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    L'INTERVISTA

    63a Mostra - PRESS CONFERENCE & Dintorni - THE DEVIL WEARS PRADA/IL DIAVOLO VESTE PRADA di DAVID FRANKEL

    08/09/2006 - DAVID FRANKEL (regista), con gli attori MERYL STREEP, ANNE HATHAWAY, STANLEY TUCCI

    Calorosissima accoglienza con festosi applausi per Meryl Streep

    A proposito dei due ruoli da lei rivestiti recentemente: The Manchurian Candidate, e l’altro qui in The Devil Prada. Come paragona queste due parti? Sono entrambe signore piuttosto dure, e perché lei si interessa a questi ruoli? Ossia di donne un po’ militaresche?

    MERYL STREEP: “Questi sono i ruoli che scrivono per le donne della mia età. Forse c’è qualcosa nella società che vede la donna un po’ più aggressiva, in questo modo. Non lo so. Queste erano comunque due ruoli intelligenti… Recentemente sono stata in ‘Radio America’, un film di Robert Altman, ma questo era effettivamente un ruolo un po’ insolito. Di solito si tratta di parti piuttosto grottesche. Personalmente contribuisco a rendere questi ruoli il più realistici possibile”.

    Molti dicono che è stato fatto di tutto per eliminare il film. Questo l’ha influenzata nel fare il personaggio?

    M. STREEP: “Non è affatto vero… Il personaggio che interpreto si distacca da quello del libro che tratta di lei, ma il personaggio che faccio nel film non le assomiglia, quindi io non vedo in lei la persona che vuole criticare o addirittura eliminare il film”.

    Che cosa le è piaciuto di questo personaggio così crudele? Questa favola non ha un finale un po’ troppo buonista? Nella realtà pensa possano accadere cose di questo tipo? E in base a cosa sceglie i suoi copioni?

    M. STREEP: “Si, è vero che si tratta di una favola ma la gente come Miranda esiste e in varie sfere, e di solito sono uomini, mentre invece noi abbiamo semplicemente vestito il personaggio con una gonna. Come scelgo le mie sceneggiature? A me piace la buona scrittura, e qui gli sceneggiatori sono eccellenti, hanno elaborato uno script veramente bello con al centro le ambizioni che si trovano nel mondo della moda. Quindi secondo me non è poi così lontano dalla realtà”.

    Quanta parte della vita privata lei sacrifica per il film? Come fa a gestire il lavoro con la sua vita privata? Si è trovata qualche volta a dover fare una difficile scelta tra carriera e vita privata?

    M. STREEP: “ Si, devo sempre pensare alla mia famiglia e alla mia vita privata e come questa si rapporta alla mia carriera. Questo influenza anche il mio modo di scegliere i copioni, dove si gira il film, se è lontano da casa, se mi porterebbe lontano per troppo tempo… Per quanto riguarda i sacrifici che ho dovuto fare, devo dire che in vita mia sono stata molto fortunata, e questo è bene sottolinearlo. Soprattutto quando si è pronti ad affrontare tutte le incertezze che la vita dello show businness presenta. Si hanno gli impegni da quattro mesi a quattro mesi. Ma se si è pronti a vivere in questa incertezza e instabilità, si può anche godere di molto tempo libero da trascorrere con la famiglia. Credo che io abbia avuto molto più tempo da trascorrere con i miei familiari rispetto ad una persona con un lavoro fisso e con due sole settimane di ferie all’anno”.

    Quanto al regista David Frankel che, com’è noto, ha diretto Sex and the City, che cosa ha portato in questo film della sua esperienza professionale personale?

    DAVID FRANKEL: “Quello che ho portato dalla mia precedente esperienza della televisione è forse il personaggio di Anne (Hathaway) che arriva a New York per cercare un lavoro e le sensazioni che prova in questa situazione precaria. Molti di noi hanno avuto questa esperienza di arrivare senza un soldo, trovare un buco di stanza, innamorarsi di New York e arrivare poi ad avere successo in una grande città, tanto da poterne fare un film”.

    Meryl Streep è stata veramente il capo e lei ha dovuto obbedire? Quale sarebbe stato il titolo del film se fosse stato davvero così?

    ANNE HATHAWAY: “Il titolo avrebbe potuto essere ‘il cervello’ (la mente), oppure ‘Le vere signore parlano con gentilezza’”.

    Quanto tenete alla moda nella vita privata? Quali sono i vostri incubi per quanto riguarda la moda e quanto tempo vi è occorso per prepararvi alla conferenza stampa?

    M. STREEP: “Il titolo della mia autobiografia potrebbe essere ‘Il diavolo si veste di stracci’ o in jeans. Quanto è importante la moda per me? Il modo in cui la gente si presenta, mi è sempre sembrato molto interessante. Quando ho frequentato il college, mi sono laureata in Design dei costumi, per cui mi ha sempre interessato vedere come il carattere si rivela attraverso gli abiti. Quanto mi sono preparata per questa conferenza stampa? Molto di più di quanto di solito faccia. Dopo di che ho cambiato idea, sono tornata indietro e mi sono ricambiata di nuovo a pranzo, e ora sto molto molto meglio”.

    A. HATHAWAY: “Il titolo della mia autobiografia potrebbe essere ‘Lavori in corso’. Nella mia vita reale, quando non mi preparo per le conferenze stampa, la moda è una specie di hobby. Mi piace leggere riviste di moda, studiare quello che fanno i designer della moda. Mi piace il design, il modo in cui la fantasia viene utilizzata nel design. C’è un design classico e poi improvvisamente c’è qualcuno che è molto inventivo e che è in grado di cambiare le cose. E questo mi affascina sempre. Ci sono i vari trend della moda che io osservo più che sostenere di persona. Come attrice poi mi piace prepararmi bene quando ho un appuntamento importante. Questa mattina ho impiegato una cinquantina di minuti a prepararmi. Sono ancora vulnerabile in situazioni di questo tipo, non mi sento molto a mio agio e quindi la moda e il vestirsi diventano un po’ come una specie di armatura in cui uno si nasconde, e a volte è molto utile potersi nascondere”:

    Qual è la cosa più attraente ma anche più pericolosa della moda? Significa forse andare contro i sogni della gente? Vendere illusioni? Come si sente a fare l’avvocato del diavolo? E che cosa ne avete fatto di tutti quegli abiti fantastici? Penso che sia una delle migliori vendite nella storia del cinema questa!

    M. STREEP: “Abbiamo organizzato un’asta per la vendita degli abiti. Ci sono stati dei designer che hanno donato i propri abiti per questo film e poi sono stati venduti per creare fondi per associazioni umanitarie”.

    Lei ha già avuto un Oscar e che cosa significa per lei avere un’altra Nomination per questo film?

    M. STREEP: “Chi lo sa! Se ciò accadrà sarebbe bellissimo!… A tutte le conferenze stampa la gente mi chiede sempre più o meno le stesse cose. Mi parla dell’Oscar. Quanti Oscar? Io in realtà non ricordo molto bene, non so neanche quanti film ho fatto”.
    Stanley Tucci ha vestito il ruolo della guida di questa ragazza che vive in una situazione difficile e complessa. Nella sua esperienza professionale ha anche lei incontrato delle persone in grado di darle consigli di fondo importanti per iniziare il lavoro che voleva fare? Se non gli è capitato, avrebbe comunque voluto dei maestri così adorabili come quello del film?

    STANLEY TUCCI: “Ho incontrato molta gente. Quando si sale nella carriera, c’è sempre qualcuno che ti aiuta, non necessariamente dei designer omosessuali ma comunque, si incontra sempre qualcuno che ti prende sotto la sua ala protettrice, anche se magari tu non te ne rendi neanche conto. Magari sono persone un po’ scorbutiche esteriormente, invece ti fanno del bene. Io ho incontrato molte di queste persone nella mia vita e sono stato proprio fortunato ad incontrarle. Direi che sono ancora sorpreso di non essere più il giovincello che ero una volta. E ora sento che pian piano sto diventando la persona che avete descritto. A volte non ci si rende neanche conto di come si cambia”.

    Lei non è gay, quindi, come si è messo nei panni di questo personaggio?

    S. TUCCI: “Questi panni mi stavano stretti, ho dovuto parlarne anche a mia moglie. Non ho avuto molto tempo di prepararmi per il ruolo perché avevano già cominciato a girare il film. Avevano già esaurito tutte le possibilità che c’erano a Hollywood prima di venire da me a propormi questa parte. Sono stato incluso nel cast pochi giorni prima dell’inizio delle riprese, non ho quindi avuto veramente la possibilità di prepararmi bene, avrei voluto fare delle ricerche. Comunque, come ha detto Meryl prima, si tratta di una sceneggiatura scritta molto bene così pure come il personaggio, è delineato molto bene. Quindi io non ho dovuto far altro che copiare un po’ il comportamento delle varie persone che avevo incontrato nel corso della mia vita. E poi si tirano fuori sempre dei pezzi di se stessi, come la mia passione per la moda. Mi piace vestirmi in un certo modo e tengo molto ai costumi anche quando recito. Per quanto riguarda l’omosessualità, come ho detto, si ricorda il comportamento delle persone che si incontrano e si cerca di rubare queste gestualità e questi comportamenti”.

    Ce la ricordiamo in film molto seri degli anni Settanta, Ottanta, mentre ora si vede sempre più spesso in ruoli da entertainment, in commedie brillanti. Cosa significa questo, un cambiamento nella sua carriera?

    M. STREEP: “Le intenzioni qui erano molto serie. Io l’ho preso molto seriamente, anche se il ruolo è brillante e divertente. Prendo sempre il lavoro in modo molto molto serio. E c’è sempre qualcosa di incredibilmente serio in tutte le cose che sono anche divertenti”.

    Quanto si aspetta che questo film la proietti più avanti nella carriera?

    A. HATHAWAY: “Io conosco le priorità della mia vita, ho i miei limiti che ho stabilito, ci sono delle priorità nella mia vita che sono più importanti della carriera… C’è comunque anche il mio desiderio di lavorare, di avere successo, di fare la mia carriera, quindi sono certamente fortunata nell’avere queste persone vicino a me che capiscono la mia intenzione. Fino a che punto sono pronta ad andare? Beh, dipende anche da quanto si è pronti ad impegnarsi, quanto si è pronti a dare. Non è sempre una decisione cosciente, perché quando si lavora magari ci si deve sacrificare ma non è vissuto come un sacrifico. Ad esempio per questo film ho dovuto dimagrire, nella mia vita normale se non posso mangiarmi dei croissant mi sembra di morire. Invece quando ho dovuto dimagrire per il film non ho fatto alcun sacrificio, in realtà”.

    Il personaggio di Miranda donna ‘british’?

    M. STREEP: “Come nel libro, non ho mai considerato l’idea di rendere il personaggio di Miranda come il tipo di donna inglese, perché era troppo restrittivo. Io volevo veramente avere la piena libertà nella resa di questo personaggio, quindi non ho mai pensato di farla inglese, piuttosto che americana. La maggior parte dei miei modelli per questo personaggio sono americani e la maggior parte dei boss che ho avuto sono stati uomini poi, quindi ho rubato come Stanley (Tucci) qua e là, da varie persone, ma non dalla persona britannica che gestisce la rivista Vogue, perché non la conosco, non ne so niente”.

    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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