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    C'ERA UNA VOLTA SERGIO LEONE, IL JOHN FORD DI MONTEVERDE

    28/04/2009 - (AGI) - Roma, 28 aprile - Vent'anni fa moriva SERGIO LEONE, ucciso da un attacco di cuore mentre preparava un film sull'assedio di Leningrado nella Seconda Guerra Mondiale. Tema inusuale per lui, che ha legato il suo nome al genere degli "spaghetti-western", ma fino a un certo punto, perche' in fondo quella storia d'amore tra un giornalista americano e una ragazza russa, con un certo profumo di Reds, aveva tutte le caratteristiche del suo cinema: l'avventura, l'epopea storica, gli spazi infiniti e i ritmi sospesi. Del resto per lui il cinema era favole per adulti. Non a caso i titoli di due delle sue opere principali iniziano con il classico C'era una volta. Il West e l'America: i suoi grandi amori. In questo riconoscimento della funzione modestamente catartica e piacevolmente didascalico-allegorica del cinema seguiva il modello di molti dei suoi maestri ideali: John Ford, Alfred Hitchcock, Federico Fellini, Vittorio De Sica, lo stesso Steven Spielberg, e Charlie Chaplin sopra tutti.

    Al cinema LEONE, nato nel '29, nel cuore di Monteverde a Roma, giunse prestissimo. Il padre, Vincenzo, fu regista del cinema muto e, con il nome di Roberto Roberti, giro' quasi tutti i film di Francesca Bertini (anche la madre, Bice Valerian, era attrice). Lui imparo' ai tempi del genere "Peplum" (i film sugli antichi romani e sulla mitologia greca) le arti della sceneggiatura e della fotografia. Divenne presto capace di risvegliare nel cuore degli spettatori il senso mitico del grande cinema. Senz'ombra di presunzione intellettuale, intendeva la regia come un mestiere, non solo ma anche un mestiere. Nella sua biografia otto film (sorprendentemente pochi, eppure sufficienti a farne un autore famoso in tutto il mondo). Nel suo stile una lunga serie di peculiarita': amava i movimenti di macchina e prediligeva i tempi amplificati. Non a caso il suo cinema e' stato definito barocco. Piuttosto era iperrealismo discreto. Di certo non voleva essere solo il padre dello ’spaghetti-western’. Questa etichetta gli e' stata attribuita tardi, assieme ai tardivi riconoscimenti e pentimenti di una critica che, all'inizio, lo aveva maltrattato. Del ’western all'italiana’, LEONE e' stato semmai il Pigmalione, quello che lo ha fatto crescere, che ne ha rivelato le possibilita' e le ragioni segrete. La possibilita' di sfruttare l'amore popolare per un genere popolare e amato sulla via del tramonto, di divertirsi con i generi, di riempire il western con la suspence del poliziesco, di nutrirlo di umori e di allusioni al reale, di giocare con le metafore per costruire delle strutture esemplari di fiaba moderna. E la ragione segreta, come ci confermera' la storia cinematografica di LEONE, che consiste nell' amore per l'America, per la sua cultura, per il suo epos, come e' stato sognato e guardato da lontano da una intera generazione di italiani. Quando parlano dei loro debiti nei confronti del cinema italiano molti nuovi registi, e non solo americani, che si chiamino Coen o Tarantino (ma anche Coppola, Lucas e Spielberg) dopo il doveroso omaggio a Fellini quasi sempre fanno il nome di SERGIO LEONE. Scorsese ha dichiarato di aver visto 150 volte C'era una volta il West. Che LEONE sia stato un anticipatore non c'e' dubbio, che sia stato il primo regista postmoderno non lo si scopre ora ma lo ha affermato anche uno del ramo come Jean Baudrillard.

    Ma il cinema di LEONE e' stato anticipatore non solo di stili ma anche di rapporti col pubblico e strategie commerciali: dopo Per qualche dollaro in piu' il suo produttore Alberto Grimaldi procede con un'operazione inedita nel cinema italiano, un sondaggio demoscopico per capire se il western interessa ancora: l'80% degli intervistati risponde di si' e “il budget di Il buono il brutto il cattivo viene triplicato". Nasce cosi' l'indagine demoscopica di mercato applicata al box office. Risultato: il secondo western dura 30 minuti piu' del primo, il terzo e' gia' di tre ore. C'era una volta il west dura un po' meno (salvo scoprire dieci anni dopo la morte di LEONE una quarantina di minuti "scomparsi").

    E forse l' ultimo progetto su Leningrado rimase vittima anche della sua ampiezza.

    LA REDAZIONE

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