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    L'INTERVISTA

    INTERVISTA INEDITA AL REGISTA FABIO CARPI (A cura di MARCELLO CELLA)

    05/08/2007 - PISA, Cineclub Arsenale 22 Marzo 1996:

    INTERVISTA al regista FABIO CARPI:

    (A cura di MARCELLO CELLA)

    Carpi: "Se avete delle domande io cercherò nei limiti delle mie possibilità di rispondere".

    Io volevo rompere il ghiaccio… Io ho visto tutti i suoi film…

    Carpi: "…E' un'eccezione…"

    …anche in televisione ad ore impossibili. Però ricordo un film che mi ha molto colpito, L'amore necessario. Mi piacerebbe che lei ricordasse a chi non l'ha visto, ai giovani, qual'è la problematica che lei con quel film ha voluto offrirci, perchè mi sembra molto interessante.

    Carpi: "L'amore necessario …raccontarne la problematica non è semplice, nel senso che io quando scrivo un film non mi pongo mai programmaticamente di fronte ad una problematica. Scrivo un film perchè mi interessa scriverlo, perchè sento il desiderio di scriverlo. Comunque posso dire che il pretesto che mi ha fatto scrivere questo film è stato un libro che avevo letto sui rapporti fra Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, cioè due grandi scrittori francesi, i quali si concedevano dei reciproci tradimenti, delle reciproche relazioni extraconiugali purchè non intaccassero quello che loro definivano il loro 'amore necessario'. Io rimasi colpito prima di tutto proprio da questa definizione che mi sembrava così emblematicamente un bel titolo per un film e per esplorare quelle che potevano essere le relazioni in una coppia e, in un senso più generale, quelle che potevano essere le relazioni interpersonali. Del resto il tema delle relazioni umane è quello che ha contrassegnato, io credo, sia i film che ho realizzato, sia i libri che ho scritto. Cosa posso dire ancora? Posso dire di aver avuto in questo film uno straordinario protagonista, Ben Kingsley, un attore veramente carismatico, il quale ha aderito a questo progetto con grande entusiasmo, e un'attrice che io amo molto, Marie-Christine Barrault, un'attrice francese, nipote di Jean-Luis Barrault, che è il grande attore che tutti conoscono, e con la stessa Marie-Christine Barrault ho fatto il mio ultimo film che è La prossima volta il fuoco. Per il resto mi sembra molto difficile raccontare un film a persone che non l'hanno visto. Cosa si deve raccontare di un film, la storia? La storia conta fino ad un certo punto, non è fondamentale. La storia è solo il pretesto per penetrare un mondo di rapporti. Comunque, in due parole, la storia era quella di una coppia estremamente legata di due persone adulte i quali si concedevano dei provvisori tradimenti con due persone giovani e finivano in qualche modo per vampirizzarli, cioè era una coppia di vampiri borghesi che traviavano una giovane coppia che invece credeva nell'amore assoluto. Alla fine però i due coniugi adulti si ritrovavano in qualche modo desolatamente soli nella consapevolezza di avere esaurito il loro ciclo vitale mentre i due giovani scappavano da una di queste cosiddette cliniche della salute, ma che diventava per i due giovani il castello delle streghe, dal quale riuscivano a fuggire, sapendo però di essere stati in qualche modo contaminati e con il timore di essere a loro volta divenuti due complici in quest'amore necessario che è un compromesso rispetto a quell'amore assoluto in cui loro avevano creduto fino a quel momento. Avendovi raccontato in due parole, malamente, la storia, non vi ho detto assolutamente nulla del film".

    Però questo rapporto in qualche modo vampiresco fra vecchi e giovani mi sembra che trapeli anche da questo film che abbiamo visto ora, Barbablù, Barbablù.

    Carpi: "Beh, questo film penso che sia un pochino diverso nel senso che il vecchio è veramente un uomo molto vecchio, è un patriarca, e i giovani sono i nipoti, mentre i figli sono in qualche modo degeneri rispetto al vecchio. Quindi mi pare che la situazione sia un po' diversa. Cioè mentre ne L'amore necessario ci sono i due adulti quaranta-cinquantenni corruttori dei giovani innocenti, in questo film c'è un patriarca che indubbiamente è un personaggio che ha a mio parere una statura superiore a quella dei figli e che ritrova semmai un rapporto con i giovanissimi nipoti, e soprattutto con la giovane nipote dato che il nipote malauguratamente finisce suicida. Comunque, tanto per farvi capire come è nato questo film, io un anno prima avevo fatto un ritratto per l'Istituto Luce di uno psicanalista, Cesare Musatti, decano in Italia della psicanalisi, ed è stato girando questo ritratto di Musatti, passando cinque giorni con lui a casa sua e ponendogli una serie di domande su varie situazioni familiari che mi è venuta l'idea di raccontare, evidentemente partendo dalla realtà, ma poi inventando completamente la storia, questo film Barbablù, Barbablù, dove c'è un grande vecchio che in qualche modo aveva anche condizionato a modo suo, distrutto questi figli, suoi eredi, e che ritrovava un rapporto con la generazione successiva. E direi che anche da quel poco che ho saputo, perchè non è che Musatti si sia aperto con me a confidenze di carattere personale, a parte il fatto che ha avuto numerose mogli, aveva dei rapporti molto conflittuali con i propri figli".

    Io volevo sapere il peso della psicanalisi nel suo cinema e nella sua formazione.

    Carpi: "Sulla psicanalisi io ho scritto un film che si intitola Diario di una schizofrenica, che è stato realizzato da Nelo Risi e che raccontava un'esperienza reale, cioè la vicenda di una psicanalista ginevrina che raccontava questo caso di guarigione effettuato su un giovane schizofrenico. Se prima il mio interesse per la psicanalisi era stato di carattere genericamente culturale, questa esperienza di scrittura per Diario di una schizofrenica e soprattutto l'incontro con questa psicanalista e il soggiorno a Ginevra durato un mese, in cui abbiamo rivisto con l'autrice la nostra sceneggiatura, ha lasciato in me, direi, un'impronta profonda. A parte questo, la psicanalisi è stata per anni l'occasione di un interessamento che io fin dall'adolescenza, fin dalla prima giovinezza ho avuto anche perchè nell'immediato dopoguerra sono stato per un periodo abbastanza lungo molto legato a un poeta, Umberto Saba, che parlava della psicanalisi come dell'unica forma possibile non solo di interpretazione della realtà, ma anche di possibile terapia per l'umanità in senso lato e non solo per il singolo individuo. E forse anche questo incontro con Saba credo abbia lasciato una certa traccia su di me. Poi ho letto molti libri e in qualche modo io penso che la psicanalisi sia un arricchimento a livello profondo della psicologia, per cui per un narratore, per un cineasta che voglia raccontare delle storie la psicanalisi è uno strumento di penetrazione della realtà".

    Lei comunque ha collaborato con molti registi che si sono spesso occupati di psicanalisi e quindi in qualche modo può essere considerato parte di una tendenza del cinema italiano…

    Carpi: "…Per quello che riguarda Diario di una schizofrenica penso di averlo già detto, è un film di Nelo Risi e Nelo Risi è l'autore del film in senso stretto, però abbiamo collaborato strettamente alla stesura della sceneggiatura, mentre per Un uomo a metà di Vittorio De Seta (fra l'altro mentre Diario di una schizofrenica si rifà ad una psicanalista strettamente freudiana, Un uomo a metà di De Seta appartiene ad un'altra scuola di psicanalisti, cioè alla scuola junghiana che io conosco molto poco) devo dire che ho fatto un lavoro puramente professionale, cioè l'ho assistito ad un livello tecnico, mentre la materia, la creatività è assolutamente tutta sua, quindi non mi riconosco in Un uomo a metà. Questo lo dico per amore della verità. Non posso considerarmi un coautore di Un uomo a metà se non solo per aver prestato una assistenza tecnica nella costruzione sul piano della comprensione della sceneggiatura. Per quanto riguarda Bellocchio, Bellocchio è un caso a sè perchè purtroppo Bellocchio, che è un autore che stimo molto, non appartiene nè alla psicanalisi freudiana, nè alla psicanalisi junghiana, ma segue un dissennato psicanalista che si chiama Fagioli e che solo impropriamente può venire assimilato alla psicanalisi perchè è una specie di guru molto discutibile e che corre il rischio anche di plagiare i suoi pazienti o adepti o allievi che dir si voglia. Quindi è un caso totalmente a sè quello di Bellocchio. Cioè, fare delle sedute di psicanalisi collettive con sessanta, settanta, cento persone di carattere cosiddetto liberatorio invitandoli a dichiarare in pubblico le loro ossessioni erotiche non credo che abbia nulla a che spartire con Jung, nè con altri maestri della psicanalisi. Questo signor Fagioli purtroppo ha collaborato attivamente agli ultimi film di Bellocchio, il quale, nonostante la 'collaborazione' di Fagioli, con il suo indiscutibile talento, è riuscito anche a fare dei bei film".

    In questo film che abbiamo appena visto ho notato che i figli vengono presentati in maniera un po' diretta, mentre la conoscenza che facciamo del grande vecchio, rispetto a quella dei figli, è una conoscenza più graduale, cioè si conosce questo personaggio senza che questo personaggio si presenti subito allo spettatore. Allora volevo chiederle se questo serve a sottolineare maggiormente la vitalità che abita ancora, anche in maniera contraddittoria, nella persona del grande vecchio rispetto alla vitalità che in qualche modo si è spenta nei figli, nella generazione intermedia. E poi volevo farle i mie complimenti per questo finale così poetico, per questa commemorazione così toccante.

    Carpi: "Si, io penso che quello che abbiamo visto nel film corrisponda in qualche modo alla realtà. Cioè mentre soltanto il protagonista, il vecchio psicanalista è detto e visto attraverso le interviste, attraverso una chiave, per così dire, pubblica, i familiari sono visti nel groviglio dei loro problemi, delle loro contraddizioni e anche delle loro difficoltà esistenziali, e sono sicuramente, a mio parere, dei familiari schiacciati dalla presenza di questo Saturnio, come viene detto ad un certo punto del film. Saturno divora i suoi figli ma non per malvagità, per cattiveria preconcetta, ma per la sua statura che ha reso difficile ai figli riuscire ad esprimersi autonomamente, con una certa forza e ne sono rimasti in qualche modo schiacciati. Per quanto riguarda il finale, mi fa piacere che le sia piaciuto. Le poesie del nipote morto sono delle brevi poesie che ho scritto più o meno all'età di vent'anni".

    Cosa ne pensa del protagonista maschile di La prossima volta il fuoco?

    Carpi: "Il protagonista di La prossima volta il fuoco cerca secondo me una cosa irrealizzabile…cioè cerca di realizzare nella sua vita una impossibile utopia, quella di ringiovanire il tempo, di far andare indietro le lancette dell'orologio. La favola è un pretesto, cioè la favola di mettere la figlia al posto della moglie nel centro è un pretesto per esprimere questa sfida verso il tempo, cioè il rifiuto dell'invecchiamento e questa specie di folle rincorsa di un tempo perduto, la propria giovinezza. Il protagonista non sopporta di vedere la madre vecchia. Il suo sogno è di ritrovare la madre come se la ricordava da bambino. Quindi ritrovare la madre nella figura della moglie e spostare la figlia al posto della moglie è un passo molto breve. Ma questa è una sfida, ovviamente paradossale e irrealizzabile, che si conclude in un fallimento. Nel momento in cui la madre muore tutto rientra nell'ordine e il protagonista si ritrova sconfitto in questa sua utopia. E' un sogno e il film si potrebbe interpretare anche come un sogno, come se nulla fosse realmente accaduto, come se questa inversione dei ruoli si fosse verificata solamente nella mente del protagonista".

    Volevo sapere se quest'ultimo film è stato girato nel Veneto.

    Carpi: "E' stato girato esattamente ai confini tra il Friuli e il Veneto, in una villa, si chiamava Pravisdomini il paese, era un trenta chilometri credo da Pordenone. E anche l'altro film, L'amore necessario è stato girato a quindici chilometri da Pordenone, cioè sempre nella stessa zona. E' stato quando ho girato il precedente film che ho trovato gli ambienti per il successivo".

    Sui titoli di testa c'è scritto Moncenigo, che è un paese…

    Carpi: "Si, a Moncenigo ho girato la scena iniziale in una trattoria…".

    …Dove nasce il Livenza…

    Carpi: "…Si. A Moncenigo ho girato solo una delle prime scene del film. Poi tutto il resto del film si svolge in una villa più o meno ai confini tra il Friuli e il Veneto".

    Visto che si sta parlando di ambientazione, dove è stato girato Barbablù, Barbablù?

    Carpi: "Barbablù, Barbablù è stato girato a Cernobbio, sul lago di Como, a una breve distanza dalla villa famosa di Luchino Visconti. Era la villa di un antiquario milanese, molto bella devo dire, dove abbiamo trovato tutto pronto, non è stato cambiato quasi nulla salvo la stanza del protagonista, il vecchio, che è stata ricostruita, cioè rifatta totalmente nella villa, tutto il resto, suppellettili, ecc., tutto è rimasto quello che esisteva in questa bellissima villa di questo antiquario".

    Io volevo sapere come si pone di fronte ai personaggi femminili, cioè se sente la sensibilità femminile in qualche modo diversa da quella maschile e quindi più difficile da capire…

    Carpi: "…Scrivendo o girando?".

    …Costruendo i personaggi…

    Carpi: "…Quindi scrivendo…Scrivendo non lo so. Io in genere vengo considerato più uno scrittore, o un regista, che è la stessa cosa, di personaggi maschili, e senza dubbio i miei protagonisti sono quasi sempre degli uomini. Per lo meno nei film che ho realizzato, perchè poi ho scritto molti film con personaggi femminili che fino ad oggi non sono riuscito a realizzare. Veramente i personaggi femminili mi interessano molto. Devo dire che Susannah York, che recita in Barbablù, Barbablù nella parte della figlia attrice, quando io le ho portato la sceneggiatura era molto contenta del suo personaggio in quanto riteneva che era un personaggio complesso, pieno di sfumature emotive. Per quanto riguarda i personaggi femminili di Barbablù, Barbablù sono principalmente due: uno quello della madre dei due ragazzi, una donna abbastanza terribile, una donna insoddisfatta, frustrata, e in qualche modo, nella coppia, vendicativa, mentre il personaggio di Susannah York è invece una donna un po' sognatrice e disperata. Quindi sono due facce possibili della femminilità, ma nessuna delle due è protagonista. Direi che semmai è più facile trovare una protagonista ne L'amore necessario o ne La prossima volta il fuoco, dove c'è quasi una parità di coppie, soprattutto ne L'amore necessario. Ne La prossima volta il fuoco un po' meno perchè la moglie è in qualche modo succube delle fantasie del marito. Comunque i film che ho realizzato hanno sempre dei protagonisti maschili. Forse non è un caso. Però posso assicurarvi che ho anche scritto dei film con dei protagonisti femminili, ma erano dei film più complessi produttivamente che finora non sono riuscito a realizzare. Certo mi ritrovo meglio nei personaggi maschili, non c'è dubbio. Infatti sono stato anche rimproverato per questo da alcuni critici".

    Io per esempio ho visto Corpo d'amore e La prossima volta il fuoco, che poi sono anche vicini come sceneggiatura, ed effettivamente ci può essere una lettura che vede le donne subordinate rispetto alla sensibilità maschile…

    Carpi: "…Penso di si. Anche Quartetto Basileus è un film essenzialmente maschile".

    Anche la moglie del protagonista di Barbablù, Barbablù è molto defilata…

    Carpi: "…Naturalmente non rispecchia una mia visione della femminilità. Quella è volutamente una figura opaca, cioè la quinta moglie, il che significa che lui ha sposato la sua infermiera. Questo era anche detto nella sceneggiatura. Poi l'attrice mi ha detto "per favore, togli questa parola che mi sembra troppo riduttiva". Siccome per me non era essenziale l'ho accontentata e ho tolto questa parola. Però evidentemente la quinta moglie era una donna subordinata, non era una compagna".

    Io invece vorrei dissentire un attimo da questa lettura. Secondo me, al di là della figura del padre patriarca di Barbablù, Barbablù, io ho trovato molto, molto bello il fatto che c'era un'uniformità nel modellato dei personaggi. Ho trovato che fossero, sia uomini che donne, prima di tutto esseri umani, caratteri che prendono corpo pian piano, ognuno ha un epiteto che si può definire in un secondo, però ognuno ha una profondità, uno spessore molto, molto grande…

    Carpi: "…Mi fa molto piacere quello che dici perchè per me non c'è una priorità fra i personaggi a seconda che siano maschi o femmine. Il film è un film sulle azioni umane e le azioni sono complesse, contraddittorie e conflittuali. Io a livello personale, forse anche perchè conosco, o meglio perchè ho lavorato con loro, le due attrici che hanno interpretato i ruoli ho simpatia e tenerezza sia per Marie Laborit, che è questa moglie bella e tremenda, sia per la povera Susannah York/Teresa, l'attrice frustrata. Sono cioè dei personaggi per cui sento una partecipazione umana. Del resto poi i due uomini non sono molto meglio, perchè nè il padre dei due ragazzi, nè il cosiddetto seduttore, Gastone, non è che siano degli emblemi di simpatia, o forse di simpatia si, ma non certo degli eroi positivi. L'unico che ne esce al di sopra, ma al di sopra anche in una maniera discutibile, perchè questo suo essere al di sopra può anche essere una colpa nei confronti della propria famiglia, è il patriarca, perchè è tanto al di sopra che lascia che la famiglia vada allo sfascio. Ma io non mi pongo in una posizione moralistica o di scelta nei confronti dei miei personaggi. Se io scrivo un film con dei personaggi, in qualche modo, credo, devo partecipare alla vita di tutti. Non credo che sarei in grado di fare un film in cui ci sono, per semplificare, il buono e il cattivo, il simpatico e l'antipatico, tutti hanno una loro ragione e una loro legittimità. Questo almeno penso io, poi sta al pubblico decidere se ci sono riuscito oppure no".

    Conosce il romanzo di Svevo, Una vita?…

    Carpi: "…Certo, ho letto tutto Svevo ed è uno scrittore che amo molto…".

    …Mi sembra che in questo ultimo film ci siano delle forti influenze letterarie dall'opera di Svevo…e forse è anche il suo limite…

    Carpi: "…Non voglio fare confronti con Svevo che è un grandissimo scrittore. Io penso, senza alcuna presunzione, che se dovessi rifare questo film non credo che cambierei molto. Forse ci sono altre cose che ho fatto in cui mi ritrovo meno convinto. Questo film è per me uno, fra quelli che ho fatto, in cui mi riconosco di più, ma questo non vuol dire nulla per il pubblico. Mi riconosco di più anche perchè ho avuto la fortuna di avere un complesso di attori che mi sembra molto omogeneo e che hanno restituito al cento per cento quelle che erano le sfumature dei personaggi. Per il resto non saprei veramente cosa aggiungere".

    Mi sembra però che su tutti i personaggi del film aleggi una atmosfera di solitudine e di isolamento, e mi sembra anche che neanche il patriarca, seppure superiore moralmente agli altri, riesca a stabilire un contatto con loro…

    Carpi: "…Senza dubbio, è un film di solitudini…".

    …L'impressione è che la comunicazione non sia possibile nè fra il patriarca e gli altri componenti della famiglia, nè nel rapporto di coppia fra marito e moglie…

    Carpi: "…Infatti, è esattamente così. L'unico rapporto che si stabilisce, e viene anche detto esplicitamente ad un certo punto se ben ricordo, è quello fra il nonno e la nipote. Mi pare che il nonno dica ad un certo punto che bisogna sempre saltare una generazione per trovare un reale contatto familiare. Il rapporto fra marito e moglie è un rapporto decisamente conflittuale e quasi terrificante; il rapporto di Gastone con la sua amica è anche quello un rapporto votato al disastro; l'unico rapporto che esiste è quello fra i due fratelli, che è un rapporto molto forte anche se si conclude con un suicidio, e quello fra il nonno e la nipote. Evidentemente il nonno non è riuscito a creare un'armonia familiare, non c'è dubbio, non è riuscito a comunicare con i suoi figli, tant'è che in qualche modo li ha distrutti tutti, e il rapporto si crea saltando una generazione con la giovane nipotina".

    Se quindi si dovesse trarre un messaggio reale da questo film è che all'interno di un certo tipo di famiglia borghese non c'è la possibilità di costruire una comunicazione reale.

    Carpi: "…Mah, premettendo che quando io scrivo un film non mi propongo di dimostrare assolutamente nulla, cioè non mi propongo nè di dare messaggi, nè di dimostrare qualcosa, e visto a posteriori, come lei legittimamente osserva penso anch'io che c'è un messaggio negativo. Se si vuole interpretare criticamente, e non vorrei farlo io, ma eventualmente un critico, si può dire che è una rappresentazione della crisi di una certa famiglia borghese. Per citare un film diversissimo dal mio, ma che ha per tema qualcosa che gli rassomiglia, e che è La famiglia di Scola, questa è l'antifamiglia. La famiglia di Scola è un film in cui la famiglia viene rappresentata come un frutto solido e, nonostante i suoi contrasti e i suoi conflitti, qualche cosa di estremamente costruttivo e positivo. Questa invece è una famiglia mostrata come qualcosa di negativo e di distruttivo. Se questo vuol essere la rappresentazione della famiglia borghese oggi non sta a me dirlo, certo non era la mia preoccupazione quando l'ho scritta e l'ho realizzata. Però a posteriori, visto criticamente, può darsi che anche questa lettura sia legittima".

    La musica nei suoi film non mi sembra che sia sempre colonna sonora…

    Carpi: "…Non è mai colonna sonora. Cioè io non amo il commento musicale. Il commento è un peso, come una musica che viene stabilita quando il film è finito, e che deve in qualche modo servire, potenziare, rendere più emotive certe scene o riuscire a risolvere certi buchi della storia, enfatizzare i momenti dolci, oppure rendere la tempesta delle anime in tumulto, e questo lo detesto. A me piace la musica che sia per lo più enunciata in campo, cioè quando la musica si sente perchè c'è un giradischi, una televisione accesa, una fonte che in quel momento sia in campo. Oppure può essere anche una musica mentale, cioè il personaggio che si immagina qualche cosa. Ad ogni modo non è mai usata con la funzione di commento sottolineatore ed enfatico come esiste nella maggior parte dei film. Questa però è una mia scelta personale d'autore, perchè mi piace moltissimo la musica nei film degli altri quando funziona. Semplicemente non mi piace nei miei, cioè non mi piace il commento musicale scritto da un musicista, preferisco scegliere dei brani di musica classica o di jazz o di canzoni moderne che possano appropriatamente entrare nel commento del film, ma non scegliere un maestro e fare un commento di violini o altro".

    Quali sono i suoi prossimi progetti, a quali film sta lavorando?

    Carpi: "Io sto lavorando a un film, ma siccome io so di poter fare un film soltanto quando l'ho già fatto e quando mi trovo nella sala di montaggio, preferisco non parlare di progetti. Spero di fare un film questa estate, ma può darsi che ci riesca come può darsi di no. Quindi fino all'ultimo giorno di lavorazione non posso dire se farò un determinato film. E, sottolineo, non il primo giorno di lavorazione, ma l'ultimo, perchè ci può essere anche un primo giorno e non esserci l'ultimo. Solo dopo l'ultimo giorno di lavorazione posso parlare dei miei progetti. Comunque il progetto ce l'ho e ci sto lavorando attivamente".

    Una curiosità. Come mai ha scelto Enrico Ghezzi per la parte del regista della troupe televisiva di Barbablù, Barbablù?

    Carpi: "Allora era una presenza molto meno caratterizzata di quanto non sia oggi…".

    E' anche doppiato, vero?

    Carpi: "Si, è doppiato. E non aveva ancora scelto l'asincronismo, cioè di parlare con una voce che non corrisponde agli elementi labiali. Non era ancora diventato il 'personaggio' Ghezzi, l'avevo visto in televisione presentare alcuni film in maniera sempre contorta ma un po' meno di quanto non faccia oggi, mi sembrava che avesse una faccia curiosa e mi sembrava attendibile per fare un regista televisivo che faceva una inchiesta, un ritratto. Devo dire fra l'altro che durante il periodo di lavorazione si è presentato molto bene, ha fatto il suo ruolo in modo efficace. Non so cosa ne pensa lei…".

    …Conoscendo come è oggi, come attore è straniante rispetto al suo ruolo attuale…

    Carpi: "…Oggi non lo sceglierei più. E non sceglierei più Enrico Ghezzi perchè è diventato un personaggio che si sovrappone a quella che era, quando l'ho scelto, una faccia che appariva in televisione e che parlava in un certo modo, che aveva una certa gestualità, ma non quella, eccessiva, che ha assunto oggi. E' molto comprensibile la sua perplessità".

    Invece il personaggio interpretato da Leopoldo Mastelloni, anche lui un personaggio popolare, mi è sembrato poco credibile e soprattutto fuori contesto…

    Carpi: "…Sono d'accordo con lei. Onestamente devo dirle che se oggi rifacessi il film, questa sarebbe una delle cose che cambierei. Ha messo il dito nella piaga. Ha ragione, è una forzatura nel contesto del film che oggi non rifarei, senza dubbio. E' una osservazione critica molto pertinente, che condivido".


     
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