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    IL PROFETA: LA STORIA DI UNA VENDETTA, UN ROMANZO DI FORMAZIONE, UN'ALLEGORIA POLITICA

    Grand Prix della Giuria al Festival del Cinema di Cannes; VINCITORE di 9 PREMI CESAR...
    RECENSIONE IN ANTEPRIMA - Dal 19 MARZO

    (Un Prophète FRANCIA/ITALIA 2009; drammatico; 149'; Produz.: Why Not Productions/Chic Films/Page 114/France 2 Cinéma/UGC Image/Bim, con la partecipaz. di Canal +/CinéCinéma, con il sostegno de La Région Ile-de-France e La Région Provence Alpes-Cote d'Azur, in collaboraz.: con CNC, in associaz. con Sofica UGC 1 Sofica Socicinéma 4 Sofica Soficinéma 5, con la partecipaz.: di France 2; Distribuz.: BIM Distribuzione)

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    Trailer

    Titolo in italiano: Il Profeta

    Titolo in lingua originale: Un Prophète

    Anno di produzione: 2009

    Anno di uscita: 2010

    Regia: Jacques Audiard

    Sceneggiatura: Jacques Audiard e Thomas Bidegai

    Soggetto: Da un'idea di Abdel Raouf Dafri. Basato sul copione originale di Abdel Raouf Dafri e Nicolas Peufaillit

    Cast: Tahar Rahim (Malik El Djebena)
    Niels Arestrup (César Luciani)
    Adel Bencherif (Ryad)
    Reda Kateb (Jordi lo zingaro)
    Hichem Yacoubi (Reyeb)
    Jean-Philippe Ricci (Vettorri)
    Gilles Cohen (Prof)
    Antoine Basler (Pilicci)
    Leïla Bekhti (Djamila)
    Pierre Leccia (Sampierro)
    Foued Nassah (Antaro)
    Jean-Emmanuel Pagni (Santi)
    Frédéric Graziani (Direttore del carcere)
    Slimane Dazi (Lattrache)

    Musica: Alexandre Desplat

    Costumi: Virginie Montel

    Fotografia: Stéphane Fontaine (a. f. c. )

    Montaggio: Juliette Welfling

    Makeup: Frédérique Ney

    Casting: Richard Rousseau

    Scheda film aggiornata al: 20 Giugno 2010

    Sinossi:

    "Condannato a sei anni di carcere, il diciannovenne Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. In prigione, Malik sembra più giovane e fragile rispetto agli altri detenuti. Preso di mira dal leader della gang corsa che spadroneggia nel carcere, Malik è costretto a svolgere numerose “missioni”, che però lo fortificheranno e gli meriteranno la fiducia del boss. Ma Malik è coraggioso e impara alla svelta, e non esiterà a mettere a punto un suo piano segreto".

    Commento critico (a cura di ERMINIO FISCHETTI)

    Un realismo asciutto e secco, un protagonista impenetrabile e analfabeta - finito in carcere per aver fatto una cosa stupida come quella di aver picchiato un poliziotto - la cui fragilità fisica e la giovane età di diciannove anni lo fanno apparire come l’anello debole del fatiscente istituto nel quale viene relegato suo malgrado, la prigione come metafora di un mondo e dello stile di vita dell’animale umano, la vita alla ricerca di un “dentro” e un “fuori”, soffocamento claustrofobico e la ricerca dell’aria della libertà.

    L’ultima pellicola di Jacques Audiard, Il profeta, appare apparentemente come un lavoro atipico del regista francese, in realtà si rivela perfetta 'consecutio' del suo discorso analitico sull’interiorità dell’individuo. A differenza delle opere precedenti, però, prosciuga i sentimenti fino all’osso, quasi a renderli nulli e lascia il posto ad una violenza esteriore come unico laccio alla sopravvivenza, ma al contempo non distoglie lo

    sguardo dai sentimenti inespressi e nascosti nella faccia d’angelo del protagonista. Dopo lo splendido Tutti i battiti del mio cuore, uscito qualche anno fa, Audiard trova nella figura dell’eroe della storia di questo nuovo film la chiave di lettura dell’ambiguità umana. Il giovane Malik, infatti, incede nel procedere del tessuto narrativo come un testimone ed esecutore dei comportamenti e delle maglie criminali degli altri per poi trasformarsi egli stesso in quelle figure pur di sopravvivere attraverso un riscatto umano, culturale e di supremazia intellettiva. Ma, in fondo, non è certo questo l’intento di Audiard, che non vuole assolutamente ritrarre l’ennesima figura di uomo finito in carcere e per questo giustificare il suo essere vittima e carnefice per colpa di un sistema sbagliato e male organizzato. Anzi, quello del carcere è soltanto un espediente per raccontare le diverse angolazioni di una reclusione mentale, un labirinto psicologico, ma al tempo stesso e

    certo non casualmente fotografa uno dei problemi “interni” più impellenti dell’evoluta e moderna società d’oltralpe. Per questi motivi, il regista mette a punto questa pellicola, complessa nella sua messa in scena ideologica e morale, così come la descrizione di un mondo contemporaneo, raccontato attraverso il microcosmo della prigione e delle bande createsi nel suo interno, nel quale il potere e la vita acquisiscono una funzione temporanea e la sovversione dei ruoli diventa una dura battaglia della società contemporanea, questo per sottolineare l’adattabilità dei comportamenti e della mente umana. La doppia visione e il doppio gioco del protagonista lo fanno diventare una figura multiforme e l’archetipo più completo del mondo nel quale vive. Crudele e violento, dotato di sangue freddo, ma capace di buone azioni, Malik si rivela il più astuto di tutti i suoi “colleghi” proprio per la sua intelligenza camaleontica e modellabile e la sua ascesa umile e sotterranea,

    il suo potere si evolve essenzialmente per tali caratteristiche. La regia di Audiard spia questo suo microcosmo e si rivela perfetto occhio esterno, che fotografa lucidamente e realisticamente un tessuto psico-sociale. Inoltre, l’autore francese riprende un genere cinematografico molto popolare e “americano” come quello carcerario fatto di violenza e meccanismi narrativi ed etici ben stabiliti e lo trasfigura in una preziosa metafora della vita ed in un dipinto dell’animo. Come se non bastasse, il film possiede quel raro pregio di non portare alla luce un personaggio “straordinario”, di quelli geniali capaci di fare cose impossibili con la loro intelligenza per fregare il prossimo e dotati di una vena di follia al tempo stesso, insomma quei personaggi prettamente cinematografici e molto poco realistici nella quotidianità, ma ritrae semplicemente una persona “sveglia” capace di sfruttare a proprio vantaggio le capacità che ha a disposizione. Sgranature, sbavature, opacità fotografica contribuiscono alla riuscita della

    laboriosità filosofica ed estetica di una pellicola ammaliata nella sua densità narrativa e psicologica.

    Grande successo di pubblico e critica in patria e all’estero, coronato dall’apprezzamento della presentazione a Cannes, tredici nomination ai prossimi Cesar, premi agli European Film Awards, la nomination ai Golden Globe, il rientro nella shortlist degli Oscar come miglior film straniero, in attesa di una quasi certa candidatura (e probabilmente questo sarà più temibile con il quale dovrà scontrarsi Il nastro bianco di Michael Haneke, quasi certo vincitore). Grandi performance del cast, dal consumato Niels Arestrup nel ruolo del boss malavitoso corso alla straordinaria scoperta di Tahar Rahim, attore rivelazione dell’anno in Europa, che si sofferma su una interpretazione molto “riflessiva” del suo Malik El Djebena.

    Perle di sceneggiatura

    Commenti del regista

    Commenti dei protagonisti:

    Altre voci dal set:

    Bibliografia:

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