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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > FAMIGLIA ALL'IMPROVVISO - ISTRUZIONI NON INCLUSE - INTERVISTA al regista HUGO GÉLIN

    L'INTERVISTA

    FAMIGLIA ALL'IMPROVVISO - ISTRUZIONI NON INCLUSE - INTERVISTA al regista HUGO GÉLIN

    20/04/2017 - FAMIGLIA ALL'IMPROVVISO - ISTRUZIONI NON INCLUSE - INTERVISTA al regista HUGO GÉLIN:

    Com’è cominciata questa avventura?

    "Avevo appena finito di scrivere il mio secondo lungometraggio, quando Stéphane Célérier e Philippe Rousselet mi hanno proposto di leggere questa sceneggiatura scritta da Jean-André Yerlès, il libero
    adattamento di un film messicano. L'aspetto che mi ha affascinato di più è lo spostamento dell'azione dal sud della Francia a Londra. È una città straordinaria, che offre una grande varietà di scenari e che non è particolarmente presente nel cinema francese. Peraltro fin dall'inizio sapevo che Omar Sy desiderava esserne il protagonista: doveva interpretare un tipo del sud, carismatico e moderno, che vive giorno per giorno come un bambino, e che seduce tutti quelli che incontra grazie al suo fascino particolare. L'idea che il contrasto tra il suo personaggio e il mondo nel quale è immerso derivasse dalla differenza tra la Costa Azzurra e la capitale inglese mi è subito piaciuta. Omar veste i panni di un festaiolo, pieno di gioia di vivere,
    che si ritrova improvvisamente catapultato in una città in cui piove sempre".

    Cosa ti ha colpito della sceneggiatura?

    "Sono rimasto colpito dalla storia di quest'uomo che decide di dedicarsi completamente alla figlia. Mi ha ricordato film come 'La vita è bella' di Roberto Benigni o 'La ricerca della felicità' di Gabriele Muccino, che mettono meravigliosamente in scena coppie adulto/bambino. Inoltre ho pensato che con un padre improbabile, un amico generoso, e una madre che torna e con la quale nessuno vuole avere a che fare, ce n'era abbastanza per raccontare una storia divertente e commovente".

    Come ci si appropria di una storia che non è nata da noi?

    "Ho lavorato con lo sceneggiatore Mathieu Oullion, che è un neo-padre come me. Abbiamo riscritto la sceneggiatura con Jean-André, rielaborato i dialoghi, arricchito il ruolo di Bernie, sviluppato il mondo quotidiano di Omar e di Gloria per suscitare maggiore empatia e, soprattutto, ridisegnato il personaggio di Kristin. Dato che in linea di principio una donna che abbandona la sua bimba di 3 mesi è difficile da accettare, abbiamo cercato di articolare il suo personaggio. Abbiamo deciso di mostrare i suoi difetti, i suoi rimorsi, la sua sofferenza. Poi, quando riappare otto anni dopo, lei e Samuel hanno un vero chiarimento. Non abbiamo cercato di scusarla ma innanzi tutto di capirla. Lei stessa riconosce che la sua azione è imperdonabile. Ma in fin dei conti è fondamentalmente un essere umano".

    Da dove hai tratto ispirazione per il titolo del film?

    "È una frase che mia nonna ha ripetuto per tutta la vita. Era un'attrice e una produttrice, e ha avuto una vita incredibile. Sfortunatamente ha dovuto affrontare una prova terribile perché ha perso il suo unico figlio. Ma nonostante tutto non ha mai smesso di ripetere ogni giorno questa frase di Bachelard 'tutto comincia domani'. A 88 anni continuava ad andare a teatro tutte le sere, aveva una galleria d'arte in cui esponeva le opere di giovani artisti, perché il suo desiderio era quello di fare emergere nuovi talenti. L'ammiravo molto".

    Ci sono delle evidenti analogie con Comme des frères…

    "Alcune scene lo ricordano. In particolare c'è questo mix di umorismo e sentimenti al quale tengo molto. Mi piace ridere delle cose tristi ed emozionarmi per le cose belle. Non c'è niente di più commovente di qualcuno che sorride mascherando un grosso dolore. È un aspetto drammatico che mi piace e un registro particolarmente adatto al melodramma. Vedendo 'Famiglia all’improvviso – istruzioni non incluse', il pubblico penserà di essersi tuffato in un 'feel-good movie’, e alla fine resterà sorpreso dal suo lato drammatico. Le sequenze iniziali mostrano un personaggio immaturo, buffo, superficiale e un po' irresponsabile. E improvvisamente si ritrova addosso la più grande delle responsabilità".

    In effetti, Sam è come un bambinone che si trova di fronte una ragazzina quasi più adulta di lui…

    Sam si comporta come un adolescente un po' irragionevole che vuole solo divertirsi. D'altra parte ne è consapevole perché dice a Kristin 'non si fa un bambino con un altro bambino'. Sua figlia, Gloria, si comporta molto più da adulta: è lei che gli ricorda orari e appuntamenti. È una ragazzina che dimostra di avere una grande personalità in una famiglia improbabile, in cui il padre la cresce da solo insieme ad una specie di zio. In un certo senso è proprio lei a guidare le loro vite, e loro la lasciano fare. Credo che il padre cerchi di far crescere Gloria e nello stesso tempo di stimolare in lei una certa incoscienza, visto che lui rischia la vita ogni giorno sui set lavorando come stunt-man. Mi piace il fatto che padre e figlia abbiano ciascuno i propri problemi e che questi problemi finiranno per intrecciarsi. Inventando un percorso incredibile per il personaggio della mamma di Gloria, ci sono tutti gli ingredienti per ottenere una commedia suscettibile di una duplice lettura: quella dei genitori, inerente alle avventure del papà, e quella dei bambini, rappresentata dalla storia e dai sentimenti di Gloria".

    Il film parla anche del destino, di quello che ci capita all'improvviso e che sconvolge la nostra vita…

    "Nel film sono le vicende di Sam a farci da guida. Capiamo che è un tipo capace di adattarsi facilmente perché non ha altra scelta ed è costretto ad affrontare quello che gli capita: va a Londra, perde i suoi documenti e in più, ovviamente, piove! Si ritrova in una vera e propria galera, ma nonostante questo sentiamo di potergli dare fiducia perché crediamo che riuscirà comunque a trovare una soluzione. Il destino bussa in diverse occasioni alla sua porta: prima con Kristin, che gli lascia la bimba, poi quando è obbligato a trasferirsi a Londra, e alla fine quando incontra Bernie. Sto sempre attento a che in una sceneggiatura non ci sia mai un 'deus ex machina’, ma nonostante ciò il ritmo, in questa storia è dato da una sequenza ininterrotta di casualità, tanto che somiglia quasi alla struttura di una serie televisiva, in cui succede qualcosa ogni quarto d'ora. In questo modo si riesce a movimentare la vita dei personaggi. Non ci sono mai tempi morti nella vita di Sam, che è costretto a fare cambiamenti continui: la sua vita è come un conto alla rovescia".

    Sam è innanzi tutto uno che racconta storie, che proietta gli altri nel suo universo e nei suoi deliri…

    "Quello che mi affascina di lui, è che, fin dall'inizio, sappiamo che racconta sciocchezze ma abbiamo comunque voglia di starlo a sentire. È una caratteristica di quei fanfaroni affascinanti che riescono a sedurci. Il suo rapporto con Clémentine Célarié è commovente e emozionante: lei sa che lui racconta sempre sciocchezze, noi sappiamo che lei lo sa, e nonostante questo sono molto complici. Quando lei gli dice con tenerezza 'ti odio', lui le risponde divertito 'anch'io ti adoro'. È tutto lì. È così che funziona il loro rapporto. Poi, più avanti, lui rovescerà questo difetto e lo trasformerà in una qualità con sua figlia: il fanfarone diventa un narratore in grado di far brillare gli occhi di Gloria".

    Il personaggio di Kristin è prima irritante, poi commovente, poi ancora disorientante… è stato difficile scrivere il ruolo di una protagonista che può apparire antipatica?

    "È stata una vera sfida! Nella prima versione della sceneggiatura la detestavo, e invece adesso è un personaggio che mi commuove. Innanzi tutto perché lei cammina costantemente su un filo: è una ragazza fragile – talmente fragile che viene da pensare che sia meglio che affidi la sua bimba al padre. Poi lei dà delle spiegazioni, in particolare all'aeroporto, dove spiega di non riuscire a fare la madre. Non è mica una cosa innata. Un giorno crolla e decide che la figlia starà meglio col padre, dicendosi che magari tornerà a prenderla dopo qualche giorno, qualche mese… Ma otto anni dopo, quando riappare e cerca di giustificarsi, ci sentiamo dalla parte di Samuel. Ma ho riflettuto molto sulle risposte che lei dà, come per esempio: 'sono imperdonabile ma questi otto anni sono stati un'eternità, all'inizio avevo paura e poi ho provato vergogna'. Mi piace questo genere di personaggi, perché sono complessi e ambivalenti. Clémence ha lavorato molto sul suo personaggio per renderlo fragile: grazie a lei si è trasformato in una donna delicata, che, quando riappare, fa fatica a ritrovare il suo ruolo. Al di là del suo comportamento, quello che contava per me era il punto di vista di Gloria: la vediamo talmente felice di ritrovare sua madre che ci sentiamo felici per lei e con lei. D'altra parte ho girato le scene in cui si rivedono dal punto di vista della piccola".

    Nel film hai ricreato una famiglia del tutto improbabile ma magnifica: Sam, Gloria e Bernie. In fondo è l'equilibrio migliore che si possa sognare

    "Bernie è una specie di zio che occupa un posto importante nella vita di Sam e di Gloria, ma che sa restare al suo posto. Mi piace molto l'amicizia autentica che lega Sam e Bernie: la questione della seduzione smette di avere un peso quasi subito. Se all'inizio Bernie è sedotto da Samuel, ben presto resta affascinato dalla famiglia e si trasforma nel 'patrigno' ideale, pieno di generosità e di affetto nei confronti di Gloria. È anche la 'spalla' ideale nel film: infonde alla storia umorismo e tenerezza. E mi divertiva l'idea di mettere in scena un personaggio omosessuale, mai effeminato, un vero uomo di potere, forte e carismatico. La sua sessualità è solo un pretesto per una caratterizzazione tenera e buffa di un uomo che riesce ad accogliere perfettamente Sam e Gloria nella sua vita. Dopo Gloria, rappresenta l'altra buona stella incontrata da Sam sul suo cammino".

    Raccontami del casting…

    "Nel caso di Omar Sy, si è trattato di un incontro straordinario sul piano umano. È chiaramente molto carismatico, solare e generoso, ma soprattutto in lui ho visto un attore infaticabile, disposto ad ascoltarmi, nonostante il fatto che io sia solo un giovane regista. Si è subito fidato di me. È molto piacevole lavorare con lui perché è sempre estremamente curioso e appassionato: era interessato alle storielle di Bernie, al personaggio di Kristin, a Gloria… Il primo giorno di riprese, per esempio, lui avrebbe dovuto essere sul set solo nel pomeriggio, ma ci ha tenuto a venire fin dalle 9 del mattino per essere insieme agli altri. Per il pubblico è una star ma sul set è un vero professionista: è semplice, simpatico, divertente e gentile, e ha saputo prendersi cura di Gloria instaurando con lei un rapporto basato sul divertimento, mettendola a suo agio. Adesso si adorano!"

    E non è un personaggio che rientra nel tuo registro abituale…

    "Quello che mi è subito piaciuto del progetto è che mette in scena Omar Sy in veste di semplice padre. Non che non mi piacciano i suoi film precedenti, che sono in gran parte eccellenti, ma mi è sembrato
    interessante, dopo 'Mister Chocolat', 'Samba' e 'Quasi amici', cercare in lui il padre, senza che le sue origini avessero un peso di qualsiasi specie. Gli ho detto subito che volevo mettere in scena un padre, senza parlare di religione, di appartenenza etnica o di colore della pelle. Un padre che cerca di diventare un padre 'magico'. Mi piacerebbe che tutti i bambini sognassero di avere Omar Sy come papà e che tutti i papà desiderassero avere una figlia come Gloria. Per quanto riguarda il suo repertorio da attore, sono andato alla ricerca dei suoi punti deboli, per mostrare tutto il fascino che lo caratterizza, ma anche tutto il suo pudore, la sua sensibilità e la sua bontà. Per un personaggio come questo volevo che fosse puro, senza filtri. In effetti alcune scene commoventi hanno richiesto da lui uno sforzo per ritrovare cose intime legate al suo rapporto con l'infanzia. Abbiamo instaurato un vero rapporto di fiducia e mi ha regalato dei momenti di autentica grazia nel film".

    Come hai scelto Clémence Poésy?

    "È stato complicato perché bisognava trovare un'attrice che parlasse molto bene inglese. Clémence è anglofona e ha girato delle serie televisive a Londra. Ha un magnifico accento 'british'. Come prova, la sua testimonianza al processo, che lei ha interpretato come se si battesse davvero per sua figlia. Ho piazzato due macchine da presa e le luci e ho girato l'udienza come in un vero tribunale. Clémence ha cominciato con la sua testimonianza che ci ha incantati tutti e che ha stabilito il tono generale per Antoine Bertrand e Omar
    he venivano dopo di lei: era come se la troupe non esistesse più, si girava e basta. Non ho dubbi sul fatto che quello che mi hanno dato Antoine e Omar subito dopo di lei sia scaturito dal livello emotivo che lei è riuscita a stabilire. Clémence è un'attrice concentrata e molto impegnata, ha fatto decine di domande sul suo personaggio, cercava continuamente la verità su Kristin. E sono orgoglioso di quello che alla fine ne è venuto fuori".

    L’attore del Quebec Antoine Bertrand è sbalorditivo nel ruolo di Bernie...

    "Abbiamo cercato a lungo e ho avuto la fortuna di poter scegliere qualcuno sconosciuto al grande pubblico. Omar è stato il primo a dire 'scegliamo qualcuno che non sia conosciuto'. Volevo anche che avesse un aspetto complementare a quello di Omar. Il mio direttore casting Michael Laguens mi ha allora proposto Antoine che lui aveva visto in 'Starbuck'. Lui si è fatto una ripresa nelle vesti di Bernie a Montréal, e mi ha spedito il video via Internet. Ed è stato subito chiaro che dovesse essere lui. Aveva l'umorismo, la tenerezza, la tecnica recitativa e una fisicità incredibile. La cosa buffa è che molto tempo dopo ci ha detto di aver recitato tutte le sere con grande successo in Canada in un adattamento teatrale di 'Quasi amici'' in cui
    interpretava Driss, il ruolo che era stato di Omar!"

    E la piccola Gloria?

    "Ci serviva una ragazzina di 8-10 anni, mulatta, perfettamente bilingue inglese/francese e bravissima a recitare. Mentre stavamo ancora scrivendo la sceneggiatura, nel suo primo giorno di ricerche, il direttore casting mi ha spedito un link del sito personale della piccola Gloria Colston: ho trovato il suo video fantastico. La mamma di Gloria mi ha poi spedito i suoi temi, abbastanza spontaneamente strambi. L'abbiamo fatta venire in Francia e sono subito rimasto fulminato da lei. Trovo che sia piena di personalità e con degli occhi straordinari, non fa mai smancerie ed è una che ascolta. Gira una scena, le fai un'osservazione e, a partire dal ciak successivo, capisci che sta usando quello che le hai detto. Non si comporta come una brava scolaretta e basta: ha talento ed è piena di curiosità artistica".

    L'intesa con Omar Sy si è stabilita subito?

    "Abbiamo organizzato un incontro tra i due, e avevo chiesto a tutta la troupe di essere presente. Dopo un po', siccome Gloria è molto bene educata e non diceva niente, mi sono detto che bisognava provocare una qualche reazione: ho tirato fuori la sceneggiatura e Omar e Gloria hanno improvvisato una lettura – due scene del film – anche se non era in programma. E ho notato che, leggendo il testo, Gloria lo guardava dritto negli occhi e non aveva paura di lui. Omar mi ha subito detto 'è incredibile' perché si è reso conto di avere
    di fronte una vera attrice. Sul set abbiamo cercato di non farla stancare, e ovviamente lei è diventata la mascotte del film. Ha lavorato tantissimo e non ho mai avuto problemi con lei. Una delle cose che amo di più del mio mestiere è scoprire talenti. Penso che sia una cosa magica. Ho avuto la fortuna di lavorare con Pierre Niney per il mio primo film, prima che diventasse la star che conosciamo tutti, ed è una delle cose di cui sono più orgoglioso. In questo caso è la stessa cosa: far scoprire al pubblico il talento di Gloria mi riempie di gioia".

    Il film sfrutta in modo straordinario gli ambienti esterni reali

    "A Londra ho ripreso Piccadilly e Notting Hill perché è impossibile ignorare la particolarità di quei luoghi… Però abbiamo girato soprattutto a Shoreditch, un quartiere molto vivace e 'arty' dell'East End. Quando l'ho scoperto, ho pensato di poter mostrare una Londra un po' meno scontata ma molto interessante sul piano visivo, con palazzi magnifici, caminetti, la street art. Volevo che i miei protagonisti fossero immersi in una giungla urbana piena di vita. Si tratta dunque di una Londra abitata da gente improbabile, induisti, skaters con la barba, ecc. È un quartiere cosmopolita e colorato che corrisponde bene al mestiere e al carattere di Samuel. Mi sono anche divertito a filmare i tetti di Londra con la City sullo sfondo. Non conoscevo bene la città e non avevo quindi nessun preconcetto. Ho girato in macchina per centinaia di ore per scovare luoghi interessanti, ma non con la passività di chi conosce bene Londra perché il mio era uno sguardo completamente fresco sulla città".

    L’appartamento è uno spazio che incanta…

    "Avevo tre riferimenti in testa e in particolare 'Big', il film con Tom Hanks. All'inizio cercavamo un loft ma poi abbiamo deciso di costruirlo noi per essere in un ambiente controllabile, il che alla fine rende tutto più semplice. La mia intenzione era quella di creare l'appartamento che potrebbe sognare un bambino, una specie di parco dei divertimenti in miniatura. In effetti, durante le riprese, tutti i bambini della troupe sono venuti a giocare con il toboga o con la piscina con le palline. Mi divertiva avere un appartamento ultraludico, che dice qualcosa dei personaggi. Basta una sola inquadratura per capire che nella vita di Samuel c'è solo la figlia. Non è un caso se la sua camera non si vede mai e se vediamo solo quella della ragazzina. Mi sono divertito moltissimo con la nave gigante dei Playmobil e il muro di Lego che compone un
    mappamondo".

    Quali erano le priorità per la messa in scena?

    "Volevo un film molto elegante, soprattutto perché invece in Francia per la maggior parte delle commedie si tende a trascurare la messa in scena. Fin dall'inizio, durante la preparazione, ho chiesto al capo operatore, alla capo costumista, e alla scenografa di preparare delle note con le loro idee in modo che i tre collaboratori artistici esprimessero un'opinione sulle proposte degli altri. Per me era essenziale che l'insieme fosse armonioso e non volevo che ciascuno lavorasse per proprio conto. Per esempio, quando c'era un elemento scenografico da approvare, volevo che il direttore della fotografia e la capo costumista fossero presenti. A livello di stile, ho immaginato l'insieme partendo da alcune idee sulle inquadrature e sugli elementi visivi: volevo una predominanza di blu, accompagnata da una certa brillantezza e profondità di campo, ed è per questo che abbiamo girato in anamorfico. In linea generale, ci tenevo che gli scenari fossero belli da girare e permettessero agli attori di sentirsi a loro agio. Poi, ad eccezione delle scene con gli stunt per le quali
    avevamo fatto degli storyboard, con la mia sceneggiatura insieme al mio capo operatore, abbiamo fatto un 'découpage’ usando dei riferimenti per ciascuna scena. Avevo in mente 'I sogni segreti di Walter Mitty' il cui mondo immaginario in Scope sprigiona delle sensazioni che mi piacciono molto, e 'Her' girato con lente
    sferica. Adottando il punto di vista di Gloria, ho pensato a 'Nel paese delle creature selvagge' o anche a 'Wish I Was Here' di Zach Braff. Per le scene più divertenti, con Lowell o con la direttrice della scuola, ho tratto ispirazione – molto umilmente – dai fratelli Coen, che anche con il campo e controcampo riescono a fare meraviglie. Hanno una sensibilità nella scelta della focale perfetta: trovano sempre la distanza ideale tra il personaggio e la macchina da presa. Il risultato è divertente, pur rimanendo elegante e originale. Nelle loro sequenze sempre un punto di vista preciso".

    Come hai scelto la musica?

    "Sono stato enormemente fortunato perché ho potuto lavorare con un supervisore musicale eccezionale, Raphaël Hamburger: lui è il mio 'orecchio' cinematografico. Abbiamo subito scelto delle musiche ma volevo una colonna sonora degna di questo nome, all'americana, che desse personalità al film. Eravamo condizionati soprattutto dal fatto che ci serviva musica da commedia, musica da film d'azione per le sequenze più acrobatiche, e musica da orchestra per le scene più sentimentali. Chiaramente volavamo anche trovare un tema musicale per il film che fosse emozionante e che commuovesse".

    E alla fine la colonna sonora è opera di un compositore americano…

    "Con Raphaël abbiamo contattato diverse persone, tra cui Rob Simonsen, che ha collaborato a 'Little Miss Sunshine', '(500) giorni insieme', 'Vita di Pi', 'C'era una volta un'estate', 'The Spectacular Now' e 'Foxcatcher'. Lavora anche regolarmente con Zach Braff, che a me piace particolarmente. Compone usando una vasta gamma di generi e ha la mia età. Siccome è sempre molto impegnato negli Stati Uniti, ci siamo armati di pazienza. Ma eravamo convinti che fosse quello giusto – visto anche che adoro il pianoforte e che Rob è un pianista straordinario. È passato un mese prima che vedesse il film, e poi ci ha detto di sì. Non ho mai visto nessuno così instancabile sul lavoro e allo stesso tempo così sensibile. Sono molto soddisfatto della musica che ha composto per il film, riesce ad essere contemporaneamente moderna e senza tempo".

    Poi avete registrato le musiche ad 'Abbey road…'

    "Per forza, nel mitico studio B dei Beatles! Alla fine, su 54 momenti musicali, 37 sono di Rob. E il giorno stesso in cui dovevamo andare ad Abbey Road, con il taxi che ci aspettava in strada, mi giro verso di lui e gli dico: 'ci manca qualcosa sul finale del film, con un ritmo vivace al pianoforte'. Ha registrato un quarto d'ora prima di prendere il taxi, e nell’Eurostar ha continuato, scrivendo le partiture per gli archi sul suo computer per poterle poi registrare ad 'Abbey Road'".

    LA REDAZIONE


     
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