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    L'INTERVISTA

    STEVE JOBS - INTERVISTA al regista DANNY BOYLE

    20/01/2016 - STEVE JOBS - INTERVISTA al regista DANNY BOYLE

    Ci racconti cosa Le è passato per la testa quando ha ricevuto la sceneggiatura di Aaron Sorkin e l’ha letta per la prima volta. Cosa c’era nel copione che Le ha fatto venir voglia di fare questo film?

    "Ho letto la sceneggiatura e ho pensato che sarei stato un pazzo a non fare il film. Mi ha lasciato senza fiato. Ho pensato che non avevo mai fatto nulla di simile prima. Le sfide che presentava – il suo essere completa e autosufficiente, il suo meraviglioso esercizio linguistico—mi intrigavano immensamente. Anche il personaggio di Steve Jobs che Aaron aveva creato – lo Steve che esiste nel copione che, per certi versi, combacia con quello storico e per altri no —mi affascinava enormemente. E’ un personaggio di proporzioni shakespeariane. E’ ipnotizzante, violento e divertente. Ho visto nella sceneggiatura di Sorkin molte persone orbitanti intorno a questo pianeta straordinario, che è il personaggio di Steve Jobs. Nella vita esistono persone come lui intorno alle quali finiamo per orbitare; le nostre vite sono vissute per certi versi nel loro riflesso e spesso siamo incapaci di staccarci da loro. Hanno una grande forza gravitazionale. Sono persone che ispirano devozione. Come personaggi sono affascinanti da esaminare. Ci sono persone nella vita di Jobs che gli sono chiaramente e profondamente devote. Altri personaggi lo ritengono un mostro. E, in un certo senso, lui è un mostro reso bello dalla lingua … e da due donne."

    Lei ha detto che il film non è un biopic e che non è un tentativo di raccontare una storia che si attiene rigidamente ai fatti della vita di Jobs. Nonostante questo Lei descrive figure vere e realmente esistenti. Quali elementi delle figure reali – di Steve Jobs, e dei vari membri della sua squadra – ha incorporato nella storia?

    "Siamo molto grati al libro di Walter Isaacson e alla profondità delle sue ricerche, ma volevamo che il film fosse un viaggio diverso. Sorkin descrive il film come un 'ritratto impressionista'. Ci sono idee che vengono chiaramente dalla vita reale, ma il film è un’astrazione. Prende gli eventi – alcuni veri, altri immaginati – e li comprime all’interno di tre atti, strutturati intorno ai lanci del Macintosh nel 1984, del NeXTcube nel 1988 e dell’ iMac nel 1998. Per tre volte compaiono sei personaggi, 40 minuti prima che ogni prodotto venga lanciato, e parlano semplicemente tra loro. Questa non è vita vera; è una versione amplificata della vita vera. Il copione di Sorkin parla di molto più che di Steve Jobs come persona. Lui ha cambiato una delle cose più preziose e vitali delle nostre vite, che è il modo in cui comunichiamo, in cui interagiamo gli uni con gli altri – eppure molti dei suoi rapporti erano profondamente disfunzionali.
    Il film parla anche di team – e con questo voglio dire che parla di una persona che è stata capace di spingere gruppi e individui a creare. Nel nostro personaggi di Steve c’è ingegno e umorismo, e una comprensione di quanto le persone amino trovare qualcuno che le incoraggi a sforzarsi. Jobs era quasi maniacale nella sua determinazione a trasformare le persone".

    Prima delle riprese, ha messo in bilancio lunghi periodi di prove e ha provato e girato ogni atto separatamente, in sequenza. Può parlarci un po’ del perché è arrivato a questo piano e di come il film finito, e le interpretazioni degli attori, ne hanno tratto vantaggio?

    "Una delle cose straordinarie della lingua di Aaron è il ritmo, la sua propulsione. Non vedevo l’ora di vedere gli attori parlare quella lingua ma sapevo anche che sarebbe stato molto impegnativo per loro.
    Visto che ci sono tre lanci, ci siamo concentrati su una parte per volta, provando e poi filmando ogni atto separatamente e in sequenza. E’ molto raro nel cinema che si giri in sequenza, ma questo ha dato alle interpretazioni e alla storia una specie di slancio. Ha permesso agli attori di impegnarsi su quell’unico atto e di concentrarsi sul modo in cui sarebbero apparsi, su come sarebbero suonati e sul modo in cui si sarebbero sentiti in quel momento della vita del loro personaggio. Ha permesso loro di fermarsi e di fare il punto della situazione. Gli attori sono sempre in movimento, durante tutto il corso di ognuno di questi atti. Questo succede in parte, ovviamente, perché queste persone si trovano nel bel mezzo dei preparativi finali per un lancio e ci sono cose dell’ultimo minuto di cui occuparsi, ma è anche molto intenzionale perché fa parte della filosofia di Jobs. Lui camminava e parlava. Non voleva sedersi e fare meeting o riunioni noiose. Voleva sempre camminare e parlare perché questo dava un certo slancio all’iniziativa, qualsiasi essa fosse. Abbiamo affrontato le prove e le riprese in un modo che mi auguravo fosse fisicamente liberatorio per gli attori. Sul set non volevo creare spazi chiusi, ma dare piuttosto un senso di libertà e apertura. Non volevo che gli attori si preoccupassero troppo di dove stavano, di dove stavano andando. All’inizio delle prove abbiamo lasciato che ognuno si muovesse dove voleva. Gradualmente, mentre si avvicinava il giorno delle riprese, abbiamo trovato il nostro modo per bloccare le scene. La libertà di movimento che cercavamo è stata enormemente aiutata dal nostro uso della Steadicam, che di solito si riserva solo alle sequenze d’azione o alle scene di inseguimenti. La Steadicam si prestava a questo senso di moto perpetuo e di libertà. l nostro operatore Steadicam, Geoff Heale , è un artista e - insieme alle luci di Alwin in Kuchler - il suo lavoro ci ha permesso di costruire delle scene fluide e belle in cui gli attori si muovevano attraverso i tre spazi e i tre atti".

    Perché ha deciso di girare tutto il film a San Francisco?

    "San Francisco è la Betlemme dell’era digitale, la patria della seconda rivoluzione industriale. Io vengo dal nord dell’ nghilterra, da Manchester, nota come il luogo in cui è nata la Rivoluzione Industriale 200 anni fa. E proprio come Manchester, San Francisco è impregnata della sua storia e del suo proprio mito. Mi sono subito identificato con l’idea di fare questo film a San Francisco. Spero che il film, per qualche strana sorta di osmosi, prenda qualcosa da questo. Ho sempre pensato che se si rispetta il luogo in cui si fa un film, questo ti ricompenser … attraverso la comprensione e l’apprezzamento tuo e degli attori di quello stesso luogo. Durante le riprese, ci sono state anche persone che erano presenti ai tre lanci originali che, per nostro volere o per caso, abbiamo conosciuto".

    Ha marcatamente differenziato i tre spazi nei suoi tre atti. Perché?

    "E’ vero. Quello che sin dall’inizio mi ha attirato del copione è stato proprio questo: mi sono chiesto come avrei potuto presentare queste tre scene dietro le quinte in maniera dinamica e con la maggiore tensione possibile. E abbiamo deciso di ambientarle in tre luoghi differenti, ognuno dei quali dava qualcosa di particolare – un sentimento particolare, una storia particolare – a ogni atto".

    Come siete arrivati alla scelta dell’Auditorium Flint come luogo per il lancio del Macintosh nel primo atto?

    "L’Auditorium Flint al Community College De Anza, nel cuore di Cupertino, è il luogo in cui, nel 1984, si è svolto il lancio del Macintosh nella realtà. Quel palco è stato quello da cui Steve Jobs quel giorno ha presentato il Macintosh. Stavamo ripercorrendo i suoi passi, anche letteralmente, perché essendo un teatro semplice, funzionale è un po’ casereccio, basico e rozzo. Ha un’atmosfera quasi dozzinale … i primi tempi delle presentazioni!
    L’Atto Primo, il lancio del Mac, è il mito della creazione della nostra epoca moderna. E’ Steve Jobs che come per magia fa apparire il futuro del mondo dei computer – il primo computer davvero ‘personal’, il primo computer umano — dal nulla. Per la prima volta qualcuno aveva pensato a creare un computer che sembrasse una parte di noi. Come dice Steve nel film, fino ad allora, nel 1984, Hollywood aveva reso i computer degli oggetti spaventosi, lui voleva invece che ci appartenessero, che diventassero familiari. Anche se i tempi non erano ancora pronti per questo e infatti ancora non funzionò. Ci è riuscito più tardi".

    Perché avete scelto l’Opera di San Francisco come location per il secondo atto? Cos’è che rende l’Opera il luogo giusto per questa parte della storia, il lancio di NeXT?

    "Si può dibattere a lungo su quanto Steve Jobs, nella realtà, avesse avuto veramente intenzione di produrre il computer NeXT come atto di vendetta contro la Apple. Alla fine, il sistema operativo NeXT lo ha riportato alla Apple. E’ stato capace di vendere NeXT alla Apple quando la Apple aveva bisogno di un nuovo sistema operativo, e un sistema operativo era esattamente quello che la NeXT aveva da offrire. Jobs è stato capace di prendere dalla NeXT qualcosa che è ancora il centro dei sistemi operativi di tutti i prodotti Apple che esistono oggi.
    Volevamo che l’ambiente rispecchiasse questo sentimento di vendetta teatrale, che è il motivo per cui abbiamo scelto l’Opera House, con i suoi sipari viola con i bordi dorati. L’Atto Secondo richiedeva un’atmosfera più indulgente, quasi romantica. lo abbiamo girato in 35mm, che è un po’ liquido, bello, morbido – di sicuro lo è se paragonato ai 16mm della prima parte. La scenografia, i movimenti di macchina, la musica – tutto è stato pensato per descrivere una sorta di messa in scena della vendetta. Volevamo che il pubblico si risvegliasse gradualmente con il piano ad orologeria della vendetta di Steve, mentre questo si rivela nel corso dell’atto. Tutto in questo atto si sviluppa verso e intorno alla vendetta; la vendetta è dietro a ogni mossa e monta fino al confronto finale tra Steve e John Sculley prima che si abbassi il sipario".

    Quali considerazioni – sulle scene e sulla fotografia – hanno portato allo schema del terzo atto, quello in cui viene lanciato l’iMac?

    "Il terzo atto è più sul futuro, sui mezzi di comunicazione puliti, e sul nostro moderno controllo dei dati. L’iMac ha veramente introdotto Internet nel nostro quotidiano. Abbiamo girato quest’atto nella futuristica Davies Symphony Hall a San Francisco. E l’abbiamo girato con l’ALEXA—una telecamera digitale moderna che ha pixel quasi infiniti e una risoluzione altissima. Ci stiamo muovendo verso possibilità infinite nel terzo atto, e questo è quello che hanno significato il ritorno di Jobs alla Apple e l’iMac, il suo prodotto inaugurale".

    Abbiamo parlato delle considerazioni che sono dietro ai lunghi periodi di prove, può parlarci, invece, del Suo lavoro con Michael Fassbender? Che cosa di lui Le ha fatto credere che fosse quello giusto, in grado di dare vita a questo personaggio?

    "Non ho mai lavorato con un attore che ha fatto un percorso come quello di Michael o che ha una dedizione così intensa. Non l’ho
    mai visto guardare il copione, e aveva battute alla Amleto o Re Lear da recitare ogni singolo giorno. Ha assorbito il copione in un modo che non ha nulla a che fare con l’imparare a memoria, non è mai stata una questione di ricordare quando dire una cosa. Conosceva quel copione come se l’avesse scritto lui, e questo ha dato alla sua recitazione una forza che dava l’impressione che lui fosse capace di creare qualcosa davanti a te dal nulla. Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di molto jobsiano in Michael. Ha una gran dote che è l’incredibile intensità che mette nell’applicarsi in quello che sta facendo. E’ davvero un attore che intimorisce. Ma, grazie a Dio, ha spirito. Questo è un copione molto acuto e Michael tira fuori l’umorismo in maniera molto dettagliata e la commedia quando vuole. Nella sua applicazione però fa paura e l’ha mostrato nella sua preparazione. Sono stato fortunato ad avere la possibilità di mettere insieme la sceneggiatura di Sorkin e un attore come lui. Il mio lavoro è stato ‘solo’ quello di assicurarmi che niente fosse d’intralcio o d’ostacolo".

    Nel suo ruolo di Joanna Hoffman, Kate Winslet subisce una trasformazione. Ci può parlare un po’ di come si è avvicinata a questa parte?

    "Beh, se hai Fassbender è meglio avere qualcuno che sia ugualmente dotato per lavorare con lui. E noi l’abbiamo avuta. Kate è straordinaria. Ha un talento unico, naturalmente, ma non mi ero mai accorto di quanto il suo approccio fosse completo e approfondito. E’ una partner fantastica da avere sul set ed è instancabilmente positiva e ottimista riguardo a tutti gli elementi che fare un film comprende, anche il riorganizzare le comparse tra un ciak e l’altro! Joanna Hoffman è la guardiana e la salvatrice che cerca di organizzare quest’uomo impossibile, e Kate ha vissuto brillantemente questo ruolo in ogni dettaglio che fosse sul set o nella storia.
    Come Michael, Kate ha assorbito il linguaggio del copione con un’avidità che l’ha fatto sembrare semplice. I grandi attori sono così: la musicalità della scrittura di Sorkin per loro è naturale, la sentono subito e la fanno loro, e subito la trasmettono a noi. E’ molto simile ad ascoltare un gran musicista – gli dai un po’ Mozart e lui parte e… vola.
    Sorkin è stato profondamente influenzato dalle sue conversazioni con la vera Joanna Hoffman e dal tempo speso con lei, e ha reso il suo personaggio una persona fondamentale nel copione, anche se nel libro di Walter ha solo poche pagine. Nella nostra storia c’è anche la sua storia. Joanna, alla fine, si rende conto di essere anche lei colpevole di non aver costretto Steve a sistemare il suo rapporto con Lisa prima che lei vada al college. Questo è quello che lo rende un copione commovente e una splendida interpretazione da parte di Kate: lei si rende conto della sua complicità in questo".

    Ci può parlare dell’approccio di Seth Rogen al ruolo di Steve Wozniak?

    "Avere il vero Steve Wozniak con noi durante le prove a parlarci della sua esperienza con Jobs e con la Apple è stata una cosa di inestimabile valore. Seth aveva l’essenza di Woz, fin dall’inizio. Non riesco a spiegarlo; nell’interpretazione di Seth c’è qualcosa che raggiunge la radice del personaggio di Woz. Come spesso fortunatamente capita di trovare, nelle persone molto divertenti c’è anche un attore molto serio e ambizioso, istintivo e competente. Woz crede che si possa, allo stesso tempo, avere talento ed essere una persona perbene, e questa è l’idea che corre come un filo d’oro nel corso di tutto il film. La croce che Woz deve portare nel corso della storia è che lui cerca di far capire a Steve l’importanza del passato —cerca di convincere Steve che il passato gioca un ruolo importante nel processo creativo, proprio come l’innovazione. Ma Steve ha in testa una cosa sola: l’innovazione. Per Steve c’è solo il futuro, e quello è il suo obiettivo. Quello che dice Woz è: sì, certo, l’innovazione ha un ruolo nella creazione, ma la creazione dipende anche dalle persone che vengono prima di te. Ci si appoggia sempre sulle spalle di qualcuno, e il garbo di rispettare questa realtà ti permette di essere uno di loro. Che il suo miglior amico, e l’uomo con il quale ha inventato il personal computer, non si renda conto di questo gli causa un conflitto tremendo. Seth trasmette l’ottimismo senza fine e l’angoscia di questa amicizia in maniera splendida".

    Che storia racconta la musica in ognuno degli atti? Può parlarci del suo approccio, e di quello del compositore Daniel Pemberton, alla colonna sonora?

    "Il primo atto è stato influenzato dai primi suoni dei computer. Gli spettatori sono nella stragrande maggioranza nativi digitali, e questo è sempre più vero, ogni anno che passa. Non si ricordano com’erano i primi tempi della rivoluzione digitale, la nascita di un sound digitale che, a quel tempo, sembrava quasi futuristico. Questo mi interessava, e Daniel ha utilizzato questa sorta di suoni retrò in modo bellissimo.
    Ci sono due movimenti musicali nel secondo atto. Uno è una specie di operetta – l’allegro all’inizio è spensierato e quasi capriccioso. Anche il secondo movimento è operistico, ma ha un peso maggiore dato che l’atto procede verso la sua vigorosa conclusione. Questo atto viene anche integrato con un numero di scene che vedono Sculley e Jobs insieme nel corso degli anni che intercorrono tra questo e il 1984.
    Il terzo atto è molto minimale ma elegante. E’ sobrio e semplice…un po’ come i prodotti di Jobs".

    A un certo punto del film, Steve si paragona a un direttore d’orchestra, dove l’analogia è che dato che lui non è un musicista
    e non suona uno strumento, il suo lavoro non è suonare uno strumento, è suonare l’orchestra. Ci può spiegare che cosa vuole dire con questo?


    "Jobs non era un ingegnere o un programmatore. Le sue conoscenze come ingegnere erano basiche, ma lui era capace di sintetizzare tutte le sue altre abilità. Questo è quello che fai da regista, veramente. Io non capisco le cineprese o le luci nel modo in cui le conoscono un capo dipartimento o uno specialista in uno di questi campi. Di sicuro non so fare un costume, ma so sintetizzare le abilità di tutti questi esperti, o almeno spero".

    Cosa spera che gli spettatori portino via dal film?

    "Spero che quando gli spettatori vedranno il film vedranno come il mondo sia stato cambiato da quello che questo personaggio è stato in grado di fare grazie alla sua energia, alla sua forte motivazione, alla sua intelligenza e alla sua folle dedizione e passione – ma anche il prezzo che ha pagato a livello personale.
    Per quanto sia un genio visionario, la misura della vera conoscenza di sé e l’umanità arrivano solo quando Steve capisce di essere malato.
    In realtà, io non sono in grado di dirvi cosa farvene del film proprio come Steve Jobs non può dirvi cosa scrivere sui vostri iPad! Come narratore di storie, vuoi lavorare su qualcosa di bello, per poi darlo alla gente; quello che le persone ci trovano – e questo è il bello e il brutto di questo lavoro - dipende da loro".


     
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