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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > L'ULTIMA MISSIONE: INTERVISTA al regista OLIVIER MARCHAL, e all'attore protagonista DANIEL AUTEUIL

    L'INTERVISTA

    L'ULTIMA MISSIONE: INTERVISTA al regista OLIVIER MARCHAL, e all'attore protagonista DANIEL AUTEUIL

    18/04/2008 - Dopo il grandissimo successo di '36', quali sono le sue aspettative e i suoi timori riguardo a questo film?
    Ha paura di deludere il suo pubblico, di essere giudicato…


    O. MARCHAL: "Innanzitutto, vorrei premettere che le emozioni più belle della mia vita sono quelle legate alla nascita delle mie tre figlie e che l’uscita di 36 è stato il quarto in ordine di importanza nella mia vita, molto più importante e memorabile dell’essere entrato nella polizia. Di conseguenza, qualunque tipo di timore o paura che io possa nutrire è semplicemente e soprattutto quello di deludere il pubblico e le persone che hanno avuto fiducia in me. Ho fatto del mio meglio per far sì che questo film fosse addirittura migliore del precedente".

    Questo film può essere considerato per certi versi un’estensione dello stesso universo creato a partire da 'Gangsters', o si tratta invece dell’esplorazione di un mondo totalmente nuovo?

    O. MARCHAL: "MR 73 è il terzo capitolo di una trilogia della solitudine, la disperazione della perdita dei propri riferimenti. Un’ode a quei domani che non saranno gloriosi, a quelle vite che non portano da nessuna parte. Si tratta di tre film incentrati sulla mancanza di lealtà all’interno di un’istituzione che è profondamente corrotta e sulla delusione di coloro che rappresentano le sue stesse fondamenta. È una dedica ai tanti poliziotti che ho conosciuto e un tributo alla ricerca dell’assoluto che tanti di noi portano avanti. Questa storia è ispirata ad un fatto realmente accaduto che mi ha spinto ad abbandonare la polizia e che mi ha cambiato profondamente. Ero un uomo distrutto e molto debole e grazie a questo film sto tornando a galla. Diciamo che è la quadratura del cerchio!".

    Come definirebbe 'MR73': un thriller, una tragedia o un 'noir'?

    O. MARCHAL: "MR73 è innanzitutto un film drammatico, un film che parla di redenzione e di oblio, le uniche condizioni di un’esistenza. Ma racconta anche l’ultima via crucis di un poliziotto, una discesa all’inferno, un doloroso grido di amore…potrei raccontarvi dozzine di storie attraverso il personaggio di Louis Schneider, interpretato da Daniel Auteuil. Tutti possono vederci un discreto ma grato riferimento a Jensen (Yves Montand di Red Circle) o anche La promessa o Angel Heart-Ascensore per l’Inferno. Schneider è un mix di tutti i poliziotti che sono accomunati da un senso di colpa. Un giorno ha superato i limiti e da allora, ogni mattina quando si alza dal letto sente la necessità di chiedere perdono, e alla fine si guadagna il diritto ad una morte onorevole".

    Cosa può dirci a proposito dell’ambientazione della storia di cui parla il film?

    O. MARCHAL: "Dal momento stesso in cui ho cominciato a scriverla, è stato tutto un azzardo perchè desideravo restare fedele al contesto e non tradire la memoria delle vittime che evocavo. Non volevo che il desiderio di avere successo avesse il sopravvento su di me ma volevo innanzitutto restare fedele alla storia.
    La mia principale preoccupazione era fare un film commovente".

    A suo avviso, lei potrebbe essere definito un regista realista o, anche se questa definizione mi sembra un po’ semplicistica, un divulgatore?

    O. MARCHAL: "I film realisti non mi interessano. 36 era realista per quanto riguarda i contenuti ma la forma non lo era affatto. Ho cercato di creare uno spettacolo condividendo con il pubblico le mie emozioni. Un uomo suscita il mio interesse solo se si trova ad operare in un ambiente a lui ostile e per me la città e la società urbana sono l’ambiente ideale per creare le tensione che anima quest’epoca così crudele. Seguire un uomo che deve affrontare eventi straordinari non vuol dire certo essere realistici.
    Non ho certamente realizzato un documentario ma ho raccontato cose esagerate ed eccessive facendole passare per cose assolutamente normali. Non è forse questa la chiave dell’arte della finzione?".

    Perché il suo film è ambientato a Marsiglia?

    O. MARCHAL: "L’idea di girare a Marsiglia è nata innanzitutto dal desiderio di allontanarmi il più possibile dalle immagini di 36 e di Parigi, conservando al contempo l’atmosfera tentacolare tipica di una grande città. Ho trascorso parecchio tempo a Marsiglia e mi sento a mio agio lì. Quando giro un film, ho bisogno di compenetrarmi con i luoghi, viverci un po’ di tempo per riuscire a creare un universo cinematografico. Spesso è l’ambiente a fornire l’ispirazione dei miei film ma in questo caso il mio desiderio non era tanto quello di girare a Marsiglia ma che la città fosse presente in maniera costante ed insidiosa diventando uno degli ingredienti o meglio, protagonisti, della storia".

    Pensando ai personaggi dei suoi film, possiamo affermare che i suoi film parlino di persone che hanno perso la strada e del loro tentativo di scendere a patti con loro stessi?

    O. MARCHAL: "I personaggi che sono sempre alla ricerca di loro stessi senza ritrovarsi mai, rispecchiano un po’ ciò che è successo a me. C’è sempre una parte di me in tutti coloro che riprendo, nella violenza di Kovalski, nella malinconia di Marie Angeli. Sono un po’ come Schneider: per me il lavoro è l’unica maniera per andare avanti nella vita, l’unica cosa che mi permette di farcela. Il cinema è il mezzo che mi serve per restare a galla".

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    Come descriverebbe il personaggio di Louis Schneider?

    D. AUTEUIL: "È un ottimo poliziotto e un pessimo marito, che non ha avuto il tempo per essere un buon padre. È un sopravvissuto".

    Per lei che differenza c’è ad interpretare un poliziotto o un malvivente?

    D. AUTEUIL: "Cercano entrambi di salvare la pelle. Hanno gli stessi problemi di sopravvivenza. L’unica cosa che cambia è la morale".

    Quando ha letto la sceneggiatura ha provato angoscia o paura? Mi riferisco all’idea di portare sullo schermo il declino di un uomo e di rendere credibile il suo crollo?

    D. AUTEUIL: "Non ho mai paura. Diciamo che ho qualche preoccupazione sul futuro e su quello che mi porterà ma le uniche cose che mi spaventano sono quelle create dalla mia immaginazione. Una sceneggiatura non mi fa mai paura, ancor meno un film. Essere su un set cinematografico insieme a una truppe non è un’esperienza paralizzante, anzi è il luogo in cui mi sento più al sicuro e in cui è tutto sotto controllo, si prova mesi prima di cominciare a girare. Mi sento totalmente a mio agio quando giro un film. Tutto quello che devo fare è scivolare il più languidamente possibile nel piacere puro della recitazione. E anche se Olivier è un regista, è anche un attore e tutto quello che scrive è stato provato e riprovato. Tutto ciò che scrive è perfetto per essere recitato e pronto all’uso".

    Louis Schneider ha qualcosa in comune con Leo Vrinks, il suo personaggio in '36'?

    D. AUTEUIL: "Hanno la stessa età, fanno lo stesso mestiere, con l’unica differenza che Leo Vrinks aveva qualche motivo per essere speranzoso mentre Louis nessuno. È un personaggio che appartiene alla tragedia, ha un’immagine nebulosa, è una presenza spettrale e l’effetto è accentuato anche dalla regia, dalle luci e dalle inquadrature. La vera forza del mio personaggio è essere nato dalle presenze personali di Olivier, esperienze che gli hanno fatto toccare con mano e capire a fondo il dolore delle persone e la loro disperazione.
    Schneider, Vrinks, i personaggi di Gangsters, sono il tentativo di Olivier di esistere in questa vita. La sua maniera per esorcizzare i fantasmi. Prima se ne libera e meglio riuscirà ad andare avanti e realizzare altri film. In fondo la sua carriera di regista è appena agli inizi. Nell’universo di Olivier Marchal tutti gli attori portano un peso enorme ed è in questa ottica che è un vero autore; ricrea per noi quello che ha vissuto nella vita vera con autentica profondità".

    Schneider finisce alcolizzato. Che cosa si nasconde dietro a questa dipendenza?

    D. AUTEUIL: "È una maniera per alleggerire il peso che si porta dentro, per mettere a tacere i suoi pensieri, una sorta di anestetico contro il dolore. Una maniera per restare vivo".

    Si dice che i momenti migliori di un attore siano quelli in cui non ha più il controllo di se stesso, quando sopraggiungono errori ed esitazioni.
    In breve, i momenti in cui perde il controllo. Dirigere gli attori vuole dire anche spingerli oltre?


    D. AUTEUIL: "Sì, il cinema è l’arte di mostrare le cose. Una volta che il regista sceglie la storia, deve semplicemente chiedere agli attori di recitare all’interno dei limiti imposti da questa, seguendo un certo ritmo. Poiché Olivier è anche un attore, mima le scene per farcele vedere. Questo potrebbe essere un pericolo ma non mi disturba affatto partecipare ad una sorta di riproduzione. Soprattutto quando ci mostra cose che sa fare benissimo. Quando hai a che fare con dei veri autori tendi a superarti perché scatenano qualcosa di molto forte in te. Gli attori sono spugne e chi meglio dell’autore che ha creato i personaggi può farti avvicinare alla loro realtà? E io sono uno sciacallo! Ormai sono entrato nella testa di Olivier e tra me e il personaggio che lui ha scritto si è creata una sorta di continuità. Credo che sia un personaggio che avrebbe potuto interpretare lui stesso".

    Che cosa avete in comune? Le stesse ferite, lo stesso bagaglio emotivo, la stessa apprensione per il lavoro?

    D. AUTEUIL: "Lo steso piacere e lo stesso orgoglio. Io ho sempre desiderato fare l’attore mentre lui ha impiegato parecchio per arrivare dov’è. In conclusione credo che la cosa che ci lega sia il comune entusiasmo nel fare le cose. Ci fidiamo ciecamente l’uno dell’altro ma ognuno di noi ha i suoi dubbi che tenta di superare per andare avanti. Se senti che l’altra persona ha un approccio più valido del tuo, lo sostieni. Direi che ci sosteniamo e ci aiutiamo a vicenda".

    Possiamo affermare che tutti i personaggi dei film di Olivier Marchal siano accomunati dal fatto di avere perso la strada?

    "Non è questo che li unisce, quanto la loro determinazione. Si tratta di personaggi che cercano di vivere e di andare avanti alle loro condizioni. Rifiutano di abdicare a loro stessi e non accettano ciò che la vita e la società impongono loro. È questo che li rende onesti".

    Lei ha interpretato due film con Olivier Marchal. Chi è Olivier: il capo gruppo di un clan, di una tribù o di una famiglia?

    D. AUTEUIL: "È un regista ed è tutte queste cose insieme, il tutto condito da acutissime ambizioni artistiche".

    LA REDAZIONE

    Nota: Dal >Press-Book< di L'ultima missione-MR 73


     
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