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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > INTERVISTA CON IL REGISTA DI LE VITE DEGLI ALTRI: FLORIAN HENCKEL VON DONNERSMARCK

    L'INTERVISTA

    INTERVISTA CON IL REGISTA DI LE VITE DEGLI ALTRI: FLORIAN HENCKEL VON DONNERSMARCK

    27/07/2007 - Come Le è venuto in mente questo argomento? Cosa ha scatenato il suo interesse a riguardo? C’era forse un motivo personale?

    F. H. V. DONNERSMARCK: "Nel corso degli anni ci sono state due cose che mi hanno portato a fare questo film. La prima riguarda i ricordi che ho di quando, da bambino, andavo in visita a Berlino Est e nella DDR. All’età di 8 anni trovavo eccitante e interessante la paura degli adulti. I miei genitori avevano paura quando attraversavano il confine (erano nati nell’Est e forse venivano controllati maggiormente, per questo motivo) e anche i nostri amici della Germania dell’Est avevano paura, quando parlavano con noi, con l’Ovest. I bambini hanno delle antenne incredibili per le emozioni. Penso che senza queste esperienze, avrei avuto difficoltà a trovare il giusto approccio a questo tema.
    La seconda ragione è un’immagine che non ho mai dimenticato: nel 1997, durante un corso creativo presso la HFF, veniva ripreso un uomo seduto all’interno di una stanza vuota, con delle cuffie sul capo, mentre ascolta una musica sublime ma non vuole sentirla. Quest’uomo ha popolato i miei sogni e nel corso degli anni è diventato il Capitano Gerd Wiesler. Gabriel Yared dice sempre che un artista creativo è una sorta di ricevitore. Se questo è vero, allora ci deve essere stato da qualche parte un trasmettitore che mi ha inviato dei segnali senza sosta".

    In che modo e in quali luoghi ha condotto le ricerche per questo film?

    F. H. V. DONNERSMARCK: "Sono stato in molti luoghi in cui si respira ancora lo spirito del passato, fra cui il Memoriale di Hohenschönhausen, l’ex Ministero per la Sicurezza dello Stato, l’odierna Agenzia di Ricerca e Memoriale di Normannenstrasse, nonché il Birthler Bureau e i suoi archivi. I luoghi trattengono le emozioni vissute, e queste visite spesso mi hanno ispirato più dei libri che ho letto e dei documentari che ho guardato sull’argomento. Il fatto decisivo, però, è stata la conversazione con i testimoni del tempo, fra cui il Tenente Colonnello della Stasi, Wolfgang Schmidt, capo del Gruppo di Valutazione e Controllo della "HA XX", le prostitute della Stasi e la gente che è stata rinchiusa anche fino a due anni nei centri di detenzione della DDR. Ho cercato di ampliare la prospettiva, di assumere diversi punti di vista e per questo ho voluto ascoltare molte storie fra loro contraddittorie; alla fine ho sentito di aver sviluppato una sensazione molto chiara rispetto a quel tempo e ai suoi problemi.
    L’ultimo e più importante elemento è stato il mio lavoro con gli attori e con i membri della troupe, la maggior parte dei quali proviene dall’Est, e ha portato nel film un’esperienza di vita vissuta, molteplici punti di vista, spesso molto personali. Per molti di loro, questo film è stata l’occasione per parlare finalmente di queste cose, per la prima volta in assoluto. Lo trovo pazzesco, a 14 anni dalla riunificazione! Ci sono ferite che davvero impiegano tanto tempo a guarire".

    Si è ispirato a modelli specifici per i personaggi e gli eventi?

    F. H. V. DONNERSMARCK: "I personaggi sono modellati sulla base di diverse figure della vita reale, in cui molti certamente si identificheranno. Tuttavia il film non è a tesi. I personaggi e gli eventi sono deliberatamente lasciati in sospeso. Ad esempio Hempf è un ministro senza portafoglio. Per me la cosa importante era di non perdermi nei dettagli storici, perché il mio obiettivo era raccontare una storia ‘reale’ su persone ‘reali’, filtrandola attraverso l’emotività".

    Come è riuscito a scritturare un premio Oscar per scrivere la musica del film?

    F. H. V. DONNERSMARCK: "C’è voluto del tempo ma chiunque mi conosca sa che non accetto mai un ‘no’ come risposta! La mia tesi alla scuola di cinema è stata sul film Il talento di Mr. Ripley e ho sempre avuto la sensazione di aver compreso realmente il film solo attraverso la sua musica. Ho continuato a scrivere a Gabriel Yared fino a quando non ho avuto l’occasione di conoscerlo e di parlargli di persona dell’idea del mio film. Lui ha subito mostrato interesse. Inoltre ho avuto un colpo di fortuna, perché il progetto a cui stava lavorando, Troy di Wolfgang Petersen, non è andato in porto, e lui improvvisamente si è reso più libero. Il metodo di lavoro di Yared prevede la composizione della musica di un film già durante la fase della sceneggiatura. Ci siamo visti tre volte a Londra per sviluppare l’approccio musicale insieme. Ad esempio Yared ha composto il brano Sonata for a Good Man, che compare nel film, ancor prima dell’inizio delle riprese. L’attore Sebastian Koch afferma di aver capito profondamente la personalità di Dreyman solo dopo aver suonato questo brano. Un’ulteriore prova che il metodo di Gabriel è più che valido".

    Per quanto riguarda l’aspetto estetico del film, sono stati rispettati alcuni schemi di arredamento e colore?

    F. H. V. DONNERSMARCK: "Avevamo un’idea molto chiara dei colori da utilizzare. Abbiamo cercato di rinforzare alcune tendenze dominanti nella DDR, riducendone altre. Poiché nella DDR era più presente il verde rispetto al blu, abbiamo completamente omesso quest’ultimo. Anche l’arancione era maggiore del rosso, che abbiamo prontamente eliminato. Sono state utilizzate alcune ombreggiature del marrone, del beige, dell’arancione, del verde e del grigio, ottenendo un ritratto molto autentico, dal punto di vista estetico, della DDR di quegli anni. A causa del budget limitato, non abbiamo potuto costruire molti set. Perciò quando eravamo nell’impossibilità di creare ciò che volevamo, ci siamo avvalsi della ‘riduzione’, per mantenere la qualità visiva ad un alto livello. Abbiamo accuratamente evitato di sovraffollare il set con una quantità eccessiva di oggetti d’epoca. Secondo me l’arredamento del set serve da sfondo per le emozioni degli attori, né più né meno. Non voglio che lo spettatore venga distratto dagli oggetti o dalle macchie sul muro, al posto di stabilire un rapporto emotivo con i personaggi.
    Fortunatamente la mia squadra di lavoro era totalmente d’accordo con me, praticamente su tutto. Silke aveva previsto che già all’inizio delle riprese, avremmo tutti pensato e sentito le stesse cose. Mi sembrava strano, ma alla fine è proprio quel che è accaduto".

    Dal >Press-Book< di Le vite degli altri

    La Redazione




     
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