacCracken in A Circle of Children di Don Taylor e nel suo ‘sequel’ Una nuova vita (Lovey: A Circle of Children, Part II) di Jud Taylor, nel 1980 interpreta Alma Maria Rosé, famosa violinista e nipote di Gustav Mahler, in Fania (Playing for Time), film che analizza un gruppo di donne, capeggiato proprio dalla Rosè, in un campo di concentramento tedesco che dovettero intrattenere i tedeschi con della musica. Basato dal libro autobiografico di Fania Fénelon (interpretata da Vanessa Redgrave), una delle protagoniste sopravvissute al campo, adattato dal Premio Pulitzer Arthur Miller, la pellicola di Daniel Mann fece incetta di Emmy, tra cui una per Vanessa Redgrave (attrice protagonista) e l’altra proprio per Jane Alexander (attrice non protagonista).
    Nel 1984 è Calamity Jane, nell’omonimo film televisivo del 1984 trasmesso dalla CBS e prodotto da lei stessa, nell’ennesimo ritratto sulla figura leggendaria del vecchio West, al secolo Martha Jane Canary. La bravura del regista James Goldstone, ma soprattutto della sceneggiatrice Suzanne Clauser e della sua interprete, sta nello scardinare i miti costruiti sul personaggio (seppur utilizzandoli uno ad uno), sottolineando la figura di una donna contraddittoria e alcolizzata che paga amaramente le sue scelte anticonvenzionali. Nella televisione degli anni ’80, il western, come genere narrativo, non è più elegiaco né tanto meno possiede ancora quelle caratteristiche legate solo alle figure maschili, ma diviene racconto popolare dei cambiamenti e dei costumi di una società in espansione, evoluzione di una violenza dichiarata dove l’unica necessità era sopravvivere e per una donna sola tutto questo era ancora più difficile. La Calamity Jane a cui dà forma e vita la sua straordinaria attrice è ineccepibile sia dal punto di vista strettamente tecnico (ne imita la postura, gli accenti e la voce in modo ineguagliabile) che emotivo (riesce a renderla incredibilmente femminile nonostante la sua forte carica maschile, dolce e vulnerabile anche se dura e scontrosa allo stesso tempo). All’epoca l’attrice fu candidata agli Emmy e dimenticata ai Golden Globe per questo suo lavoro, ma avrebbe meritato di vincere in entrambi i casi. L’anno successivo è la controversa giornalista del gossip hollywoodiano Hedda Hopper in Malizia a Hollywood (Malice in Wonderland) di Gus Trikonis, opera che mette a confronto la penna velenosa di quest’ultima con quella della più esperta Louella Parsons, interpretata da Elizabeth Taylor. In seguito lavorò su altri film televisivi, tra i quali spiccano quello di produzione Disney Channel A Friendship in Vienna di Arthur Allan Seidelman del 1988 e, soprattutto, la pellicola sul rapporto matrimoniale fra Georgia O’Keefe, pittrice popolare per i suoi soggetti floreali, morta nel 1986 a 99 anni, e Alfred Stieglitz in A Marriage: Georgia O'Keeffe and Alfred Stieglitz del 1990, diretto dal secondo marito dell’attrice Edwin Sherin (produttore e regista di Law & Order), sposato nel 1975.

    Di maggior valore sono, però, le pellicole a sfondo sociale e politico alle quali partecipa. Nel 1978 è protagonista insieme a Gena Rowlands del controverso Una questione d’amore (A Question of Love) di Jerry Thorpe, pellicola del network ABC sulla storia di una donna (interpretata da Rowlands) che divorzia dal marito e inizia una nuova relazione con una donna. In seguito il marito fa causa all’ex-moglie per ottenere la custodia del loro unico figlio perchè considerata “immorale”. Un’opera in anticipo sui tempi per i temi trattati, realizzata prima del cinematografico Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer), dove la lotta sulla custodia è costruita intorno ad una coppia eterosessuale, nel quale è coprotagonista anche la Alexander con Dustin Hoffman e Meryl Streep. Una questione d’amore (A Question of Love) rientra nella casistica di quei film del decennio, che portano alla luce i grandi cambiamenti sociali della famiglia borghese, ma a differenza di altre pellicole rispecchia più sinceramente la realtà contemporanea, ripresa da eventi di cronaca realmente accaduti. Nel 1982 Jane continua su questa scia accanto a Martin Sheen e al figlio di quest’ultimo Emilio Estevez nel drammatico Incubo dietro le sbarre (In the Custody of Strangers), nel quale si racconta l’odissea di una famiglia quando il figlio teppista diviene vittima del sistema giudiziario, mentre nel 1987 lavora sul controverso Vietnam missione Tonkin (In Love and War) di Paul Aaron, su di un uomo tenuto prigioniero dall’esercito vietnamita durante l’impopolare conflitto americano e la lotta della moglie di questi contro il governo americano per farlo liberare. Pellicole che sanciscono gli allineamenti dell’attrice verso tematiche scottanti, attuali, e sottolineano il suo impegno democratico in politica che trova reale concretezza quando, nel 1993, l’allora presidente democratico degli Stati Uniti, Bill Clinton, la mise a capo del National Endowment for the Arts (a cui l’attrice era già legata perché aveva fornito parte dei finanziamenti per la messa in scena di The Great White Hope venticinque anni prima). L’impegno, durato fino al 1997, è stato alla base di un libro autobiografico, Command Performance: an Actress in the Theater of Politics, pubblicato nel 2000, nel quale la donna descrive la sua lotta contro il Congresso degli Stati Uniti, intento nel vano tentativo di abolirlo.

    Nella primavera 1998, dopo questa escursione nelle sfere del potere politico, torna sulle scene con la commedia di Joanna Murray-Smith, Honour, con la quale ottiene la settima nomination ai premi Tony, messa in scena al Belasco Theatre di New York. L’anno successivo, invece, torna al cinema dopo un’assenza di ben dieci anni (dopo aver preso parte con un cameo all’opera sulla guerra civile americana di Edward Zwick, Glory - Uomini di gloria, nella quale rivestiva Sarah, la madre del protagonista, il giovanissimo Matthew Broderick) facendo parte del cast dell’adattamento di Le regole della casa del sidro, dal romanzo omonimo di John Irving, nel ruolo dell’infermiera Edna. Ma più importante è il ruolo di Delia Temple, insegnante di teatro della piccola cittadina della Florida nel quale è ambientato uno dei film del geniale e malinconico regista e sceneggiatore John Sayles, La costa del sole (The Sunshine State), al fianco di Edie Falco, Angela Bassett, Mary Steenburgen, Timothy Hutton. Negli ultimi anni ottiene piccole parti in pellicole a volte mediocri a volte meno, come il ruolo della dottoressa Grasnik nella versione americana del primo The Ring di Gore Verbinski o quello di Gertrude Nemerov in Fur: An Imaginary Portarit of Diane Arbus (Fur: un ritratto immaginario di Diane Arbus) di Steven Shainberg. Si può dire che Jane Alexander ha fatto davvero di tutto, tanto che nel 2007 è stata tra i protagonisti della maltrattata serie della HBO, Tell Me You Love Me. La serie, cancellata dopo una sola stagione a causa delle polemiche concernenti le realistiche e integrali scene di sesso mostrate, scandaglia la vita matrimoniale vista nella sua sfera sessuale. Tre coppie hanno problemi emozionali e intimi sotto tre angolature differenti. A unire le loro storie la loro psicoterapeuta, la dottoressa May Foster, plurisessantenne con un rapporto affettivo quarantennale che non ha nessuno dei problemi delle tre coppie. Quale sarà il segreto della donna? La serie girata con piglio documentaristico e come se fosse un film indipendente da Sundance trova la sua chiave di lettura proprio in un realismo estremo sottolineato da una bella fotografia sgranata. La parte della dottoressa Foster è stata affidata a Jane Alexander (nella lista non ufficiale delle nomination degli Emmy per la categoria di miglior attrice non protagonista in una serie drammatica, ma riconoscimento non concretizzato in quella ufficiale), nel primo ruolo “anziano”, se così si può dire, della sua lunga carriera.
    A differenza di molti dei personaggi da lei interpretati, a Jane Alexander non è stato ancora riconosciuto un posto nella Storia, nonostante i molti riconoscimenti accademici, come invece è il caso di altre sue colleghe, proprio per la sua voglia di passare così facilmente da un mezzo all’altro, da una carriera all’altra. Forse non è popolare come Meryl Streep, ma più di tutte è sempre stata attiva contemporaneamente e con lo stesso impegno e la stessa determinazione al cinema, in televisione, a teatro e… in politica.

    Bibliografia: Per ulteriori approfondimenti cfr. Jane Alexander, Command Performance: an Actress in the Theater of Politics. PublicAffairs, a member of the Perseus Book Group; New York, NY, 2000

    Data di pubblicazione (16 Agosto 2008)

    Jane Alexander Biografia Completa in Inglese

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