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    L'INTERVISTA

    PLANETARIUM - INTERVISTA alla regista REBECCA ZLOTOWSKI (Parte 1)

    10/04/2017 - PLANETARIUM di REBECCA ZLOTOWSKI - INTERVISTA alla regista Rebecca Zlotowski (Parte 1)

    Qual è l’origine del film?

    "E’ sempre difficile rispondere a questa domanda senza abbracciare tutti i tropismi che designano un
    soggetto come questo, che va ad accompagnarli per tre, quattro anni come accade con un progetto
    cinematografico. Il clima politico e critico che ci circonda, ci sommerge; il desiderio di filmare un’attrice
    straniera che si trasferisce in Francia; rivendicare personaggi dal destino glorioso e una voglia molto forte di credere nella finzione… Ho sentito la necessità di trattare il mondo insidioso, crepuscolare, nel quale siamo entrati, con gli strumenti romanzeschi. Ho pensato a questa frase di Duras così inquietante quando ci si pensa: 'Non si sa mai quando si è sul punto di cambiare'. E dall’altro lato ho avuto il desiderio di spingermi verso un lavoro particolare con gli attori. Le riprese dei miei primi due film sono durate poco, e questo mi ha lasciato affamata: sentivo il bisogno di lavorare su quel lato, di mettere gli attori in trance fisica, esplorare il mondo dei riti e delle possessioni, le manifestazioni fisiche ma senza arrivare ai riti girati da Rouch in 'Les Maitres Fous' e, anche se questa pista esiste nel film, non è solo che una piccola parte".

    E’ questa pista che l’ha portata verso lo spiritismo praticato dalle sorelle Barlow?

    "Sì. Mi sono subito interessata alla storia delle sorelle Fox, tre sorelle medium americane che hanno
    inventato lo spiritismo alla fine del 19esimo secolo, grande mito americano. Il loro successo è stato
    considerevole, portando alla nascita e al prosperare di una dottrina con centinaia di migliaia di adepti in tutto il mondo, fino ai circoli intellettuali dell’Europa… Un episodio poco conosciuto ma che mi ha affascinato: l’assunzione, per un anno, da parte di un ricco banchiere, di una delle sorelle per incarnare lo spirito della moglie defunta. Questa storia mi è piaciuta. E’ stato un punto di partenza da thriller, fortemente hitchcockiano".

    Lei ha abbandonato il mondo della finanza per quello del cinema: perché?

    "Volevo fare un film francese, nella mia lingua, ed ho immaginato un tour europeo di due sorelle. Ho fatto del banchiere un produttore, poiché il mondo del cinema mi è sembrato cento volte più intimo di quello della finanza rispetto al tema dello spiritismo. Fantasmi, spettri, scenografie… Anche l’ambientazione è
    cambiata… Il periodo vittoriano, il 19esimo secolo non mi convincevano: ho spostato la storia negli anni ’30, con l’idea che questo produttore fosse ebreo e vittima di una campagna calunniatrice che ne avrebbe favorito la caduta. Eravamo appena usciti dal triste episodio di Dieudonné e del suo antisemitismo che mi ha colpito particolarmente, tra gli altri razzismi".

    E’ così che è arrivata un’altra ispirazione storica, il produttore Bernard Natan, consegnato nel 1942
    dal governo francese agli occupanti nazisti?


    "Esattamente. Non ho avuto bisogno di cercare di inventarmi un produttore la cui caduta fosse prevista: era già esistito. Bernard Natan, ricco produttore di origine romena, naturalizzato francese, veterano di guerra, partito da niente, che aveva rilevato Pathé Cinema nel 1929, era stato vittima di una campagna antisemita che lo aveva costretto a dimettersi dalle sue funzioni, prima di essere destituito dalla sua nazionalità francese per poi essere consegnato dalle autorità francesi a Auschwitz via Drancy. Una sorta di affare Dreyfus del cinema insomma, ma meno conosciuto. Natan aveva pertanto acquistato e creato lo studio della rue Francoeur – l’attuale ubicazione della Fémis, la scuola di cinema dove ho studiato per quattro anni… Mai nessuna targa, nessuna menzione della sua esistenza – dimenticanza poi riparata – e nessuno o quasi lo conosceva nonostante avesse prodotto film per dieci anni, importato il cinema sonoro in Francia e segnato profondamente la produzione francese. Mi sono interessata a questo destino tragico con il desiderio di parlarne, di fare del cinema uno strumento di giustizia, ma non come un biopic – un destino, benché eccezionale, non era sufficiente per creare la storia. Mi sono liberata da ogni costrizione legata al rispetto di una persona realmente esistita con l’autorizzazione delle sue figlie. E nel film, tutto o quasi, è di pura finzione, intrecciando degli elementi reali (la calunnia su i film porno), alcuni estratti di repertorio con elementi puramente spiritistici. Ho immaginato l’incontro tra le sorelle Fox e Bernard Natan, ribattezzati Barlow e Korben, che in yiddish significa 'sacrificato'… la creazione e la caduta di questa strana famiglia. La storia era là.

    In quale momento Natalie Portman è entrata nel progetto?

    "Molto velocemente, coinvolta quasi inconsciamente nel film fin dall’inizio. Ho incontrato Natalie Portman
    circa dieci anni fa da due amici in comune che hanno fatto da tratto d’unione tra gli Stati Uniti e la Francia. Ci siamo incontrate il giorno in cui ho avuto l’anticipo degli incassi di Belle Epine … Lei ha incarnato una sorta di tutor ed è stato allora che si è interessata al mio lavoro. Era evidente che avessi voglia di dirigerla, ma non si era presentato nessun progetto, lei viveva negli Stati Uniti, non volevo fare un film americano. Non era il momento. Dopo, penso che sia stato un gioco d’astuzia: sapevo che si stava trasferendo in Francia e, in un certo modo, ho orchestrato tutto quasi a mia insaputa, per avere un soggetto pronto per lei. Le ho proposto il ruolo molto velocemente e lei ha accettato prima che la sceneggiatura fosse completata, è stato tutto così fluido, al contrario delle complicazioni che possiamo immaginare quando si pensa a star del suo calibro. Oggi prendo coscienza della fortuna che ho avuto, ma all’epoca pensavo che tutto avesse così perfettamente senso, questa collaborazione, questo invito sul territorio europeo, nella cinefilia francese, e sono sempre rimasta positiva senza pensare ed un eventuale fallimento".

    Cosa ha comportato sapere così presto che una star del calibro di Natalie Portman avrebbe fatto parte del progetto?

    "Ho sempre amato filmare attori professionisti ed ho già avuto a che fare con delle star: Tahar Rahim, Léa
    Seydoux, Olivier Gourmet… Quindi non ho cambiato il mio modo di lavorare. Ma la presenza di una star
    americana in un progetto francese ha creato una forma di responsabilità molto particolare: cosa significa far venire un’attrice americana in territorio francese? Questo pone delle vere domande di cinema. In quale
    lingua parlare? Cosa significa questo per un pubblico francese? Per il mercato francese? Per gli altri attori?
    Bisogna sempre tenere conto dell’emozione che si crea nell’insieme, sulla scena. Quando Natalie Portman è arrivata nel film, ha creato un effetto di traino sul casting, che su una general coinvolgimento nel film. C’è un’espressività nella sua recitazione – lei accoglie tutte le emozioni – che è molto differente dalla recitazione francese. Esiste l’idea che le emozioni siano là per essere espresse più che interiorizzate. In Francia a volte c’è una certa diffidenza nei confronti di questa ortodossia dell’industria americana (manipolare il corpo in maniera diversa rispetto agli attori francesi, con tutto l’aspetto del music-hall), come se questo si scontrasse con una certa interiorizzazione autoriale francese, l’attore diventa quasi un co-autore del film… Per me non ci sono contraddizioni, opposizioni, ma un approccio completamente diverso, eccitante e complementare".

    Una volta che lei ha accettato, cosa è cambiato nel film?

    "La personalità di Natalie, è già una dichiarazione di forza, di decisione sul proprio destino, che è servita al
    personaggio di Laura. Non riconosco spesso nei personaggi femminili del cinema le qualità che preferisco:
    volontà, assenza di civetteria, una certa voglia di agire, di ambire che non passa per la seduzione ma per la mente, l’intelligenza e la capacita di adattamento. Il film lavora anche sulla necessità per l’eroina di abdicare una forma di durezza, di torpore dei sentimenti, delle emozioni – che tratto spesso nei miei film, credo – per un abbandono totale, con e per il cinema. E poi, l’idea di far venire una grande star americana in Francia, più precisamente in Mittel Europa – questa Parigi cosmopolita dove si incontrano intellettuali venuti dall’Europa intera – per parlare anche di una certa idea ante-guerra, che è un argomento terrificante se ci si pensa. Nelle nostre prime conversazioni attorno al film, che hanno coinciso temporalmente con la prima ondata di attentati del 2015, ho preso coscienza di cosa significa vedere attraverso gli occhi di uno straniero. Ho visto la Francia, l’Europa attraverso i suoi occhi".

    (Segue nella Parte 2)


     
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