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    L'INTERVISTA

    Spesso ritornano... Nuovo approdo lagunare per Steven Spielberg e Tom Hanks con The Terminal

    01/09/2004 - Press Conference & Dintorni

    The Terminal (Regia: Steven SPIELBERG )

    Steven SPIELBERG e Tom HANKS

    LA DOVEROSA RISPOSTA DI UN CINEASTA HOLLYWOODIANO A UN MONDO IN CRISI NEI TERMINI DI UN CINEMA INTESO COME VIA DI FUGA

    Volendo fare un consuntivo dell’opera cinematografica di Steven Spielberg a questo punto della sua carriera - che potremmo definire senza esagerazioni lastricata d’oro tanti sono i successi raccolti virati in un vero e proprio, inossidabile, impero finanziario - equamente brillante in ogni genere, drammatico o comico, può venir la voglia di chiedere, e lo abbiamo fatto, se c’è, indipendentemente dalla realizzazione filmografica di fatto, un genere cui un regista così eclettico e maturo possa sentirsi naturalmente più attratto. Il dramma o la commedia ?. E magari un film, uno per tutti, che possa eleggere a vessillo, simbolo, del suo intero percorso. E’ lo stesso Spielberg a fornirci una risposta diretta ed esaustiva, per il quale ‘non vince il genere, vince la storia’: “Penso che la maggior parte dei miei film non siano stati di natura drammatica, non faccio molte commedie. Tom (Hanks) ha fatto molte più commedie di me. La cosa che privilegio è la storia. Mi piace di più la storia che mi sorprende, la storia che mi commuove, che mi cambia in un certo qual modo. Questo è il valore che mi porta ad impegnarmi nella regia di una storia piuttosto che in un altra, piuttosto che semplicemente apprezzare una storia e farla dirigere poi da qualcun altro…”. Su questo piano concorda anche Tom Hanks. Ma in definitiva, per quanto Spielberg passi alla critica la palla, l’onere di prendersi la responsabilità di eleggere il film più rappresentativo del proprio percorso cinematografico, alla fine si sbilancia facendo un titolo, guarda caso quello già scelto dalla rubrica ‘Movies: uno per tutti, tutti per uno’ della nostra redazione rispondente allo scopo: Schindler’s List, cui ne affianca persino un secondo (Salvate il soldato Ryan). D’altra parte, suo malgrado, come osservato dal produttore di The Terminal Walter Parkes (non presente alla conferenza stampa), Steven Spielberg tradisce una connaturata affinità con la ‘commedia umana’: “Penso che la cosa più affascinante per Steven sia stata la possibilità di mettere in pratica il suo talento per la ‘commedia umana’. E’ un genere in cui non si è cimentato spesso, benchè gli sia molto congeniale. Un po’ come Prova a prendermi, questo film gli ha permesso di esprimere la sua vena brillante”. E non c’è dubbio che Spielberg abbia anche provato “una sensazione di grande affinità con il protagonista della vicenda. Penso che a molti di noi sia accaduto di avvertire la stessa sensazione di spaesamento, di sentirsi degli sradicati in cerca di un’identità precisa”. Ma non di trascrizione realistica nel senso letterale del termine si tratta: “Non c’è un personaggio della realtà a cui ci si è ispirati. Esiste nella realtà un tizio che da 17 anni vive all'aeroporto parigino De Gaulle, mangia bene, è in buona compagnia, si diverte, ha la possibilità di scegliere dove mangiare ogni giorno e interagisce con la maggior parte delle persone, ed è una persona reale, ma questa storia non è tratta dagli aspetti della vita di quel personaggio. Questo film è stato ispirato da quello che è successo durante l’anno nel quale è rimasto bloccato lì, prima di essere liberato da questo blocco e diventare un residente volontario di quell’aeroporto. Ora non è più obbligato a stare lì ma ha fatto una scelta di vita”. Una delle scene più divertenti è quella con la telecamera interna, a quanto pare in omaggio a Jacques Tati: “E’ più che un semplice omaggio a Jacques Tati… Tom ha creato molte scene che non erano presenti nella sceneggiatura originale. Tom interagisce con la cinepresa … C’è una scena con la telecamera di sorveglianza che Tom ha inventato e ha utilizzato questo enorme set del Terminal per giocarci e con il quale abbiamo giocato tutti per tre mesi. La spontaneità, la creatività, le risorse di Tom hanno veramente dato un grande input al film ed è anche la sua umanità che è entrata in gioco. Il film non può neppure essere inteso come una critica alla politica dell’immigrazione americana perché lo scopo di Viktor, il personaggio di Tom Hanks, non è certo quello di trasferirsi in America. E’ ancora Spielberg a precisare: “Viktor arriva per una missione del cuore, per fare qualcosa di fantastico per suo padre ed è venuto solo per questa ragione. Non è andato solo per vivere in America o a visitare l’America, ma ha fretta e vuole salire sull’aereo di ritorno, invece viene bloccato. Vuole semplicemente completare la sua missione per un atto di amore per suo padre e poi volontariamente torna al paese che conosce meglio, il suo paese di origine, naturalmente. Questo è quello di cui parla il film”. E, aggiunge Tom Hanks: “Viktor rappresenta la versione più cosmetica di quello che è l’America così come la vede, per quella che è, e non vuole stare, vuole tornare a casa. E’ più che contento di tornare a casa e ha visto abbastanza dell’America nel Terminal”.
    Spielberg aveva già reso manifesta la spinta che lo ha indotto a scegliere di fare questo film: “Volevo far sorrider il pubblico, ecco. Penso che nel mondo in cui viviamo avremmo tutti bisogno di sorridere di più, ed è proprio a questa esigenza dei nostri tempi che Hollywood dovrebbe rispondere”. Concetto ribadito in conferenza stampa: “Penso che il pubblico abbia sempre manifestato il suo desiderio di fuga quando c’è una crisi nel mondo. Quando il mondo non è in crisi Hollywood e i cineasti di tutto il mondo sono lì, o per riflettere la crisi, per riprodurla, con modi molto attenti dal punto di vista storico, oppure producono film di fantascienza, di commedia, per fornire una via di fuga. Certo che questi sono i film che funzionano meglio quando il mondo non è in un periodo di grande fioritura. Noi non corriamo dietro agli eventi del mondo per decidere che tipo di film fare, ma il mondo ci ha mostrato di aver bisogno di avere un sollievo dai titoli dei giornali e oggi i titoli di tutti i canali televisivi mostrano proprio questo. A volte ci sentiamo obbligati a trovare una via di fuga nel cinema e penso che sia una cosa positiva”.

    (a cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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