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    L'INTERVISTA

    INTERVISTA INEDITA AL REGISTA NANNI LOY (A cura di MARCELLO CELLA)

    26/09/2007 - PISA, Cineclub Arsenale Novembre 1992:

    INTERVISTA al regista NANNI LOY:

    (A cura di MARCELLO CELLA)

    Scugnizzi
    "Ho un notevole interesse per il mondo dell'infanzia che è la ragione per cui ho fatto questo film. Poi il problema del rapporto fra cinema e scuola, dell'introduzione degli audiovisivi nella scuola è un problema di cui mi sono occupato all'interno dell'Associazione Autori per molti anni facendo continue richieste al Ministero che forse hanno contribuito a farlo decidere in tal senso, anche se è una decisione che è rimasta non sufficientemente realizzata. Il film invece è nato un pò per caso come quasi tutti i nostri film. Ci sono dei teorici di cinema che amano raccontare il nostro lavoro come un progetto lucido, razionale, che si dovrebbe sviluppare in tanti anni, e questo può anche capitare a qualche autore di particolare prestigio o capacità. Ma di solito il nostro mestiere è sempre affidato al caso, all'avventura, all'improvvisazione e quindi è molto difficile disegnare in precedenza un percorso che poi si realizza nel concreto. Io Scugnizzi l'ho fatto semplicemente perchè una volta sono stato invitato alla proiezione di un mio film, Le quattro giornate di Napoli, all'interno dell'Istituto Minorile "Filangieri", che è il vecchio carcere minorile di Napoli, e in quell'occasione mi hanno invitato a trattenermi ancora un giorno perchè il giorno successivo i ragazzi ospiti dell'istituto avrebbero recitato uno spettacolo teatrale e musicale. E io mi sono fermato ed ho assistito a questo spettacolo che era struggente e appassionante perchè questi ragazzini erano pieni di tremori, di ansie, erano preoccupati dietro le quinte prima di andare in scena per cantare una canzone o suonare una chitarra, recitare uno sketch. Erano emozionatissimi ed erano assolutamente innocenti in questa voglia di partecipare, di far bene. E poi ho saputo che questi stessi ragazzi erano dei delinquenti, dei rapinatori, qualcuno aveva assassinato della gente, erano dei delinquenti spietati qualche volta. Quegli stessi ragazzini che facevano lo spettacolo. Questa contraddizione mi ha colpito moltissimo. Prima non avevo in mente di fare niente di simile ma poi, tornato a Roma, ne ho parlato con Elvio Porta, lo scrittore, e così ci è venuto in mente di tentare di scrivere una cosa che potesse essere questo film partendo dal tentativo di fare un film musicale italiano, però con caratteristiche completamente diverse dai film musicali tradizionali italiani, e soprattutto anche un film napoletano. Era il quarto film napoletano che facevo. Avevo fatto Le quattro giornate di Napoli, poi Caffè Express con Nino Manfredi, poi Mi manda Picone con Giancarlo Giannini e Lina Sastri".

    Cinema, scuola e televisione
    "Iniziative come quella della Biennale del Cinema dei Ragazzi di Pisa mi sembrano iniziative non solo da condividere, ma anche da sostenere perchè introdurre il cinema nella scuola, tentare di spronare insegnanti e ragazzi nella creazione di pezzi audiovisivi o per televisione o per cinema, o comunque a raccontare delle storie attraverso le immagini è molto utile, indipendentemente dai risultati, perchè introdurli alla scoperta dei 'segreti della cucina' contribuisce moltissimo a smitizzare tutto quello che poi loro vedono alla televisione o al cinema, attenua tutti questi fenomeni di provincialismo divistico, questa ammirazione così generica per tutti quelli che appaiono in televisione a scapito di tutti gli altri. Quindi può contribuire a vaccinare molti bambini e molti ragazzi da tutti quelli che sono gli inconvenienti di questo mercato televisivo frenetico che produce esaltazioni indiscriminate e fenomeni di divismo assolutamente arbitrari. Credo quindi che possa sviluppare delle difese critiche, che sia una vaccinazione indispensabile direi, anche per contrastare queste tendenze televisive che sono complessivamente sbagliate perchè sono contro la gente, perchè ormai assistiamo soltanto all'esaltazione degli oggetti a scapito delle persone e quindi degli uomini. Quindi se i bambini, i ragazzi vengono inseriti in un processo di fabbricazione di questi pezzi televisivi sono capaci probabilmente anche di capire quali sono tutti i trucchi o i colpi bassi che ricevono continuamente a casa tutti i giorni attraverso il monitor".

    Il nuovo cinema italiano
    "E' difficile generalizzare sul nuovo cinema italiano. Secondo me è difficile ma è anche sbagliato dare giudizi sui film dei colleghi. Io ho l'impressione che forse il carattere dei film italiani dell'ultimo periodo denunci una scarsa professionalità da parte degli imprenditori, dei produttori. Cioè che sia un cinema nato un po' con l'assistenzialismo, nel bene e nel male. Questo a volte è un grande vantaggio come nel caso di Morte di un matematico napoletano di Martone che probabilmente nessun imprenditore privato avrebbe prodotto. Però dall'altra parte ciò che è dannoso è insistere su questa strada che prescinde dall'imprenditore, dal distributore, dal mercato e può creare dei fiori ma in un deserto senza pubblico. Il collaudo del pubblico, la severità del pubblico, e magari anche la sua grossolanità, nel nostro mestiere sono indispensabili, un esame da superare, in un certo senso, perchè altrimenti l'industria cinematografica non riesce a sopravvivere. Questi sono film che stanno sopra o sotto la realtà del mercato. E io sono sempre stato abbastanza contrario a questo modo di lavorare che presuppone il mecenatismo, l'assistenzialismo di Stato. Perchè il nostro è un mercato con delle regole di capitalismo, di vendita, di bilanci che pesa fortissimamente nel nostro lavoro ed esercita una pressione fortissima. Ma nello stesso tempo è anche la realtà del nostro lavoro fare delle cose che la gente veda e non di fare delle cose sperando che non le veda nessuno".

    Cinema e industria
    "La televisione è un problema. Lì sta rientrando dalla finestra la censura spietata di mercato nel cinema e contro la quale ci siamo battuti moltissimo. Io credo che tutta la storia del cinema di tutto il mondo sia percorsa continuamente dallo sforzo che hanno fatto gli scrittori, i registi, gli attori di coniugare le ragioni del mercato, dell'economia, del danaro, dell'incasso, del successo commerciale, del film come merce, con quelle della loro espressione comunicativa, delle loro predilezioni stilistiche, o della loro ideologia, del loro impegno civile o sociale. Tutti i film sono il frutto di mediazioni fra queste due tensioni contrastanti che si trovano in punti diversi dello spettro. E' evidente che il punto di mediazione che ha trovato nel suo lavoro Bergman, che ha fatto dei film che erano finanziati dallo Stato svedese dove il committente non gli chiedeva di incassare ma di fare dei buoni film di grande livello, è molto diverso da quello che è capitato a tanti registi francesi o italiani o nordamericani che hanno dovuto fare dei film soltanto con il proposito di incassare del danaro. Però anche quei film, per esempio tutti quei film con Totò, che erano il massimo del cinema commerciale ai miei tempi, anche se erano girati sbadatamente ed erano al servizio di Totò, se non altro sono il documento della grande genialità di un interprete che allora non avevamo capito. Nessuno di noi aveva capito qual'era la potenza espressiva di Totò. Quindi questi film sono stati prodotti cinicamente per fare dei soldi ed è stato ingaggiato il comico che faceva ridere la gente perchè con lui la gente andava al cinema e non c'era nessun altro pensiero o criterio che guidasse quelle produzioni diverso da quello dell'incasso. Nessuno ne era consapevole ma dopo tanti anni Totò è ancora una presenza molto viva nel quotidiano degli spettatori italiani. Nell'immaginario collettivo degli italiani Totò ha un posto. Io non sto a dire che ha lo stesso posto di Chaplin, non è una questione di classifiche, ma sicuramente ha un posto, ha modificato il linguaggio degli italiani, ha dato un grande contributo, è una grande presenza. Quindi questi sono i punti di mediazione e secondo me non si dovrebbe perdere di vista (e mi riferisco anche al giovane cinema italiano) che ci sono tante possibilità in tante direzioni e non bisognerebbe mai dogmaticamente o condannare o esaltare frettolosamente certe opere in nome, neanche di una concezione generale del cinema, ma di punti di vista che sono più preconcetti che concetti, di visioni troppo aprioristiche, troppo astratte del nostro lavoro. Io credo che nella cultura italiana le riflessioni teoriche sul cinema per un certo periodo sono state molto indietro perchè non riuscivano a definire, a raccontare bene la realtà del nostro lavoro".

    Neorealismo e commedia italiana
    "Io sono nato da e sono orfano del Neorealismo perchè anche le grandi opere del Neorealismo in fondo erano commedie, nel senso che già c'erano lì i germi di un modo di fare cinema che poi ha creato la 'commedia italiana', quella che dispregiativamente hanno chiamato 'commedia all'italiana'. Io la chiamerei 'commedia italiana' perchè anche in Roma città aperta c'erano le gag, per esempio quando Fabrizi dà la padellata in testa al vecchietto per obbligarlo a fare il morto, e anche De Sica e Zavattini in Ladri di biciclette si sono sforzati di inserire note ironiche, umoristiche, quelli che noi chiamiamo gag, cose per far ridere perchè erano uomini di spettacolo, hanno inventato la capacità di mischiare cose diverse nello stesso film, hanno abbattuto la barriera dei generi che invece negli altri paesi e soprattutto negli Stati Uniti era molto rigida per la tradizione della grande industria nordamericana. Anche noi facevamo i film mitologici, i film storici, i film d'avventura, i film d'appendice come quelli di Matarazzo con Amedeo Nazzari, e poi i film comici. Ma i film comici erano solo film comici, non venivano mai lavorati come romanzi, venivano lavorati soltanto come un'accumulazione di gag, di trovatine e non si era pensato invece di mischiarli. Invece poi questa barriera in qualche modo è caduta e allora noi abbiamo inventato dei film come Detenuto in attesa di giudizio che è uno dei film più tragici che io abbia mai fatto ed era interpretato da un comico. Ma non era solo un merito mio o del Neorealismo. Mi hanno rimproverato in conferenza stampa dicendomi "perchè hai preso Alberto Sordi per fare questo film?" ed io ho risposto "chiedete a lui perchè ha preso me", perchè lui era il cardine industriale del progetto, senza di lui il film non si sarebbe fatto. E' la sua volontà di cambiare, di migliorarsi, di fare altre cose che lo ha spinto a fare questo film, questa commedia. Come La grande guerra, tratto da un racconto bellissimo di Maupassant che credo in qualsiasi altro paese del mondo avrebbero fatto interpretare da due attori tradizionalmente seri, perchè i due poveracci che si trovano a dover passare attraverso le linee prussiane per andare a pesca e invece vengono catturati, presi per spie e condannati a morte sono i personaggi di una storia terribile. Invece in Italia Age, Scarpelli e Monicelli hanno preso due grandi comici, Sordi e Gassman, e Gassman non ha fatto il Gassman tradizionale, aulico, di teatro accademico e raffinato, ma ha fatto il balbuziente come ne I soliti ignoti, si è sempre cammuffato con la parrucca, con la fronte bassa. Erano due comici ma hanno salvato anche la struttura seria e dolorosa della vicenda perchè alla fine i due vengono uccisi e si resta di ghiaccio. Anche il soggetto de I soliti ignoti è una tragedia terribile, spietata, piena di amarezza e di sconforto, però è tutta realizzata attraverso modalità e secondo un andamento ironico, comico, umoristico. Credo che quelli della mia generazione siano nati un po' con quel cinema, ma non credo che sia solo una caratteristica del mio lavoro, semmai una caratteristica più generale, un po' dovuta alle pressioni industriali. Io, per esempio, ho cercato di fare un film autobiografico molto triste, molto doloroso sulla condizione della donna che è Padre di famiglia. Allora se ne parlava poco, la grande questione femminile era ancora agli inizi, ma mi sembrava giusto affrontare in un film questo grande tema. Però per fare il film mi hanno chiesto un divo come protagonista maschile e io ho preso Manfredi. Quindi anche lì c'è la contaminazione dei generi. Allora Manfredi era solo un comico che faceva gli sketch in televisione facendo il ciociaro. Però era l'unica mediazione possibile per me, una concessione, un compromesso. Quindi ritorniamo sempre al problema dei punti di mediazione fra le due tendenze di cui parlavo prima".

    Candid-camera
    "Il programma Candid-camera è nato per caso, perchè allora io avevo un contratto con uno scrittore, Peppino Colizzi, che ha pubblicato anche due o tre romanzi con la Mondadori, che ad un certo punto si era messo a fare il produttore cinematografico e scriveva quasi sempre lui le storie. Come produttore fra l'altro ha scoperto anche Terence Hill e Bud Spencer, perchè lui ha prodotto I quattro dell'Ave Maria in cui è stata inventata questa coppia che poi è diventata celeberrima. Dovevo fare un film con lui e stavamo lavorando alla storia, ma ad un certo punto lui è stato chiamato dalla televisione e aveva un appuntamento per trattare la cessione dei diritti televisivi del film. E alla televisione per caso gli hanno detto che avevano fatto tanti provini di questo genere e lui in Inghilterra aveva già visto il candid-camera. Da lì l'idea del programma".

    Cinema e società
    "Noi non riusciamo a lavorare per trarre conclusioni di carattere generale. Io posso parlare di quei personaggi che ho trovato in certe occasioni ma non credo che possano essere tipici o significativi di una società intera. Noi lavoriamo sull'infinitamente piccolo. Quando facciamo i film ci riguarda la storia di un uomo, la storia di una donna, la storia di quattro persone, oppure, quando ho fatto televisione mi occupavo di quelli che fermavo per strada e che intervistavo, ma non è che ci sia un criterio sociologico o di inchiesta che ci spinge, anzi noi lavoriamo sempre per sapere più cose possibili di quella singola persona. Quindi considerazioni generali è difficile farne, semmai sono gli altri che le fanno, ma sono sempre un po' delle forzature".

    Il potere del cinema
    "Mi sembra che il potere del cinema sia diminuito molto, anche se il suo potere di influenzare gli spettatori è sempre stato piuttosto modesto. Il potere di segnalare, di mostrare, di sollevare quesiti, di far nascere dubbi c'è sempre stato ma questo è il potere culturale, è un contributo minimo che noi abbiamo sempre tentato di dare come gli altri operatori culturali, come i giornalisti, gli scrittori, con l'informazione diretta dei giornali oppure con quella indiretta, simbolica che diamo noi raccontando delle storie. E' chiaro che ci sono dei film che sono molto contento di aver fatto perchè hanno dato un piccolo contributo politico e culturale, come, per esempio, Le quattro giornate di Napoli sulla Resistenza, che è uscito in un momento in cui in Italia c'era una pericolosa involuzione di centro-destra e quel film come molti altri si sono sforzati di ricordare i valori della Resistenza e dell'antifascismo, di battersi per la realizzazione della Costituzione italiana. E in qualche misura tutte queste opere, i film che si fanno, gli articoli di giornale, i programmi televisivi oggi un contributo culturale lo danno per modificare in parte la concezione della vita, del mondo o della società che hanno gli spettatori-cittadini, ma è molto difficile quantificare. Non credo che si possa parlare del cinema come della stampa, il cinema non è mai stato il quarto potere".

    Censura e protezione dei minori
    "Le ragioni delle censure ci sono sempre state, ma in Italia più che altro la censura agiva soprattutto per ragioni di sesso, di puritanesimo, per non mostrare donne nude, amplessi oppure per ragioni dichiaratamente politiche. Altrimenti non è che fosse molto sensibile ad altre ragioni. Per molti anni in Italia il problema della censura è stato quello di tagliare i pezzetti di donne nude oppure di proibire l'uso di certi nomi per i personaggi. Per esempio ci imposero di cambiare il nome di un personaggio che si chiamava Milazzo perchè dicevano che altrimenti la gente avrebbe pensato un'altra cosa. Erano proprio morbosi. Era il principio della censura amministrativa contro la quale ci siamo sempre battuti. Ci siamo sempre battuti per la libertà e non abbiamo mai capito come mai gli uomini sopra i diciotto anni vengano considerati uomini a tutti gli effetti, si possono sposare, possono avere dei figli, chiamati dalla patria devono andare a fare il militare e magari a morire, ma non sono in grado di scegliere quali film possono vedere e quali no. Ci è sempre sembrata una follia. Ancora esiste la censura amministrativa ministeriale per i film, però di fatto è stata sconfitta. Ora sono molto più permissivi e semmai agiscono con dei giusti divieti per la protezione dei minori, perchè i minori vanno protetti. Però anche in questo caso hanno sempre vietato ai minori i film con le donne nude mentre dei film dove c'erano insegnamenti di violenza, di sadismo, di torture non gliene importava niente. Mentre in altri paesi molto più avanzati di noi la censura non ha mai colpito il sesso, ha colpito la violenza. In Svezia i film violenti sono proibiti sotto i diciotto anni a tutti, ma proibiti sul serio, questi film i bambini e i ragazzini non li possono vedere nè al cinema, nè in televisione. Ci sarà pure un motivo se fanno così. La protezione ai minori deve avvenire, non c'è dubbio, perchè tutti i problemi dell'età evolutiva, dell'infanzia sono molto delicati".

    Scugnizzi
    "Il compito mio come regista e di Elvio Porta come scrittore era quello di rispettare il repertorio elementare popolare che avevano questi ragazzi, quindi non aver paura di fare un film di contenuti molto popolari, anche ovvi, anche con dei luoghi comuni, perchè quello mi sembrava fosse il modo migliore di rispettare l'intelligenza e la sensibilità di questi ragazzi, questa loro immaginazione popolare. La canzone Carcere di mare è tipica di questo gusto, di questa cultura dei napoletani e di quei ragazzi. Questa credo sia stata la ragione di un equivoco, di un errore che abbiamo fatto noi, per le quali il film ha suscitato molte critiche al festival di Venezia, perchè ci hanno rimproverato di essere troppo nella norma, troppo ripetitivi rispetto a cose già viste, già raccontate. Ci hanno accusato di questo forse perchè c'è stato qualche errore da parte nostra nella costruzione del film. Forse avremmo dovuto far capire meglio fin dall'inizio nella scaletta, nella sinossi del film che i numeri dello spettacolo musicale non erano proposti da noi autori liberamente, ma nascevano dall'immaginazione, dalla fantasia, dal gusto, dalle esigenze di quei ragazzi detenuti nel carcere. Forse il film manca di questa indicazione precisa all'inizio e per questo le riserve sul film sono da accettare. Noi d'altronde le riserve come i consensi sui nostri film li dobbiamo sempre accettare perchè fa parte delle regole del gioco".

    Infanzia e recitazione
    "Scegliere i ragazzi e i bambini come attori di solito non è un problema perchè voi sapete bene che mentre noi grandi ci vergognamo di recitare, di giocare, per i bambini invece la recitazione è un gioco. O meglio, nel nostro quotidiano di adulti la recitazione la utilizziamo per fare affari, per amore, o per persuadere l'interlocutore, insomma esiste, ma di solito non è che abbia questa grande presenza nella nostra vita quotidiana e comunque ha finalità diverse da quelle ludiche. Invece nei bambini, nei ragazzi la fantasia, l'immaginazione, il gioco è continuo, i bambini inventano continuamente. Tutti i giorni i bambini cominciano con 'facciamo finta che', 'facciamo finta di', fanno sempre finta perchè loro realizzano delle pantomime, un piccolo teatro, delle favole. I bambini amano moltissimo le favole ma non quelle nuove, amano che gli si racconti sempre la stessa favola tutte le sere. I genitori sono esasperati perchè tutte le sere per mesi e mesi devono raccontare sempre la stessa favola. Il bambino ama la stessa favola perchè riconosce e si immedesima nei personaggi e quindi gli piace proprio calarsi dentro questa dimensione che diventa sempre più solida a forza di ripeterla. Quindi i bambini sono disponibilissimi al gioco, alla fantasia e quindi alla recitazione. I grandi invece no, i grandi resistono, e quelli che recitano bene sono i professionisti, sono gli attori, i conduttori televisivi che sono abituati alla macchina da presa, al microfono. Invece i bambini dopo uno sconcerto iniziale recitano tutti, non hanno filtri e pudori come abbiamo noi".

    Napoli
    "I napoletani parlano moltissimo fra loro, parlano continuamente. Se voi avete fatto caso, quando vi fermate in una strada di un paese sardo a parlare con un amico quelli che passano accelerano per non sentire o addirittura cambiano marciapiede per allontanarsi da quel dialogo. A Napoli invece si avvicinano, si fermano e se sente che i due parlano a bassa voce il napoletano si avvicina ancora di più fino a che uno poi per confidare un segreto non si ritrova il passante a dieci centimetri perchè vuol sentire tutto. Questo perchè i napoletani sono curiosi e sono curiosi perchè hanno la cultura della partecipazione ai destini degli altri. Ricordate quel film di De Crescenzo Così parlò Bellavista, quell'episodio del cavalluccio rosso recitato da Riccardo Pazzaglia? E' un episodio bellissimo. C'è un signore anziano con un cavalluccio rosso che urta un'altra persona ai margini di un mercatino e l'altro dice: "Scusatemi". Ed il primo di nuovo: "Ma no, perdonatemi, avete ragione voi, ero distratto perchè pensavo al mio nipotino. E' il suo compleanno e volevo regalargli un cavallino rosso. Allora sono andato vicino a casa e non l'ho trovato. Ho girato in altri posti e non l'ho trovato. Finchè non mi hanno detto che in questo mercatino c'era. Allora ho parcheggiato la mia 500, sono andato a comprare il cavalluccio rosso e quando sono tornato indietro mi avevano fregato la macchina. E adesso devo tornare a casa a portare il cavalluccio rosso al mio nipotino che magari ora piange". Mentre lui racconta questa storia vicino al signore che ha incontrato se ne ferma un terzo perchè vede i due che parlano e vuol sentire anche lui. Però è arrivato a metà della storia. Quando Pazzaglia è arrivato alla fine del racconto il terzo chiede al secondo: "Scusate non ho sentito l'inizio, ma che è successo?". Allora il secondo dice al terzo: "C'è questo signore che ha il nipotino che sta male, ci ha la febbre alta e nel delirio dice 'il cavalluccio rosso, il cavalluccio rosso'. Poi c'era questo signore, che stava male pure lui, è dovuto uscire, ha preso la 500, è andato a comprare il cavalluccio, e gli hanno fottuto la macchina. Voi per caso non conoscete chi sono i ladri che rubano le macchine?". "Non lo so. Forse però posso vedere". E intanto arriva il quarto e ognuno riferisce ai nuovi arrivati una storia sempre un pò diversa con varianti, aggiunte in modo che alla fine c'è un capannello di trenta persone e l'ultimo che arriva si sente raccontare una storia completamente diversa da quella iniziale e questo perchè non partecipano per sentire un fatto, per sentirsi raccontare un avvenimento. La cultura anglosassone è straordinaria perchè riesce con poche parole a descrivere seccamente un avvenimento. Prima espongono chiaramente il fatto. A Napoli non è possibile perchè se uno ferma un altro e dice "scusi, che ore sono?", l'altro non guarda l'orologio, anzi chiede lui a sua volta "perchè volete saperlo? Abbiate pazienza perchè se dovete prendere il treno che parte da Mergellina non vi preoccupate perchè ci ha venti minuti di ritardo. Oppure ci avete un appuntamento con la ragazza bruna con la borsa rossa che stava qua dietro?", "no", "no, perchè se avevate un appuntamento con lei io l'ho vista che stava con un altro". E questo ha solo chiesto "che ore sono?". Perchè questo? Perchè è una società che ha una spinta fortissima alla comunicazione. Questo è il grande fascino della città di Napoli, perchè i suoi abitanti difendono la propria identità. E' giusto dire che sono individualisti tanto è vero che ognuno di loro è simpaticissimo, intelligente, sensibile, onesto ma messi insieme costituiscono una città incivile. Perchè non sanno organizzarsi socialmente, sono sempre indisciplinati. Se uno a Napoli fa un film, e a me è capitato di avere cinquecento comparse, cinquecento persone, uno non può salire sulla torretta con il megafono e dire a tutti cinquecento "voi adesso dovete andare da quel punto a quell'altro punto, dovete correre così tutti cinquecento", non è possibile, non lo fanno. Gli ordini collettivi non vengono eseguiti. Uno deve scendere giù, non salire troppo in alto, andare da uno di loro e dirgli: "Lei signora ci ha il ruolo più importante del film. Lei deve fare una madre preoccupata per il figlio, correndo via dai tedeschi da quel portone a quell'altro portone. Mi raccomando lei ci ha il film in pugno". E così deve fare con tutti gli altri. Ci vuole molto tempo. Però questo è l'unico sistema".

    Eduardo
    "C'è un'opera del teatro di Eduardo, Questi fantasmi, in cui c'è un personaggio che dialoga con un professore. Il professore non si vede mai ma lui dialoga lo stesso con il professore. Solo una volta ad un certo punto dice, "professore, ma dove andate, ma come...", e si accorge che non c'è e capisce di aver parlato a vuoto. Lui però, il protagonista che dialoga con il professore non è mitomane, è uno normale che sta sul balcone. Nel mio film Scugnizzi, invece, questo personaggio che parla con qualcuno come se lo intervistasse la televisione ma poi si scopre che parla da solo, è un mitomane, uno che si butta sotto le macchine per trovare lavoro, è un esaltato. E' disperato e allora parla dalla finestra del suo basso come se lo intervistasse la televisione, ma non c'è nessuna telecamera dall'altra parte. Lui ci ha la mania della televisione".


     
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