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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > L'ULTIMO LUPO - INTERVISTA (PARTE 2a) al regista JEAN-JACQUES ANNAUD

    L'INTERVISTA

    L'ULTIMO LUPO - INTERVISTA (PARTE 2a) al regista JEAN-JACQUES ANNAUD

    30/03/2015 - L'ULTIMO LUPO - INTERVISTA (PARTE 2a) al regista JEAN-JACQUES ANNAUD:

    Prima di tornare a parlare dei lupi, vorrei parlare del 3D visto che ne L’Ultimo Lupo l’ha utilizzato. La credevo piuttosto restìo all’utilizzo del 3D…

    "Il costo per girare in 3D è enorme, si spende circa 1/3 del budget in più. Ho esitato a lungo. Quello che mi ha convinto a utilizzarlo la sorprenderà: mi sono reso conto che erano le scene riprese da vicino del cucciolo di lupo che ne avrebbero giovato veramente".

    Credevo che fossero le scene più spettacolari che avevano beneficiato di più dell’utilizzo del 3D…

    "Tutti fanno lo stesso errore! Il 3D non serve a molto nei grandi spazi. Oltre i 15 metri non vediamo più niente in rilievo. Al contrario quando si gira in uno spazio piccolo, si ha un'altra percezione se fatto con il 3D. È quando la telecamera si avvicina al viso, quando cattura l'emozione degli attori, che la stereoscopia dà qualcosa in più. Ho abolito le immagini più ostentate e in cui sembra che un oggetto esca fuori dallo schermo per arrivare al viso dello spettatore".

    Aveva già sperimentato in un certo senso, il 3D per le riprese di 'Guillaumet - Les ailes du courage'. La tecnologia si è molto evoluta da allora?

    "Sì, in generale le telecamere sono 20 volte meno pesanti e decisamente meno complicate da utilizzare. Oggi per vedere il risultato è sufficiente che il regista indossi gli occhiali 3D e guardi la scena sul monitor. All'epoca di 'Guillaument - Les ailes du courage', per vedere come erano venute le riprese dovevo prendere un aereo e arrivare dall'altra parte del Canada. Dal punto di vista della pesantezza delle macchine, le telecamere 3D rallentavano le riprese, ma non era un problema insormontabile. La difficoltà è un'altra: il regista deve essere in grado di cambiare la logica del suo cervello. Non deve più immaginare un'immagine piatta all'interno di un quadro, ma deve pensare ai volumi inseriti nello spazio. Da pittore diventa scultore. Bisogna raddoppiare l'attenzione al momento del montaggio, considerare lo sforzo visivo che dovrà fare lo spettatore.
    Con il 2d ci si sistema e si mette a fuoco lo schermo una volta per tutte. Con il 3D la messa a fuoco cambia a ogni inquadratura. Se il montaggio è caotico, il mal di testa è assicurato. Il tutto a discapito della storia!"

    Utilizzando questi mezzi, secondo lei, girare in 3D non incide sulle riprese?

    "Ci vuole più tempo per installare tutto, bisogna fare molta attenzione al posizionamento delle luci: il minimo riflesso è una catastrofe se non c'è lo stesso riflesso sull'oggetto alla tua destra e alla tua sinistra è impossibile poi fondere l'immagine. Bisogna diffidare delle cose in primo piano che prendono sullo schermo un'importanza diabolica. Inoltre un fiocco di neve, una goccia di pioggia o un passerotto che passa davanti all'obiettivo diventano problemi insormontabili: ’ disturbante è visibile da un solo occhio. Sul set avevamo sempre 4 'assistenti-soffiatori', due per lato, che soffiavano via i fiocchi di neve muniti di phon per capelli o di tubi attaccati a dei compressori. Questo peraltro era l'unica cosa che terrorizzava i lupi!"

    Veniamo ai veri protagonisti del film e cominciamo dall’inizio: la nascita e l’addestramento dei cuccioli.

    "Abbiamo utilizzato lo stesso processo fatto per 'L’Orso'. Durante l'addestramento dei cuccioli di orso, avevo avuto il tempo di girare 'Il nome della rosa'. Aspettando che i nostri lupi crescessero ho girato invece 'Il principe del deserto'. La produzione cinese ha accettato di finanziare la preparazione, accettando il fatto che ci sarebbero voluti tre anni affinché girassimo la prima scena. Bisognava prendere dei cuccioli di lupo, farli crescere all'interno di parchi costruiti appositamente per il loro sviluppo, sotto una sorveglianza costante. Conosco pochi produttori che sarebbero stati disposti a fare questo salto nel buio. Abbiamo coinvolto il più famoso addestratore di lupi al mondo, il canadese Andrew Simpson, che si è trasferito in Cina per 3 anni! A fine riprese Andrew ha ottenuto il permesso di portare con sé gli animali che aveva tirato su e visto crescere, che aveva addestrato quotidianamente e che erano diventati i suoi bambini. Il branco oggi vive in montagna, a Calgary e Andrew mi racconta che ogni giorno i lupi aspettano di veder arrivare i camion regia..!"

    Concretamente come funziona la giornata?

    "È un discreto incubo! Il lupo è un animale molto selvaggio, sempre sul chi va là. Obbedisce solo al suo capo branco, che a sua volta obbedisce all’addestratore solo quando vuole. Non si lascia avvicinare. Non si lascia lavare quando si è rotolato nel fango. Bisogna aspettare ore, a volte giorni, perché il lupo senta la scena, bisogna essere pronti a scattare nel momento in cui il re decide che è il momento di girare! Avevamo due gruppi, uno dei quali particolarmente difficile. I cuccioli del primo gruppo erano stati presi una settimana dopo la loro nascita e quindi non riconoscevano negli addestratori i loro genitori. Non sono mai riusciti ad addomesticarli. Una vera fortuna per il film… Altro problema: tutti i lupi del mondo nascono tra metà marzo e l'inizio di Aprile. Noi abbiamo dovuto costruire il nostro piano lavoro tenendo conto di questa cosa. Abbiamo interrotto le riprese molte volte per lasciare che il nostro giovane protagonista crescesse. In realtà è stato un beneficio per il film: il colore della steppa tipico nel cambio di stagione è perfetto se paragonato al processo di crescita del lupo".

    Qual è stato il suo sguardo su questi “attori” così particolari?

    "I grandi attori spesso sono incontrollabili, deconcentrati, affascinanti ed emotivi. A volte invece sono adorabili, come il nostro capo branco, il re Cloudy, a cui ho affidato il ruolo principale. Aveva deciso che ero suo amico, potevo accarezzarlo e ogni mattina mi saltava addosso leccandomi il viso. Un privilegio raro, che mi ha fatto buttare numerose giacche a vento e procurato non pochi graffi. La regina Silver, la sua compagna, metteva fine alle nostre effusioni tirandomi i pantaloni e tirandomi i capelli. Mia moglie, mia collaboratrice e scrittrice Laurence, ha capito molto dopo che Cloudy non si chiamava 'Claudia'".

    Bè è incredibile…

    "Sì, lo è perché di fatto ero l'unico, oltre all'addestratore, che poteva avvicinare questo lupo. Incredibile anche perché, a detta dello stesso Andrew, era una cosa inaspettata e inspiegabile. Dal momento in cui siamo stati presentati, quando ha iniziato a prendere il potere ’interno del giovane branco, è venuto verso di me saltellando con la coda tra le gambe … Mi ha annusato e si è messo a pancia in su disteso, Andrew mi ha consigliato di accarezzarlo. Cloudy mi ha leccato velocemente un dito e poi è ripartito verso il branco. Si è avvicinato ad ogni singolo lupo per fargli sentire il mio odore. Giorno dopo giorno ha continuato a fare lo stesso ma non più con un atteggiamento da 'vassallo', e sempre più come un amico. Non ha più permesso che si iniziasse a lavorare senza la sua dose di coccole mattutina".

    Cioè?

    "Ogni mattina dovevo varcare la barriera elettrificata del recinto, arrivare sul suo territorio e aspettare che lui mi venisse incontro. Poi si alzava sulle zampe di dietro e poggiava quelle davanti sulle mie spalle, iniziava così a lavarmi il viso! Questa scena durava circa 5 minuti. La squadra mi aspettava pazientemente accanto alle telecamere. 'Lascia che sia lui a mandarti via! mi ripeteva Andrew. A quel punto tornavo indietro ripercorrendo la stessa strada dell'andata. Il mio assistente mi aspettava con una scatola di fazzoletti, una bottiglia d'acqua ossigenata, del disinfettante e i miei occhiali, che gli avevo dato prima di entrare. Verso la fine delle riprese è avvenuta l'apoteosi! Cloudy aveva reinventato il bacio alla francese, poggiava la sua lingua lunghissima tra i miei denti. Andrew mi ha spiegato che le mamme-lupo fanno così per dare ai loro cuccioli da mangiare, rigurgitando nella loro bocca il cibo… Direi che quindi si trattava di un segno di grande affetto!!!"

    Capisco tutto questo affetto ma il lupo è comunque un animale selvatico e pericoloso…

    "Non esiste la passione senza il rischio e io faccio un mestiere appassionante".

    Nessuna paura in nessun momento?

    "Durante la preparazione del film a volte mi svegliavo nel cuore della notte, tutto sudato e mi chiedevo: 'Come farò a girare le scene con i lupi e i cavalli che si rincorrono?'. Sulla carta aveva tutta l'aria di essere un grande momento di cinema ma oggettivamente mi sembrava infattibile. Alla fine questa scena l'abbiamo girata, acquattati sui nostri quod immersi nella bufera e circondati da centinaia di cavalli accecati dalla neve".

    Ha comunque utilizzato dei droni?

    "Sì perché le riprese aeree o dall'elicottero avrebbero fatto muovere troppo la neve e avrebbero fatto troppo rumore oltre che terrorizzato gli animali. Il drone ha il vantaggio di essere silenzioso. Ahimè ne abbiamo distrutto uno durante le riprese delle scena al galoppo. Ho visto dal monitor di controllo che l'immagine iniziava a tremare e poi appassire come una foglia secca. Mi sono precipitato per vedere cosa era successo e sul luogo ho trovato i proprietari cinesi del drone con la memory card in mano. Hanno esultato a squarcia gola perché le immagini erano rimaste registrate. Sono andati nel loro camion e hanno tirato fuori un altro drone. Hanno insistito perché rifacessi la ripresa anche il giorno dopo. Li ho ringraziati molto per la loro gentilezza e la loro generosità, prima di rendermi conto che un secondo giorno di riprese con il nuovo drone, gli avrebbe rimborsato praticamente l'intera cifra persa con la rottura del primo! Aggiungiamo a questo anche un altro elemento: lupi e cavalli non sono proprio amici… Per tutte le scene in cui i due animali sono insieme, Andrew Simpson ha fatto costruire dei corridoi separati dove lupi e cavalli hanno passato dei mesi. Al momento delle riprese, gli addestratori dei lupi hanno indossato delle calze blu e si sono messi sul cavallo mentre le persone che si occupavano dei cavalli gli stavano accanto, anche loro vestiti di blu, tipo puffi, così che potessero essere cancellati poi in post produzione. Le due equipe controllavano così i cavalli e il branco di lupi, pronti a intervenire in qualsiasi momento. Una buona parte degli effetti speciali del film è stata utilizzata per modificare queste scene. Un'altra parte è stata destinata ad aggiungere all'inquadratura i lupi quando la vicinanza sarebbe stata troppa per non mettere a rischio i cavalli".

    Non sarebbe stato più semplice aggiungere i lupi in post produzione?

    "Questa cosa l'abbiamo fatta per alcune scene del film, una quindicina circa. Questo tipo di lavoro dà dei buoni risultati quando si tratta di scene riprese da lontano su grandi spazi. Al contrario, con questa tecnologia, è difficile ottenere un buon risultato per le scene più intime, le più emozionanti. Le immagini generate dai computer danno sempre un effetto stile cartone animato. Non si percepisce più l'animo o l'istinto di un attore – umano o animale– ma piuttosto l’idea che ne ha il programmatore, il quale spesso trae ispirazione dai video giochi o da immagini elettroniche della sua vita quotidiana".

    Una parola anche per un altro aspetto importante dei suoi film: la terra, i paesaggi che ancora una volta sono quasi primordiali.

    "La verginità degli spazi è uno degli elementi fondamentali del film. Lo splendore della steppa è lo scrigno del lupo della Mongolia, il simbolo eroico e selvaggio della vita selvaggia. Massacrando la vita degli altri ci stiamo avvicinando a un epilogo tragico. Io mi affliggo da anni guardando questo lento suicidio che la nostra specie sta perpetuando. Jiang Rong, l'autore del romanzo, è stato testimone dell'ignoranza devastatrice che ha distrutto l'ambiente negli anno ’60, degli errori fatti in Cina su larga scala come purtroppo dappertutto. Io all'epoca ero in Camerun. Il bene fatto è stato quello di rimpiazzare le foreste con piantagioni di cacao o di ananas, di trasformare i grandi spazi in territori per l'allevamento, inondare intere regioni per irrigare questi territori destinati all'agricoltura"

    'L’ultimo lupo' è il suo tredicesimo film ma a sentirla parlare sembrerebbe che la sua fame di cinema non sia mai svanita!

    "Questo viaggio incredibile è stato talmente divertente, diverso, ricco e caloroso … avrei voluto che durasse di più ma, questo film, che mi è piaciuto così tanto scrivere e mettere al mondo, sarà come tutti gli altri. Avrà una sua vita. Mi lascerà solo sul binario del treno. Ci vorranno settimane o mesi forse per organizzare il prossimo progetto".

    Lei ha fatto un film dietro l’altro, non ha mai voglia di prendersi veramente una pausa?

    "Laurence, mia moglie, che mi accompagna sui set e nella vita dai tempi de 'Il sostituto', sorride quando le chiedono delle nostre vacanze. Racconta sempre come, mentre ci facevamo trasportare dal fiume Niger, io fossi intento a scrivere la sceneggiatura de 'Il nome della rosa', totalmente non curante del fatto che la nostra imbarcazione era stata attaccata da un branco di ippopotami. O di come, mentre facevamo trekking in Gibbuti, scribacchiavo su un taccuino tutta l'attrezzatura tecnica che mi sarebbe servita per 'Il nemico alle porte'. Le parole vacanza, hobby, sport e distrazione mi annoiano. Pratico un solo sport, uno sport estremo, il cinema. Ho amato ogni giorno l'incredibile privilegio di essere un regista… una fortuna che il mio mestiere mi permette di condividere con gli altri".

    Lei che ama tanto le immagini quanto le parole, se le chiedessi di sceglierne una che riassume il suo percorso come uomo e come cineasta, quale sceglierebbe?

    "La parola CUORE. Non bisogna mai ingannare se stessi, bisogna vivere secondo i propri desideri, seguendo le pulsioni del cuore. Bisogna impegnarsi con tutti noi stessi per far sì che questa utopia sia possibile. Bisogna battersi per fare quello che ci piace. La mia gioia è quella di portare la mia squadra allo spettacolo della creazione di un sogno e vederlo con i propri occhi. Se riesco a emozionarli allora significa che ho vinto, e il mio cuore palpita".

    LA REDAZIONE


     
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