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    L'INTERVISTA

    RIPRENDIMI: INTERVISTE a FRANCESCA NERI (produttrice), ANNA NEGRI (regista) e agli attori

    10/04/2008 - RIPRENDIMI: INTERVISTE a FRANCESCA NERI (produttrice), ANNA NEGRI (regista), gli attori ALBA ROHRWACHER, MARCO FOSCHI, VALENTINA LODOVINI, ALESSANDRO AVERONE, STEFANO FRESI


    FRANCESCA NERI (produttrice)

    Come e perché è nato questo film?

    “Cercavo progetti interessanti da realizzare a basso budget con la nostra casa di produzione Bess Movie e ho incontrato Anna Negri grazie ad un comune amico sceneggiatore. Mi è piaciuta subito l’idea e mi ha colpito l’urgenza e la necessità che lei aveva di raccontare questa storia - una motivazione sempre importante per un regista- e
    abbiamo iniziato, poco dopo, a lavorare al copione insieme alla sceneggiatrice Giovanna Mori.

    Che cosa le è piaciuto di più?

    “Il fatto che si trattasse di una vicenda “al femminile”: il momento dell’abbandono è stato raccontato tante volte al cinema, ma poco dal punto di vista di una donna. Mi è sembrata poi una buona idea l’associazione mentale “precari nel lavoro = precari nell’anima” e anche quella del documentario che accompagna dal vivo l’evolversi delle vicende e che diventa, anche da un punto di vista cinematografico, l’invenzione di un linguaggio nuovo”.

    Avete creduto subito nel progetto che si prestava ad una formula a basso costo senza che questo nuocesse alla qualità?

    “Si, quando hai poco tempo per girare devi ottimizzare i mezzi e devi cercare interpreti solidi ed affidabili, in grado di reggere anche piani sequenza lunghi ed elaborati. Molte situazioni sono state riscritte assecondando le caratteristiche dei vari attori che hanno provato per quasi un mese prima delle riprese per arrivare sul set il più possibile pronti ed informati su ogni dettaglio, ma rimettendosi comunque sempre in gioco con grande generosità. Io e Claudio abbiamo creduto in questa opportunità perché si trattava di una storia moderna che riguarda l’ambiente del cinema ma non solo, è stato anche importante il fatto che si affrontasse da vicino il precariato da un punto di vista sia professionale che umano. Siamo stati fortunati, ci sono storie e situazioni che possono essere raccontate con budget ridotti senza nulla togliere alla qualità; in questo caso, ad esempio, i dirigenti della Medusa hanno deciso di distribuire il film dopo averlo visto ed aver apprezzato l’opportunità di usare e sperimentare un linguaggio diverso”.

    Che cosa deve avere un progetto per interessarla come produttrice?

    “Devono essere storie che valgano la pena di essere raccontare. In questo film abbiamo avuto la fortuna di puntare in generale su interpreti bravissimi, tutti attori di grande talento, attori destinati ad emergere nelle loro diversità, le due attrici principali, ad esempio, sono
    entrambe candidate al David di Donatello 2008 per altri importanti produzioni d’autore. I giovani attori alimentano tutto il cinema con nuova linfa come accade ovunque alle produzioni indipendenti che offrono il grande vantaggio della libertà creativa e di azione. Un altro punto a favore è venuto dall’opportunità di avere un punto di vista femminile che è stato importante anche nella creatività comune su cui abbiamo potuto contare: se affrontano temi importanti, le donne, hanno il coraggio di entrarvi dentro raccontando fino in fondo i sentimenti, ma forse proprio perché sono più creative è difficile che abbiano vita autonoma nel cinema dove, come nella politica, le cosiddette “quote rosa” continuano ad essere scarsamente rappresentate. Anche per questo siamo stati felici di collaborare con
    una delle poche registe donne in circolazione e abbiamo cercato di creare per Anna un contesto utile per valorizzare il suo enorme talento”.

    ANNA NEGRI (regista)

    Come è nata l’idea di questo film?

    “Avevo due esigenze: la prima era quella di raccontare una separazione dovuta alla crisi che spesso investe una coppia dopo la nascita di un bambino, adottando però un punto di vista femminile, a differenza di quello abituale maschile. La seconda era di vincere la
    scommessa di un film a basso costo che mi permettesse di tornare al cinema dopo otto anni attraverso una storia intima, ma con risonanze universali che si prestava bene a questo tipo di operazione. Volevo fare un film molto piu’ libero di quanto non avessi fatto in passato, lavorando per il cinema e soprattutto per la televisione, un film dove gli attori fossero liberi di recitare e venissero filmati senza che il flusso della loro recitazione venisse mai interrotto. Ho inventato perciò la presenza in scena costante di una troupe che filmava la tragicommedia della separazione con uno stile di ripresa documentaristico che mi dava la possibilità di non spezzare mai il racconto”.

    Che cosa accade nel film?

    “Una troupe formata dal cameraman Eros (Alessandro Averone) e dal fonico Giorgio (Stefano Fresi) gira un documentario su una coppia di precari, l’attore Giovanni (Marco Foschi) e la montatrice Lucia (Alba Rohrwacher), ma durante le riprese la copia 'scoppia'. L’uomo decide di andare via da casa e di separarsi e il fatto che questi due giovani
    lavoratori precari dividano le loro strade rappresenta una metafora di come la loro condizione renda precari anche i sentimenti”.

    Che cosa le stava a cuore raccontare?

    “La condizione di disagio e di malessere dei trentenni di oggi e le varie ripercussioni nella vita. I due documentaristi intuiscono che la separazione dei due giovani di cui raccontano le giornate è sintomatica di una precarietà più generale perchè tutto viene condizionato dalla mancanza di un’autonomia economica assicurata. Questo non colpisce solo le classi basse, c’è anche un’intera classe media distrutta da un precariato diffuso che non dà possibilità di programmare la vita familiare e personale; è stata rimossa e cancellata la capacità di vedere collettivamente la vita, ci si richiude nell’individualismo a tutti i livelli, c’è un malessere sociale trasformato in un’ossessione per i propri problemi personali. I due documentaristi vorrebbero dar vita ad un film di denuncia alla maniera dei registi impegnati in campo civile trent’anni fa che ragionavano secondo vecchie categorie, ma finiscono con lo scontrarsi con la mancanza di consapevolezza dei soggetti del loro documentario rispetto alla propria condizione. Tutto questo diventa anche materia di divertimento, perché i due filmakers in crisi sono molto autoironici.”

    Quali sono gli sviluppi che ne conseguono?

    “I due entrano in crisi perchè devono inventarsi un film 'senza rete' che esca dai vecchi schemi di comprensione del mondo, ma riusciranno a ritrovare un senso del fare immagini nella capacità di amare, di mettersi in gioco personalmente e in una nuova solidarietà”.

    Che rapporto si è creato con la produttrice Francesca Neri?

    “Non conoscevo Francesca, è stato un amico comune a farci incontrare: lei cercava un copione valido ed io un produttore illuminato e sia lei che io volevamo dar vita a qualcosa che si allontanasse dagli schemi della produzione corrente e autoprodotta, la nostra è stata un’intesa ideale”.

    Che tipo di creatività comune c’è stata?

    “È stato bello lavorare con una produttrice della mia generazione che capiva esattamente quello che cercavo di dire, c’era il lusso di non doversi spiegare su certe cose. Francesca è stata molto attenta anche nella scelta degli interpreti attraverso un bel lavoro comune con la nostra casting, Stefania De Santis, che ha valorizzato una bella rappresentanza di giovani attori molto dotati, magari non ancora noti, ma tutti molto generosi verso il nostro progetto”.

    Che qualità speciale avevano secondo lei?

    “Si sono tutti messi in gioco volentieri nonostante fossero stati scelti al di là dei loro clichè abituali: ad esempio Alba Rohrwacher aveva recitato spesso dei ruoli di sorella o di figlia e qui invece doveva essere una madre, una donna adulta. Erano tutti interpreti preparati, capaci di reggere per 3-4 minuti un dialogo articolato e movimentato senza interruzioni e di sostenere la cinepresa sul loro viso in interi piani sequenza ed io ho lavorato molto per rendere questa spontaneità documentaria”.

    In che senso si può parlare di film al femminile?

    “È una storia in cui si racconta come siano le donne oggi a portare sulle proprie spalle le contraddizioni dei tempi che viviamo. Non è un caso che nella troupe ci fossero tante donne meravigliose che mi hanno fatto sentire la loro vicinanza solidale, l’adesione ideale e la profonda comprensione del problema: a partire dalla produttrice, per proseguire con la sceneggiatrice, la costumista, la responsabile del cast, la montatrice, fino naturalmente alle mie splendide attrici. Per quanto riguarda la visione degli uomini, invece, mentre il protagonista, Giovanni, è un uomo tradizionale viziato dalle cattive abitudini e dall’egoismo vecchia maniera, il cameraman, Eros, rappresenta invece un uomo nuovo che rivela una sensibilità quasi femminile nell’affrontare le cose.”

    ALBA ROHRWACHER (Lucia)

    Com’è stata scelta per questo film?

    “Anna Negri in un primo tempo cercava una ragazza più grande di me perché la sua storia prevedeva personaggi appartenenti ad una fascia di età più alta. Poi ho sostenuto una serie di provini, prima da sola e poi con Marco Foschi, ed è stato molto gratificante essere scelta. Sono grata ad Anna e Francesca per avermi affidato il ruolo di Lucia, per la prima volta mi veniva chiesto di recitare non più la figlia dei genitori che si separano ma il genitore 'adulto' che si separa...”

    Si riconosce nel suo personaggio?

    “Sicuramente ho dato a Lucia qualcosa di me, anche inconsapevolmente. Mi riconosco nelle sue fragilità e nella sua determinazione, la sua lotta per riconquistare ciò che ha perso e ciò in cui crede, racconta un aspetto istintivo e appassionato del suo carattere che mi ha molto colpito fin da quando ho letto la prima volta la sceneggiatura”.

    C’è stata una costruzione comune del personaggio?

    “Abbiamo lavorato molto sia con Anna che con gli altri attori, avevamo a disposizione poche settimane per le riprese. Abbiamo fatto molte prove trovando i nostri personaggi strada facendo attraverso un bel lavoro di improvvisazione. Era molto importante cercare il proprio personaggio soprattutto mettendosi in ascolto, usando la libertà che questo film ci offriva”.

    Ad esempio?

    “Molte opportunità nuove sono arrivate dal digitale e dai mezzi leggeri che hanno permesso una grande autonomia creativa ad Anna e di conseguenza anche a noi attori. Giravamo spesso dei complessi piano sequenza con scene lunghe diversi minuti filmate con pochi obblighi funzionali alla macchina: l’idea di base era che la cinepresa 'rubasse'
    ma la cosa difficile era restare costantemente nella verità. Ci sono state in un primo tempo diverse chiacchierate, Anna ci ha suggerito di vedere i film di John Cassavetes per imparare a coglierne la verità, poi letture, poi prove simili a quelle teatrali, lo strumento tecnico è arrivato solo alla fine. La vera difficoltà è stata rapportarsi alla macchina da presa come se fosse un altro personaggio: prima è come l’occhio che ti guarda e che non è incluso e poi a poco a poco è qualcosa che diventa parte portante della storia. Era piuttosto strano doversi rapportare all’obiettivo e non al volto dell’attore con cui si parlava in scena, a poco a poco abbiamo cercato di “inglobarlo” con naturalezza nella nostra
    recitazione e all’interno della situazione. Riprendimi è un film dove la libertà tecnica ha permesso anche una maggiore libertà espressiva”.

    Che rapporto si è creato col tempo con Anna Negri e con gli altri interpreti?

    “Durante i provini avevo avuto chiara l’idea che Anna sapesse con esattezza quello che voleva raccontare perché sentiva molto questa storia e quindi mi sono affidata a lei da subito. Tra noi attori si è creato un gruppo affiatato e in sintonia, lavorare con ritmi così serrati raccontando una storia ricca di scambi emotivi e fisici ci ha uniti e ha stabilito tra noi una grande complicità”.

    La complicità ha giovato ad una creatività più libera?

    “Certamente. Una delle cose più belle di questo film è la sua libertà, l’essere al di fuori delle regole con cui si fa abitualmente il cinema. È stato molto interessante il punto di vista femminile, la possibilità di guardare la storia di una donna con gli occhi di una donna; il nostro film è stato creato attimo per attimo da tante donne che vi sono state coinvolte in diverso modo. Secondo me, l’intuizione è stata quella di raccontare una storia di due individui, la storia universale di una separazione, in un modo diverso dal solito, con un occhio esterno che diventa funzionale alle vicende dei personaggi. Tutti i personaggi,
    infatti, riescono a capire se stessi soltanto guardandosi con gli occhi di un altro ed arrivano ad avere un’evoluzione solo grazie allo sguardo esterno che li osserva e li studia costantemente attraverso il quale, ad esempio, Lucia, si accorge che le cose in cui ha sempre creduto non hanno nessuna aderenza con la realtà e la destinano solo a delusioni
    continue”.

    Che idea si è fatta della materia rappresentata?

    “La cosa curiosa è che Lucia identifica la sua libertà nel rapporto di coppia mentre Giovanni se ne allontana perché si sente soffocare. L’unico momento sincero tra loro due, non a caso, arriva verso il finale quando sono già lontani da tempo e riescono per la prima volta a parlarsi veramente e quindi a separarsi: il vero incontro arriva quando nessuno chiede più niente all’altro”.

    MARCO FOSCHI (Giovanni)

    Come le è capitato di essere scelto da Anna Negri?

    “Ho sostenuto una serie di provini sia da solo che con gli altri attori, e poi uno con Alba Rohrwacher e una volta scritturato abbiamo provato intensamente per un mese con l’intero cast arrivando a fare addirittura una prova 'filata' dell’intero film per verificare da vicino il lavoro”.

    Come ha affrontato il suo personaggio?

    “In un primo tempo non amavo affatto Giovanni, ho impiegato un po’ di tempo ad affezionarmi a lui, aveva delle vigliaccherie che non sopportavo. Anna mi rassicurava facendomi notare che non ero io a pensare e ad agire in quel modo, ma il personaggio, però in genere un attore tende sempre a mettere qualcosa di proprio: non è che volessi
    salvarlo ad ogni costo, ma qualche volta mi sembrava eccessivo. Poi, col tempo, ripensando ad alcune scene come quando lui dice che in fondo cerca solo un po’ di poesia, oppure quando sul finale piange, ho capito che si trattava di un bambinone un po’ inadatto ai rapporti di coppia stabili”.

    Che altro ha pensato di Giovanni?

    “È un egocentrico portato ad esasperare un po’ tutto, rappresenta una tipologia particolare di persone che per loro natura non riescono a stare da soli ed hanno bisogno di qualcuno, ma poi vivono il rapporto di coppia come un peso o come una privazione della libertà. Interpretarlo non significava sposarne la causa o l’anima e sul set scherzavamo spesso, pensando che le donne lo avrebbero certamente odiato per certi suoi atteggiamenti esasperanti. È un tipo piuttosto esagerato nelle reazioni, ma eravamo tutti consapevoli che era proprio quello che volevamo raccontare in questa tragicommedia dove - per la sua
    natura intrinseca di autobiografia e commedia umana sapientemente mescolate - tutti i caratteri sono sempre un po’ sopra le righe”.

    Il film riesce ad alternare momenti divertenti ad altri più “isterici” e ad ulteriori situazioni molto dolorose?

    “È vero, ma se si vuole far emergere questi elementi bisogna conoscerli bene: Anna Negri era perfettamente padrona della materia e ci informava su tutti i dettagli. Dopo un mese di prove eravamo tutti edotti a sufficienza, ma il momento delle riprese è stato molto creativo e divertente anche per il rapporto creatosi con gli altri attori, ad esempio con i due ragazzi che interpretano gli operatori che hanno girato tutti i giorni con noi ed interagivano davvero: c’era tutta un’incognita di sguardi nella cinepresa e di margine di improvvisazione
    della relazione con la camera, tranne che in alcuni punti dove Anna ci chiedeva degli sguardi precisi in relazione ad un coinvolgimento diretto ed improvviso”.

    Che cosa la guida in genere nella scelta dei copioni?

    “Mi interessa più il contenuto che il contenitore , qui in un primo tempo, come dicevo, ero scettico sul personaggio, ma quando ho capito il meccanismo del dentro-fuori continuo ho realizzato che era quello il valore aggiunto a questa docu-fiction sulla crisi sentimentale che spostava tutto grazie al gioco creativo di sguardi e piani narrativi e grazie al fatto di essere consapevoli che c’era sempre una camera in azione: Giovanni è un narciso anche nella crisi e finisce col dare comunque uno sguardo alla camera… È un modo di fare cinema che mi sembrava molto interessante, in definitiva, e va lodato il coraggio e la
    bravura della regista e della produttrice che hanno saputo mettere insieme una serie di attori capaci che dimostrano quanta gente preparata ci sia in circolazione e quanto spazio eventuale c’è per poter fare bene le cose: basta solo saper cercare.”

    VALENTINA LODOVINI (Michela)

    Chi è la Michela che interpreta?

    “È una giovane otorinolaringoiatra che incontra ad una festa Giovanni subito dopo la sua separazione, si incuriosisce e finisce con l’instaurare subito un legame con lui. È una donna che è stata molto ferita dall’amore, si è indurita e ha paura ad abbandonarsi, ma quando crede di avere incontrato l'occasione e la persona giusta, sia pure con molte
    riserve, non sa resistere alla passione e si lascia andare, si abbandona. Sente qualcosa di forte e inizia a credere che possa nascere, magari non subito, un rapporto importante, concreto e vero”.

    Che cosa ha sentito leggendo il copione?

    “Tra i vari personaggi nasce una sorta di gioco a rincorrersi reciprocamente ed era divertente vedere come Lucia inseguiva Giovanni mentre lui le sfuggiva ed era occupato ad inseguire me che a mia volta gli sfuggivo, in una sorta di cerchio che somigliava alle
    dinamiche reali, il tutto nell’ambito di una storia, secondo me, molto moderna e rappresentativa dell’epoca che viviamo piena di paure, insicurezze ed instabilità emotive e professionali”.

    Ha capito subito che poteva trattarsi di un’occasione stimolante

    “Si, ho sposato immediatamente la causa anche perchè avevo l’opportunità di lavorare con alcuni colleghi che mi interessavano molto perchè provenivano da esperienze di lavoro, scuole e formazione simili alla mia: è stata una bella scelta di campo, c’era nell’aria molta passione e amore da parte di tanti eccellenti professionisti del cast e della troupe che credevano al progetto ed erano impegnati a fare miracoli con mezzi e tempo a disposizione piuttosto scarsi, a dimostrazione che può esistere da noi un cinema indipendente molto dinamico e costruttivo. Ho pensato allora che se anche io avessi potuto contribuire in qualsiasi modo a qualcosa di innovativo sarei stata fiera di aver lasciato un segno…”.

    ALESSANDRO AVERONE (Eros)

    Come si è trovato ad essere costantemente sul set nel ruolo di Eros, l’operatore del documentario interno al film che segue l’intera vicenda?

    “I tre provini che ho sostenuto (prima da solo, poi con Alba Rohrwacher e poi con Stefano Fresi) e il lungo periodo di prove e di preparazione sono stati fondamentali per creare un clima di lavoro ideale ed un “materiale” emotivo che poi si è rivelato determinante al
    momento delle riprese. L’esperienza davvero nuova per me e per Fresi è stata quella di essere nei nostri ruoli rispettivi di cameraman sempre e comunque presenti in ogni momento del racconto, è stato come essere spettatori e attori insieme. Ognuno aveva l’idea dell’arco del proprio personaggio nel film, ma noi due eravamo costantemente in
    scena, se non altro con uno sguardo o col pensiero di essere lì per assistere sempre a quello che succedeva, e questo ci è stato molto utile anche per le scene interamente nostre, la possibilità di seguire il lavoro di tutti gli attori avendo la percezione diretta di quello che sarebbe stato il film in sé ci ha aiutato a compiere un percorso 'in progress' evidente e continuativo.

    C’è stata l’opportunità di una creatività comune?

    “Ovviamente tanto più si resta sul set assistendo al lavoro di tutti, più si entra nel clima giusto del film, ma per il risultato finale tutto sarebbe dipeso in seguito dal montaggio perchè solo Anna Negri sapeva cosa succedeva nello svolgimento del progetto generale, era l’unica ad avere le idee chiare. Tutti noi sentivamo che eravamo in una barca solida con un nostromo sicuro ed affidabile, ma anche che il suo apporto era fondamentale per creare un clima piacevole. Lavorare su un set senza star ma con una qualità attoriale molto alta è stato un vero piacere, ognuno di noi ha offerto una disponibilità pressoché
    totale al progetto ed abbiamo potuto contare su uno scambio umano di energie che andava ben al di là dei personaggi”

    Come si è accostato al suo Eros, come è nato?

    “Era il personaggio che rappresentava di più forse il regista, cioè Anna, l’occhio esterno che prendeva le distanze con uno sguardo ironico rispetto ai drammi della storia, ma ha avuto una sua evoluzione fin dalla prima settimana di riprese, ha iniziato a prendere corpo man mano che il film andava perchè lui col tempo si stacca dall’idea di essere solo un personaggio, viene implicato nelle relazioni e così il suo percorso diventa più interessante, a dimostrazione che non conta tanto restare distaccati dalle cose, ma immergervisi dentro. Eros acquisisce questa conoscenza e poi trova inevitabilmente in Lucia l’amore, ha imparato a conoscerla meglio da vicino, perché una telecamera è un occhio particolare a cui non sfugge nulla e spesso ti permette di vedere delle cose che altrimenti sfuggirebbero. C’è un po’ di voyerismo in tutto questo, filmare costantemente qualcosa ti fa inevitabilmente nascere un vero e proprio amore per quello che riprendi e che vuoi raccontare.”

    STEFANO FRESI (Giorgio)

    Come ha vissuto la sua esperienza di interprete costantemente in scena nella parte di Giorgio, il fonico che si improvvisa operatore per necessità?

    “Molto bene, c’è stato un bel clima di amore generale per il progetto ed un proficuo lavoro comune con Anna Negri che ha lasciato molto spazio in scena sia a me, sia ad Alessandro Averone che agli altri attori: abbiamo tutti improvvisato molto nella lunga ed importante fase delle prove che ci ha permesso di arrivare sul set con i dialoghi pronti, anche se poi le azioni venivano decise sul set da Anna volta per volta. Per i nostri due personaggi, poi, io e Alessandro, abbiamo potuto contare su una certa ulteriore ed utile complicità perché eravamo già amici, avendo avuto un’esperienza di lavoro comune in una recente edizione di 'Giulietta e Romeo' diretta da Gigi Proietti a Roma, prima al Globe Theatre e poi al Brancaccio, dove Alessandro era il protagonista e io mi occupavo delle musiche”.

    Sul set sono nate situazioni impreviste che avete utilizzato creativamente?

    “Anna è stata molto brava ad essere rigida all’inizio su quello che andava detto e fatto, ma poi era sempre disponibile a valutare eventuali proposte di tutti e alla fine il film si è rivelato il frutto di un insieme di forze comuni, in un clima generale reso divertente, piacevole e stimolante dal fatto che al progetto hanno creduto tutti con convinzione, dalla produttrice fino all’ultimo collaboratore. Il cinema indipendente conserva una sua magia che è poi anche quella del teatro indipendente, per cui se sei coinvolto in un’esperienza ed in un progetto validi non ti accorgi degli eventuali disagi, tutti andavamo ogni giorno a lavorare con molta voglia di girare senza pensare ad altro e senza sentire differenze particolari tra questo set ed altri più ricchi. Era una fatica sopportabile volentieri, insomma, che poteva anche diventare motivo di divertimento: alcune volte siamo stati magari in
    scena per una giornata intera per un’apparizione di un secondo che poi non è stata più considerata nel montaggio definitivo”.

    Come si è accostato al suo personaggio?

    “Giorgio era un po’ la valvola di sfogo del divertimento, è un fonico che viene quasi subito catapultato per necessità nel mondo dei cameraman, che dimostra presto di conoscere poco facendo inquadrature strampalate ed avendo sempre bisogno dell’aiuto del socio
    Eros. Giorgio ha investito i suoi risparmi nel progetto del documentario sui due giovani precari di cui non è il diretto responsabile e quando la coppia di cui si occupano si lascia e lui si trova costretto a seguire da solo Giovanni si ritrova spesso in situazioni imbarazzanti perché il protagonista si gode di più la vita rispetto alla sua Lucia. Giorgio è obbligato a filmarlo anche nei momenti intimi in cui quello si ritrova con la nuova amante ed allora si rivela piuttosto moralista, non gli piace l’idea che Giovanni abbia mollato la propria famiglia e se la spassi con un’altra e questo diventerà uno dei motivi di conflitto con Eros. Mi è
    piaciuto il personaggio, la lettura del copione e delle sue battute mi ha subito 'intrigato', era il più divertente di tutti con la sua filosofia semplice e popolare e faceva simpatia, era ben delineato e la guida di Anna ed i dialoghi così efficaci mi hanno portato ad un approccio piuttosto naturale, mi ci sono ritrovato subito e sono stato subito a mio agio. Una soddisfazione speciale è arrivata poi dal fatto che in questa occasione mi hanno offerto un personaggio morbido e positivo: in Romanzo criminale ero un malvivente della Banda della Magliana, nelle fiction interpreto puntualmente un cattivo (nei 'Ris' un
    sospetto pedofilo, ne Un medico in famiglia un tipo piuttosto truffaldino...) e ho vissuto perciò questa esperienza come un risarcimento danni per me e per mia madre che soffriva tanto a vedermi recitare personaggi negativi con quella faccia d’angelo che mi ritrovo.”

    LA REDAZIONE

    Nota: Dal >Press-Book< di RIPRENDIMI


     
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