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    Home Page > Movies & DVD > Pontormo un amore eretico

    Un Anticonformista nell'ARTE e nella VITA il PONTORMO di GIOVANNI FAGO

    "E' un'opera sulla libertà di pensiero, il ritratto di un artista che è antitetico ai personaggi di oggi, non competitivo, è persona che risponde solo alla propria coscienza, ed è quindi un anticonformista... Qua ndo tutti cercano di dissuaderlo da testimoniare a favore di Anna non si tirò indietro affermando che è necessario gridare forte la verità e non chinare il capo davanti ai soprusi. Che messaggio potrebbe essere per noi più attuale?... La sfortuna di essere contemporaneo di Michelangelo non gli impedì di cercare la sua verità nell'arte"
    Giovanni Fago

    (Italia, 2004; Dramma biografico storico-artistico romanzato; 102'; AB Film Distributors e Eagle Pictures)

    Locandina italiana Pontormo un amore eretico

    Rating by
    Celluloid Portraits:




    Titolo in italiano: Pontormo un amore eretico

    Titolo in lingua originale: Pontormo un amore eretico

    Anno di produzione: 2004

    Anno di uscita: 2004

    Regia: Giovanni Fago

    Sceneggiatura: Marisa Calò, Massimo Felisatti e Giovanni Fago

    Soggetto: Marisa Calò e Massimo Felisatti

    Cast: Joe Mantegna (Pontormo;)
    Galatea Ranzi (Anna;)
    Toni Bertorelli (Priore S. Lorenzo; )
    Laurent Terzieff (Inquisitore; )
    Sandro Lombardi (Anselmo; )
    Vernon Dobtcheff (Riccio; )
    Giacinto Palmarini (Battista; )
    Massimo Wertmüller (Bronzino; )
    Alberto Bognanni (Cosimo I; )
    Andy Luotto (Mastro Rossino; )
    Lea Karen Gramsdorff (moglie di Bronzino)

    Musica: Pino Donaggio

    Costumi: Lia Morandini

    Scenografia: Amedeo Fago

    Fotografia: Alessio Gelsini

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    Sullo scenario della Firenze rinascimentale del XVI secolo scorrono inquieti e lenti, nel solco di un’ansia foriera di tristi presagi, gli ultimi mesi di vita del pittore Jacopo Carrucci detto il Pontormo (Joe Mantegna), cui il regista Giovanni Fago dà forma ispirandosi ad alcune pagine del Diario personale dell’artista. Epoca in cui Pontormo è dedito all’opera ultima della sua carriera: gli affreschi per il Coro di San Lorenzo a Firenze. Oltre ai rapporti di Pontormo con artisti dell’epoca, in particolar modo Riccio e Bronzino, la storia si arricchisce di un episodio di fantasia, appuntandosi sul rapporto di Maestro Jacopo con Anna, la ragazza che ben presto diverrà l’onirica musa ispiratrice della sua opera. “Peccatrice luterana” per un’opinione pubblica condizionata da un’atmosfera gravida di nubi minacciose da tempesta, alimentate dall’affacciarsi sulla scena della Santa Inquisizione, dipinta nel film di Fago come l’Istituzione che opera sul filo di un rischio inaccettabile: la “distruzione della cultura”. Quella ragazza, Anna (Galatea Ranzi), è di fatto una giovane esule fiamminga stuprata e resa muta con l’amputazione della lingua durante la Guerra delle Fiandre, ora attenta operaia all’arazzeria di corte medicea. L’approccio di Pontormo con Anna è semplice e diretto - “Questo è il disegno per un arazzo. Voglio che siate voi a tesserlo. Volete farlo…?” - appena anticipato da un incrocio di intensi e fugaci sguardi ad una festa di paese sfociata in lacrime e disperazione con l’arresto dei componenti della compagnia teatrale. Anna si occuperà del bambino di una delle teatranti, rinvenuta cadavere l’indomani. Ricusare le avances del sorvegliante all’arazzeria che immancabilmente maltrattava il piccolo ‘adottato’ costa caro ad Anna, accusata di averlo ucciso e di stregoneria, la cui ‘eresia’ l’avrebbe resa responsabile della diffusione della peste. Messo in guardia dai seri rischi del caso, Pontormo decide di esporsi e di correre il rischio di essere a sua volta processato e inquisito, testimoniando a favore della sfortunata ragazza al cospetto del tribunale dell’Inquisizione, salvandole almeno la vita, pur non riuscendo ad evitarle l’esilio da Firenze e dalla Toscana. E qui l’anima storica del film, si riveste di attualità incarnando il tema dello “straniero” con cultura e religione sue proprie visto come insidioso pericolo proprio in un momento tra i più delicati, con una crisi a tutto tondo: sul piano politico, che segna la fine del dominio della Signoria e dei Principati italiani e vede albeggiare gli Stati Nazionali, sul piano religioso, con l’aspro confronto tra Riforma e Controriforma del Concilio di Trento, principale responsabile dell’intollerabile convivenza di forze contrapposte, in costante bilico tra eresia e intransigenza, infine sul piano artistico, in cui l’uomo del Rinascimento più che al centro dell’Universo si sente risucchiato e oppresso da un vortice di guerre, ignoranza e potere irrazionale e intollerante, e dunque si sente limitato nella propria libertà di espressione creativa. In questo contesto “Pontormo è l’esempio di una vita spesa alla ricerca quotidiana di una spiritualità che possa superare i comuni pregiudizi umani; è l’esempio della capacità di sperimentare in prima persona il suo rapporto con il mondo circostante”.
    Sullo scenario della Firenze rinascimentale del XVI secolo scorrono inquieti e lenti, nel solco di un’ansia foriera di tristi presagi, gli ultimi mesi di vita del pittore Jacopo Carrucci detto il Pontormo (Joe Mantegna), cui il regista Giovanni Fago dà forma ispirandosi ad alcune pagine del Diario personale dell’artista. Epoca in cui Pontormo è dedito all’opera ultima della sua carriera: gli affreschi per il Coro di San Lorenzo a Firenze. Oltre ai rapporti di Pontormo con artisti dell’epoca, in particolar modo Riccio e Bronzino, la storia si arricchisce di un episodio di fantasia, appuntandosi sul rapporto di Maestro Jacopo con Anna, la ragazza che ben presto diverrà l’onirica musa ispiratrice della sua opera. “Peccatrice luterana” per un’opinione pubblica condizionata da un’atmosfera gravida di nubi minacciose da tempesta, alimentate dall’affacciarsi sulla scena della Santa Inquisizione, dipinta nel film di Fago come l’Istituzione che opera sul filo di un rischio inaccettabile: la “distruzione della cultura”. Quella ragazza, Anna (Galatea Ranzi), è di fatto una giovane esule fiamminga stuprata e resa muta con l’amputazione della lingua durante la Guerra delle Fiandre, ora attenta operaia all’arazzeria di corte medicea. L’approccio di Pontormo con Anna è semplice e diretto - “Questo è il disegno per un arazzo. Voglio che siate voi a tesserlo. Volete farlo…?” - appena anticipato da un incrocio di intensi e fugaci sguardi ad una festa di paese sfociata in lacrime e disperazione con l’arresto dei componenti della compagnia teatrale. Anna si occuperà del bambino di una delle teatranti, rinvenuta cadavere l’indomani. Ricusare le avances del sorvegliante all’arazzeria che immancabilmente maltrattava il piccolo ‘adottato’ costa caro ad Anna, accusata di averlo ucciso e di stregoneria, la cui ‘eresia’ l’avrebbe resa responsabile della diffusione della peste. Messo in guardia dai seri rischi del caso, Pontormo decide di esporsi e di correre il rischio di essere a sua volta processato e inquisito, testimoniando a favore della sfortunata ragazza al cospetto del tribunale dell’Inquisizione, salvandole almeno la vita, pur non riuscendo ad evitarle l’esilio da Firenze e dalla Toscana. E qui l’anima storica del film, si riveste di attualità incarnando il tema dello “straniero” con cultura e religione sue proprie visto come insidioso pericolo proprio in un momento tra i più delicati, con una crisi a tutto tondo: sul piano politico, che segna la fine del dominio della Signoria e dei Principati italiani e vede albeggiare gli Stati Nazionali, sul piano religioso, con l’aspro confronto tra Riforma e Controriforma del Concilio di Trento, principale responsabile dell’intollerabile convivenza di forze contrapposte, in costante bilico tra eresia e intransigenza, infine sul piano artistico, in cui l’uomo del Rinascimento più che al centro dell’Universo si sente risucchiato e oppresso da un vortice di guerre, ignoranza e potere irrazionale e intollerante, e dunque si sente limitato nella propria libertà di espressione creativa. In questo contesto “Pontormo è l’esempio di una vita spesa alla ricerca quotidiana di una spiritualità che possa superare i comuni pregiudizi umani; è l’esempio della capacità di sperimentare in prima persona il suo rapporto con il mondo circostante”.

    Commento critico (a cura di Patrizia Ferretti)

    Dignitoso risultato nel suo complesso, per un soggetto indubbiamente di non facile resa cinematografica. ‘Historically correct’, la pellicola di Giovanni Fago investe nel rigore filologico con qualche deviazione romanzata e nei tempi lenti della riflessione… Vincente l’interpretazione di Galatea Ranzi con la sua Anna dei silenzi.

    Un cast internazionale per una storia tutta italiana dagli affascinanti risvolti della memoria storica. Così come tutta italiana è l’impronta della regia, anch’essa lambita di storica memoria cinematografica, di marca rosselliniana neo-realista, per un risultato filologicamente rigoroso (troppo?), molto intimista e ben poco spettacolare. Del resto, dalla messa in scena degli ultimi due mesi di vita dell’artista Pontormo, noto per la sua lentezza e per la personalità tormentata e solitaria da schivare spesso anche gli amici più cari, pur non scevro di affetto e sensibilità, non ci si poteva aspettare molto di diverso. Sensibilità esplicitata in un rapporto di manifesta gratitudine, per quanto miscelata ad

    un fare scorbutico, con il garzone-allievo di bottega Battista e l’amico collega Bronzino. Nella dignitosa, ma non strabiliante, interpretazione che ne dà Joe Mantegna, certamente avallata e incoraggiata dal regista, è l’estensione di questa proverbiale lentezza ad un suo modo di essere, intendendo evidentemente opportuno calcare fisionomia e comportamento di un uomo molto stanco e più vecchio interiormente dell’età anagrafica (circa sessantadue anni). L’intervento dell’anziano collega Riccio, una sorta di mentore-protettore di Pontormo presso l’illustre e impaziente committente Cosimo I de’ Medici, evidenzia questo tratto biografico unito d’altra parte ad una maniacale ambizione al perfezionismo e ad una resa finale emozionale mozzafiato, risultato di molti viaggi andata e ritorno sulla stessa opera: “ Non vorrete accontentarvi di ciò che suggerisce la fretta?”.
    Quel che si dice, un soggetto di non facile resa cinematografica. E’ anche probabile che nelle mani di una regia statunitense, Pontormo avrebbe avuto ben altro effetto di

    insieme, magari poco ortodosso dal punto di vista filologico (basta pensare a Il gladiatore di Ridley Scott o allo stesso Troy di Wolfgang Petersen), ma certamente più ‘fragoroso’ cinematograficamente parlando. Si tratta a nostro avviso di intenti e scelte di fondo su quanto interessa evidenziare. Più che un difetto di confezione, l’impronta data da Giovanni Fago al suo Pontormo, sembra dunque piuttosto una scelta di fondo: fare un film inteso quasi come un percorso di meditazione perfettamente aderente alla personalità dell’artista, così quale emerge dalle pagine di quel quaderno di Diario (1554-56), in cui spiccano diffuse e insistenti proprio quelle note di carattere ipocondriaco che vanno a legittimare, malgrado la nota riservatezza dell’artista, la particolare loquacità di questo Pontormo, con reiterate esternazioni del suo ‘mal dei mali’, malgrado la sua altrettanto nota riservatezza, sue diffuse e sempre più frequenti sensazioni ipocondriache. Voluti, ma forse opportuni, anche i tempi

    lunghi, idonei a riflessioni sull’arte, sulla vita, sul modo di rapportarsi con i rappresentanti della società del tempo, fatta di potenti protettori ma anche di Sacri Tribunali Inquisitori.
    Fin dagli albori del suo racconto Giovanni Fago non manca di porre l’accento sull’ombra lunga di artisti del calibro di Michelangelo sull’arte di un Pontormo ormai anziano (i sessantun’anni di allora gravavano evidentemente ben più di oggi), consumato dall’ansia di non poter terminare l’opera cui sta lavorando, l’affresco con il Giudizio Universale nel Coro di San Lorenzo commissionatogli dal Duca Cosimo I de Medici. E’ lo stesso Pontormo ad esprimersi in proposito : “Michelangelo è un grande Maestro ed è un amico ma non condividiamo le stesse opinioni sulla pittura e neppure su Dio”. Ciò che, in un’epoca in cui si affaccia anche sulla produzione artistica nei luoghi sacri l’implacabile scure della Santa Inquisizione, fa del Pontormo un Maestro da tenere d’occhio

    e torchiare a dovere per evitare il rischio di vederlo elaborare un’opera fuori dai canonici binari del Dogma: “Tutta Firenze parla dello scandalo! Nel vostro affresco gli Angeli non hanno ali e Noè e i medesimi Evangelisti sono nudi. Tali scandalose licenze non si addicono a un luogo sacro come la Chiesa. Nel vostro dipinto, sull’altare, il Cristo è posto al di sopra di Dio Padre come nell’eresia luterana…”. Pontormo rivendica la propria coscienza, la libertà di espressione del vero artista non soggetta a comando alcuno, l’indipendenza dell’arte. “…E torno a ripetere che nessuno mi ha influenzato in modo alcuno sulle mie scelte artistiche, a parte gli artisti della mia arte tra cui Michelangelo Buonarroti”. E difendendo ciò rivendica critiche all’arte di Michelangelo, ribadendone la sua grandezza con veemente decisione.
    “Un’opera d’arte deve essere giudicata nella sua assoluta sostanza, al di là di ogni considerazione morale… La mia coscienza è tranquilla

    ed è solo ad essa e non ad altro che io devo rispondere”.
    Alla meditazione concettuale, cui invita la pellicola di Fago, si accompagna poi quella visiva, appuntata ora su qualche scultoreo scorcio di scala sapientemente inquadrata in suggestivi giochi di luci ed ombre, sui primi piani di oggetti come una ciotola di colori, ghiotta opportunità su cui presto o tardi instaurare metafore a carattere esistenziale: “Ogni colore per accendersi deve avere un po’ di nero mischiato insieme”.
    E l’occhio della mdp di Giovanni Fago si prende il suo tempo anche per sostare a sufficienza e assaporarne tutta la fumosa, chiaroscurata, atmosfera, nella bottega di un artista dell’epoca, affetto da vertigini e capogiri per il troppo lavoro notturno oltre che diurno, malato di una solitudine stemperata da pochi momenti di amichevole coralità e più frequenti sogni visionari, là dove si inserisce l’elemento romantico e romanzato della storia: la muta reietta Anna, operaia

    all’arazzeria medicea (che le visioni pontormesche elevano a rango di gran dama), per la cui interpretazione, di notevole spessore psicologico, malgrado il copione interamente basato sull’assoluto silenzio, va dato merito a Galatea Ranzi. Atmosfere, pensieri, tormenti, schegge di carattere nate espressamente per la riflessione e dunque da assaporare lentamente. Certo è che per un film non del tutto aderente al genere biografico, il rigore filologico è così sentito da rasentare in alcuni passi il tocco didascalico-scolastico. Un esempio fra i tanti di questa assoluta fedeltà al soggetto originario può essere considerata l’attrice che interpreta Laura Battiferri, tra le commensali ad una delle cene in casa Bronzino, dalla fisionomia immediatamente riconoscibile per l’eccentricità del naso aquilino, pressoché copia fotostatica del noto dipinto che ritrae il personaggio ora conservato a Palazzo Vecchio a Firenze. Niente è lasciato al caso o all’approssimazione (a parte la pittura del Pontormo, per la verità poco somigliante

    al vero).
    Neppure la disquisizione affrontata a tavola, di fronte ad un piatto caldo, proprio durante uno di questi frequenti inviti a cena rivolti al Pontormo dall’amico Bronzino. Qui Fago sembra trasporre in celluloide un cameo questa volta derivato non tanto dal Diario quanto da una lettera indirizzata nel 1548 dall’artista al Varchi (non a caso presente tra i commensali) intervenendo nella famosa discussione accademica promossa da quest’ultimo. L’opinione del Pontormo in proposito è così esplicitata: “La più nobile delle arti è quella che sta alla base sia della scultura sia della pittura: il disegno… la pittura è meno durevole della scultura… in ogni caso è anch’essa solo un’illusione. Tutte le umane cose hanno una fine. Ogni opera dell’uomo dovrà un giorno scomparire…inclusa l’arte...”. Disquisizione né gratuita né fine a se stessa, ma in qualche modo legata a profondi dilemmi esistenziali che incorporano l’ineluttabile caducità delle cose, valida pure per

    le opere d’arte, e di cui Pontormo offre un’umoristica dimostrazione mangiandosi la piccola ‘scultura’ elaborata con la mollica di pane. Aspetto che d’altra parte, proprio in linea con la sua cronica sofferenza ipocondriaca, Pontormo applica su se stesso, sentendolo incombente anche sulla propria persona. E’ quanto il regista Fago non manca di mettere in risalto nella sceneggiatura con le frequenti manifestazioni di angoscia di Pontormo per il tempo che scorre troppo in fretta, l’ombra lunga della morte che incombe e il terrore di non riuscire a portare a compimento l’opera ultima, prima per perfezione di forme, dell’intero suo percorso artistico. La perla da scoprire solo a lavoro ultimato. Una crepa sul muro rallenta l’andamento delle cose e ne genera una più profonda nell’anima: “Quella crepa si sta facendo strada nel mio cuore”. Una caducità inesorabile che rende ai suoi occhi evidentemente ancor più preziosa la vita dell’uomo in

    senso lato. E’ ciò che lo spingerà ad esporsi, malgrado messo in guardia da più voci e a più riprese sui gravi rischi del caso, testimoniando a favore di Anna, accusata ingiustamente di eresia. Ma non di solo rigore si nutre la pellicola di Fago, indossando anche una veste per così dire visionaria. E’ quanto ci suggerisce la stridente confezione (troppo palese) di alcune inquadrature dove l’ambientazione storica affidata al digitale, risulta falsata rispetto ai personaggi che sembrano muovervisi come in sospensione, sortendo in un effetto d’insieme ibrido, tra il surreale e il metafisico. Considerata l’accurata ricercatezza filologica del resto della pellicola, ci piace pensare anche a questo dettaglio come ad un effetto voluto, lettura metaforica di un contesto epocale trasferibile, per i messaggi di contenuto nell’attualità, alla maniera della messa in scena di un’antica peace teatrale riletta da interpreti contemporanei. Non a caso è proprio il regista Giovanni Fago

    a denunciare il carattere di attualità del suo soggetto cinematografico: “E’ un’opera sulla libertà di pensiero, il ritratto di un artista che è antitetico ai personaggi di oggi, non competitivo, è persona che risponde solo alla propria coscienza, ed è quindi un anticonformista …Quando tutti cercavano di dissuaderlo da testimoniare a favore di Anna non si tirò indietro affermando che è necessario gridare forte la verità e non chinare il capo davanti ai soprusi. Che messaggio potrebbe essere per noi più attuale?”

    Perle di sceneggiatura

    Pontormo in pillole :

    Le sue Fobìe:

    “La morte, è solo la morte a tormentarmi. Se non riesco a completare un’opera penso che quest’opera incompiuta verrà a perseguitarmi per l’eternità, supplicando di essere compiuta, e io allora non avrò più mani con cui finirla. Ecco qual’ è il mio incubo. Niente è più vero di ciò che è creato con le tue mani. Il privilegio di poter creare dà gioia al tuo spirito…”.

    Le sue Verità :

    “Voi tutti mi conoscete, faccio tutto dettato dalla mia coscienza”.
    rivelate al cospetto dell’Inquisitore:
    “Non vedo mai le cose con gli occhi che non siano i miei. Le opinioni degli altri sono da rispettare ma nell’arte si può solo creare ciò che si crede sia la verità”.

    Le ferree Regole, i Principi, la Disciplina :

    “Se credete di poter persuadere me con il danaro a mostrarvi il lavoro quando ancora non è ultimato devo purtroppo disilludervi Eccellenza. Vostra Signoria sa benissimo che non consento mai ad alcuno un lavoro imperfetto. Un artista deve provare, infinite volte, per arrivare alla perfezione, senza temere di dover disfare ciò che ha appena fatto. Come posso mostrare a qualcuno ciò che domani potrebbe essere del tutto diverso, o addirittura cancellato?”
    (…)
    “La ricchezza è una vocazione, e quella vocazione non mi appartiene”.

    Gli Affetti manifestati in schegge di Sensibilità :

    Il suo garzone di bottega e allievo Battista (Naldini) e Agnolo Bronzino, discepolo, amico cui affettivamente è legato come a un figlio:

    Bronzino è sempre prodigo di premure nei confronti di Maestro Jacopo, lo invita di frequente a cena e questa volta, andandolo a trovare gli porta dei dolci fatti dalla moglie. Nell’occasione si lamenta del fatto che è diventato sempre più scorbutico e solitario:

    Bronzino “…Eviti persino me”.
    Pontormo “Agnolo! Ma come puoi dire una cosa simile! Il mio discepolo preferito! Il mio migliore amico! Tu sei come un figlio per me!”.
    Bronzino “E tu sei come un padre per me. Ma con questo, cosa vuoi dimostrare? Che non hai bisogno di nessuno?”
    Pontormo “Sii indulgente con questo povero vecchio, Agnolo. Abbi pazienza con un così inutile relitto ormai prossimo alla fine”.

    Le sue Convinzioni e i suoi Dubbi sull’Arte :

    “ …Io penso che l’Arte sia la ricerca dell’uomo dentro di noi. Che noi siamo soltanto fango se non troviamo lo Spirito Divino che ci rende immortali. Non mi interessano la fama o la ricchezza… I grandi lavori dell’Arte sono quelli che riflettono la vita e lo Spirito del Creatore. E’ questo il dubbio che mi angoscia, che continua ad assillarmi. Anselmo, voi credete che io, con la mia vita mortale, riuscirò mai ad arrivare a tanto?…Voglio solo sperare di inventare un colore che non ci faccia finire entrambi sul rogo”.
    (…)
    “Un’opera d’arte deve essere giudicata nella sua assoluta sostanza, al di là di ogni considerazione morale… La mia coscienza è tranquilla ed è solo ad essa e non ad altro che io devo rispondere”.

    Rigore e Coerenza Morale nel segno di un demarcato Anticonformismo :

    Decide di testimoniare in favore di Anna accusata di stregoneria, malgrado il forte rischio di essere a sua volta inquisito:

    “Sono consapevole del pericolo, ma mi sento sereno, perfettamente in pace con la mia coscienza. Sono fermamente convinto che quello che sto facendo è giusto. Non importa a quale rischio. Io voglio gridare piuttosto che piegare la testa e tenere chiusa la bocca di fronte a un’infamia che il mio silenzio varrebbe solo a perpetuare”.

    L’Eredità di una vita :

    Di fronte all’affresco non ancora terminato che infine decide di mostrare all’intimo Bronzino:

    “Vedi, considero questa la mia eredità. Tutto quello che ho di più caro al mondo. La tua arte è cresciuta dalla mia arte e ora chiedo il tuo giudizio sulla mia opera… Tu sai ciò in cui io ho sempre creduto. Che la Fede è basata sull’esperienza che ognuno di noi vive nell’intimo della propria coscienza. E io ho sempre rifuggito l’ambizione, le rivalità e la competizione con i grandi artisti che ho avuto la sfortuna di avere come miei contemporanei. E ho consegnato il messaggio di questa Fede che tu condividi con me a quest’affresco. Ora io so che la vera Fede non pretende da noi timore, sottomissione. Ha amore filiale. E’ per questo che chiedo a te di completare quello che io non posso”.

    Links:

    • Giovanni Fago (Regista)

    • Galatea Ranzi

    • Joe Mantegna

    Altri Links:

    Sito ufficiale: www.pontormoilfilm.it

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    Galleria Video:

    Il giudizio della critica

    The Best of Review

    International Press

    Giudizi : + (positivo);
    - (negativo) ; +/- (così e così);

    Italian Press

    Giudizi : + (positivo);
    - (negativo) ; +/- (così e così);

    "Il film si snoda a passo lentissimo, emoziona poco tra gli interni d'epoca ricostruiti con cura (e evidente mancanza di mezzi). Mentre Pino Donaggio sparge la sua ossessionante musica pseudosacra, Joe Mantegna si chiede perplesso: con questo cognome sarò un Pontormo credibile?" (giudizio: -)
    Massimo Bartarelli in "Il giornale" 29 maggio 2004

    "Finalmente un film che, raccontando di un grande pittore, anzichè perdersi nell'aneddotica mondana si concentra sull'arte, sulla pittura. (...) Joe Mantegna interpreta molto bene il personaggio, dando un contributo importante al film un poco scolastico, molto interessante".
    (giudizio: +)
    Lietta Tornabuoni in "La Stampa" 29 maggio 2004

    "Il genio del manierismo in un film tra il divulgativo e il didascalico. Peccato per il cast
    (...) Finchè si mantiene nei limiti della divulgazione, Pontormo è utile e non troppo noioso. Una buona compagnia di attori regge i ruoli con mestiere. Ma poi il didatticismo soffoca tutto: i dialoghi sembrano didascalie, e il Pontormo, celebre per il suo riserbo, diventa un logorroico teorizzatore di sè...".
    (giudizio: -)
    E. Mor. in "Film Tv" 6-12 giugno 2004, anno 12 n. 23, p. 12.

    "... un film che non sfrutta al massimo le proprie potenzialità. La storia è affascinante, le immagini del pittore all'opera mentre dipinge, disegna e miscela i colori catturano l'interesse dello spettatore, anche per il più neofita in materia di arti visive. Ma è l'eccessiva lentezza della regia e la pesantezza dei dialoghi a frenare ogni entusiasmo". (giudizio: +/-) Pontormo in >www.lospettacolo.it<

    "Il film di Fago non vuole essere una biografia del pittore rinascimentale, ma soffermarsi sui momenti conclusivi di un percorso artistico, tralasciando ogni discorso prettamente estetico per addentrarsi su un terreno morale e ideologico... Spiace quindi constatare, in tal senso, il trattamento approssimativo dei tempi cinematografici e un uso della musica (seppur notevole) spesso poco conforme, anche soricamente, alle immagini. Difetti che non permettono alle sequenze principali di raggiungere il pathos espressivo di cui avrebbero bisogno, e che rendono il film di Giovanni Fago un'opera non pienamente riuscita". (giudizio: +/-)Fabio Tasso in >wwwsentieriselvaggi.it"

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